1851.
_Sommario:_ Chiusura delle Università, e l’insegnamento privato.
— Il duello di Luigi Della Porta. — I Comitati minori di
cospirazione. — G. B. Carta, alcuni suoi colleghi. — Il fatto del
dottor Vandoni. — L’uccisione del Corbellini. — Il tappezziere
Antonio Sciesa. — Condanne e fucilazioni, tra le quali quella del
sacerdote Giovanni Grioli di Mantova. — Una riunione a Mantova dei
rappresentanti dei Comitati. — Un viaggetto in Svizzera a piedi,
finito in landau. — Il viaggio dell’Imperatore d’Austria a Milano
per le manovre di Somma. — Esecuzione del Dottesio. — La morte del
Berchet.
Continuava la chiusura delle Università, e continuavano gli studenti
a non studiare. L’insegnamento era dato da professori privati, che ne
chiedevano l’autorizzazione, ma non potevano riunire che dieci studenti
contemporaneamente. Di questi gruppi ce n’eran quindi parecchi, e
quello a cui io appartenevo aveva per professori l’avvocato Barinetti,
che fu poi professore a Pavia, per la storia e per le istituzioni
del diritto romano; Antonio Allievi per la filosofia del diritto, per
l’economia politica e pel diritto commerciale; e l’avvocato Antonio
Mosca pei codici e la procedura civile e penale. Gli esami eran dati,
alla fine dell’anno scolastico, da professori dell’Università.
Ci radunavamo in casa dei nostri professori, e di solito le
lezioni incominciavano, e finivano, con una discussione politica, o
ricambiandoci le notizie sui fatti della giornata. Poveri studî! Ma
ciò era naturale; i fatti e gli episodi dolorosi e talora terribili
dello stato d’assedio, e l’eccitazione dei nostri animi, ci distraevano
troppo dagli studi sereni e tranquilli. Le discussioni politiche
seguivano di solito la falsariga delle idee e dei precetti di Mazzini;
i suoi assiomi ci sembravano verità; il suo patriottismo mistico,
intransigente ci esaltava; le sue formole _Dio e il popolo, pensiero
ed azione_, ci dispensavano dal pensare e ci spronavano ad agire.
E perchè? Non lo sapevamo, ma gli animi nostri c’erano vagamente
disposti. Eran pochi quelli che richiamassero le discussioni alla
realtà delle cose, con una parola pacata e assennata; ed io non ero tra
questi.
Le disposizioni battagliere della studentesca dovevano presto avere
una vittima. Luigi Della Porta, di distinta famiglia milanese, e che
aveva fatte le campagne del 48 e 49 in Lombardia e a Roma, recatosi a
Pavia per ragioni de’ suoi studi, ebbe una sera nell’uscir di teatro
un vivace alterco con un ufficiale austriaco di cavalleria, e lo sfidò.
Il giorno dopo ci fu il duello. Il Della Porta era un giovane animoso,
ma gracile, e che ben poco sapeva di scherma. Non so se per alterezza
sua, volle battersi alla sciabola con un avversario ch’era un forte
tiratore. Dopo pochi colpi egli ne ricevette uno mortale al petto, e
spirò nella stessa caserma dove era avvenuto il duello.
L’impressione pel fatto doloroso in Milano fu grande; moltissimi
si recarono a Pavia pei funerali, e sulla tomba della vittima mio
fratello Emilio si faceva interprete della commozione generale, con un
coraggioso discorso pronunciato in mezzo a uno stuolo di studenti e di
poliziotti.
Durante l’inverno e la primavera di quell’anno si cominciò a vedere
qualche primo effetto dei denari raccolti col prestito di Mazzini,
che arenatosi presto era ben lontano dal raggiungere i dieci milioni.
L’effetto fu la fondazione di alcuni piccoli Comitati d’azione, che
sorgevano ed agivano qua e là all’infuori di quei Comitati principali
che facevan capo a quello di Mantova. Ciò del resto era negli usi di
Mazzini. Nelle sue cospirazioni faceva sorvegliare i capi dai gregari,
e i Comitati principali dai Comitati secondari: tutti poi erano
sorvegliati da quelli che seguivano lui più ciecamente.
