IV.

_Sommario:_ Dopo la partenza degli Austriaci da Milano. —

L’opinione pubblica. — Arrivo di volontari. — La Guardia Nazionale.

— Cartucce fatte dalle signore. — La Palestra Parlamentare. — Un

orologio rubato e un corpo di guardia. — Il Circolo Repubblicano

detto l’Associazione Nazionale Italiana. — La processione del

_Corpus Domini_. — Mazzini. — I partiti e la _fusione_ col

Piemonte. — I giornali. — Debolezza del Governo Provvisorio. —

Cattaneo. — Cernuschi. — Dimostrazioni pubbliche, agitazioni. —

Il battaglione dei volontari studenti e chierici. — In casa di mia

nonna, zii e cugini.

Quando ritorno col pensiero all’impressione generale rimastami di

quel breve tempo in cui allora Milano fu libera, e ci ripenso con

più maturo giudizio, non ritrovo più ciò avevo tanto ammirato poco

tempo prima, ciò che mi aveva tanto esaltato e commosso durante la

rivoluzione, e nei mesi che la precedettero; non ritrovo quell’energia,

quell’abnegazione, quella concordia di tutti che avevano lasciato nel

mio animo dei ricordi così alti ed ammirevoli. Dopo la vittoria parve a

molti che tutto fosse finito: l’eroismo si riposò.

Tutto ciò che viene dopo non ha più la stessa impronta, non ha

più, oserei dire, la stessa serietà, ed ha bisogno di tutte quelle

giustificazioni che s’invocano a favore dell’inesperienza.

Si passava parte della giornata in istrada. Nei primi giorni si

gironzava di crocchio in crocchio a sentir notizie strepitose, che

venivan dai paesi di fuori, dalle provincie e da Venezia; o a sentir

discussioni politiche, già torbide nella loro ingenuità. Poi, ogni

tratto, una dimostrazione patriottica, o una funzione religiosa per

vivi e per morti. Poi un ricevimento di qualche drappello di volontari,

che veniva dalle città lombarde o da altre regioni. Eran drappelli di

solito male in arnese o vestiti in modi bizzarri, che vociavano cose

ancor più bizzarre, inneggiando alla concordia con grida fatte per

distruggerla.

Fra questi arrivi rammento quello d’una schiera di volontari napoletani

condotti dalla principessa Cristina Belgiojoso Trivulzio, la quale li

aveva arrolati, e ne faceva le spese.

Tutti questi drappelli venivano poi riuniti a diversi Corpi di

volontari, che mano mano partivano per il campo. Questi Corpi, in

cui c’eran pure dei giovani ottimi e valorosi, erano male ordinati,

e dimostravano l’insufficienza dei concetti e dei metodi coi quali si

credeva dai più che si potesse condurre a fine la guerra.

Allora c’erano anche quelli che credevano superflua la venuta di Carlo

Alberto e dell’esercito piemontese!

Le vie di Milano furono subito inondate da agitatori, da tribuni, da

arruffapopoli, che sono l’indizio, come i vermi, d’un corpo in via di

dissoluzione.

Si dava una grande importanza alla Guardia Nazionale, che molti

chiamavano seriamente il _Palladio della Libertà_; nome che le rimase

anche per un pezzo. Era stata uno dei dogmi liberali del 1830, e quindi

faceva parte dell’ortodossia del tempo. Tanti, che sarebbero stati

pel disordine, passavano alla causa dell’ordine solo perchè vestivano

l’uniforme di Guardia Nazionale.

Quando, il 26 di marzo, entrarono dalla Porta Sempione il generale

Passalacqua e il generale Bes con un corpo di belle truppe piemontesi,

cinquemila uomini di fanteria e mille lancieri, il fatto commosse

meno di quando la gente correva a vedere cinquanta genovesi o venti

pavesi, od altri gruppetti di volontari, vestiti alla lombarda, col

solito camiciotto di velluto e le solite penne. _Il 22 marzo_, giornale

ufficiale del Governo Provvisorio, il giorno prima dell’arrivo delle

truppe piemontesi, esortava i buoni milanesi a fare ad esse buona

accoglienza, e a non badare a _malumori per conflitto d’opinioni,

poichè la loro venuta era un concorso fraterno, e non un intervento

politico, ed anzi i piemontesi ci sarebbero stati grati d’aver

loro offerta l’occasione di mettersi con noi nell’impresa di cui si

trattava_.

