_Sommario:_ La partenza da Milano con due mie zie e la Contessa
Sormanni. — Attitudine minacciosa dei contadini. — Si parte per
Bellinzona in un omnibus sgangherato. — L’aspetto di Bellinzona.
— Le notizie della Contessa Sormanni. — Sequestri. — Volontari e
soldati sbandati. — Gustavo Modena. — Vado a Lugano alla ricerca
di Emilio. — Mi perdo per strada sul monte Ceneri. — A Lugano
ritrovo Emilio. — Casa Kramer Berra. — Mazzini. — Preparativi
per una spedizione in Val d’Intelvi. — Cattivo risultato della
spedizione. — Gli emigrati a poco a poco si disperdono, alcuni
vanno in Piemonte, o in Francia. — Altri rientrano in Lombardia. —
Mio fratello va a Genova e a Pisa. — Mia madre, con me ed Enrico,
nell’ottobre a Tirano.
Con mia madre, che partiva con me e con mio fratello Enrico, si univano
due sue sorelle, donna Carolina Minunzi e donna Giuseppina Campeggi,
e due sue nipoti. La Campeggi era accompagnata da una invisibile
amica, la contessa Sormanni; una vecchia signora, d’origine non so
se parmigiana o modenese, che aveva passata la sua gioventù in una di
quelle piccole corti, e che non capiva altro nè parlava d’altro che di
ciò che vi aveva veduto e sentito. Venuta a Milano, ove aveva maritata
una figlia, s’era grandemente affezionata a mia zia donna Giuseppina
Campeggi, che alla sua volta l’amava molto, pur strapazzandola
costantemente, anche quando era del suo parere.
Si andò tutti insieme in ferrovia fino a Monza, e siccome allora la
ferrovia non andava più in là, si presero alcuni legnetti per recarci
a Como. La strada da Monza a Como presentava ogni tratto delle scene
tristi, e non era senza pericoli. Sulle piazze dei paeselli, o lungo
le strade, si vedevano affollate, o si incontravano, delle turbe di
contadini che, chiamate in quei giorni dal decreto della _leva in
massa_, avevan l’aria di popolazioni insorte più che di gente che
accorresse alla difesa della patria. Da quelle turbe partivano voci
minacciose, e anche i nostri modesti legnetti erano continuamente
salutati dalle grida di: _morte ai signori_. Le carrozze che avessero
l’aria signorile venivano fermate, o obbligate a retrocedere, fra le
ingiurie e le minacce.
Dappertutto c’era allarme e panico, e si vedevan vecchi, donne,
fanciulli che fuggivano con le masserizie sulle spalle, e sempre
imprecando ai signori. Ai signori imprecava anche una canzone che
udivo cantare, mista di patriottismo e di odii, che oggi si direbbero
anarchici, e che aveva per ritornello:
Nè a Marian nè a Cantù
I tedesch ghe tornen pù
E crepa i sciori.
Eppure i contadini di Lombardia non erano generalmente nè nemici
dei proprietari, nè fautori dell’Austria; anzi tra proprietari
e contadini c’erano di solito dei rapporti di benevolenza. Per
l’Austria, i contadini, non avevano veramente amore, ma rispetto
e timore: gran numero di essi passavano sotto le armi otto anni di
seguito effettivi, poi due nella riserva, nei paesi e nelle fortezze
del vasto impero austriaco; ne ritornavano educati a una severa
disciplina e ad un grande concetto della potenza dell’Austria. Il
_tedesco_, come dicevano, era per essi il padrone dei padroni; e nei
loro casolari veniva ripetuta una leggenda che narrava come la famiglia
dell’Imperatore discendesse dai parenti della Madonna.
Nel 1848, l’entusiasmo generale, lo sfacelo momentaneo del governo
austriaco, l’influenza dei proprietari e dei preti, che in nome di
Pio IX s’erano gettati con entusiasmo nel movimento nazionale, erano
state altrettante buone ragioni per indurre i contadini a prender parte
anch’essi, senza capirne molto, agli avvenimenti del marzo.
