1852.
_Sommario:_ Arresto del sacerdote Tazzoli. — Carnevale squallido
— Il teatro della Scala e il teatro Carcano. — I giovani e il
patriottismo allegro. — Antonio Lazzati e Carlo De Cristoforis. —
Il ritratto del conte Nava all’esposizione di Brera. — Numerosi
arresti tra i membri dei Comitati. — Gli arrestati sottoposti
a processo nelle prigioni di Mantova. — Le delazioni di Luigi
Castellazzo. — Arresto di Antonio Lazzati e di altri che vengono
condotti a Mantova. — Episodio del Pasotti e di Cervieri. — Arresto
di Giovanni Pezzotti e suo suicidio in una prigione del Castello di
Milano. — Il colpo di Stato in Francia. — Timori e speranze. — Le
prime condanne a morte nei processi di Mantova.
Il 1852 principiava con gravi preoccupazioni, e con nuovi motivi
d’allarme nel campo patriottico. Erano stati fatti alcuni arresti
politici nelle provincie venete, e il 27 di gennaio veniva arrestato
in Mantova il sacerdote Enrico Tazzoli professore nel Seminario,
presidente, come s’è visto, del Comitato Centrale.
Il Tazzoli era uomo di mente colta, elevata, di carattere generoso,
fortissimo. La sua rispettabilità come cittadino e come sacerdote, lo
rendeva molto autorevole in Mantova, e presso quanti lo conoscevano di
persona, o per fama. La notizia ch’egli era stato arrestato ebbe un’eco
diffusa di dolore e di inquietudine nelle provincie di Lombardia e del
Veneto; i Comitati ne furono atterriti.
Ciò veniva a render più sospettosa e più triste la vita in quei giorni;
la vita su cui pesava lo stato d’assedio, e che si trascinava senza
speranze e nella monotonia del dolore. La stessa vita economica del
paese non riprendeva che stentatamente; ogni iniziativa, ogni atto
che fosse indizio di attività o di volontà era guardato con sospetto
da chi governava; e a buon conto veniva sorvegliato severamente, o
represso. Gli affari non camminavano, e l’economia pubblica ne soffriva
grandemente. Tutto languiva, tutto immiseriva.
Due o tre teatri aperti rappresentavano tutta l’allegria del carnevale;
e tra questi la _Scala_, sempre sfollata di pubblico e affollata di
ufficiali della guarnigione. I generali e lo Stato maggiore occupavano
i palchi delle principali famiglie milanesi ch’eran tutt’ora in
esiglio; e agli ufficiali erano riservate le prime file della platea.
Il teatro Carcano, fuor di mano, non era di solito frequentato
dagli ufficiali; era quindi diventata una dimostrazione patriottica
l’andarci. Vi avevamo preso io e parecchi miei amici studenti allegri,
due palchi, e ci si andava facendo il maggior chiasso possibile.
Si voleva che ogni spettacolo vi avesse un successo clamoroso, da
contrapporsi alle serate ufficiali e fredde del teatro della Scala.
Al Carcano si davano delle opere con un’orchestra scarsa e stonata
e con cantanti senza fiato; ma chi ci badava? Anzi noi, nei nostri
due palchi, peggio era lo spettacolo e più si applaudiva. Avevamo
preso sotto la nostra speciale protezione i due cantanti peggiori, un
tenorello sottile e senza voce, e una prima donna, Lucrezia Borgia,
bassa e grassona che strideva come un ingranaggio cui manchi l’olio. Di
ogni pezzo chiedevamo la replica, e appena i nostri protetti aprivano
la bocca si chiedeva il _bis_.
Il pubblico capiva e rideva. Il Commissario di Polizia ci capitava in
palco di tanto in tanto per frenare i nostri eccessivi entusiasmi, e
noi cercavamo di persuaderlo che lo spettacolo era una meraviglia.
L’impresario volle fare la nostra conoscenza, e alla fine della
stagione ci invitò coi cantanti a una bicchierata dietro le scene,
ove sedemmo alla tavola, ancora apparecchiata, di Lucrezia Borgia; e
brindammo con dei vini che parevano proprio quelli della medesima.
«Divertiamoci», dicevamo sempre tra noi, «ma facciamo il nostro
dovere, e avanti allegramente e senza paura!» Questo nostro contegno
di patrioti allegri non incontrava sempre l’approvazione di certi
cospiratori cupi e severi; ma era un’attitudine più consona alla nostra
età e più attraente; serviva meglio ad acquistare tra i giovani nuove
_reclute_ al patriotismo militante. E la nota gaia non era data solo da
noi giovani, ma anche da molti maggiori d’età; e tra questi ricorderò
Antonio Lazzati e Carlo De Cristoforis, che nelle stesse vicende
tragiche, che dovevano presto attraversare, conservarono sempre la
fronte serena, il riso sulle labbra e una inesauribile festività.