Di questi Comitati minori se n’era formato uno in Milano, sotto la
direzione di G. B. Carta, un vecchietto, ch’era stato soldato credo di
Napoleone, e che non fece altro durante la vita che cospirare. Egli
fu parecchie volte in prigione; ci ritornò nel 1852 e ci stette fino
al 1857. Era di carattere mite e gentile, eppure quando si trattava di
cospirare non si fermava dinanzi a nessun eccesso.
Tra gli addetti, o genti, di questo Comitato c’erano un tale Azzi
di professione tintore, rivoluzionario convinto, esaltato, capace di
tutto; un Corbellini, ch’era un birbante, e un capo-facchini Francesco
Ferri, uomo audace, violento, ma onestissimo; c’era pure il tappezziere
Antonio Sciesa.
Con questo Comitato erano in relazioni, più o meno dirette, anche altri
del partito d’azione di una condizione più alta, quali erano De Luigi,
Carlo De Cristoforis, Guttierez e Maiocchi futuri deputati, e credo
anche il Gerli, futuro Sotto-Prefetto.
Il Comitato cominciò dal diffondere dei proclami e dei foglietti
rivoluzionari; tentò di preparare, ma con poco esito, qualche
dimostrazione, e finì col compiere un fatto di sangue.
Era avvenuto in quei giorni un caso che aveva indignata l’opinione
pubblica. Il dottor Vandoni, medico provinciale, aveva denunziato
alla Polizia un medico, suo dipendente d’uffizio, il dottor Ciceri,
dicendolo possessore di cartelle del prestito di Mazzini. Era un tiro
che bastava per mandarlo sulla forca. Il dottor Ciceri fu arrestato e
processato; ma per fortuna quelle cartelle, che realmente aveva avute,
e che erano state vedute dal capo medico, sfuggirono alle ricerche
della Polizia, e così egli potè schivare la condanna a morte.
Ma il Comitato, imitando alla sua volta i Consigli di guerra, si riunì
e condannò a morte il dottor Vandoni. L’Azzi diresse i preparativi
dell’esecuzione, che fu freddamente compiuta da un tal Claudio Colombo,
operaio scultore (puntatore).
Il Colombo si fece incontro al dottor Vandoni, che rincasava in via
Durini alle ore quattro e mezzo dopo il mezzogiorno, e gli diede una
stilettata al cuore, senza che nessuno se ne accorgesse; poi prese
tranquillo le vie San Stefano e Cerva, quindi il vicolo che conduce
al Naviglio di San Damiano dove si trovavano alcuni suoi compagni,
tra i quali il Corbellini, che fu poi assassinato alla sua volta, per
proteggere eventualmente la fuga di lui.
Pochi minuti dopo io passavo vicino al luogo ove era stato commesso
l’assassinio; il morto era stato trasportato nella sua abitazione che
distava pochi passi. Intanto i passanti si fermavano in capannelli,
chiedendosi l’un l’altro le notizie del fatto; e da ogni parte era un
accorrere di guardie di Polizia e di gendarmi.
La grave notizia si diffuse in un baleno per tutta la città; e il
terribile fatto, bisogna confessarlo, fu generalmente accolto con una
incredibile esplosione di gioia. Tanto i sentimenti onesti si abbuiano
quando i tempi sono tristi e violenti.
Parecchi mesi dopo si seppe che l’assassino era riuscito, senza troppe
difficoltà, a rifugiarsi a Londra.
Questo assassinio n’ebbe per conseguenza un altro, che avvenne alcuni
mesi dopo. Tra quelli che avevano protetta la fuga dell’assassino del
Vandoni c’era il Corbellini, il quale andava continuamente domandando
denari al Comitato, minacciando di denunciare tutti se non gliene
davano. Gliene diedero più volte, ma alla fine, quando non ce ne
furon più, i suoi amici trovarono più economico l’ammazzarlo. E così
una notte il Corbellini fu trovato mortalmente ferito sul lastrico
della via Chiaravallino. Egli spirò senza poter dire il nome dei suoi
uccisori.
Su questi sciagurati avvenimenti l’Azzi stesso lasciò scritto questi ed
altri particolari (VITTORE OTTOLINI. _La Rivoluzione Lombarda_).
Doloroso, e non privo d’una certa grandezza, fu il fatto del povero
Sciesa tappezziere, patriotta caldissimo, e che fu vittima delle
imprudenze del Comitato. Sorpreso mentre affiggeva, nella notte del
31 luglio, un manifesto rivoluzionario, rettorico e senza scopo, per
incarico del Comitato, fu arrestato e fucilato due giorni dopo.
