I.

_Sommario:_ Squallore della città anche nell’inverno del 1850. —

Stato d’assedio rigoroso. — Propositi per la resistenza al Governo

austriaco. — Disciplina patriottica. — Astensione dai pubblici

divertimenti. — La contessa De Capitanei Serbelloni, e le serate di

famiglia in casa sua. — La sala di scherma in casa dei miei cugini

Paravicini. — Il cugino Carlo Minonzi. — Faccio la conoscenza della

contessa Maffei.

La nostra casa di Tirano era diventata quasi inabitabile dopo che era

stata occupata da una compagnia di croati; perciò sullo scorcio del

mese di ottobre, appena ultimati alcuni nostri affari, ritornammo a

Milano.

Fu un’invernata ben squallida anche quella del 1850! Lo stato

d’assedio era rigorosissimo, e la città aveva tutt’ora l’aspetto d’un

accampamento. Le famiglie ricche ritornarono tardi dalle loro campagne;

e ogni manifestazione di attività e di vita cittadina vi era spenta,

come in una città ove dominasse un’epidemia.

Gli emigrati, ch’erano stati numerosissimi, durante l’inverno,

ritornavano mano mano, alla spicciolata, all’infuori dei più

compromessi; molti richiamati dalle loro necessità domestiche, e molti

anche seguendo la giusta ispirazione che per la patria si opera meglio

in paese che fuori.

Come naufraghi sbattuti sulla riva quei profughi che rientravano,

e ch’erano stati in gran parte i più operosi nella rivoluzione, si

ritrovavano, si narravano i passati dolori, e si consultavano sulle

sorti infelicissime del paese, e sulla via da tenere.

Tutto era finito, tutto era perduto! Non s’erano perdute soltanto delle

battaglie, s’erano perdute quella concordia e quella fede che avevano

sollevati e diretti gli animi fino allora. La leva possente che aveva

mossa la rivoluzione pareva spezzata per sempre.

Il Piemonte abbattuto, la monarchia sospettata, i capi più autorevoli

e popolari dispersi o sfatati; e l’Europa, infastidita di noi, ci

ripeteva duramente di rassegnarci al nostro destino e di non molestarla

più oltre. Sembrava che si ripetessero anche per noi i destini della

Polonia.

Ogni illusione, ogni più fantastica speranza non aveva dinanzi a sè il

più lontano pertugio da cui intravvedere un raggio di luce.

In una simile condizione di cose poteva parer naturale, e quasi

giustificabile, che l’accasciamento degli animi consigliasse almeno una

momentanea rassegnazione, e che in questa il paese cercasse di medicare

le recenti ferite, e di risollevare almeno le proprie forze economiche.

Ma una nobile e felice ispirazione respinse allora, con unanime

consenso, ogni timido consiglio della ragione.

Tutto è perduto? Dunque si ricominci da capo! Tale fu la gloriosa

parola d’ordine di quei giorni, che uscì spontanea dal sentimento di

tutti.

Verso quale meta? Per quale strada? Con quale bandiera? Ognuno

aveva la propria, ma era unanime il sentimento di non ristare, e di

tirar dritto, fosse pure all’oscuro e verso l’ignoto. Era unanime il

sentimento della _resistenza_, della _resistenza_ a ogni costo!

La _resistenza_ doveva durare quasi dieci anni, traverso gravi dolori e

gravi sacrifici: e durò con una disciplina rigida, e che riescirà quasi

inconcepibile ai nostri nipoti.

Le provincie lombardo-venete, Milano alla testa, diedero per dieci

anni l’esempio d’un paese che in nome della propria nazionalità vive

completamente separato dagli stranieri che lo governano; che con quel

Governo rifugge dall’aver rapporti; e che tratta i suoi dominatori come

un’orda passeggiera di occupanti.

La vita giornaliera di questo rigido programma doveva riuscire ben

dura; ma fu vissuta, e non si piegò mai.

Le Cinque Giornate furono certamente una bella pagina della storia

milanese; me chi studierà i fatti del nostro risorgimento nazionale

dovrà concludere che col decennio della _resistenza_ Milano ha

scritto una pagina ancor più gloriosa nella propria storia. Perocchè

è più facile il diventare un eroe in un giorno di battaglia, che il

conservare l’animo alto e fiero durante una prigionia di dieci anni.

E appunto di quegli anni della prigionia ossia della resistenza,

io cercherò di parlare, raccogliendo quei pochi ricordi che mi sono

rimasti nella memoria; sicuro, e dolente, di non poter riunire che una

parte piccolissima dei fatti giornalieri di quei tempi... Altri, vorrei

sperarlo, ne riuniranno di più, e meglio di me; a me intanto par quasi

di adempiere a un dovere portando il mio contributo, sia pure tenue,

a quei ricordi che formano una pagina tanto gloriosa della storia di

Milano.

Milano in quei tempi ha salvata la causa dell’indipendenza italiana.

