II.

_Sommario:_ La contessa Clara Maffei e il suo salotto. — Il

conte Cesare Giulini. — Amici intimi e amiche della contessa.

— Il _Crepuscolo_. — Carlo Tenca e i suoi collaboratori. —

Carmelita Manara Fè, i suoi amici, e la contessa Ermellina

Dandolo. — Ufficiali e soldati ungheresi. — Il conte Bethlen e suo

nipote. — Primi accenni a nuove cospirazioni. — Organizzazione

dei Comitati rivoluzionari in alcune città di Lombardia e del

Veneto. — Il prestito di dieci milioni bandito da Mazzini per

ordire la rivoluzione. — Primi processi politici a Venezia. —

Dottesio condannato a morte. — Il Comitato centrale di Mantova

e il sacerdote Enrico Tazzoli. — Il Clero lombardo e il Governo

austriaco.

Clara Maffei aveva allora trentasei anni, ed era divisa da qualche

anno da suo marito, il poeta Andrea Maffei; era figlia unica del conte

G. B. Carrara Spinelli, e tutti la chiamavano la _contessa_. Era una

donnina piccola, piacente più che bella, elegante, di maniere distinte

e gentilissime; parlava bene, ogni suo discorso era improntato a un

patriottismo ardentissimo, e si affezionava ai suoi amici e alle sue

amiche tanto profondamente e imparzialmente da farci dire ch’essa aveva

una spiccata predilezione... per tutti.

La prima volta che entrai nel suo elegante salotto, a un secondo

piano di via Bigli, condottovi da mio fratello, la mia soggezione fu

grande; ma la contessa mi accolse con una affabilità tanto disinvolta

e amorevole, invidiandomi scherzevolmente la mia età giovanile, che mi

parve di esserle amico da un pezzo. D’allora, finchè visse non passò

giorno, quand’ero a Milano, che di giorno o di sera, foss’anche per

pochi minuti, non facessi la mia visita alla contessa Maffei.

A quel tempo, e fino al 1859, la società di casa Maffei si componeva

di pochi, ai quali però si potrebbe applicare il notissimo _pochi ma

buoni_; tutti amici intimi e tutti patriotti, d’animo alto e vigoroso.

Da quel salotto elegante e intelligente si irradiava una luce e direi

quasi una volontà direttiva di azione patriottica, che ebbe una grande

influenza morale in quegli anni, difficili e duri, della resistenza.

Il giorno della mia presentazione c’era nel salotto il conte Cesare

Giulini che non conoscevo ancora personalmente. Aveva fatto parte del

Governo Provvisorio, e approfittando dell’amnistia era ritornato da

poco a Milano, convinto, come diceva, di poter meglio servire il suo

paese vivendo in patria che nell’esilio. E infatti fu tra quelli che

lo servirono con maggiore efficacia; lo servì con l’autorità del suo

nome, col suo ingegno, colla sua generosità, coll’esempio, e colla

costanza della sua fede. Fermissimo sempre nei suoi principî liberali

monarchici, era tollerante ed amico di molti che allora professavano

principii diversi, purchè fossero saldi come lui nel volere

l’indipendenza della patria. Ogni opera buona, benefica e patriottica,

trovava in lui un iniziatore o un appoggio generoso. Il suo largo censo

era tutto a servizio della patria e del bene: faceva continui acquisti

di libri, e di opere costose, che poi prestava e diffondeva tra quanti

gliene facevan richiesta, quasichè la sua fosse una pubblica biblioteca

circolante, per diffondere gli studi e la coltura tra i meno favoriti

dalla fortuna.

Cesare Giulini aveva avuto un fratello maggiore di nome Rinaldo, di

cui sentii parlare dal Correnti e da altri come d’un giovane d’ingegno

superiore e di grandi speranze. Era di quel gruppo cui appartenevano

Correnti, i fratelli Porro, Giovanni e Carlo d’Adda, e la sua morte fu

un lutto nella gioventù liberale di quel tempo. Loro avo era stato il

conte Cesare Giulini, l’illustre storico di Milano; e il loro padre il

conte Giorgio, alla caduta del Governo napoleonico, era stato membro

della Reggenza Cesarea.

Tra gli amici più intimi che vedevo allora giornalmente dalla

contessa Maffei ricorderò, oltre mio fratello Emilio e il Giulini,

Carlo Tenca, Tullo Massarani, Giulio Carcano, Antonio Cussalli, il

dottor Romolo Griffini, Antonio Allievi, Giacomo Battaglia, Antonio

Lazzati, Carlo De Cristoforis, l’ing. Tagliaferri, il dottor Bartolomeo

Garavaglia, Innocente Decio, Emilio Bignami Sormani. E quando dai

loro paesi d’altre provincie venivano a Milano, non mancavano mai G.

