della leggenda.
«Tifone è la personificazione delle tenebre e del freddo; Horo il sole
del solstizio d’inverno; Serapide il sole del solstizio d’estate:
Osiride il sole dell’equinozio d’autunno, che perisce sotto i colpi
del suo eterno avversario. Gli organi della virilità sono il phallus,
emblema della fecondità solare. Iside è la luna, sposa e sorella del
Re, da cui ella riceve la influenza e ch’ella segue costantemente
nella sua immensa carriera[198].» Plutarco ci porge del pari identica
la chiave della astronomica allegoria, ed io d’altronde in questa mia
opera, pur d’Ercole parlando, ho chiarito l’allegoria astronomica del
pari che si cela sotto le famose sue gesta; sì che paja che la sapienza
degli antichi sacerdoti nascondesse dei veri sotto tutti i miti, sotto
tutte le leggende della pagana teogonia, nè fossero essi soltanto
stranezze ed ubbie superstiziose.
Le divinità egizie ebbero per simbolo un animale qualunque, ed anzi
questo emblema vivente teneva luogo quasi sempre nei templi della
statua del Dio stesso e riceveva così le adorazioni de’ fedeli. Erodoto
dice che gli Egizi rappresentavano Iside colle corna di bue, forse come
emblema di potenza: Plutarco afferma che Mercurio posò una testa di bue
su quella di Iside invece del diadema che Horo le aveva levato.
Addetta al culto di questi numi eravi tutta una casta sacerdotale,
che formava la parte sapiente della nazione, consacrata a studiare
le scienze positive, la fisica, l’astronomia, la storia naturale,
la geografia, la medicina; a coltivare la teologia, la filosofia,
la divinazione, occupandosi altresì di architettura, pittura e
musica, ed a raccogliere gli annali e le cronache del proprio paese e
dell’altrui. Essa era investita dell’amministrazione della giustizia,
della riscossione delle imposte, e della disposizione degli impieghi.
Dividevasi in profeti, in comasti e zaconi: i primi eran d’ordine
superiore e vivevano assai sobrii e puri. Il desiderio di conservarsi
in uno stato della più rigorosa purezza, aveva introdotto in mezzo ad
essi il costume della circoncisione, e gli aveva impegnati a vestire
stoffe di lino candidissime, in memoria altresì ch’Iside fosse stata,
come afferma Ovidio, l’introduttrice del lino; onde così vennero
designati da Marziale in un epigramma:
_Linigeri, fugiunt calvi, sistrataque turba,_
_Inter adorantes cum stetit Hermogenes_[199].
Malgrado questo, io credo giustificare la qualifica di spregevole e
abbietta superstizione, che ho dato testè alla egiziana, oltre che
coll’autorità di Properzio, già riferita, e colle orgie cui eran
pretesto i riti isiaci, ch’eran pur quelli detti eleusini in Grecia, e
che di là in Roma aveva Claudio derivati[200], pure col seguente passo
di Erodoto.
«Anche i sepolcri di lui, del quale in tale occasione mi saria
sacrilegio confessare il nome, sono in Sais, nel sacrario di Minerva,
dopo il tempio, contigui a tutta la parete di Minerva e nel sacro
terreno, stanno grandi obelischi di pietra e v’ha dappertutto un lago
col bacino incrostato di pietre e ben lavorato in giro, di grandezza,
come parevami, quanto il lago, chiamato in Delo in forma di ruota. In
quel lago fanno di notte la rappresentazione delle passioni di lui,
e gli Egizii le chiamano misterii; ma intorno ad essi, quantunque
mi sappia assai ogni particolarità, sarà non pertanto bello il
tacere»[201]. Si han poche nozioni sui misteri di Serapide e Osiride,
dice Clavel; si sa solamente che negli ultimi, si commemorava con un
cerimoniale emblematico il fine tragico d’Osiride, proditoriamente
messo a morte da Tifone.