I buoni milanesi, nella luna di miele della loro vittoria, erano gelosi

che altri potessero venire ad acquistare un qualche alloro anch’essi,

e forse maggiore. La vittoria li aveva inebbriati e accecati. Che dura

lezione li aspettava tra poco!

Per avere la Guardia Nazionale c’era da per tutto allora una smania

quasi pari a quella che una ventina d’anni dopo ci fu per abolirla.

Non era poco quindi l’affaccendarsi anche in Milano, in quei giorni,

per ordinare la Guardia Nazionale, a piedi e a cavallo, per eleggere i

graduati, per scegliere le uniformi, per stabilirne le prerogative e i

servizî. Tutto era argomento di grandi discussioni e di gare; di gare

anche tra quelli che avendo una bella barba aspiravano al grembiule di

cuoio e alla scure dello zappatore. Quanti buoni padri di famiglia non

ho veduto nelle parate, in grazia della barba, sfilare con l’uniforme e

con l’aspetto truce del _guastatore_!

Più serio e più commovente era l’affaccendarsi in tutte le famiglie,

ricche e povere, per apparecchiare biancherie, filacce, bende, e

cartucce per i soldati. Ricordo mia madre, e tant’altre signore,

che da mattina a sera vi attendevano con passione e con scrupolo. Le

cartucce fatte nelle famiglie venivano portate alla caserma del Genio,

situata ove ora sorge il palazzo della Cassa di Risparmio; e lì era un

continuo andirivieni di signore e signorine, che andavano a portare

le cartucce fatte, o a ricevere istruzioni e munizioni per il loro

compito giornaliero. A questo ufficio sopraintendeva il dottor Giuseppe

Terzaghi, che undici anni dopo doveva essere mio collega, valente e

amatissimo, nella prima Giunta Municipale di Milano risorta.

Anche in ciò, come in tant’altre cose pubbliche, si procedeva con mezzi

piccoli e inadeguati al bisogno, poco seri anche, ma pur rispettabili,

per quell’alto e sincero sentimento che animava tutti; poichè la

devozione alla patria, e i sentimenti generosi che avevano ispirata e

diretta la rivoluzione, furono ancora l’ispirazione d’ogni atto in quei

primi momenti della libertà.

La proprietà e l’ordine furono rigorosamente rispettati, e c’era in

tutti una gara di sentimenti generosi. Erano stati fatti prigionieri

non solo molti soldati, ma moltissimi agenti della Polizia, tristi

arnesi di rigori e di fatti odiosi, che rammentavano giorni nefasti

e privati dolori. Eppure furono perdonati; _offriteli a Pio IX!_ era

detto ingenuamente in un proclama dei primi giorni. Nessuna vendetta

fu compiuta, nessun fatto di sangue venne a smentire la generosità dei

vincitori; nessuna rappresaglia fu fatta per gli uccisi, e per molti

atti inutilmente feroci a cui s’erano abbandonati, in alcuni punti

della città, i soldati austriaci.

Tra le cose poco serie d’allora, che ritrovo nella memoria, c’è anche

un Circolo, tipico di quei giorni, e che si chiamava la _Palestra

Parlamentare_. Era fatto, come diceva il suo nome, per preparare, con

una ginnastica vocale, i futuri oratori della Camera; per trattare in

astratto i maggiori problemi della politica e dell’amministrazione

degli Stati; e per far piani di guerra e disegni politici per uso

dell’Italia.