B. Camozzi di Bergamo, Giuseppe Finzi, il marchese Fossati, Giuseppe

Zanardelli, Giuseppe Verdi. Di giorno venivano alcune signore della

società elegante e aristocratica, da poco tornate dalle loro campagne

o dall’estero in Milano. Di sera ci venivano solo alcune amiche più

intime, le signore Saulina Viola Barbavara, Orsola Bianconi Robecchi,

Giulietta Pezzi, e poche altre. Alcuni anni dopo il numero degli amici

e delle amiche si accrebbe, e il salotto, pur conservando un carattere

d’intimità, accolse altre persone note nel campo degli studi e del

patriottismo, e giunse presto all’apogeo della sua fama e della sua

importanza.

In principio di quell’anno Carlo Tenca aveva fondato un giornale

settimanale, che chiamò il _Crepuscolo_, con l’intento di farne un

centro di studi e di aspirazioni politiche, sebbene non fosse, e non

potesse essere, collo stato d’assedio, un giornale esclusivamente

politico. L’importanza e l’influenza di questo giornale, che usciva

una sola volta la settimana e trattava principalmente di letteratura,

di arte o di scienze economiche, divennero subito grandi e diffuse.

Gli articoli erano tutti ispirati alla nobiltà e alla rigidità del

carattere del suo direttore. In quegli studi si intravedeva sempre un

fine elevato e patriottico, per quanto lo concedeva la difficoltà dei

tempi. In ogni numero c’era una rivista che esponeva con rara abilità

i fatti politici della settimana avvenuti in ogni parte del mondo, ma

serbando sempre il più assoluto silenzio su ciò che avveniva in Austria

o nelle provincie italiane ad essa soggette. Questo silenzio che non

poteva essere incriminato, fu la continua protesta del _Crepuscolo_;

tutti la comprendevano, ed ebbe un’efficacia più grande di qualsiasi

manifestazione clamorosa. Il _Crepuscolo_ fu un esempio raro di

quanto possa esser grande l’influenza d’un giornale, dovuta non solo

all’importanza degli scritti, ma alla rispettabilità e al carattere

degli scrittori.

Il primo numero del _Crepuscolo_ uscì il 6 gennaio del 1850, e col

Tenca i suoi primi collaboratori furono Tullo Massarani per articoli

di lettere ed arte; mio fratello Emilio per scritti di letteratura,

di scienze sociali e politiche; Antonio Allievi, Antonio Colombo,

Innocente Decio che scrivevano di economia politica, di statistica, di

scienze giuridiche; Eugenio Camerini che faceva la critica letteraria

e Giuseppe Mongeri la critica d’arte; il dottor Romolo Grifoni e

Giovanni Cantoni, i quali vi trattavano questioni di scienze naturali

e di igiene. Più tardi vi scrissero Emilio Bignami Sormani, Giacomo

Battaglia, che morì poi nel combattimento di S. Fermo, e Enrico Fano:

tra i molti corrispondenti delle provincie ricordo Gabriele Rosa,

Giuseppe Zanardelli e Giovanni Rizzi, che poi fu uno degli amici intimi

nel salotto della Contessa.

Il Tenca, ingegno sodo, versatile, coltissimo, oltre la rivista

politica, scriveva d’un po’ di tutto, ed esercitava una censura severa

sugli scritti de’ suoi amici, per mantenere al giornale una continua

uniformità negli intenti e nel modo di manifestarli.

In quell’anno feci un’altra cara e preziosa conoscenza: fui

presentato alla signora Carmelita Manara Fè, la vedova di Luciano

Manara, una signora intelligente, interessante, e che non ostante

le sofferenze d’una salute disfatta conservava ancora i lineamenti,

direi raffaelleschi, della sua primitiva bellezza. Diceva allora,

con molta serenità, di non aver più che un polmone; e forse era vero

perchè morì poi etica; come morirono etici i suoi tre figli. Il suo

salottino era frequentato da egregi giovani, quasi tutti reduci dalle

ultime campagne, di cui parecchi erano stati commilitoni e uffiziali

nel valoroso battaglione di suo marito; e tra questi il più assiduo

era Emilio Dandolo, nelle cui braccia appunto suo marito aveva a Roma

esalata l’anima generosa. In quell’anno però il Dandolo era partito

per un lungo viaggio in Oriente con Lodovico Trotti. Dopo le peripezie

del 1848 e del 49 quei due valorosi giovani avevano protratto, più che

avevano potuto, il ritorno nel loro afflitto paese.