Per chi sa che in Egitto i misteri d’Iside, la generatrice di tutte le
cose, fossero sempre casti e irreprensibili, perocchè soltanto sotto
allegorie rappresentassero la creazione del mondo e degli esseri, il
destino dell’uomo, l’investigazione della sapienza e la vita futura
delle anime, non potrà rendersi ragione del severo giudizio che di tal
culto i dominatori di Roma portassero così da proscriverlo sì spesso:
ma ogni sua maraviglia cede ove si pensi come in Roma il culto vi
giungesse travestito all’asiatica, molto diverso però dalla egizia ed
anche dall’origine italica[202].
«Presso i Romani, scrive Pietro Dufour nella sua _Storia della
Prostituzione_[203], come in Asia, tali misteri erano meri pretesti ed
occasioni di disordine d’ogni sorta; la prostituzione singolarmente
v’occupava il primo posto. Ecco perchè il tempio in Roma fosse
distrutto e riedificato per ben dieci volte; ecco perchè il Senato
alla fine non tollerasse le isiache, che per la protezione interessata,
accordata loro da cittadini ricchi e possenti; ecco perchè non ostante
la prodigiosa diffusione del culto d’Iside sotto gli imperatori,
gli onesti s’allontanassero con orrore, e nulla più disprezzassero
quanto un sacerdote d’Iside. Apulejo, nel suo _Asino d’Oro_, ci fa
una ben mite descrizione di tali misteri, a cui s’era iniziato e
non permettevasi di svelarne i riti segreti; descrive la processione
solenne, in cui un sacerdote porta nelle sue braccia la venerabile
effigie della Dea onnipotente, effigie che nulla ha dell’uccello,
nè del quadrupede nostrale o selvaggio e più non somiglia all’uomo,
ma nella stranezza sua medesima venerabile, e che ingegnosamente
caratterizza il misticismo profondo e l’inviolabil segreto di cui si
cinge codesta augusta religione. Davanti l’effigie, che non era che un
_phallus_ d’oro, cioè l’emblema dell’amore e della fecondità, andava
una folla di gente iniziata d’ogni sesso, età e condizione vestita di
lini bianchissimi; le donne cingevano di veli trasparenti i capelli
pregni d’essenze, gli uomini, rasi sino alla radice de’ capelli,
agitavano sistri metallici. Ma Apulejo serba prudente il silenzio su
quanto si faceva nel santuario del tempio, ove compivasi l’iniziazione
a suon di sistri e piccole campane. Gli scrittori antichi tacquero
tutti intorno al soggetto delle misteriose iniziazioni, che dovevano
essere sinonimo di prostituzione. Gli imperatori stessi non arrossirono
di farsi iniziare e di prendere per ciò la maschera a testa di cane in
onore di Anubi figliuolo di Iside.»
Era quindi questa Dea, ben più di Venere, la regina della prostituzione
sacra a Roma e in tutto il romano impero ed aveva semplici cappelle
dappertutto, al momento della maggior depravazione dei costumi. Il
tempio principale era nel campo di Marte; le adiacenze, i giardini, i
sotterranei d’iniziazione dovevano essere bene ampii, ascendendo a più
migliaja d’uomini e donne gli iniziati che accorrevano a processione
nelle feste isiache.
Di più nel recinto sacro eravi commercio continuo di dissolutezza,
al quale i sacerdoti d’Iside, lordi di ogni vizio e capaci di ogni
delitto, prestavano volentieri l’opera loro. Formavano essi un ben
numeroso collegio, che viveva in una oscena famigliarità; lasciavansi
andare a’ traviamenti tutti de’ sensi, nella sfrenatezza delle
passioni, ubbriachi sempre e ripieni di cibo, giravano le vie della
città vestiti dei loro lini macchiati e sudici, colla maschera da
muso di cane sulla faccia, ed in mano il sistro, scrollando il quale
chiedevano l’elemosina, battevano alle porte e minacciavano la collera
d’Iside a chi si rifiutava di farla. Essi esercitavano nello stesso
tempo l’infame mestiere di lenoni, incaricavansi, concorrendo colle
vecchie meretrici, di tutti i negozj amorosi, delle corrispondenze,
degli erotici convegni, dei traffici e delle seduzioni. Il tempio
e i giardini erano asilo ai protetti amanti e agli adulteri da
lor travestiti con abiti e veli di lino. I mariti ed i gelosi non
penetravano impunemente in quei luoghi consacrati al piacere, ove non
si vedevano che coppie amorose, ove non si ascoltavano che sospiri
coperti dai suoni dei sistri. Giovenale — come gli altri poeti che
già citai — parla in più luoghi nelle sue _Satire_ delle pratiche
dei santuarj d’Iside. Rammento questi versi della _Satira IX a Nevolo
Cinedo_:
_Nuper enim, ut repeto, fanum Isidis et Ganymedem_
_Pacis, et advectæ secreta palatia matris,_
_Et Cererem (nam quo non prostat femina templo?)_
_Notior Aufidio mœchus et celebrare solebas_[204].