La _Palestra_ era frequentata, naturalmente, da tutti i chiacchieroni

disoccupati di Milano, che andavano a sfoggiarvi una rettorica vuota

e comica. Confesso però che allora non dicevo così. Giovanetto e

inesperto qual’ero, pigliavo tutte quelle chiacchiere sul serio, e

invidiavo meravigliato la facondia di quegli oratori. Ma pazienza, se

fossi stato solo; il guaio era che moltissimi applaudivano a quelle

ciarle, e ci credevano. Così si diffondevano nel pubblico i più strani

e deplorevoli concetti sulle faccende pubbliche; e ciò in momenti di

tanta gravità.

Avevamo la libertà da pochi giorni, e la _Palestra_ ne chiedeva le

istituzioni e le forme a cui i popoli più civili non erano arrivati che

dopo molti anni, e molte vicende. Mire precoci, che abbiamo vedute poi

ripetersi anche più tardi.

Uno degli argomenti su cui più si affannavano gli oratori della

Palestra era quello della _Costituente_. Lo Statuto di Carlo

Alberto, dato da poche settimane, doveva essere abolito, dicevano,

e un’Assemblea Costituente doveva, a guerra finita, fare al Regno

dell’alta Italia il regalo d’un nuovo Statuto.

Si pensi quale Statuto, che specie di Costituzione, ci avrebbe regalato

una _Costituente_ sorta in mezzo a tanta confusione di idee e a tanta

inesperienza politica! La storia ce le ha mostrate più volte tali

_Costituenti_ e tali Costituzioni sorte da esse; Costituzioni con le

quali non si governa, e che conducono ai colpi di stato. Eppure il

concetto della _Costituente_ si faceva strada ogni giorno più, ed era

entrato nei propositi degli uomini politici più influenti, e dello

stesso Governo Provvisorio, che doveva farne una condizione nell’atto

di fusione col Piemonte. Inutile dire che anch’io, modestamente, ne ero

fanatico; senza capirne nulla, si intende.

Un piccolo episodio capitato, proprio a me, mi dimostrò in quei giorni

come fossero interpretati i nuovi diritti del libero cittadino, che

sentivo predicare alla _Palestra_. Stavo leggendo, un dopo pranzo,

in mezzo a un gruppo numeroso di persone, un proclama del Governo

Provvisorio affisso a un muro, quando a un tratto vedo una mano che

mi rasenta il vestito, e mi strappa l’orologio. Mi volto di botto,

e piglio pel collo il ladro. Questo protesta, grida, e si appella

al pubblico contro di me. Grido anch’io, e reclamo il mio orologio.

La gente ci si fa intorno, ascolta or l’uno or l’altro, e non sa

a chi dar ragione. Finalmente si fa innanzi un buon cittadino, il

quale sentenzia che per decidere la questione bisognava andare a un

posto, ch’era vicino, della Guardia Nazionale, ma non alla Polizia

«trattandosi, diceva, d’un fatto presunto ma non provato;» e si offre

di accompagnarci. Tutti gli danno ragione, ed eccoci poco dopo tutti e

tre al corpo di guardia.

Il comandante del posto e i militi fanno circolo intorno a noi,

e stanno a sentire le nostre ragioni con un contegno imparziale.

Io chiesi innanzi tutto che si frugasse nelle tasche del mio

contradditore, ma questo vi si oppose, perchè ciò era una violazione

delle saccocce, contraria ai diritti d’un libero cittadino, come si

diceva anche alla _Palestra_. Allora io proposi che ci conducesse tutti

e due alla Polizia; ma anche ciò non fu gradito dal mio ladro, il quale

rispose che se non spiaceva a me spiaceva a lui di attraversare la

città in mezzo alle guardie.

Allora il buon cittadino, il probo-viro, che ci aveva accompagnati,

sentenziò una seconda volta, e disse: che potevamo bensì andare alla

Polizia, se eravamo d’accordo, ma soli e senza accompagnamento di

guardie. Questo parere fu trovato savio da tutti, anche dal ladro.