Furon molte le promesse e le pressioni fatte a lui, ch’era padre
di famiglia, affinchè rivelasse i nomi di coloro che componevano il
Comitato. Tutto fu inutile; e rimase celebre quel suo _tirem innanz_
che secondo alcuni avrebbe detto lungo la strada che conduceva al luogo
della fucilazione, mentre un ufficiale gli andava promettendo la grazia
se facesse delle rivelazioni.
Mi ricordo d’avere allora interrogato su questo fatto il sacerdote
Giuseppe Negri, addetto alle carceri, che accompagnò lo Sciesa alla
fucilazione. Le parole _tirem innanz_, secondo il Negri, non le avrebbe
dette lungo la strada all’ufficiale che comandava i soldati, ma bensì
poco prima che il triste corteo si avviasse al luogo del supplizio;
forse al professo, che lo esortava a confessare. Ciò è anche più
conforme alle formalità che si usavano allora in occasione di queste
condanne militari.
Gian Battista Carta, capo di quel Comitato che aveva dato allo Sciesa
i proclami da diffondere e da affiggere, in una sua lettera a Vittore
Ottolini, autore della storia della Rivoluzione Lombarda, scrisse:
_Io vidi lo Sciesa camminare imperterrito a morte, e collo sguardo mi
assicurava del suo silenzio_.
Il povero Sciesa, nel suo eroismo semplice e sereno, è certamente degno
d’essere ricordato con ammirazione: la sua mente, la sua educazione,
non erano in grado di giudicare se l’opera di cui era richiesto fosse
all’altezza del sacrifizio a cui si esponeva: diede alla patria tutto
sè stesso, come un soldato che obbedisce e non discute.
Degli arresti politici, per fatti veri e supposti, ne avvenivano, in
Milano e nelle provincie, quasi giornalmente, di solito seguiti da
condanne, e talora anche da condanne di morte. Tra queste ricorderò
una delle più raccapriccianti. Il sacerdote Giovanni Griola, di
Mantova, avendo dato due lire a un soldato che gliene aveva chieste,
fu accusato d’averlo voluto indurre a disertare; e senz’altra prova,
fuorchè l’accusa d’un altro soldato, veniva fucilato il 5 novembre di
quell’anno[19].
I Comitati principali che, come vedemmo, erano sorti sotto la direzione
del Comitato centrale di Mantova, non avevano che poca relazione con
quegli altri Comitati minori che qua e là sorgevano e che agivano per
loro conto. Questi avevano supposto di poter essere chiamati in breve
a qualche azione importante; ed ora, vedendo ogni giorno più diminuire
le loro speranze, cominciavano a chiedersi tra loro se si dovessero
attendere, o promuovere, gli avvenimenti.
Il Comitato centrale, che veniva su ciò continuamente interpellato,
pensò di chiamare a Mantova i rappresentanti dei diversi Comitati
provinciali per discutere, deliberare, e procurare un accordo circa la
condotta da seguire.
Il Comitato di Milano, di cui era capo il dottor De Luigi, e che
non è da confondersi con quello presieduto da G. B. Carta, chiamò a
raccolta alcuni tra i principali del partito d’azione milanese per
averne consiglio. Mio fratello Emilio, ch’era intervenuto a quella
riunione, mi disse ch’era prevalso l’avviso di stare sull’aspettativa,
e d’astenersi intanto da tentativi vani i cui risultati non potevano
essere che inutili sciagure. Mi confidò pure ch’era stato scelto
Antonio Lazzati per recarsi a Mantova a riferire e a sostenere questa
opinione del Comitato milanese.
Eravamo nel mese di dicembre. Il Lazzati si recò a Mantova, e contribuì
a far prevalere, nella riunione dei delegati, il consiglio di cui
era interprete. Quella riunione, per quanto il risultato non fosse
rivoluzionario, doveva costare, come vedremo poi, la libertà o la vita
a parecchi degli intervenuti.
L’attitudine nell’aspettativa non era nelle idee di Mazzini, e i suoi
più devoti non ne facevano mistero. «Mazzini non approva,» dicevano
essi all’orecchio; «egli vuole che si agisca,» e mostravano qualcuno di
quei suoi foglietti in carta velina e a caratteri minutissimi, con cui
Mazzini comunicava ai suoi più intimi i suoi ordini e i suoi pensieri.
