Nella Via delle Tombe, per la quale ci metteremo in ultimo, ci avverrà
di trovare un altare sepolcrale, scoperto nel 1812, fatto di tavole di
travertino quadrangolari di bello ed elegante lavoro, eretto, secondo
l’iscrizione ripetuta da due parti, in memoria di Marco Allejo Lucio
Libella padre, duumviro, prefetto e censore, e di Marco Allejo Libella
figlio, decurione, morto a diciassette anni, dalla pietà di Alleja
Decimilla figliuola di Marco e sposa del primo. Costei è in detta
iscrizione indicata _Sacerdos Publica Cereris_ (publica sacerdotessa di
Cerere).
Sulle pareti esterne della Basilica, che più innanzi visiteremo, e
che eran ricoperte di stucco, sulle quali vennero dipinte capricciose
rappresentazioni architettoniche, si lessero parecchie iscrizioni, o
fatte col pennello o graffite, d’ogni natura e colore, di cui taluna
già riferii parlando delle _Vie_ e fra le stesse mi richiamò la
speciale attenzione codesta:
. . . . AQVIAMI QVARTA SACERDOS CERERIS PVBL.
Dalle quali due iscrizioni, che ci fanno fare la conoscenza di
Quarta e Decimilla sacerdotesse di Cerere, e forse anche dalle altre
due iscrizioni che si leggono sul mausoleo di Mamia e sul cippo di
Istacidia, indicate soltanto come pubbliche sacerdotesse (_sacerdos
publica_) e lo erano per avventura entrambe della suddetta medesima
divinità, ci è dato inferire esservi stato in Pompei un tempio sacro
a Cerere, la dea che insegnò agli uomini l’arte di coltivare la terra,
di seminare le biade, di raccogliere le messi e fabbricare il pane. La
Campania, così frugifera, non poteva di certo non erigerle templi ed
altari. — Sorella a Giove, l’incestuoso dio ebbe da lei Proserpina,
la quale mentre coglieva fiori in Sicilia, venne rapita da Plutone
che la trasse nel suo regno inferno. Claudiano, di questo _Ratto_,
ordì un vago poemetto, egregiamente voltato in versi italiani da quel
valente che è l’abate Giuseppe Brambilla da Como; e quali poi per esso
rapimento fossero gli spasimi della madre, venne pittorescamente così
espresso dall’Ariosto nel suo _Orlando_:
Cerere poi, che dalla madre Idea
Tornando in fretta alla solinga valle,
Là dove calca la montagna Etnea
Al fulminato Encelado le spalle,
La figlia non trovò dove l’avea
Lasciata fuor d’ogni segnato calle,
Fatto ch’ebbe alle guance, al petto, ai crini
E agli occhi danno, alfin svelse due pini;
E nel fuoco gli accese di Vulcano,
E diè lor non poter esser mai spenti,
E portandosi questi uno per mano
Sul carro che tiravan dui serpenti,
Cercò le selve, i campi, il monte, il piano,
Le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti,
La terra e il mare; e poi che tutto il mondo
Cercò di sopra, andò al Tartareo fondo[235].
È noto il resto della favola che fece Proserpina, sposa al sire del
tartareo regno.
Restò per tutto ciò sacra a Cerere la Sicilia specialmente, dove que’
fatti s’erano compiuti e dove le furono istituite feste. Roma l’ebbe
pure in reverenza sotto i nomi di Vesta dapprima, quindi della Bona
Dea. Nella festa principale che le si faceva a’ diciannove d’aprile in
suo onore e dicevasi cereale, celebravansi i suoi misteri nella casa
del Console, cui non intervenivano che le donne, pena la morte agli
uomini che introducendovisi li avessero profanati di loro presenza,
ed eran preceduti da otto giorni d’astinenza e di castità, ciò che
veniva detto essere _in casto Cereris_. — Non v’ha a questo proposito
chi non rammenti, letto che abbia le arringhe di Cicerone, quanto
scandalo e scalpore avesse menato e di quanta calamità fosse origine
la profanazione di que’ misteri fatta da Publio Clodio, che mentite
le spoglie femminili, si introdusse nella casa di Cesare, ove essi
celebravansi, per amoreggiarne la moglie Pompea, altrimenti troppo
vigilata. Scoperto, rumore, come dissi, ne venne per tutta Roma
grandissimo. Cesare, comunque lusingato dagli amici che Pompea non gli
fosse stata infedele, ripudiavala, allegando _la moglie di Cesare non
dover pur essere sospettata_. Cicerone stesso che ne avea fatto un capo
grosso che mai il maggiore, raccolse odj implacabili, ond’ebbe poi da
Clodio adeguate al suolo e casa e ville ed esilio dall’Italia, da cui
richiamavalo poscia Pompeo, e finalmente ricercato a morte da Antonio,
per istigazione di Fulvia sua moglie, vi perdeva la vita per mano di
sicarj; riempita poi tutta quanta la città di disordini e stragi.
Nel linguaggio del Lazio, Cerere pigliavasi metaforicamente pel pane,
come Bacco pel vino, onde in Terenzio si legga:
_Sine Cerere et Baccho friget Venus_[236].
