I.

_Sommario:_ Mazzini decide di ordire una rivolta in Milano. —

Vive opposizioni de’ suoi principali amici. — Mazzini, fermo nel

suo proposito, manda degli emissari a Milano. — _Organizzazione_

secreta di squadre di popolani, e piano della rivolta. — Il Piolti

de Bianchi accetta d’esserne il capo. — Allarmi per l’inevitabile

insuccesso, e vani tentativi per dissuadere Mazzini. — Il sei

febbraio. — I capi delle squadre si trovano soli ai ritrovi,

e scompaiono. — Il popolano Ferri con pochi assale il posto

di guardia del palazzo di Corte. — Pochi insorgenti, isolati,

feriscono nelle strade alcuni soldati. — Breve tafferuglio nelle

vie al laghetto.

Negli ultimi mesi del 1852 c’erano stati, a quanto s’andava

sussurrando, dei ritrovi segreti e frequenti tra persone notoriamente

appartenenti al partito mazziniano. Da confidenze e da indiscrezioni

s’era anche saputo che Mazzini voleva preparare e promuovere una

sommossa, o una rivoluzione in Milano. Le prime voci venivano

dal Comitato presieduto da G. B. Carta. Comitato che si chiamava

_dell’Olona_ e che rappresentava solo una parte, e non la principale,

del partito mazziniano.

Mazzini aveva effettivamente deciso che Milano dovesse quanto prima

insorgere. S’era rivolto da principio ai suoi vecchi amici, alle

persone più serie del suo partito, ad antichi ufficiali della difesa

di Venezia e di Roma; ma tutti questi, per quanto audacissimi, avevano

fortemente sconsigliato Mazzini dal tentare una simile impresa. Le

ragioni erano evidenti, e il momento non poteva essere più inopportuno.

L’Europa era tutta in piena reazione e in piena tranquillità; il colpo

di stato aveva soffocati e dispersi anche in Francia gli elementi

rivoluzionari; il Piemonte, tutto intento a riordinare le sue finanze

e il suo esercito, era in un periodo di completo raccoglimento. Milano

e le provincie non s’erano ancora riavute dai disastri del 1848;

la fiducia nella rivoluzione non era rinata; lo stato d’assedio e i

forti presidii austriaci la rendevano impossibile; in nessuno c’era la

volontà di tentare in quei giorni una rivolta.

Queste considerazioni furon fatte presenti con insistenza a Mazzini

dai suoi amici più assennati, ma inutilmente. Parecchi lo avevano

anche pregato di astenersi da ogni tentativo rivoluzionario sino a che

tanti patriotti fossero nelle carceri di Mantova, per evitare delle

rappresaglie su loro.

Tutto fu inutile. Mazzini, non persuaso da queste osservazioni, e non

fidandosi dei vecchi e provati amici che lo sconsigliavano, mandò

qualche emissario per avere informazioni da altri. Gli emissari si

abboccarono con quelli del Comitato dell’Olona, e con qualche altro;

gente volonterosa, ma che scambiava le intenzioni proprie con quelle

del paese. A Mazzini bastò d’aver trovato chi gli dava ragione per

convincersi sempre più di averla, e così si mise subito all’opera, a

preparare attivamente un’insurrezione.

I primi discorsi sui progetti del Mazzini si tennero a Stradella

col Depretis, col Cairoli e col Piolti De Bianchi, chiamatovi

espressamente, volendo Mazzini affidare a questi la direzione del

partito in Lombardia; poichè tutte le file ne erano rotte, in seguito

agli ultimi arresti causati dal processo di Mantova. Il Piolti De

Bianchi accettò.

Il Mazzini poco dopo gli mandava da Londra, dove viveva rifugiato,

Eugenio Brizio di Assisi, già ufficiale col Pianciani durante la

difesa di Roma; giovane risoluto, attivo, coraggioso, e in cui Mazzini

aveva la massima fiducia. È, credo, quel Brizio che molti anni dopo fu

sindaco di Assisi; uomo popolare e benveduto.

La cospirazione incominciò subito attivamente: il Piolti si diresse

alla classe borghese, e il Brizio agli operai. Il Brizio intraprese

una specie di arruolamento, nelle classi popolari, ma pigliando

gli affigliati a fascio, senza conoscerli, pur di riunirne molti. I

diverbi e i contrasti tra quelli che ordivano la cospirazione, e i

patriotti che la deploravano e che avrebbero voluto impedirla, erano

vivacissimi e continui. Carlo De Cristoforis, che all’occorrenza era

pure un cospiratore audacissimo, ed altri pur del partito d’azione si

mischiavano talora tra quei congiurati, e sconsigliavano i migliori da

quell’impresa, di cui prevedevano male; ma inutilmente.