Ma venne il giorno delle cattive notizie. Nelle campagne si diffusero
rapidamente voci strane e spaventose sulle vendette e sulle sevizie
che gli austriaci avrebbero esercitate anche sui contadini, se questi
si fossero mantenuti d’accordo coi signori; i preti s’erano, in buon
numero, fatti più cauti e riservati, poichè Pio IX aveva abbandonata la
causa della guerra per l’indipendenza; e intanto, in mezzo ai timori
e alle incertezze, non era mancata, come sempre nei giorni della
sventura, l’opera dissolvente e perversa dei tristi d’ogni colore.
Ritornando al nostro viaggio, non ci fu facile trovare delle vetture
che da Como ci conducessero a Bellinzona, dove eravamo diretti.
Finalmente, dopo molte ricerche, si trovò un vecchio _omnibus_,
mezzo sconquassato e fuori d’uso, nel quale, pigiati, e silenziosi
ci mettemmo in viaggio e passammo il confine con quello schianto
dell’animo di chi non sa, nè quando, nè come, lo potrà rivarcare.
Ma siccome anche nei momenti più malinconici della vita capitano talora
dei casi che destano improvvisamente un’ilarità irrefrenabile, così
ecco a un tratto che nel fitto della notte si spezza uno dei lunghi
sedili dell’_omnibus_, e metà della compagnia si trova seduta sul fondo
colle ginocchia che toccavano il mento.
Nessuno s’era fatto male; ma la contessa Sormanni, a buon conto e
senza scomporsi, con voce alta e solenne prese a intonare le preghiere
colle quali si raccomandano le anime in _articulo mortis_. Negli
atteggiamenti nostri dopo quell’avventura, e nella voce della contessa,
c’era qualcosa di così comico che si dette tutti in una lunga risata.
L’accomodare quel sedile non fu possibile, e metà della compagnia
dovette rassegnarsi a viaggiare tutta la notte a quel modo. La contessa
Sormanni, come ebbe ben constatato che eravamo tutti vivi, prese a
recitare, senza cambiar voce, un rendimento di grazie, seguito poi
da un rosario che finì con una preghiera speciale pei viaggianti, pei
pericolanti, e pei principi cristiani e regnanti...
Arrivati a Bellinzona, nella previsione che il nostro soggiorno
non sarebbe stato breve, ci alloggiammo tutti in un appartamento
ammobigliato nella casa di certi signori Moro.
Intanto, in Lombardia gli avvenimenti precipitavano. Ogni giorno
era un succedersi di tristi notizie, e presto ci giunse quella
della capitolazione di Milano. Non essendoci allora mezzi rapidi di
comunicazione, le notizie giungevano tardi, non era facile appurarle,
e l’incertezza e le contraddizioni rendevano tanto più angosciosa
l’aspettativa.
Si era sperato sino all’ultimo. Si era creduta per un momento possibile
quella difesa di Milano _ad ogni costo_, che, come dicevano i proclami
verbosi di quei giorni, doveva ristaurare le sorti della guerra. Si
pensi dunque con quale dolore sentimmo l’entrata degli austriaci in
Milano.
La contessa Sormanni, che credeva un dovere della sua pietà il
consolare gli afflitti, mentre poi nel fondo del suo animo era meno
afflitta di noi, ogni tanto usciva di casa e girava per le piazze e
nei caffè in cerca di qualche notizia che a suo parere dovesse esserci
di conforto. Di solito non riusciva che a impazientirci di più, e a
procurarsi una qualche strapazzata della sua amica, la zia Campeggi;
poichè bisognava sapere che la zia amava sapere le notizie e i
fatterelli, ma quelli soltanto che le andavano a genio, non i fattacci,
e perciò non leggeva giornali; a Milano aveva un segretario, che tra
gli incarichi, aveva quello di andare dopo pranzo al caffè a leggere
la _Gazzetta di Milano_ per riferirle poi quelle novità che non la
disturbassero, e anzi le potessero piacere.
La buona contessa, che conosceva i gusti della sua amica, non cessava
di andare in cerca di notizie buone e confortevoli; ed eccola un
giorno, poco dopo la resa di Milano, rientrare in casa tutta festosa,
con un giornale in mano, gridando: «buone notizie, buone notizie!»
Tutti le si fecero intorno. La buona notizia era la nomina del principe
Felice di Schwarzenberg a Governatore di Milano. Ci fu un urlo di
impazienza e di stizza.