Giovani e giovanetti, studenti d’Università, di Licei, di Ginnasi,

tutti insomma, respirando in quell’ambiente patriottico, seguirono

subito con entusiasmo il programma dei più provetti, mettendoci per di

più tutto l’ardore dell’età loro.

I reduci dalle campagne del quarantotto, dall’assedio di Venezia e

dalla difesa di Roma, erano argomento tra noi giovanetti di ammirazione

e di esempio: ci proponevamo di emularli nelle lotte dell’avvenire,

e intanto ne seguivamo i consigli nella lotta giornaliera della

resistenza.

Cominciò allora a formarsi negli animi nostri quel sentimento di

devozione illimitata alla patria, di disciplina, e di abnegazione, che

tanto contribuì a formare il carattere di quella giovane generazione

la quale doveva tenere allora accesa la fiaccola della speranza, e

scendere poi sui campi di battaglia nel 1859 e nel 1860.

Nel programma di quei giorni c’era l’astensione dai teatri, e da

qualunque pubblico divertimento, caso mai ce ne fossero: ma ce

n’erano ben pochi, poichè lo stato d’assedio proibiva ogni più piccola

riunione. Anche i teatri erano pressochè tutti chiusi, all’infuori del

teatro alla Scala, che il Governo militare faceva tenere aperto per

divertire gli uffiziali della guarnigione che ne erano pressochè i soli

frequentatori.

Anche nelle case private non c’erano nè ricevimenti, nè balli che non

avessero un carattere affatto domestico, e della maggiore intimità. E

io ritornai alle serate presso i parenti, e alle festicciole domenicali

colle cugine, lieto di poter combinare le esigenze del lutto della

patria con la smania che avevo di ballare.

La mia qualità di ballerino instancabile mi procurò il piacere di

venire presentato alla contessa Giovanna De Capitanei di Scalve, nata

Serbelloni, nella cui casa si radunavano le sue figlie, i generi, le

nipoti e le loro amiche, e dove tra giovani e giovanette si facevan

quattro salti la sera una volta per settimana.

La contessa De Capitanei, com’era chiamata generalmente, ma che rimasta

vedova erasi rimaritata col conte Luigi Attendolo Bolognini, era figlia

del duca Alessandro Serbelloni e della principessa Rosina Sinzendorf

di Vienna, sicchè aveva molti parenti in Austria, e tra questi anche

qualche generale dell’esercito austriaco; aveva una posizione cospicua

a Corte, quale dama di Palazzo e della Croce Stellata, ed era amica

della Vice-Regina, l’arciduchessa Maria Elisabetta sorella di Re Carlo

Alberto.

Il suo passato, la sua parentela, le sue amicizie le avevano creato

dei legami nelle _alte sfere_ sociali e politiche di Vienna. Nullameno

aveva assistito con molta tolleranza, e talora con una certa simpatia,

agli avvenimenti rivoluzionari di Milano, ai quali avevano preso parte

attiva i suoi generi e i suoi parenti dell’aristocrazia milanese. Essa

di solito se la sbrigava dicendo che gli austriaci d’allora non erano

più quelli del buon tempo antico, alludendo ai tempi di Maria Teresa e

di Giuseppe II. Dopo il ’48 troncò ogni relazione coi parenti e cogli

amici austriaci.

La contessa Giovanna era un tipo di tempi ormai tramontati, e che

perciò si osservava con curiosità.

Quando parlava del passato non mancava di manifestare la sua antipatia

per Napoleone che le aveva detta una sgarbatezza; solo ricordo che

conservasse di lui. Il generale Bonaparte, pranzando un giorno in casa

Serbelloni, le aveva chiesto il nome, e saputolo aveva soggiunto: «Ah

sì, avrei dovuto accorgermene dal naso.» I Serbelloni avevano tutti un

naso aquilino spiccatissimo.

La contessa De Capitanei aveva avuto un unico figlio maschio e tre

figliuole. Il maschio, conte Pirro, respirando già l’aria dei nuovi

tempi, e ad onta delle sue alte parentele austriache, s’era compromesso

negli affari politici del 1821, e s’era arrolato nelle truppe

piemontesi durante l’insurrezione militare: poi aveva dovuto emigrare.

La contessa ebbe allora un lungo carteggio con Metternich (che mia

moglie nipote di lei conserva ancora) per ottenere al figlio una grazia

che non fu concessa che assai tardi, quando il conte Pirro, malato e

sfinito, non poteva ormai tornare in patria che per morirvi.

Con lui si estinte il ramo dei De Capitanei di Scalve. Delle tre figlie

la maggiore sposò un Carcano, e le altre due sposarono due fratelli, i

marchesi Francesco e Giuseppe d’Adda Salvaterra.