Uno di quei popolani, che conobbi più tardi, mi diceva ingenuamente:

«Ho preso parte all’insurrezione del 6 febbraio, perchè mi avevano

assicurato che, se potevamo resistere alcuni giorni, varie Potenze

d’Europa sarebbero venute ad aiutarci. In prova di ciò, da quelli che

preparavano la rivoluzione ero stato assicurato che avevamo anche gli

ungheresi con noi. Anzi un amico mi aveva condotto in una casa dove

mi aveva mostrato in un baule l’uniforme d’un generale ungherese,

diceva lui, che doveva arrivare tra poco: a quella vista, mi sentii

rimescolare il sangue, ed esclamai: Se nel 1848 abbiamo fatto le Cinque

Giornate, questa volta ne faremo dieci! Mi arrolai ed anzi divenni il

capo d’una compagnia.»

Questo popolano era quel Francesco Ferri di cui feci cenno, parlando

del Comitato di G. B. Carta; ed era il capo dei facchini municipali,

che allora erano addetti al corpo dei pompieri. Era un uomo magro,

asciutto, noto per il suo buon cuore e per la sua audacia. C’era in lui

una strana mescolanza di bontà e di fierezza; per rendere un servizio

a un superiore o a un amico esponeva la propria vita a qualunque

rischio, e avrebbe anche ammazzato un uomo come si uccide un insetto.

La sua qualità di facchino del municipio lo metteva a contatto cogli

assessori e col Podestà, ai quali era sempre devotissimo. Professava

poi rispetto ed affezione pei _signori milanesi_, specialmente delle

vecchie famiglie, rispecchiando in ciò un sentimento che fino allora

s’era conservato nel popolo milanese. Nelle Cinque giornate fu tra i

più valorosi, e fece anche la parte di Renzo quando accompagnò Ferrer,

precedendo e scortando a capo dei suoi facchini il Podestà che si

recava al Palazzo di Governo. Non è quindi a stupirsi se, presentandosi

ora una nuova occasione per menar le mani contro gli austriaci, il

Ferri ci si mettesse corpo ed anima.

Mazzini non aveva trovato tra i suoi migliori amici di Milano e tra le

persone di qualche importanza che uno solo, il quale fosse disposto

ad assecondare il suo progetto. Questi era stato Giuseppe Piolti

de Bianchi, giovane studioso, onesto, che metteva la sua devozione

al Maestro al disopra d’ogni ragionamento. Mazzini che gli aveva

affidata la direzione del proprio partito in Milano, gli affidò anche

la direzione della rivolta che stava tramando. Ma anche a lui pose a

fianco un luogotenente, il Brizio, venuto da Londra, il quale intanto

andava formando le sue squadre e il piano di battaglia. Gli affigliati

non lo conoscevano che sotto un nome: _il romano_.

Il Piolti de Bianchi, prima di accingersi alla grave impresa e di

assumersi tanta responsabilità, volle avere un abboccamento con

Mazzini. Si recò in una villa presso Lugano nel gennaio; vide il

Mazzini, e non mancò di esporgli le gravi difficoltà dell’impresa. Ma

Mazzini gli oppose le informazioni di altri, compreso il Brizio, il

quale lo andava assicurando che tutto il popolo fremeva, che bastava

una scintilla per sviluppare un grande incendio; che il popolo si

sarebbe sollevato in massa, e che dopo due ore di combattimento le

_marsine_, come dicevano il Comitato dell’Olona e il Brizio, ossia i

_dissidenti_, sarebbero scesi in strada prendendo parte anch’essi alla

rivoluzione, di cui in tutta Italia non si aspettava che il segnale.