Carlo De Cristoforis, amante di tutto ciò ch’era generoso e
avventuroso, soleva dire che la volontà risoluta d’un uomo sa compiere
di grandi cose; e dal canto suo ne ha compiute parecchie, giocando
la testa più volte, ma sempre tenendo allegre le brigate, e facendo
smascellar dalle risa.
All’oppressione e ai rigori del Governo i cittadini opponevano non solo
la resistenza, ma anche lo scherno e la burla, armi degli oppressi;
e ciò riusciva tanto più facile e naturale al carattere faceto della
popolazione milanese. Eran quindi continui gli scherzi, le canzonature,
le satire, o qualche bel tiro, coi quali la popolazione associava
spesso il riso alle lacrime.
Tra i fatterelli che divertivano di tanto in tanto la città ne
ricorderò uno che in quell’anno, oltre al far ridere, fece anche
stupire per l’audacia colla quale venne compiuto.
Il conte Ambrogio Nava, presidente dell’Accademia di belle arti, e
devoto al Governo austriaco, aveva avuto l’infelice pensiero di mandare
all’esposizione d’arte, che tenevasi annualmente nel palazzo di Brera,
un suo ritratto fattogli dal pittore Hayez, in costume di ciambellano
e con decorazioni austriache. Questo ritratto, che dava grandemente sui
nervi e offendeva il sentimento patriottico, era continuamente guardato
a vista da due guardie di Polizia. Eppure un bel giorno si vide
tagliato da capo a fondo con una temperinata, e venne subito ritirato.
Non è a dire l’importanza che diedero a questo fatto tutte le
autorità governative, dal brigadiere delle guardie di Polizia fino al
maresciallo Radetzki. Era, dicevano, un insulto a un’uniforme della
casa dell’Imperatore; era, pigliando le cose in grande, un delitto di
Stato; era una prova di più che esisteva un Comitato misterioso che
tramava continuamente la rivoluzione e la rovina dell’Impero.
La cittadinanza per parecchi giorni non parlò d’altro, se ne divertì,
ne fece delle grandi risate; e il fatterello fu per tutti un non
piccolo divertimento in mezzo alla comune tristezza.
Ma come mai s’era potuto tagliare quella tela lunga più d’un metro,
vigilata così assiduamente dalla Polizia? Tutti, autorità e cittadini,
si facevano questa domanda, e il fatto rimase un mistero per tutti, per
un pezzo.
Molti anni dopo venni a sapere che quell’operazione al quadro era stata
fatta da Carlo De Cristoforis, il quale una domenica, in un momento di
molto concorso, sottraendosi tra la folla agli sguardi dei poliziotti
che giravano per le sale, era riuscito a nascondersi dietro le tele che
coprivano il lato d’una parete, e quatto quatto c’era rimasto finchè le
sale furon chiuse. Durante la notte uscì dal suo nascondiglio, e tagliò
comodamente il ritratto del conte Nava; poi, quando il giorno dopo
ricominciò il concorso dei visitatori, cogliendo un momento opportuno
si frammischiò ad essi inosservato, e se ne andò pei fatti suoi.
Ma le nostre risate erano sempre di breve durata. I timori e le
ansietà destati al principiar dell’anno coll’arresto del sacerdote
Tazzoli, dopo alcuni mesi di un misterioso silenzio, dovevano scoppiar
nuovamente ne’ primi giorni d’estate, e prendere un indirizzo funesto.
I mandati d’arresto superarono il centinaio in poche settimane; molti
dei colpiti riuscirono a fuggire, ma i più furono condotti nelle
prigioni di Mantova: la maggior parte appartenevano ai Comitati. Era
evidente che questi erano stati scoperti.
Come mai? I sospetti e l’agitazione andavan crescendo ogni giorno; nei
ritrovi, tra gli amici, era un chiedersi e uno scambiarsi continuo,
e ansiosamente, di informazioni e di confidenze. Chi sentivasi poco
sicuro viveva appartato o nascosto; mio fratello Emilio, più volte, nel
rincasare la sera, vedendo delle facce sospette nella strada dove noi
abitavamo, aveva tirato dritto ed era andato da qualche amico, come si
faceva spesso in quei tempi, a chiedergli ospitalità per quella notte.
Correvano voci gravi: si diceva che nelle carceri di Mantova venivano
usate delle sevizie ai prigionieri politici per farli confessare; si
parlava di qualche atto di debolezza da parte di alcuni, e si parlava
anche di delazioni.
Una voce dolorosa e sinistra, tra l’altre, venuta non sapevasi come,
dalle prigioni stesse, ripeteva e assicurava che Luigi Castellazzo,
segretario del Comitato centrale, aveva rivelato ogni cosa, aveva
palesato tutti i nomi all’_Auditore_ militare, il capitano Carlo
Krauss, che dirigeva il processo di Mantova.