Nel salottino della Manara conobbi allora la contessa Ermellina

Dandolo, seconda moglie del conte Tullio, padre dei fratelli Dandolo,

della quale mi occorrerà di parlare più avanti in questi miei ricordi.

La vita intima e confidente nei piccoli crocchi di amici ci era resa

tanto più preziosa, e direi necessaria, dalla durezza stessa dei

tempi, e dagli incredibili rigori d’un governo militare, che rendeva

impossibile ogni più piccola manifestazione di vita pubblica. I

ritrovi, i colloqui fidati, le ansie, e talora i pericoli attraversati;

crearono tra gli amici di quel tempo dei ricordi e dei vincoli come tra

persone scampate insieme da un disastro.

Dappertutto le condizioni pubbliche erano tristi, e la vita era dura in

quel periodo della reazione violenta. In Ungheria, per esempio, erano

succeduti, e succedevano, fatti gravi e raccapriccianti: dell’esercito

insurrezionale degli honveas dodici generali erano stati impiccati, i

soldati erano stati incorporati forzatamente nei reggimenti austriaci,

e così pure gli uffiziali di qualunque grado quali semplici soldati.

Rammento a questo proposito un episodio capitatomi nell’inverno di

quell’anno.

Viveva a Milano un conte Bethlen, ungherese e già maggiore degli

ussari, assai ricco, il quale, parecchi anni prima del 1848, era uscito

dall’esercito e stabilitosi a Milano aveva sposato una cugina di mio

padre, donna Teresa Gianella. Era un uomo alto e forte, aveva il viso e

il naso schiacciati, i baffi rossicci, lunghi ed irti; ma aveva l’animo

buono e gentile; le sue maniere erano dolcissime, e da gran signore;

veniva molto in casa nostra, ove lo vedevo fin da bambino.

Una mattina di gennaio me lo vidi ad un tratto capitare nella mia

stanza, non avendo trovata mia madre ch’era uscita di casa. Il

suo aspetto era tutto mutato, il suo viso era stravolto, e aveva

un’espressione d’ira e quasi di ferocia. Quella sua faccia, di solito

tanto bonaria, mi parve in quel momento la faccia selvaggia d’un

soldato barbaro; il suo occhio era diventato duro e scintillante; nel

suo fare c’era qualcosa di violento, da far paura.

«Che c’è? che cosa è successo?» gli domandai ansiosamente e spaventato.

«Vieni, vieni subito con me... vedrai, vedrai!» mi rispose, e volle che

lo seguissi.

Nevicava. A grandi passi mi condusse nella via del Monte di Pietà,

dov’egli aveva una bella casa. Gli chiesi ancora, timidamente, per

strada che cosa fosse successo, ma egli non mi rispondeva che con lo

stringermi fortemente la mano.

Arrivati alla porta della sua casa, e tirandomi dietro uno degli

stipiti, mi additò poco distante, e dal lato opposto, il palazzo

dell’attuale Cassa di Risparmio, dove allora c’era la caserma del Genio

militare. Dinanzi al portone della caserma passeggiava in su e in giù

una sentinella, un bell’uomo alto, ravvolto in un gran cappotto, e

tutto coperto di fiocchi di neve.

«Vedi quel soldato?» mi chiese, «quello è mio nipote, il capo futuro

della mia casa, è il conte Bethlen, colonnello degli Honveds nella

guerra dell’indipendenza!»

E su quel viso, la cui espressione s’era fatta ancora più dura e

minacciosa, scendevano intanto due lacrime. Quanto dolorosa doveva

essere, in quel momento, la rivolta nell’animo aristocratico e fiero di

quello zio![17]

In quei giorni per le strade di Milano se ne vedevano parecchi di tali

soldati semplici, attillati e dal portamento distinto, ch’erano stati

uffiziali, e anche uffiziali superiori dell’esercito insurrezionale

ungherese, ora incorporati nei reggimenti austriaci quali semplici

soldati.

Per quanto il regime dello stato d’assedio fosse duro e grave di

pericoli, per quanto fosse recente il ricordo dei disastri, e ben

lontana la possibilità d’una riscossa, pure qua e là si riannodavano i

fili spezzati dei vecchi legami politici, e si cominciava a riaccendere

qualche focolare di cospirazione, per quell’intesa generale del

resistere e del principiare da capo.

Queste prime cospirazioni, che poi andavano man mano crescendo, erano

di carattere mazziniano. La bandiera monarchica, dopo le sconfitte

del 1848 e del 1849, aveva perduto gran parte del suo prestigio

nella fantasia popolare di Lombardia, ove non esisteva una tradizione

monarchica nazionale. Il Piemonte, intento seriamente a rimarginare le

sue ferite, con una savia e dignitosa politica di raccoglimento, non

era fatto per eccitare e per soddisfare le impazienze degli oppressi.