Era sull’imbrunire, ed eccoci avviati noi due, pacificamente, dal corpo

di guardia di S. Babila verso la Polizia, che risiedeva nella via di

S. Margherita, attraversando la lunga viuzza Bagutta che a quell’ora

era anche deserta. Io non ero molto tranquillo, a dir la verità, e mi

domandavo come la sarebbe finita. La finì subito: come fummo vicini

alla svolta della via Sant’Andrea, il mio compagno si guardò in giro,

non c’era nessuno; allora mi diede improvvisamente un gran spintone,

che mi fece perdere l’equilibrio; io andai a terra, dietro una

barricata non ancora disfatta; e lui via a gambe; volli rincorrerlo, ma

non lo vidi più. E non vidi più, s’intende, l’orologio!...

Poco dopo ero a casa a raccontare l’avventura alla mia buona mamma;

le misi le braccia al collo e piansi. Quell’orologio era il mio primo

orologio d’oro, ed era l’ultimo regalo che mi aveva fatto il mio povero

babbo.

Un Circolo più serio della _Palestra_ e diversamente pericoloso, era

sorto frattanto a Milano nell’aprile, sotto il nome di _Associazione

Nazionale italiana_, fondato da Mazzini, e che aveva per organo

l’_Italia del popolo_. Era un Circolo composto di soci prettamente

repubblicani.

Io avevo letto diversi scritti di Mazzini, e n’ero entusiasta. La

sua fede nell’Italia e in Dio, il suo linguaggio mistico, umanitario,

trovavano facilmente la via del mio cuore giovanile e della mia mente

vergine di esperienza e di riflessione. Mio fratello Emilio, in quei

giorni, aveva conosciuto Mazzini personalmente; io ero troppo giovane

per procurarmi questo onore; ma avevo un gran desiderio di conoscerlo

almeno di vista.

La mia curiosità fu appagata, per la prima volta, in una circostanza

che oggi i suoi correligionari crederebbero appena: lo vidi nel corteo

della processione del _Corpus Domini_.

Siccome in quei giorni tutto si faceva ancora in nome di Pio IX, e

del connubio tra la patria e la religione, così anche la processione

del _Corpus Domini_ era stata un avvenimento a cui aveva preso parte

ogni ordine di cittadini. L’Arcivescovo era seguito da tutto il clero

della città; c’era il Governo Provvisorio; c’erano tutte le autorità

cittadine, e governative, e tutte le società, compresa l’_Associazione

nazionale italiana_ e la redazione del giornale l’_Italia del popolo_,

precedute da Giuseppe Mazzini.

La processione fece un lungo giro per la città, ch’era tutta riccamente

ornata a festoni, a bandiere e ad arazzi. Alla processione facevano

ala tutte le legioni della Guardia Nazionale. Ma finiti gli sfoghi

della concordia e della fratellanza, che abbracciava tutti, da Pio

IX a Mazzini, in un medesimo amplesso, quella luna di miele cominciò

a intorbidirsi. Dinanzi alle questioni positive della politica, e ai

diversi indirizzi delle faccende pubbliche che ne erano la conseguenza,

incominciavano a sorgere le divergenze, e le opinioni si raggruppavano

intorno ai vecchi partiti politici e ai partiti in formazione.

L’argomento che sollevò le prime discussioni tempestose fu quello della

_fusione_, come dicevasi allora, e cioè dell’unione delle provincie

lombarde col Piemonte. Chi voleva che la _fusione_ fosse votata subito,

chi la voleva differita alla fine della guerra, e chi non la voleva

affatto. Il partito della _fusione_ immediata era il più numeroso, come

la votazione lo dimostrò; e infatti per la fusione ci furono 561 mila

voti favorevoli e 681 contrari: ma gli altri due partiti erano i più

chiassosi e irrequieti. Al primo partito appartenevano, naturalmente,

i monarchici; agli altri due appartenevano gli ingenui, e tutti i

repubblicani. I repubblicani poi erano in parte unitari, capitanati

dal Mazzini, e in parte _federalisti_, capitanati dal Cattaneo; il

quale in nome delle sue repubblichette dell’avvenire era diventato

improvvisamente battagliero, e nemico acerrimo del Governo Provvisorio,

di Carlo Alberto, dei monarchici e degli unitari.