Il Castellazzo era stato arrestato a Pavia, e si diceva che nella
perquisizione fattagli gli avessero trovato, nascosto in un cannello di
penna, un foglietto su cui c’erano alcuni segni e alcune cifre ch’eran
la chiave per decifrare i nomi di quanti appartenevano ai Comitati,
e i loro carteggi. Questi carteggi, e questi scritti in cifra, erano
stati trovati anche presso il presidente del Comitato, ma l’_Auditore_
inquirente non era riuscito nè a decifrarli, nè ad averne la
spiegazione dal Tazzoli. Ora dicevasi che il Castellazzo avesse svelato
al Krauss che i segni e le parole del foglietto eran la chiave dei
carteggi e dei nomi, e che gli avesse indicato il modo di servirsene.
Questa fu la base delle condanne.
Queste voci pur troppo erano veritiere; ma nessuno sulle prime voleva
crederle. Le voci però si fecero insistenti, e gli arresti immediati e
numerosi vennero a convalidarle.
Gli amici del Castellazzo inorridivano al pensiero che le mura della
prigione avessero potuto sconvolgere la mente e spezzare il carattere
di un uomo che essi credevano forte e sicuro; e si parlò di tormenti
e di battiture con le quali erano state estorte le confessioni al loro
amico. Pur troppo le confessioni erano vere, ma le voci autorevoli dei
compagni di prigione negavano che fossero vere le battiture.
La tortura del bastone, per ottenere delle confessioni, fu minacciata
allora a parecchi prigionieri politici, ma non fu applicata in quei
processi che a due soli, a quanto si seppe con certezza: così mi
dissero Finzi, Lazzati, Pastro, e i molti che ho interrogati, e che
furono nelle carceri di Mantova e nei processi del 1852 e 1853. La
tortura, invece, applicata a parecchi fu quella delle pesanti catene,
della fame fino allo sfinimento, fino per cento giorni di seguito, e
della prigione freddissima, umida, fangosa, durante tutto l’inverno.
L’infelice che venne sottoposto alle bastonature fu un certo Antonio
Pasetti di Verona nel processo di Venezia 1851. Il suo inquisitore
aveva cercato invano di strappargli una qualche confessione, e per
spezzare quella fermezza lo condannò a quaranta bastonate. Dopo dieci
colpi il medico che assisteva al supplizio dichiarò che, continuando,
c’era pericolo che il paziente morisse sotto i colpi. Il Pasetti era
etico. Portato in prigione disse ai compagni che durante i colpi aveva
tenuto stretto in bocca un lembo della copertura su cui giaceva per
assicurarsi che il dolore non gli strappasse, non solo una parola,
ma neppure un grido. Il suo eroico silenzio gli salvò la vita: per
la mancata confessione non potè essere impiccato, nè condannato; ma
rilasciato dalla prigione fu arrolato forzatamente in una compagnia di
disciplina e mandato in Ungheria. Dopo poco tempo morì di sfinimento a
Temesvar.
Povero eroe oscuro! Il suo nome, appena ricordato, mi fu ripetuto dal
dottor Luigi Pastro, altro eroe del silenzio in quei processi, da cui
ho saputo questo episodio.
Le bastonature furono date più tardi anche a un tal Cervieri, che fu
uno degli arrestati dopo il 6 febbraio, in un processo che si svolse
pure a Mantova, diretto dal Krauss, dopo chiuso il processo del 1852.
Il Cervieri fu bastonato, ma rimase silenzioso e non denunciò nessuno.
Morì parecchi anni dopo in America.
A proposito delle voci che correvano sul Castellazzo in quei giorni, un
amico di lui, Giovanni Pezzotti, che apparteneva al Comitato di Milano,
ebbe a dire che, se fosse stato arrestato, si sarebbe subito ucciso in
carcere per timore di tradire qualche amico in un momento di debolezza.
Pochi giorni dopo, il 25 di giugno, venivano fatti in Milano parecchi
arresti politici, e ci furono tra gli arrestati il Pezzotti appunto e
Antonio Lazzati. Rinchiusi da prima nelle prigioni del Castello, furono
poi tutti condotti a Mantova, fuori che il povero Pezzotti che, il
giorno dopo del suo arresto, fu trovato appeso alla inferriata della
sua cella. Il fantasima del Castellazzo lo aveva tratto al suicidio.
Antonio Lazzati era uno dei miei più cari amici. Lo vedevo quasi ogni
sera in casa della contessa Maffei, ove egli metteva sempre nella
conversazione una gaiezza, che pareva in contrasto col suo aspetto
severo. Era un felice narratore di storielle piacevoli; si divertiva
volontieri, e amava far cogli amici le più serene risate, mentre nelle
manifestazioni patriottiche era sempre sulla breccia e nei posti più
pericolosi. I cospiratori puritani, dal cappello a larghe tese sugli
occhi, criticavano il suo umor gaio che a lor pareva leggerezza; ma
presto egli doveva dimostrare anche ad essi, coi fatti, la serietà e la
saldezza del suo carattere.