Il Piolti aveva esposte tutte le ragioni che sconsigliavano in quel

momento un’insurrezione; aveva fatto osservare che non si poteva

iniziare un movimento, che avrebbe necessariamente avuto un carattere

repubblicano, senza tener conto del Piemonte, il solo paese d’Italia

che avesse un esercito su cui contare, per continuare poi la guerra da

noi iniziata. Mazzini aveva risposto che bisognava seguire l’esempio

del 48. «Ciò ch’egli voleva, disse, era l’Italia _libera ed una_ e

credeva che solo la Repubblica potesse darcela, ma che rispettava le

opinioni e le speranze dei molti che mettevan fiducia nel Piemonte

costituzionale. All’annuncio che Milano è insorta, o il Re e i moderati

decidono di accorrere, e di ritentare la prova del 48 e noi dobbiamo

accoglierli a braccia aperte; o non intervengono, e il _popolo_ e

l’_esercito_ verranno senza di essi, poichè è impossibile che il

Piemonte rimanga freddo spettatore di tale avvenimento. Bisogna quindi

astenerci dal proclamare la Repubblica, od altra forma di Governo, ma

costituire un Governo Provvisorio, di tre o cinque persone che pensino

alla guerra e a chiamare alle armi tutti gli italiani»[20].

Così aveva risposto il Mazzini al Piolti, rimanendo fermo nel suo

divisamento, e fissando, per incominciare, il 6 febbraio, ultima

domenica del carnevale, mentre i soldati sarebbero sparsi per la

città. Promise ancora che ci sarebbero state delle intelligenze cogli

ungheresi, e che sarebbe venuto da Londra il generale ungherese Klapka.

Piolti chinò il capo e obbedì.

Quali erano i mezzi e le risorse, quali le forze e quali i concetti

con cui sollevare Milano, e con cui attaccare le truppe austriache, che

occupavano così fortemente Milano e le provincie Lombardo-Venete?

I mezzi finanziari consistevano in mille lire sterline mandate da

Mazzini provenienti dal prestito, e le armi erano alcune centinaia

di stiletti piantati in un rozzo manico di legno di cui Mazzini

aveva mandato il modello, fatti eseguire da un tale Fronti, un

ottonaio ch’era della congiura, nonchè alcuni tubi esplodenti dei

quali pure Mazzini aveva mandato un campione e che il Fronti stava

preparando. Quei tubi furono i primi tentativi che condussero poi alla

fabbricazione delle bombe Orsini.

Il Brizio diceva d’aver pronti cinque mila affiliati, e infatti tale

era il numero degli inscritti. E fu strano come la Polizia non se ne

avvedesse o non agisse.

Veniamo agli ungheresi. Il Cairoli, tempo prima, aveva mandato da Pavia

una lettera al Piolti per fargli conoscere un capitano ungherese, suo

amico. Il capitano aveva accolto gentilmente il Piolti, ma quando sentì

di che cosa si trattava, gli rispose francamente che insieme con truppe

regolari gli ungheresi all’occorrenza potevano forse decidersi a far

causa comune; ma in caso diverso, e cioè in una insurrezione, non era

da far calcolo su di loro. E si lasciarono con promessa dell’assoluto

silenzio, e di troncare ogni relazione come se non si fossero

conosciuti.

Invece del generale Klapka, che non venne, era giunto un tal Furagy,

già uffiziale degli Honveds, e allora emigrato a Ginevra. Era

l’uniforme di costui che il facchino Ferri, ed altri, avevano veduta.

Secondo il piano del Brizio i cinquemila congiurati, divisi in

compagnie di cinquecento o trecento uomini, dovevano dar l’assalto al

castello, al palazzo di Corte, al fortino di Porta Tosa e ad alcune

caserme, e impadronirsene contemporaneamente. Il Furagy intanto avrebbe

fatto fare il _Pronunciamento_ dei soldati ungheresi in alcune caserme,

per poi andare alla presa di altre.

Su questo piano c’era disaccordo tra il Brizio e il Piolti, a cui

pareva impresa troppo audace e difficile l’assalto immediato al

castello; ma la vinse il Brizio, dicendo che di tale impresa si sarebbe

incaricato egli stesso.

I dissidenti, e le persone serie che conoscevano i particolari della

cospirazione e la decisione di condurla ad effetto, erano grandemente

impensieriti ed allarmati. Una insurrezione, promossa con mezzi così

inadeguati e, diciamolo, in parte puerili, non poteva condurre che a

risultati funesti. La sommossa, dicevano, verrebbe subito repressa nel

sangue; essa sarebbe stata la giustificazione dello stato d’assedio

rigoroso, delle condanne e di tutte le misure eccessive, crudeli, con

le quali governava l’autorità militare; essa le avrebbe accresciute

e rincrudite. Una sommossa impotente, e di pochi, avrebbe indebolita

e sfatata quella resistenza che ritraeva la sua forza dalla sua

misteriosa unanimità. Nulla di più esiziale, dicevasi giustamente, di

quei moti convulsi, impotenti, che sono sintomi di debolezza, e che

scuotono in un paese la fibra e la fede.