_Pippo_, come abbiam detto altrove, era il nomignolo di Giuseppe
Mazzini. Lo chiamavan sempre così, e col fare un po’ misterioso, e di
compiacimento, quelli che volevano mostrarsi in confidenza con lui e
darsi dell’importanza. Quando dicevano _Pippo vuole, o non vuole_, non
c’era modo di smuoverli.
Gli avvenimenti dovevano più tardi smuoverne parecchi, anzi i più tra i
migliori. Ma anche Mazzini ebbe i suoi _legittimisti_ che, pur traverso
i grandi avvenimenti del 59, non dimenticarono e non impararono nulla.
In Valtellina, ove mi recavo ogni anno con mia madre e coi miei
fratelli l’autunno, non c’erano Comitati, ma c’eran molti patrioti
che si trovavano insieme di frequente, che si tenevano in relazione
con amici d’altre provincie, che facevan venire dalla vicina Svizzera
giornali e lettere, e che ricevevano anch’essi di tanto in tanto i
foglietti di Mazzini. Il contrabbando dei giornali, dei libri, e delle
lettere, era il gran daffare, nell’alta Valtellina, dei patrioti, i
quali poi facevan capo a mio fratello Emilio.
Nei paesi piccoli ogni cosa dà nell’occhio, e si era quindi molto
sorvegliati dal Commissario di Polizia e dai gendarmi. Mia madre era
sempre in pena; ci predicava la prudenza, e ci lasciava volentieri
far delle gite e delle passeggiate pei monti per interrompere la
sorveglianza in paese e nel caffè. In quell’anno poi diede a Emilio e a
me un gruzzoletto per una gitarella in Svizzera.
Pensammo di recarci a Lucerna, attraversando il Bernina e l’Engadina.
A quel tempo, e alla nostra età, due studenti non potevano fare un
viaggietto in Svizzera se non a piedi, e collo zaino in spalla: era
di prammatica. Collo zaino in spalla si fece dunque la prima tappa
da Tirano a Poschiavo; e quei primi quindici chilometri ci persuasero
che si poteva benissimo spedire gli zaini a Coira per la posta, salvo
riprendere il programma nella sua interezza da Coira in avanti. Il
giorno dopo, a piedi s’intende, giungemmo a Samaden.
Nè a Samaden, nè a S. Maurizio, nè in nessun punto dell’Engadina,
c’erano allora quei grandi alberghi che vi si vedono oggi: c’eran delle
piccole locande, e anche solo delle osteriuccie, per dare alloggio o
da mangiare ai pochi passeggieri o ai carrettieri che capitassero.
Ci fermammo in un piccolo albergo chiamato la _Posta_, che fu
l’antecessore del _gran hôtel_ detto ora il _Bernina_.
A terreno c’erano due stanze, impregnate di odore e di fumo di
pipa, una delle quali serviva di bettola, e l’altra era riservata
ai forestieri di maggior riguardo; accanto c’era la cucina; al
piano superiore alcune camere, due o tre delle quali servivano pei
passeggieri che vi passavano la notte. In ognuna di queste camere,
assai piccole, c’era un lettone grande, a tre posti, come il _coupé_
d’una diligenza, pel caso che i forestieri da alloggiare fossero stati
parecchi.
L’albergatore, nel condurci in una di queste camere, ch’era la
sola disponibile, ci avvisò che uno dei posti del letto era stato
accapparrato per quella notte da un tenente della landvher, che però,
non essendo ancora arrivato, forse il letto poteva rimanere tutto per
noi due.
Poco rassicurati, ma molto stanchi, ci buttammo senza svestirci sul
lettone dei tre posti. Quando a un tratto il batter d’una sciabola
sugli scalini di legno ci avvisò che arrivava il tenente; il quale
infatti entrò nella camera, non si curò di noi, sicuro del suo posto,
accese la pipa e principiò a svestirsi.
In silenzio noi pure, lasciammo i due posti del lettone al tenente,
scendemmo nella sala dove avevamo cenato, e sdraiatoci sulla tavola
cercammo quel sonno che la durezza del giaciglio contendeva alla nostra
stanchezza.