Ma finora questo tempio di Cerere, ch’io presuppongo essere stato
in Pompei per quelle due iscrizioni che ho accennato, è un desiderio
soltanto che i futuri scavi saranno per soddisfare; quando accogliere
non si voglia la mia conghiettura che forse ai riti di Cerere non
servisse il _Calcidico_, o edificio di Eumachia, del quale verrò
ampiamente parlando nel Capitolo che tratterà appunto del Calcidico,
esaminando pur le diverse altre opinioni. Perocchè se calcidica chiamò
Stazio la corona con cui nelle sacre cerimonie o ludi di Cerere, che
celebravansi in Napoli, solevansi cingere gli adepti; nulla di più
probabile che nel Calcidico di Pompei, città campana, come Napoli, si
celebrassero i sacri riti di Cerere e ne fosse anzi il Calcidico il
tempio che noi cerchiamo. Eccone i versi:
_Hei mihi quod tantum patrias ego vertice frondes_
_Solaque Chalcidicæ Cerealia dona coronæ_
_Te sub teste tuli_[237].
D’altra parte Eumachia, colei che a propria spesa erigeva il Calcidico,
non era essa pubblica sacerdotessa? Tale la indica l’iscrizione
seguente che fu letta sull’architrave di marmo della facciata
principale di questo edificio, scolpita in bei caratteri onciali:
EVMACHIA L. F. SACERD. PVB. NOMINE SVO
ET M. NVMISTRI FRONTONIS FILI. CHALCIDICVM CRIPTAM PORTICVS
CONCORDIÆ AVGVSTÆ PIETATI SVA PEQVNIA
FECIT EADEMQVE DICAVIT[238].
Vero è che in questa iscrizione non è indicata che come sacerdotessa,
senza dirla addetta al culto di Cerere, al par di Mamia e di Istacidia
summentovate; ma per le suddette cose, l’idea del Calcidico la farebbe
ritenere piuttosto sacerdotessa di Cerere che d’altra divinità.
Se poi si pon mente che Arnobio, apologista della religione cristiana
che scriveva nei primi anni del quarto secolo, ha questo passo:
«Vorrei vedere i vostri dei e le vostre dee alla rinfusa nei vostri
grandi _Calcidici_ ed in questi palagi del cielo»; credo che la mia
conghiettura resti meglio avvalorata, poichè i calcidici ove sono
gli dei e i palagi del cielo, non possano altrimenti spiegarsi che
coll’idea dei templi.
Un ultimo argomento mi si conceda, e questo desunto da qualche
particolarità della struttura dell’edificio, ad appoggio di questa mia
nuova supposizione.
Nell’_impluvium_ di esso si sono vedute delle vasche, ed han
lasciato supporre l’esistenza di sacerdoti addetti ad esso, forse per
purificazioni od altri riti religiosi, e allora non è egli naturale
argomentare la presenza di un tempio? — Al dottissimo Fiorelli e ai
suoi egregi discepoli lo studio e la risoluzione dell’archeologico
quesito che lor propongo in queste pagine.
Ad ogni modo io di tal tempio a Cerere consacrato doveva far cenno
in questo capitolo: forse chi sa non ritorni non affatto inopportuno
fra qualche tempo a concretar alcuna migliore idea sulla scoperta
d’altro delubro, e fors’anco di qualche simulacro, a questa divinità
consacrato.
Detto dei templi pompejani, a fornire l’intero quadro religioso, dovrei
dire qualche parola di quell’altro nume derivato da Grecia, a cui
alcuni pretesero dedicato uno dei templi che abbiamo insieme visitato
e che infatti in Pompei si vede spesso ritratto o sui freschi delle
domestiche pareti, o sugli utensili, o altrimenti in parecchi luoghi
publici; intendo dire di Priapo,
Il barbuto guardian degli orti ameni,
come lo appella l’Alamanni.
Se nei mille oggetti trovati in Pompei, se nei tanti preziosi gingilli
pur di dame pompejane, è perfino assai spesso riprodotto sotto forme
itifalliche e nei più ridicoli modi, perocchè lo si trovi ben anco
alato, trafitto da frecce e va discorrendo, e se di dice che presso i
Romani la sua immagine e gli attributi suoi, ch’erano gli organi della
generazione, si sospendessero al collo delle donne e de’ fanciulli, e
impunemente si veggano tuttora in qualche _taberna_ di Pompei eretti
a segno di buon augurio; nondimeno non si ha finora prova inconcussa
che l’osceno dio avesse tempio in questa città. Noterò per altro che
questo di dar forma itifallica o priapica a molti oggetti e perfino
a stoviglie ed a vasi a bevere, e di fabbricar frequenti priapi, non
fosse uso pompejano unicamente, ma del tempo e massime di Roma, e vi ha
certo riferimento non dubbio il principio della Satira VIII del Libro
I. di Orazio:
_Olim truncus eram ficulnus, inutile lignum;_
_Cum faber, incertus, scamnum faceretne Priapum,_
_Maluit esse Deum. Deus inde ego furum, ariumque_
_Maxima formido_[239].
Passo quindi oltre, e appena faccio un cenno del pari degli Dei Lari
Compitali o de’ Crocicchi,
_qui compita servant_
_Et vigilant nostra semper in urbe Lares_[240],
gli altari dei quali vedevansi per appunto sugli angoli de’ viottoli
cittadini; e dei Lari della campagna chiamati perciò _rurales_[241],
non che degli Dei Penati, protettori del domestico focolare, che
avevano fra le domestiche pareti sacelli (_lararium_) e sagrificj;
ma de’ primi ho toccato alcun poco eziandio parlando delle vie; de’
secondi accadrà di dire qualche parola ancora nel Capitolo delle Case.