La contessa Giovanna, quand’io la conobbi, era una vecchia sui

settant’anni: aveva abitualmente una strana acconciatura del capo,

fatta d’un berretto di velluto nero che le scendeva a punta sulla

fronte, alla Maria Stuarda; e pur essendo donna di cuore aveva il fare

imperioso e risoluto. Le era sempre piaciuto di ostentare un po’ il

fare e le abitudini da uomo; girava per le sue campagne a cavallo sola,

e raccontava con piacere che ferrava essa stessa i propri cavalli da

sella, quand’era in campagna, non fidandosi del manescalco.

Alle conversazioni della contessa feci la preziosa conoscenza dei

suoi generi, Francesco e Giuseppe d’Adda, due tra i più ferventi

patrioti dell’aristocrazia milanese, fratelli di quel marchese Camillo

d’Adda che figurò tanto onorevolmente nei processi del 1831; e rividi

quella Lauretta, figlia del marchese Francesco, con la quale mi ero

bisticciato per una quadriglia in casa Trotti quando eravamo bambini,

ora fatta una giovane da marito, e che doveva, come già dissi,

diventare un giorno mia moglie.

Ma oltre al ballare ci voleva anche qualche esercizio che potesse

parere di carattere patriottico, come per esempio la ginnastica e

la scherma; la scherma soprattutto pel caso di duelli con uffiziali

austriaci, duelli ch’eran pure nel programma della resistenza, e che

già ci frullavan per la testa.

Ma le sale di ginnastica e di scherma eran chiuse. Allora si pensò,

d’intesa con alcuni miei cugini ed amici, di farci noi una sala per

quegli esercizi.

Un mio cugino studente di medicina, Lamberto Paravicini, fu l’anima

di quel progetto; ci procurò una stanza a terreno nella casa di sua

sorella, e propose che si dovesse dipingerla e arredarla noi stessi.

Per alcuni mesi ci passammo le sere sulle scale, come tanti

imbianchini, con le secchie e con pennelli dal lungo manico, a

dar tinte, a tirar linee, e a dipingere certi emblemi patriottici,

fatti col carbone, che volevan essere trofei e stemmi delle città

d’Italia. Poi con una cena, e con brindisi sottovoce, se ne fece

la inaugurazione; e in parecchi amici per alcuni anni ci si andava

qualche ora ogni sera facendo esercizi di ginnastica e di scherma,

divertendoci, e anche facendo i nostri _complotti_ patriottici in

parecchie occasioni. La scherma ci veniva insegnata da qualche amico

buon tiratore; fra gli altri ricordo Battaglia e Francesco Rosari. Le

sciabole avevano l’impugnatura di ferro, ma la _lama_ di legno, poichè

allora non se ne permettevano altre. Anzi una volta i gendarmi di

Tirano, per maggior zelo, mi sequestrarono anche le sciabole di legno.

La nostra sala di scherma e i ritrovi che ci si tenevano, durarono

parecchi anni. Un altro mio cugino, Carlo Minunzi, ch’era uffiziale

in Piemonte, alle volte faceva qualche breve corsa a Milano, di solito

nascostamente, e allora capitava sempre nella sala a salutar gli amici.

Carlo Minunzi era un bel giovane, ardito e gioviale; tra i cugini e gli

amici godeva molte simpatie, e vi aveva anche una certa autorità per

le molte prove del suo coraggio. Nelle _Cinque Giornate_ era stato uno

tra i più audaci nel manipolo Manara, che poi aveva seguito col primo

gruppo di volontari usciti da Milano. Poco dopo era stato nominato

uffiziale nei granatieri piemontesi quando Carlo Alberto aveva voluto

premiare, con un grado nel suo esercito, alcuni tra i volontari più

meritevoli. Dopo la battaglia di Novara, a cui prese parte, rimase in

Piemonte, ove continuò la carriera militare: fu in Crimea, diventò

uffiziale di stato maggiore, fece le campagne del 1859, del 1860 e

del 1866, in quest’ultima campagna come colonnello sottocapo di stato

maggiore del generale Cialdini.

Quando prima del ’59 capitava il Minunzi nella nostra famosa sala

di scherma, era una festa per tutti. Egli era buon ginnasta e buon

tiratore; ma soprattutto era un soldato dell’esercito piemontese; e

al Piemonte si guardava sempre con una secreta simpatia, anche in quei

primi anni dopo il 1849 nei quali bisognava essere mazziniani.

Sul finire dell’inverno del 1850 feci una cara conoscenza, quella

della contessa Clara Maffei, presso cui dovevo trovare un’amicizia

affettuosa e quasi materna, e la cui casa m’ha lasciato dei ricordi

indimenticabili. Mio fratello Emilio l’aveva conosciuta parecchi mesi

prima, e la contessa sentendomi nominare aveva voluto conoscere me

pure.

Sulla contessa Maffei ha scritto un bel libro ricco di informazioni

veritiere, e di giusti apprezzamenti, Raffaello Barbiera. Avrei poco

da aggiungere a quel libro, ma il nome della contessa mi verrà sovente

sotto la penna, poichè è legato ai principali miei ricordi di quel

tempo.

Ricordi di gioventù · 第 32 / 105 题