Ricordo questo episodio che mi rammenta la Engadina di cinquant’anni
fa, quand’essa viveva ancora nella sua verginità primitiva, e non
aveva subìta quella trasformazione che ne fa oggi uno dei più eleganti
ritrovi cosmopoliti.
La continuazione del nostro viaggetto poetico e pedestre era rimandata
al giorno dopo. Peccato! guai se si abbandona un proposito; non si
riprende più. Le strade ferrate nella Svizzera allora erano pochissime;
ma c’eran tante diligenze!
Si andò a Coira, ma non a piedi; poi a Lucerna, al Righi, a Zurigo,
al Gottardo, a Lugano, e a Capolago per lo più in diligenza. A
Capolago si diede una capatina nella libreria del De Boni, ma non ci
incaricammo di introdurre libri da Chiasso, come aveva fatto il povero
Dottesio, arrestato in quell’anno; quindi si ripartì per Como e per la
Valtellina; Emilio si fermò sul lago.
Giunto a Sondrio, mi accorsi che avevo fatto male i miei conti, e
non mi rimanevano che pochi soldi in tasca. Avrei potuto rivolgermi a
qualcuno, e trovar credenza; ma per un certo pudore giovanile non ne
ebbi il coraggio: impiegai i miei soldi in altrettanti panini, e non
avendo da pagare il posto della diligenza presi un legno a due cavalli
che pagai poi a Tirano.
Così finiva in _landau_ il mio viaggetto per la Svizzera che dovevo
fare a piedi, e con lo zaino in spalla.
Nell’autunno di quell’anno, e precisamente il 22 settembre,
l’Imperatore Francesco Giuseppe faceva una corsa in Lombardia. Era la
prima volta che ci veniva da quando era salito al trono, e ci veniva
senza pompe e senza ricevimenti, che, del resto, sarebbero stati
impossibili: non ci veniva come Imperatore, ma come Capo dell’esercito
per assistere alle grandi manovre delle brughiere di Somma e di
Gallarate.
Il luogotenente, generale Strassoldo, aveva officiato il Municipio
di Milano perchè si facessero dei festeggiamenti; ma nel Consiglio
Comunale il conte Lorenzo Taverna aveva coraggiosamente protestato,
dicendo che le condizioni economiche del Municipio e della città non
permettevano spese _voluttarie_, mentre poi le _notificazioni_ del
maresciallo Radetzki, che rendevano responsabile tutta la città per
fatti individuali contro l’ordine pubblico, non consigliavano feste e
riunioni popolari. E così non se ne fece nulla. Anche il Municipio di
Como, invitato a solennizzare il soggiorno dell’Imperatore in città,
nulla aveva deliberato per l’assenza dei consiglieri; e il Municipio
per ciò era stato sciolto.
Le autorità governative erano furiose. Le manovre erano andate
malissimo; alcune cattive disposizioni militari, e alcuni
contrattempi, produssero nelle truppe dei gravi disordini e degli atti
d’insubordinazione, compreso quello di far man bassa sulle tende e
sulle cucine predisposte per l’Imperatore, per lo Stato Maggiore, e pei
rappresentanti esteri. Ne venne un tale disordine che le manovre furono
interrotte, e l’Imperatore sdegnato, se ne ripartì.
L’Imperatore Francesco Giuseppe, che dopo la assunzione al trono, e
dopo i grandi avvenimenti del 1848-49, veniva a Milano, e nel regno
Lombardo-Veneto per la prima volta, veniva in mezzo un grande apparato
di truppe, e ripartiva senza pronunciare una parola benevola, una
parola di pace. Ripartiva il 29 settembre, e l’11 ottobre veniva
rizzata a Venezia una forca, su cui saliva Luigi Dottesio di Como.
Erano stati condannati a morte pel sospetto che introducessero dei
libri da Capolago il Dottesio e il Maisner. Si disse allora che
Radetzki interrogato sulla grazia sovrana rispondesse che ne bastava
una; e il Dottesio fu impiccato.
Alla fine di quell’anno moriva Giovanni Berchet. Tra il continuo cadere
d’ogni speranza, tra lo spegnersi d’ogni fiaccola che l’alimentava,
era un triste presagio anche la scomparsa del poeta e del patriota
che aveva tanto eccitate e tenute vive, le speranze di un’intera
generazione.