«Come?» esclamava la contessa. «Non sapete chi sia il principe Felice
di Schwarzenberg? parente di case regnanti, e quasi un principe del
sangue egli stesso! Non sapete che la sua nomina è per Milano un onore,
quasi come se avessero rimandato il Vicerè!»
La povera contessa si allontanò brontolando e chiamandoci
incontentabili.
Pochi giorni dopo veniva pubblicata una _Notificazione_ del maresciallo
Radetzky, della quale rimase mortificata anche la buona contessa, che
nascose il giornale. Il maresciallo sottoponeva a una contribuzione
straordinaria di venti milioni 189 cittadini, scelti tra quelli che
avevan avuto cariche dal Governo Provvisorio, o avevano favorito la
rivoluzione, a suo criterio. L’elenco dei colpiti incominciava col nome
della principessa Belgiojoso, tassata per 800 mila lire; e poi venivano
i nomi delle principali famiglie e dei più cospicui cittadini di Milano
e delle Provincie Lombarde, con tasse che salivano dalle venti mila
lire al mezzo milione. Non era possibile riscuotere tali somme in quei
momenti, mentre il paese era esausto pei sacrifici fatti, e i cittadini
maggiormente tassati erano assenti. Ma il maresciallo aveva bisogno
di denaro, perciò in parecchi casi si contrattava, e si ottenevano
dei forti ribassi pur di presentarsi col denaro alla mano. A molti di
quelli che non avevano potuto pagar subito furono messi sotto sequestro
i beni, e per molti ciò fu una grave rovina. Gli onesti non volevano
farsi sequestratari dei loro concittadini, e allora il governo militare
pigliava chi gli capitava, e i poveri sequestrati ne facevano le spese.
Uno dei casi più gravi fu quello capitato al Beretta, diventato poi
dopo il 1859 sindaco di Milano. Il Beretta, nel Governo Provvisorio,
di cui era stato membro, aveva avuto l’amministrazione delle finanze.
Il Governo austriaco, succedendo al Governo Provvisorio, ne aveva
riconosciuto soltanto gli atti amministrativi, e aveva messo a carico
del Beretta tutte le spese di carattere rivoluzionario firmate da lui.
L’ammontare saliva a una cifra altissima, e il Governo austriaco, per
garantirsene, aveva messo sotto sequestro tutti i beni del Beretta. Da
quel giorno incominciò una lunga vertenza tra il Beretta, minacciato da
una confisca, e il Governo. Il Beretta, che si credeva tutelato da un
articolo del trattato di pace, si rivolse anche al Governo piemontese,
e con una consulta d’avvocati riuscì a tirare in lungo la lite per
dieci anni, finchè venne a liberarnelo la battaglia di Magenta.
Durante il nostro esilio di Bellinzona si passavano le giornate in gran
parte sulle piazze, per le strade e nei caffè, in cerca ansiosamente
di notizie. Le più inverosimili, di solito, erano le più credute; e i
propositi più strani e scalmanati erano i più applauditi. Ogni giorno,
ogni ora, cresceva il numero dei profughi che venivano da Milano
e da altri paesi di Lombardia. A poco a poco le piazze e le strade
rigurgitavano d’una folla talora chiassosa e non sempre ispirata alla
dignità che le sventure della patria avrebbero richiesta.
Molti di questi vestivano ancora la divisa militare, ed erano avanzi
di corpi franchi disciolti, o sbandati. Parecchi, laceri, bisognosi di
tutto, talora affamati, movevano a pietà. Il maggior numero veniva dal
corpo d’esercito del generale Griffini, che da Brescia, traverso la
Valcamonica e la Valtellina, s’era ritirato nel Canton Grigione. Questa
truppa, in parte riunita, e in maggior parte sbandata, erasi diretta
verso il Cantone Ticino, e verso il Piemonte. Altri giravano per la
Svizzera, dispersi, e senza mezzi.
Gli svizzeri, e le loro autorità, specialmente nel Canton Grigione,
non ebbero allora verso questi emigrati e questi soldati italiani un
contegno amichevole; e, o per timore degli austriaci, o per simpatia
maggiore verso di questi, non mancavano spesso di trattare assai
duramente quei fuggiaschi.