Le promesse piene di mistero e di nebulosità di Giuseppe Mazzini; i

suoi scritti miti e a un tempo intransigenti come di un apostolo; la

sua parola ispirata, affascinante; la sua opera di propaganda e di

azione costante, giornaliera; il suo lavoro, che tendeva a una riscossa

vicina, dovevano esercitare un gran fascino sulle fantasie di patriotti

ardenti che volevano affrettare la rivincita della Patria.

Era quindi naturale che i seguaci di Mazzini fossero diventati allora

assai numerosi, e che le nuove cospirazioni fossero tutta

opera loro: ma non tutti i cooperatori di Mazzini in quei giorni

erano seguaci convinti di tutte le sue idee; parecchi lo seguivano

in nome del principio unitario; altri perchè persuasi che soltanto

con un’agitazione continua si potesse tener vivo il programma della

resistenza. E questi infatti li vedremo staccarsi subito dal Mazzini

quando Cavour, colla sua mano forte e sicura, prese secretamente la

direzione della resistenza, e alzò la bandiera dell’indipendenza

nazionale.

Nell’inverno tra il 49 e il 50, come seppi da Emilio, vi era stata una

riunione nello studio di Francesco Brioschi, che dava allora lezioni

di matematica; e in questa adunanza si manifestò la scissione tra due

diverse tendenze.

Il Tenca, seguito dall’Allievi, da mio fratello Emilio e da altri,

sostenne che bisognava tener vivo il sentimento nazionale e di

resistenza cogli studi, colle pubblicazioni, per quanto si poteva, e

coll’agitazione delle idee. Gli altri furono invece per ordine delle

società segrete. Il Tenca pensò allora di pubblicare il Crepuscolo,

gli altri nominarono, con una specie di votazione, un Comitato segreto

di cospirazione di cui fecero parte De Luigi, Pezzotti, Mora, Gerli:

Comitato disperso poi dal processo di Mantova.

Da allora si erano andati formando in diverse città di Lombardia e del

Veneto, e sotto gli auspicî di Mazzini, altri comitati secreti, il

cui scopo da principio era stato quello di mantenere tra le diverse

provincie delle relazioni che all’occorrenza potessero servire per

un’azione pronta e unanime, quale appunto era mancata nella rivoluzione

del 1848. Questi comitati però nel pensiero di Mazzini dovevano servire

alla preparazione immediata della rivoluzione.

Infatti un Comitato nazionale italiano, che Mazzini aveva costituito

a Londra in quell’anno, pubblicava il 10 settembre un proclama[18],

col quale bandiva un prestito di _dieci_ milioni per affrettare

l’indipendenza italiana. Quel proclama e quel prestito parvero allora

un atto audace, e di alta importanza; mentre effettivamente non

dimostrava che l’imprudenza e l’ingenuità di chi l’aveva pensato.

E infatti con ciò si mettevano tutte le Polizie, e specialmente

quelle della Lombardia e del Veneto, sull’avviso di nuovi tentativi

rivoluzionari; e come mai si sarebbero potuti raccogliere dieci

milioni, con piccole sottoscrizioni, in secreto, o durante lo stato

d’assedio?

Anche allora però dissentivano parecchi, e il prestito dei dieci

milioni trovò forti contradditori. Tra i principali, che già non

seguivano Mazzini nell’azione, c’erano Garibaldi, Manin, Montanelli,

Cattaneo, Cernuschi, Giuseppe Ferrari, e molti tra gli emigrati più

noti; maggior seguito egli aveva nelle provincie italiane, soprattutto

in quelle occupate dall’Austria: in queste la disperazione teneva

luogo del ragionamento, ed ogni più folle speranza pareva migliore del

disperare.

Il prestito ebbe, com’era naturale, un esito tenuissimo e disastroso;

a che cosa poi dovessero servire, non i milioni, ma le poche migliaia

di lire che furono stentatamente raccolte, lo vedremo più innanzi; come

pure vedremo quale doveva essere la tragica fine dei Comitati.