Il Governo Provvisorio, pur composto di degnissime persone, era

alquanto deboluccio, e lo rendevano ancor più debole e incerto le lotte

dei partiti, le dimostrazioni della piazza e gli attacchi dei giornali.

Talchè, sulla fine del maggio, un certo Urbino, capitanando una mano di

esaltati, potè avere l’audacia di invadere il Palazzo Marino e tentare

di rovesciare il Governo Provvisorio. Fu un atto breve, insensato,

e subito represso, ma che dimostrò come nell’animo di parecchi fosse

penetrata la convinzione della debolezza del Governo.

I giornali che più vivamente attaccavano il Governo Provvisorio erano

l’_Italia del popolo_, organo di Mazzini, la _Voce del popolo_ in cui

scrivevano alcuni giovani sotto la direzione del dottor Pietro Maestri

e di Romolo Griffini, e l’_Operaio_ diretto da Pietro Perego, il quale

ritornati gli austriaci offrì i suoi servigi a Radetzki, e diresse

a Verona un giornale ufficiale del Governo militare. L’_Operaio_

era un violento e tristo libello giornaliero, in cui, è doloroso il

dirlo, alle volte sfogavano le loro ire partigiane contro il Governo

Provvisorio, il Cattaneo ed Enrico Cernuschi. Il Governo Provvisorio

era difeso da un giornale ufficiale, _Il 22 Marzo_, in cui scrivevano

G. Carcano, L. Sala, E. Broglio, ed altri.

Il Cernuschi, che veniva da una modesta famiglia di Monza e che doveva

finire suddito francese e milionario, fu uno dei tipi più originali

della rivoluzione milanese del quarantotto. Quantunque devoto a

Cattaneo, fu tra quelli che vollero la rivoluzione, e vi diede prove

di valore. Era un giovane d’ingegno, di qualche coltura e di molto

coraggio. Di opinioni repubblicane e di gusti signorili, frequentava

le famiglie più aristocratiche di Milano, e faceva l’agitatore contro

Carlo Alberto e contro i monarchici; democratico fino a collaborare

nel giornale plebeo l’_Operaio_, amava mostrarsi nelle migliori

società, conservando abitudini ed amicizie distinte. Vestiva con una

certa eleganza affettata, e diversamente dagli altri: aveva il viso

completamente sbarbato; portava un cappello basso a larghe tese,

sempre la giubba nera, un’ampia cravatta bianca, e il gilè pur bianco

e a larghi risvolti alla Robespierre; in ogni stagione non usava che

scarpini di pelle lucida.

Durante i mesi del Governo Provvisorio, il Cernuschi, bisognava pur

dirlo, non fu che uno sterile agitatore; l’anno dopo, come è noto,

chiuse a Roma con valore e dignità la sua vita di rivoluzionario

italiano, per diventare poi un abile e fortunato finanziere francese.

Non prese più nessuna parte agli avvenimenti patrii, e si fece

francese.

Le agitazioni politiche, le dimostrazioni, le feste patriottiche, in

mezzo a un popolo impressionabile e inesperto, nuovo alla politica,

inconscio della grave condizione in cui si trovava, esercitavano una

pessima influenza sull’andamento della cosa pubblica. Ogni momento

si batteva la generale, e accorreva la Guardia Nazionale: ora c’era

una dimostrazione per una vittoria; ora la partenza o l’arrivo di

volontari; ora qualche forestiero illustre da festeggiare, e nominerò

tra questi il poeta polacco Miçkzewich, che mise anch’esso sossopra

mezzo Milano. E intanto l’ordinamento delle forze militari, della

difesa e della finanza, procedevano a rilento e in modo affatto

inadeguato al bisogno.