Alcuni ch’erano informati di ciò che si tramava, pregarono mio fratello

Emilio e Enrico Besana, ch’era un patriota a tutta prova, di recarsi

dal Mazzini per tentare ancora una volta di dissuaderlo dalla folle

impresa. Essi acconsentirono, e partirono per Lugano, non curando

i pericoli di quella missione; non avevano passaporto, e il cordone

militare era rigorosissimo. Il giorno della loro partenza nevicava

fitto, e nevicò tutto il giorno seguente; i monti e le strade fuor

di mano erano talmente coperti di neve da divenire impraticabili,

sicchè non riuscirono a passare il confine. Non avendo potuto compiere

l’incarico, e non volendo essere assenti in un giorno di pericolo,

ritornarono a Milano, ove giunsero la vigilia del 6 febbraio.

Molto probabilmente, però, la loro missione non avrebbe avuto nessun

risultato.

Venuto il 6 febbraio, il Piolti, il Brizio e il Fronti impiegarono

le prime ore della giornata in ritrovi coi capi dei gruppi e delle

squadre, per ripeter loro gli ordini, ed assicurarsi che ciascuno

avrebbe fatto il compito proprio.

Una prima difficoltà, che fece perdere qualche ora, fu quella delle

pretese che alcuni capi squadra accamparono in nome dei loro uomini,

i quali volevano una rimunerazione maggiore di quella che veniva

loro offerta. Ciò prova come il Brizio avesse male scelto i suoi

affiliati; se li avesse cercati tra i popolani delle Cinque Giornate,

o tra i reduci di Roma e di Venezia, la sommossa del 6 febbraio

avrebbe avuto certamente un’importanza ben maggiore e una ben maggiore

serietà. L’errore era stato quello di affidare a un emigrato romano un

arrolamento tra popolani milanesi, ch’egli non conosceva.

Il Piolti li rimproverò con severe parole: «Noi non intendiamo di

pagare l’opera che state per compiere, non c’è denaro che possa

rimeritarla; vi siete dichiarati disposti ad assalire gli austriaci,

e noi siamo disposti a tentare la sorte, ecco tutto. Siccome dovrete

raccogliervi in osterie vi darò due lire per ciascuno, ma guai a chi si

ubbriacasse. Questa sera dopo il colpo sarò da voi. Se non accettate,

siete ancora in tempo a ritirarvi. Vedendomi risoluto, piegarono la

testa, ed accettarono.»

I capi avevano detto che gli affiliati erano cinquemila, e il Piolti

diede loro diecimila lire. Il Fronti intanto distribuiva gli stili,

e ritirava il rimanente del denaro, ossia dodicimila franchi, ch’eran

rimasti al Piolti.

La rivoluzione doveva incominciare alle quattro pomeridiane, e venuta

quell’ora il Piolti scese in strada con un amico, il Maiocchi,

per vedere se il movimento incominciava. Tutto era perfettamente

tranquillo.

Che cosa avveniva intanto? Il Brizio, che con quattrocento uomini

doveva assalire il castello, non mancò al suo posto, ma non trovò

che trenta persone. Aspettò un pezzo; propose a quei pochi di tentar

l’impresa, ma gli altri non accettarono, e siccome calava la sera

ognuno se ne andò pei fatti suoi.

Furagy aveva aspettato per un pezzo certi suoi ungheresi che dovevano

unirsi con lui per entrare nella caserma di S. Ambrogio; non li trovò,

li cercò per un pezzo per le vie vicino, si smarrì mentre scendeva la

notte, e si rifugiò in casa di persone amiche. Di quelli che dovevano

assalire il fortino di Porta Tosa non si seppe nulla.

Dovevano essere quattrocento anche quelli che si erano impegnati

ad assalire la Gran Guardia del palazzo di Corte, e vi si trovarono

soltanto in dieci o dodici, tra i quali il Ferri.

Il Ferri senza perdersi d’animo, visto il fascio dei fucili, con in

mezzo la bandiera, vi corre su; ne prende un certo numero, con la

bandiera insieme, e via di corsa con questi trofei. La sentinella gli

tirò una fucilata che lo ferì.