I Comitati intanto avevano avuto l’incarico da Mazzini di ricevere

e mettere in vendita le cartelle del prestito. Senza troppo pensare

alla vanità del progetto e alle conseguenze terribili che ne potevano

venire, uomini serii e patriotti provati, si misero all’opera per

assecondare Mazzini. Giuseppe Finzi e Tullo Massarani erano andati

appositamente a Londra, e n’eran tornati carichi di cartelle, che

poi introdussero in Lombardia. Anche mio fratello Emilio, anch’io ne

ricevemmo e ne mettemmo in giro. Da principio ciò si faceva in gran

secreto; ma poi la diffusione si fece con minore riserva: si conosceva

il gran rischio, ma non ci si pensava; nessuno ancora supponeva che

dovessero condurre tanti al patibolo.

Ma non si tardò ad avere una nuova prova della crudele severità del

governo militare col processo politico di Venezia, e colle condanne,

tra le quali quella del Dottesio che per avere introdotto dalla

frontiera di Como soltanto dei libri e delle corrispondenze, veniva

impiccato a Venezia l’11 ottobre del 1851 (Veggansi le memorie del

Maisner).

All’infuori dello spaccio delle cartelle di Mazzini, i Comitati non

fecero, durante quell’anno, gran che. Parecchi, seguendo l’impazienza

del Maestro, avrebbero voluto far di più: intanto si era pensato a un

migliore ordinamento dei Comitati stessi; e il novembre del 1850, in

una riunione in Mantova di diciotto, cittadini e delegati, si costituì

sotto la presidenza del sacerdote professor Enrico Tazzoli un Comitato

centrale, il quale doveva disciplinare e dirigere l’azione dei Comitati

delle varie provincie.

Per quanto questi primi atti della cospirazione mazziniana procedessero

poco cautamente, le autorità austriache per un pezzo non si avvidero

di nulla. Il distacco tra il paese e chi governava era così grande che

anche il trovare delle spie non riusciva sempre facile. Del resto i

governanti ben poco si curavano di ciò che si pensava nel paese e di

ciò che potesse succedere nell’avvenire; poichè il gran da fare era

quello di cancellare ogni traccia, ogni ricordo del quarantotto, e

di coprire tutto con una cappa di piombo, sotto la quale il paese non

potesse nè muoversi nè respirare.

Uno dei ricordi del quarantotto che aveva maggiormente eccitato le

fantasie dei governanti austriaci, era stata la condotta del clero

durante il periodo della rivoluzione. La condotta del clero di

Lombardia, durante quegli avvenimenti, era stata infatti patriottica;

la maggior parte dei preti, e specialmente i più eminenti per ingegno

e per carattere, avevano seguito le aspirazioni nazionali dei loro

concittadini, e talora le avevano aiutate con la parola e con l’opera.

Il regime severo dell’arcivescovo di Milano, durato oltre trent’anni,

regime ispirato al principio d’una certa elevatezza, aveva contribuito

non poco, come s’è detto, a formare un clero buono, colto e

rispettabile.

Il Governo austriaco, appena ristaurato nelle provincie italiane, dopo

il 9 agosto s’era messo subito a perseguitare e a disperdere i preti

sospetti di patriottismo. Prese di mira pei primi i migliori e i più

dotti, cacciandoli dai seminarî, dagli ospedali e dalle opere pie,

facendoli relegare in piccole parrocchie di campagna, od obbligandoli

a ritirarsi in uffici minori. L’arcivescovo Romilli, succeduto al

Gaisruck, debole e pauroso, malvisto anch’esso dal Governo austriaco

pei buoni rapporti che aveva avuti col Governo Provvisorio non aveva

saputo difendere il suo clero. E così fecero gli altri Vescovi; anche

quando il Governo, potendo avvolgere qualche prete in processi

politici, li aveva fatti fucilare o impiccare.

Inutile dire che questi infelici furono abbandonati nel tempo stesso

anche da Roma, che ne concesse senza proteste, la sconsacrazione: erano

già ben lontani e dimenticati i giorni in cui il Papa aveva benedetto

l’Italia, e gli austriaci insultavano il Papa.

Molti chierici dei seminari lombardi avevano fatta la campagna del

quarantotto nei battaglioni degli studenti e dei volontari. Pressochè

tutti ripresero poi l’abito sacerdotale; alcuni, commossi nelle loro

coscienze, nel vedere il nuovo indirizzo della Chiesa che volgeva a

ritroso dei loro sentimenti patriottici, si fecero missionari.

Ne ho conosciuti parecchi di questi preti, chiamati, con un senso di

riverenza dagli uni, e da altri con ironia, i _preti del quarantotto_;

i quali, traverso una vita non sempre scevra di amarezze, ma

intemerata, seppero conservarsi fedeli al loro antico ideale della

religione non disgiunta dalla patria; e riveriti e stimati da persone

d’ogni partiti furono veri ministri di pace e d’ogni più eletta virtù

cristiana.

Ricordi di gioventù · 第 34 / 105 题