Tra quella gente errante e dispersa quanti dolori, quanta miseria!
e quale perturbamento morale! In giorni di un grande entusiasmo
avevano lasciate le case loro, i loro cari, e avevano preso il
fucile, credendo che fosse una cosa facile la guerra, una cosa sicura
il trionfo! Eran passati traverso tutte le più strane illusioni, e
s’erano improvvisamente trovati dinanzi ai più duri disinganni. Le
loro menti n’erano uscite scombussolate e sconvolte. Con la maggior
parte di loro non era possibile nessun ragionamento calmo; essi avevano
bisogno di accogliere e di ripetere, come se fossero verità, le più
strane fantasticherie di menti afflitte ed esaltate. Il tradimento! un
misterioso tradimento! era la gran parola che, sulla bocca di tutti,
dava la spiegazione di tutto.
I popoli, nella sventura, hanno sovente il bisogno di trovare la
spiegazione dei loro errori in cause misteriose, e di riunire le loro
colpe sul capo di qualcuno, il quale diventa il _traditore_!
A sentirli, aveva tradito il Governo Provvisorio, avevano tradito i
generali, e tant’altri; ma il grande _traditore_ era Carlo Alberto. E
chi avesse voluto azzardare un dubbio arrischiava di essere messo nel
numero dei traditori esso pure.
Rammento di aver veduto in quei giorni parecchi che si affaccendavano
a persuadere quei pochi soldati piemontesi che, ammalati o dispersi,
non avevano potuto raggiungere l’esercito, che il loro Re era un
_traditore_. Quei poveretti non volevano credere, ma gli altri
insistevano per indurli a non raggiungere i loro corpi, e a rimanere
nella Svizzera in attesa di nuovi e grandi avvenimenti. Quei buoni
soldati, in cui il sentimento della disciplina e dell’antica fede
valeva più dei ragionamenti che udivano, non si lasciavano persuadere,
e riprendevano la strada del loro paese, e la via del dovere.
Gustavo Modena, patriota caldissimo, e in quei giorni scalmanato più
che mai, dava delle serate a Lugano, a Bellinzona, a Locarno, a favore
degli emigrati, e negli intermezzi declamava il Berchet, ripetendo ogni
volta l’_esecrato Carignano_, tra un subisso di applausi, e spezzando
la sedia a cui s’appoggiava.
Povero Berchet! In quei giorni era a Torino; quanto l’avrebbe
addolorato quell’applauso! Ritornato dal lungo esilio egli era fra i
patriotti più profondamente convinti che la sola salute per l’Italia
stava nel riunirsi intorno al Piemonte. E, ammaestrato dalla sventura
e da migliore notizia degli avvenimenti, egli deplorava sinceramente
quelle parole strappate ai dolori dell’esule in mezzo ai disinganni e
alle sventure del 1821!
Lugano, Bellinzona, Locarno, tutti i paesi del Canton Ticino
rigurgitavano di emigrati. Molti tra questi, e soprattutto i volontari,
si trovavano affatto privi di mezzi, e vivevano tra le privazioni e
gli stenti. Gli emigrati più agiati o ricchi potevano sovvenirli ben
poco, poichè, fuggiti anch’essi all’improvviso e non potendo in quei
giorni procurarsi facilmente del denaro, vivevano essi pure in grandi
strettezze.
Non è a dire quanto la buona contessa Sormanni fosse in pena nel vedere
per le strade tanti giovani ancora sofferenti per le fatiche o per le
febbri, male coperti dalle loro lacere uniformi, accampati talora sulle
piazze, o raccolti nei cortili e nelle stalle.
Essa andava a cercarli, e a consolarli. La si vedeva ora in mezzo
a crocchi, ora accompagnata da volontari d’ogni paese e d’ogni
foggia, che ascoltavano con piacere, e alle volte, divertendosene, i
conforti e le prediche amorevoli della buona _madre superiora_, come
la chiamavano. Essa infatti aveva nell’aspetto qualcosa di monacale,
vestita sempre com’era tutta di nero, con una cuffia bianca che le
circondava il viso fin sotto il mento, e con un lungo velo nero che dal
capo le scendeva sulle spalle.
Nè i suoi conforti si limitavano alle parole. Ogni mattina conduceva
qualche gruppetto di volontari, tra i più smunti, a far colazione; ma
prima se li tirava dietro in qualche chiesa a sentir la messa.