In tutti gli altri punti della città, ove dovevano trovarsi le squadre

della rivoluzione, o non comparve alcuno o ben pochi, che subito si

sciolsero. Gli sbandati aggredirono qua e là qualche sentinella, o

stilettarono qualche soldato che incontrarono per strada.

Il Piolti de Bianchi intanto correva affannosamente in cerca della

_sua_ rivoluzione, ma non la trovava; per tutto una quiete profonda.

Andò in cerca del Fronti, ma non lo trovò; e non trovò nemmeno

i dodicimila franchi che gli aveva lasciati, dopo distribuite le

diecimila lire ai popolani.

Saputosi che c’era stato qualche tafferuglio i cittadini rincasavano

frettolosi, e venivano chiuse le porte e le botteghe: subito la città

fu percorsa da numerose pattuglie. Così finiva la giornata del 6

febbraio.

Aggiungo che sulla scomparsa del Fronti e dei dodicimila franchi,

il Piolti informò Mazzini, dal quale seppe poi che il Fronti s’era

ritirato a Parigi. Fatto interrogare sulla somma della quale doveva

render conto, disse che l’aveva in deposito sua moglie, ritiratasi

a Codogno. Andarono a cercarla i fratelli Foldi, ma la Fronti li

denunziò, ed essi fecero in fretta a fuggire, e andarono in America.

Io avevo passate le ore pomeridiane del 6 febbraio nella famosa

nostra sala di scherma presso mio cugino, Lamberto Paravicini, in

via S. Pietro all’Orto, ove s’erano dato ritrovo parecchi del gruppo

dei _dissidenti_. Era stato un andirivieni continuo di amici che

venivano da vari punti della città a portare notizie, e a sentirne.

Alcuni ci rimanevano in permanenza per chiamare, se occorresse, gli

altri: tra questi ricordo Vincenzo Strambio. S’era tutti in una grande

ansietà, ma nessuno supponeva che l’attesa sommossa dovesse svanire

così miseramente. In principio della sera qualcuno venne a riferire

che nelle vicinanze dell’Ospedale Maggiore, nelle vie vicine che si

chiamano _al laghetto_, erano state fatte alcune barricate, e si erano

sentite delle fucilate. Pensammo d’andarci, per vedere noi stessi se

la notizia fosse vera, io, mio cugino Lamberto Paravicini, Costantino

Garavaglia e qualche altro. Trovammo per strada, che venivano dal

caffè dell’Europa in via dei Servi, l’ingegnere Luciano Besozzi, il

pittore Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, e mio fratello Emilio;

e ci avviammo tutti verso la piazza del Verziere: arrivati alla metà

della via Durini, ci imbattemmo in una forte pattuglia che ci intimò

di retrocedere e di dividerci. Ci salutammo, e ciascuno se ne andò a

cercar notizie per conto proprio.

Trovammo anche Carlo De Cristoforis, che poco prima aveva voluto

recarsi anche lui nelle vie dette _al laghetto_, ma una pattuglia

lo aveva arrestato; egli però aveva saputo così bene fingere, che lo

lasciarono andare. Questa sua presenza di spirito lo salvò. Se fosse

stato condotto quella sera in Castello, come gli altri arrestati, o

in un ufficio della Polizia, due giorni dopo sarebbe stato impiccato;

tanto più ch’era armato.

Nelle vicinanze dell’Ospedale, _al laghetto_, c’era stato infatti un

tentativo per parte di alcuni popolani, forse predisposti dal Ferri,

per asserragliarvisi, e continuare la sommossa: c’eran stati anche

dei colpi di fucile; ma i pochi insorti furono subito dispersi da una

compagnia di soldati.

Il Ferri, come mi raccontò egli stesso molti anni dopo, s’era tenuto

nascosto per parecchi giorni, girando di tetto in tetto sulle case del

Verziere, soffrendo atrocemente per la ferita e per la fame. In seguito

venne arrestato, e condannato a dodici anni di carcere duro in una

fortezza; fu poi amnistiato cogli altri condannati politici, nel 1857.

Morì una ventina d’anni dopo; sempre capo dei facchini municipali,

e ardente patriotta. Quando si parlava delle passate vicende soleva

dire: «Le Cinque Giornate sono andate bene, perchè c’era quella bella

concordia della gente del popolo coi signori; ma si andò male quando

delle nostre cose se ne immischiarono altri, e non i milanesi veri di

Milano».

Ricordi di gioventù · 第 42 / 105 题