Li rammento ancora quei poveri volontari mal vestiti e mal

disciplinati; e quel battaglione di studenti e di seminaristi, ai

quali non s’era data neanche una propria divisa militare. Li avevano

vestiti con certe giubbette ridicole trovate nei magazzini delle

guardie austriache di Polizia, non mutandoci che le mostre gialle in

mostre rosse. Se ne rideva; ma avrebbero potuto ispirare piuttosto

un sentimento di mestizia. Quei bravi giovanotti, ch’erano il fiore

degli studi e delle speranze, per un concetto ideale, ma imprevidente,

partivano riuniti tutti in un medesimo corpo; cosa che avrebbe resa più

grave la sciagura se nella guerra quel battaglione fosse stato colpito

da un disastro che lo avesse in gran parte distrutto, annientando d’un

colpo tante vite sulle quali la patria sperava.

Andai anch’io a vederli partire. Partivano tra gli evviva, tra gli

abbracci, tra le lagrime delle famiglie, che li attorniavano e li

baciavano. Era uno spettacolo, come tutto a quel tempo, pieno di poesia

e di imprevidenza.

Tra quegli studenti, e quei chierici, ci avevo anch’io dei cugini e

degli amici: tra i chierici ricordo il cugino Ignazio Borgazzi, che

poi morì missionario a Borneo, e tant’altri, che più tardi dovevano

diventare l’onore di quel clero lombardo, il quale sapeva così

felicemente riunire il sentimento della religione e della patria.

In quell’anno io ero studente di ginnasio, e prendevo le mie lezioni

in casa. È facile immaginarsi che annata scolastica fosse quella;

un bollettino colle notizie gridato da uno strillone, o un rullo di

tamburo, bastavano al professore e allo scolaro per interrompere la

lezione e farli scendere in strada. Nel luglio poi si fecero degli

esami in fretta e in furia, nei quali si veniva licenziati senza che si

chiedesse molto, e con una specie di assoluzione.

Mio fratello Emilio era studente dell’Università, ma non credo che le

_Pandette_ lo occupassero molto: lo occupavano invece la politica, gli

amici, i circoli, i ritrovi. Egli aveva fatto la conoscenza personale

di Mazzini, il quale aveva per lui molto affetto e molta predilezione.

Al Mazzini piaceva circondarsi di giovani intelligenti, per farsene

dei collaboratori e dei seguaci; ma seguaci obbedienti. E ciò otteneva

facilmente, pel molto prestigio ch’egli sapeva esercitare sulle menti

giovanili e entusiaste.

Mio fratello era pure legatissimo con Carlo Tenca, che aveva diretta in

quegli anni la _Rivista Europea_, e intorno a cui si riunivano, come

intorno al Correnti, molti giovani valenti. Per la _Rivista Europea_,

ch’era un’ottima Rivista mensile, mio fratello, pur giovanissimo, aveva

già scritto diversi articoli, che sentivo lodare.

Io ero troppo giovane per appartenere a simili società e a simili

ritrovi politici; e dacchè in casa del Correnti, ora assorto nei lavori

del Governo Provvisorio, non c’eran più le riunioni come in passato,

io dovevo accontentarmi delle conversazioni in casa dei parenti, dove

accompagnavo mia madre.

Le case dove s’andava di solito eran due; quella della nonna materna, e

quella d’uno zio Luigi Borgazzi, il quale aveva una numerosa famiglia.

Mia nonna, donna Rosa Borgazzi Caimi, aveva allora 90 anni, e presso

di lei si radunavano la sera alcuni dei suoi figli e delle sue figlie;

tutte persone mature, serie, un po’ pesanti, ad eccezione di mia

madre, ch’era la più giovane di tutte, e conservava uno spirito fine ed

arguto.