Dopo la resa di Milano, le credule speranze dei rifugiati s’eran tutte
rivolte verso i corpi franchi, e specialmente verso quello condotto
da Garibaldi. _La guerra regia è finita, ora incomincia la guerra del
popolo_, aveva proclamato con ingenua iattanza Mazzini; e siccome le
frasi avevano ancora un gran credito in quei giorni, così tutti stavano
aspettando la guerra del popolo.
Ma ben presto si venne a sapere che il corpo dei volontari di
Garibaldi, rimasto per ultimo in Lombardia, dopo alcuni combattimenti
sostenuti con valore a Morazzone e a Luino, sopraffatto dal numero,
aveva dovuto ritirarsi nel Canton Ticino.
Queste notizie ci avevano messi in apprensione per Emilio e per gli
amici ch’erano con lui fra i volontari garibaldini, e dei quali non si
avevan notizie.
Ci rivolgemmo ansiosamente a quanti ci potessero dare qualche notizia,
ma fu inutile. Passarono intanto parecchi giorni, e vedendo che mia
madre era sempre più agitata pensai di recarmi a Lugano, dove, a quanto
si diceva, si trovavan parecchi che avevano appartenuto alle compagnie
garibaldine.
Risoltomi lì per lì, una sera, e non avendo trovato nè un biroccio, nè
un carretto, mi decisi a partire per Lugano a piedi. Per arrivare più
presto avrei fatto meglio a partire la mattina dopo, ma fui spinto dal
vedere mia madre tanto afflitta;
Avevo confidato nella luna che splendeva quella sera. Ma la luna
alle volte fa dei cattivi tiri, e quella volta tradì anche me.
Nell’attraversare il monte Ceneri avevo voluto affidarmi a una
scorciatoia; ma intanto il cielo s’era fatto scuro scuro, cominciò
a piovigginare, e io perdetti la strada. Il viottolo che avevo preso
m’aveva condotto contro un muro, e non vidi più nulla intorno a me.
Allora mi misi a gridare, nella speranza che qualcuno mi sentisse,
ma la mia voce si perdeva lontano e non sentivo all’ingiro che i
piccoli rumori misteriosi della notte, lo stormire di qualche foglia,
il cadere di qualche sassolino, o il fuggire d’un insetto, d’una
bestiola che atterrita si rintanava. Mi sedetti per terra e vi rimasi
accovacciato, nell’umido, fino ai primi albori. Allora ritrovai alla
meglio i viottoli, attraversai la montagna, e raggiunta la strada
postale potei dopo alcune ore entrare trionfalmente in Lugano, seduto
dietro una vettura su un baule, ch’era il solo posto che avessi trovato
disponibile.
Lugano presentava press’a poco, ma in proporzioni maggiori, l’aspetto
di Bellinzona. Le piazze e le strade erano affollate, e si vedeva un
continuo via vai di volontari con le divise lacere, di persone d’ogni
ceto ch’erano evidentemente dei fuorusciti. Tra questi trovai subito
alcuni conoscenti, e avendo loro detto il motivo per cui ero venuto a
Lugano, d’un in l’altro, trovai un soldato del corpo di Garibaldi che
aveva scortati i feriti e gli ammalati al passaggio del confine. Costui
mi condusse nella casa dove erano stati ricoverati, e in una stalla
trovai appunto Emilio sdraiato sulla paglia e ravvolto nel cappotto.
Per le lunghe marce, per gli stenti, e per la febbre era caduto su
una strada, rifinito; raccolto, con altri ammalati e feriti, era stato
condotto in quella stalla.
Vedendomi, e scambiateci subito le notizie sue e le nostre, Emilio
si rianimò tutto, e poco dopo usciva con me da quell’ospedale
improvvisato. Era ancora febbricitante, ma soprattutto era sfinito
di forze, e aveva bisogno di riposo e di cibo; ma non aveva più un
centesimo in tasca. Si partì subito per Bellinzona, ove le cure amorose
della mamma gli procurarono in pochi giorni la guarigione.
Dopo un paio di settimane Emilio ripartì per Lugano, chiamatovi da
alcuni suoi amici. Si preparavano, a quando dicevasi, dei grandi
avvenimenti; e, smanioso anch’io di saperne qualcosa, seguii mio
fratello a Lugano.