Rammento ancora la sera in cui, nel salotto della contessa Maffei,
a proposito delle voci che correvano sulle delazioni avvenute nelle
carceri di Mantova, gli amici più intimi si facevano intorno a Lazzati
e a mio fratello Emilio esortandoli a lasciar Milano. Emilio si
riteneva sicuro che il suo nome non figurasse sulle liste del Tazzoli
svelate, dicevasi, dal Castellazzo: Lazzati dubitava ancora sulla
veracità delle voci che correvano, e temeva, fuggendo, di svegliare i
sospetti della Polizia, e di comprometter maggiormente alcuni amici.
Quell’esitazione gli fu fatale; due giorni dopo veniva arrestato.
Quell’arresto ebbe un’eco di vivo dolore, e di non poca inquietudine,
nel salotto di casa Maffei. Gli arresti politici, nelle province,
di persone che vi erano conosciute, e che erano in rapporti col
_Crepuscolo_, avevano portato un senso di tristezza nel salotto; e
ora l’arresto del Lazzati vi aveva per di più fatto nascere il gran
sospetto che l’inquisizione del processo di Mantova avesse principiato
ad estendersi dalle provincie a Milano.
Era giunta intanto la stagione del caldo e delle bagnature, che
allontanano di solito dalla città i milanesi; che fanno chiudere i
salotti, e facevano finire i ritrovi, fin dopo le vacanze e fino al
principio dell’anno. Queste sospensioni della vita cittadina avevano
allora anche il vantaggio di sottrarre parecchi, per parecchi mesi,
agli occhi vigili della Polizia.
Ma finite le vacanze, e principiato l’inverno, una grande notizia venne
presto a mutar l’indirizzo dei discorsi, delle speranze e dei timori,
nel campo nemico e nel campo nostro: la notizia del colpo di stato
avvenuto in Francia.
Le discussioni e i dispareri erano infiniti e irreconciliabili: chi
fremeva, chi giubilava, chi ne era disperato. I repubblicani puri, che
avevano poste tutte le loro speranze nel prestito di Mazzini, nella
rivoluzione, nella Francia repubblicana, e nel Comitato internazionale
di Londra, ossia in Mazzini, in Ledru-Rollin e in Kossuth, erano
naturalmente tra i frementi, e credevano che il nuovo tiranno sarebbe
stato cacciato quanto prima. Anche il suffragio universale, che poco
dopo acclamò Luigi Napoleone alla quasi unanimità, non li smosse dal
loro giudizio: era una passeggiera infedeltà commessa dal suffragio
universale, ma questo infedele, dicevasi, si sarebbe presto ricreduto.
Vivevano ancora a quel tempo molti avanzi delle armate e delle
amministrazioni napoleoniche, nei quali era sempre vivo il gran fascino
del primo impero; questi erano tutti in festa, poichè vedevano già il
nuovo Napoleone valicare le Alpi e cacciare gli austriaci.
Le persone più calme e temperate, pur convinte che per parecchi anni la
politica del nuovo Governo della Francia sarebbe stata tutta rivolta
alle questioni interne, erano persuase che un Governo napoleonico
avrebbe pur dovuto nell’avvenire esercitare un’influenza sui destini
dell’Europa, fors’anche colla guerra. Speravano poi nella simpatia
personale per l’Italia, del nuovo padrone della Francia. La repubblica
erasi dimostrata verso di noi impotente ed ostile; ora il nuovo
mutamento di Governo apriva un orizzonte sul quale pur brillava una
qualche speranza.
Mentre non solo nei nostri paesi, ma in ogni punto d’Europa, s’andava
almanaccando sulle conseguenze che avrebbero potuto avere gli
avvenimenti che si svolgevano in Francia, l’Austria, impassibile,
senza punto guardare all’avvenire, continuava ad applicare nel
Lombardo-Veneto i suoi metodi pedanteschi, duri, ed ora anche feroci,
di Governo.
Il giorno 7 dicembre venivano pubblicate le prime sentenze del
processo di Mantova. Tazzoli, Poma, De Canal, Zambelli, Scarsellini
venivano condannati a morte ed impiccati; altri cinque, tra i quali
Angelo Mangili notissimo a Milano, erano condannati a parecchi anni di
fortezza con ferri.
Queste vittime illustri dovevano essere presto seguite da altre, il cui
nome e i cui processi resteranno documento imperituro dell’iniquità e
della stoltezza con le quali il Governo militare austriaco dominò le
provincie italiane dopo il 1848.