Primeggiava in quella società mio zio Giovanni Borgazzi, ch’era anche

il mio tutore, uomo colto, grave, e che aveva occupato non so quale

alto posto nell’amministrazione del primo Regno d’Italia. Sua moglie,

donna Elena Taverna, era sorella di quel conte che fondò in Milano

l’Istituto dei sordo-muti poveri di campagna. Gli altri fratelli erano:

don Luigi, amico intimo del conte Mellerio e di tutti i maggiorenti dei

conservatori clericali di Milano; don Gaetano, che in sua gioventù era

stato insieme col fratello Carlo (morto parecchi anni prima) ufficiale

nell’armata napoleonica, e aveva sofferto una lunga prigionia in

Russia; e infine don Giacomo, il quale non aveva fatta nessuna delle

cose serie che avevano fatte i suoi fratelli, ma si dava l’aria di

averne fatte di più; e da mattina a sera era sempre a cavallo.

Le sorelle di mia madre, ad eccezione della zia donna Giuseppina

Campeggi, non avevano l’aria grave dei fratelli, e si distinguevano

tutte per una grande bontà e per una certa piacevolezza di spirito.

Donna Giuseppina, invece, la quale in sua gioventù doveva essere

stata un’assai bella donna, aveva l’aria severa e matronale, che le

veniva forse dalla lunga convivenza col suo defunto marito, ch’era

stato presidente d’una Corte d’Appello durante il Regno napoleonico.

Lo ricordo ancora quello zio, sempre vestito di nero, con la cravatta

bianca a due giri, e con la parrucca incipriata. Quand’ero piccino,

gli zii Campeggi alle volte mi volevano a pranzo, ma la mia soggezione

era tale che non parlavo finchè ero con loro. Finito il pranzo, lo

zio diceva ogni volta con solennità: «I ragazzi dopo pranzo devono

_sollazzarsi_;» e per _sollazzarmi_ mi consegnava a una vecchia

cameriera, la quale mi faceva giocare al _gioco dell’oca_.

Questi miei zii e zie avevano pressochè tutti molti figlioli,

parecchi dei quali erano giovani d’ingegno e d’energia, e in quei

giorni prendevano parte attiva in vari modi agli avvenimenti della

rivoluzione.

La conversazione nel salotto della nonna si svolgeva gravemente, e i

discorsi erano press’a poco sempre i medesimi. La rivoluzione contro

gli austriaci, che non eran più quelli di Maria Teresa, era stata

accolta con qualche indulgenza, perchè fatta al grido di _viva Pio IX_;

ma era osservata con diffidenza.

Sugli avvenimenti del giorno però non si parlava che sotto voce, perchè

nessuno aveva osato dire a donna Rosa che c’era stata una rivoluzione.

Questa parola, che si univa ai ricordi della rivoluzione giacobina,

l’avrebbe fatta cadere in deliquio.

Durante le Cinque Giornate erano riusciti a farle credere che un

tempaccio orribile impedisse ai soliti della conversazione di venire

da lei, aggiungendo per di più che le cannonate erano tuoni. La grave

età di lei, e la sordità, avevano reso possibile il lasciarla in questo

inganno; ed essa, nei due o tre anni che sopravvisse al ’48, ricordava

di tanto in tanto quel gran _temporale_ che per cinque giorni aveva

interrotta la sua conversazione, obbligandola a tener chiuse le imposte

delle finestre.

Più bella e più lieta era l’altra conversazione dove mia madre

conduceva me ed Enrico: quella in casa di suo fratello, don Luigi. Ci

si andava tutte le domeniche, ed era un allegro ritrovo di giovani e di

belle fanciulle, figli di parenti e di amici. Lo zio, che sarebbe stato

un vero spegnitoio, usciva di casa subito dopo pranzo, e non tornava

che a mezzanotte. Intanto sotto gli auspicî della zia, ch’era una donna

buona e simpatica, si faceva il chiasso. Eravamo tutti assai giovani;

si giocava, si ballava, e si cantavano gli inni patriottici lietamente.

Le belle cuginette! le amavo fraternamente un po’ tutte, per non far

torto a nessuna.

Ricordi di gioventù · 第 22 / 105 题