A Lugano c’era in quel momento il fiore dell’emigrazione radicale
lombarda, che si raccoglieva intorno a Mazzini, e si affaccendeva non
poco. Emilio mi condusse in casa Berra, dalla signora Teresa Kramer
Berra, madre d’Edoardo Kramer ch’era un suo compagno di scuola. In
quella casa convenivano molti emigrati; vi si sapevano tutte le novità
della giornata, e vi si agitavano tutti quei progetti e quelle speranze
che sono il conforto e il passatempo degli emigrati. Vi feci anche la
conoscenza di alcuni personaggi politici, e ciò mi procurò l’onore
di assistere a qualche convegno in cui si cospirava e si preparava
una nuova insurrezione. Alcuni di questi convegni erano tenuti anche
a Capolago presso una stamperia di cui era direttore il De Boni. Là
conobbi e vidi parecchie volte Mazzini.
In quei giorni Mazzini era l’idolo di pressochè tutti gli emigrati
di Lugano. Non si parlava che di lui, non si ascoltava che lui; le
sue teorie, le sue parole erano dogmi indiscutibili e venerati. I
suoi amici più intimi, e i molti che volevano parerlo, lo chiamavano
semplicemente _Pippo_; e chi parlava in nome di Pippo non aveva bisogno
nè di discutere nè di aggiunger altro. Il _verbo_ era assoluto e
infallibile.
Mazzini aveva il fare e la parola mite e gentile; discorreva in un tono
dolce e leggermente ispirato; non gli piaceva d’esser contraddetto, ed
era specialmente deferente verso quelli ch’erano del suo parere.
Inutile dire che tra coloro che l’ascoltavano in un religioso silenzio,
e che ne erano entusiasti, c’ero anch’io.
Nelle riunioni di Lugano, o di Capolago, venivo a sapere ogni giorno i
particolari dell’invasione armata in Lombardia che si stava preparando;
invasione che a poco a poco era diventata il secreto di tutti, e che
tutti si confidavano all’orecchio nei caffè.
Uno dei più operosi nel predisporre i preparativi era un certo Mora,
che avevo veduto l’anno prima in casa Correnti, e che era credo un
modesto impiegato. Era sempre in uniforme militare; un uniforme in
tela, di non so qual corpo di volontari; e andava in giro col fare cupo
e misterioso di chi ha la testa piena di progetti e di secreti; taceva
sempre, ma il suo era un silenzio che voleva dire più di qualunque
discorso. Evidentemente egli sentiva d’essere il capo di Stato
Maggiore dell’invasione, e forse di quella guerra di popolo che Mazzini
preparava, e nella quale gli emigrati di Lugano avevano fede più che
nelle armi del Piemonte. Ma gli avvenimenti troncarono presto i destini
militari del Mora; il quale doveva invece, più modestamente, diventare
molti anni dopo l’economo del collegio reale delle fanciulle di Milano,
nominato dal Correnti quando fu Ministro dell’Istruzione Pubblica.
Quei preparativi destinati a riparare colla _guerra del popolo_, come
dicevano, gli errori della _guerra regia_ finirono coi due tentativi di
Val d’Intelvi e di Chiavenna.
A giudicare dai preparativi, o a dir meglio dai progetti, pareva che
si preparasse qualche gran fatto nelle valli e nei paesi lungo il
lago, e nella Valtellina; e per questo venuto l’ottobre Emilio lasciò
Lugano, e traverso la Svizzera si recò appunto nei paesi dove doveva
succedere il movimento insurrezionale. Ma, giunto in Valtellina,
con sua sorpresa s’accorse che non se ne sapeva nulla. Parlò coi
principali patriotti del paese, e li trovò tutti avversi, per molte
buone ragioni, al movimento progettato. Parlò con Enrico Guicciardi,
ch’era venuto anch’esso dal Piemonte a Poschiavo, per vedere quei
supposti preparativi, e il Guicciardi uomo ardito, ma non facile ad
illudersi, ripartì sconsigliando un’impresa che non aveva nessuna seria
preparazione e nessuna possibilità di riuscita. Guicciardi ritornò al
suo battaglione valtellinese, che si distinse poi alla battaglia di
Novara.
Ma intanto per ordine di Mazzini, d’Apice e Arcioni, che si facevan
chiamare generali, seguiti da pochi, penetrarono nella Valle d’Intelvi,
una valle che s’apre dietro il paese d’Argegno sul lago di Como. Il
_Comitato insurrezionale_ di Lugano, per assecondare questa iniziativa,
ordinò che un corpo, che doveva essere di 400 uomini, composto di
emigrati e di volontari sbandati, si portasse in Val d’Intelvi. Ma
questo corpo, che non esisteva che in parte, alle prime avvisaglie fu
sciolto dal D’Apice, e si disperse.
Intanto il generale Wimpfen, il 28 ottobre, mandava da Como contro la
Valle d’Intelvi 700 soldati su due piroscafi. Dal paese d’Argegno,
verso cui movevano i piroscafi, all’apparire di quelle truppe, si
staccò una barca, in cui erano alcune persone, vogando a tutta forza,
con l’evidente intenzione di andare all’abbordaggio. Dal piroscafo
partì subito un colpo di cannone, e allora la barca vogando con pari
forza in senso inverso andò ad arenarsi sulla spiaggia d’Argegno.
L’abbordaggio di quei pochi contro un battaglione era fallito; ma così
erano tutti nel ’48, audaci e ingenui. Questo episodio, serio e comico,
me lo raccontava ridendo uno ch’era in quella barca, Antonio Lazzati,
che poi vedremo nelle prigioni di Mantova.
Gli austriaci penetrarono nella Valle d’Intelvi, dove si era proclamata
una repubblica, che durò tre giorni, difesa da pochi, comandati da un
tal Antonio Cresseri e da Andrea Brenta, due valorosi che quasi soli si
gettarono sui soldati in marcia. Presi, vennero fucilati a Como.
Contemporaneamente, secondo i piani del Comitato di Lugano, e ad onta
delle notizie sconfortanti, un altro gruppo di emigrati era penetrato
in Valtellina, fin presso a Chiavenna, condotto da Francesco Dolzino,
del paese, un valoroso patriotta. Erano con lui il marchese Vitaliano
Crivelli, Alberico Gerli, soprannominato _Pepe_, Giovanni e Gaetano
Cantoni, il notaio Bordini, l’ingegnere Tagliaferri, tutti milanesi. Ma
giunsero presto gli austriaci, che occuparono subito la Valle del Mera.
Si fecero le fucilate; e gli austriaci incendiarono alcuni casolari,
e il villaggio di Veccia. Nessuno in quei paesi insorse, nessuno si
mosse, come s’era preveduto, e i pochi emigrati che avevano tentata
quell’impresa, si dispersero. Così finì la breve spedizione, che i
meglio informati avevano cercato di impedire. Ma i più avventati e gli
illusi l’avevano suggerita e voluta, e Mazzini aveva creduto loro.
Dopo queste infelicissime imprese, su cui per alcune settimane s’erano
concentrate l’attività e le speranze d’una parte degli emigrati del
Canton Ticino, questi, persuasi ormai che pel momento non ci fosse più
nulla da tentare in Lombardia, cominciarono a poco a poco a levar le
tende. I più tranquilli, e i meno compromessi, rientravano in Lombardia
recandosi da prima nei paesi e nelle loro case di campagna; altri si
avviarono in Piemonte, mentre i giovani, gli antichi volontari, la
parte insomma più energica ed accesa, si indirizzava alla spicciolata
verso l’Italia centrale, dove si sperava, come infatti avvenne, che si
preparassero nuovi avvenimenti.
Alla fine d’ottobre anche la nostra piccola colonia di casa Moro
pensò a sciogliersi e a rimpatriare. La contessa Sormanni era la
più impaziente di tutti: sentendo ogni giorno qualche nuovo nome di
arciduchi o di principi che avevano dei comandi militari in Lombardia,
era presa da una grande smania di vederli, non foss’altro, passar per
le strade. Tutti le davan sulla voce, e allora si accendevano delle
forti discussioni nella colonia. La zia Campeggi, ritornando ai suoi
ricordi giovanili, invocava un nuovo Napoleone che mettesse fine a
tanti subbugli; mentre la contessa Sormanni sosteneva che i subbugli
non sarebbero avvenuti se fosse stata ancor viva Maria Luigia duchessa
di Parma.
Le zie, le cugine, e la contessa partirono direttamente per Milano.
Mia madre pensò di recarsi con me e con mio fratello Enrico a Tirano in
Valtellina: Emilio che c’era andato, come vedremo, alcuni giorni prima,
n’era già ripartito.