Il tipo di Arbace nel bel romanzo di Bulwer è l’espressione fedele
della dottrina e della brutale passione ad un tempo del sacerdote di
Iside: quello di Caleno del sacerdote lenone, scellerato e schifoso.
Apecide, il severo fratello di Jone, aveva avuto ben d’onde d’essersi
presto stomacato di quelle sacerdotali nefandità.
Era stato in Pompei questo culto introdotto dagli Alessandrini, che
pei loro commerci avevano assai frequenti occasioni di venirvi;
e però molti di que’ del paese eransi presto a’ misteri Isiaci
iniziati, questi essendo in venerazione di tutti. Più tardi s’era
infiltrata indubbiamente anche in Pompei la corruzione isiaca, greca
e romana. Se non temessi dilungarmi di troppo e non avessi presente
l’economia dell’opera, riferirei i riti dell’iniziazione, diversi assai
nell’origine loro egizia dalla degenerazione europea, e l’importanza
che vi si assegnava; ma essi inoltre avevan luogo, nel solo Egitto,
e non riguardavano d’altronde i misteri minori che celebravansi, ne’
templi altrove.
Mi restringerò dunque alla descrizione materiale del tempio d’Iside
pompeiano.
Sul frontispizio della porta di questo tempio in una tavola di marmo
si leggeva un’iscrizione che importa riferire per racchiudere essa dati
storici di non dubbio interesse:
N . POPIDIVS . D . F . CELSINVS
ÆDEM . ISIDIS . TERRÆ . MOTV . CONLAPSAM
A . FVNDAMENTO . P . S . RESTITVIT . HVNC
DECVRIONES . OB . LIBERALITATEM
CVM . ESSET . ANNORVM . SEXS . ORDINI . SVO
GRATIS . ADLEGERVNT[205].
Poco monta a noi di risollevare la questione agitatasi calorosamente
tra i dotti sulla interpretazione di quell’abbreviatura _sex_,
parendomi d’accettare quella che mostrasi più razionale, cioè, di
_sexsaginta_, non _sex_, perocchè basti l’avvertire quel che Cicerone
ebbe a dire essere, cioè, più difficile venir nominato decurione in
Pompei che senatore in Roma, per respingere senz’altra discussione
l’assurda pretesa di coloro che avrebbero voluto leggere in questa
iscrizione l’aggiunzione gratuita di Numerio Popidio Celsino all’ordine
dei decurioni nell’età di anni sei, non già in quella d’anni sessanta.
Come avrebbe l’infante di sei anni potuto disporre di tanta liberalità,
s’anco si volesse supporre che la massima delle dignità si fosse voluto
conferire ad un fanciullo?
Piuttosto noterò e in questa e nelle altre iscrizioni che pur riferirò
nella descrizione di questo tempio, come la famiglia Popidia fosse
tutta benemerita del culto isiaco che si osservava in Pompei.
All’ingresso del tempio stava una cassetta per ricevere le offerte in
denaro e due fonti lustrali, che si appellavano _aquiminaria_, su d’una
delle quali l’iscrizione: _Longinus Duumvir_.
Esso appartiene al novero di que’ templi che si dicono _ipetri_,
parola greca che significa scoperto, ed è assai piccolo, per la
ragione che ho già superiormente addotta, della costumanza cioè che
il popolo non vi fosse ammesso, deponendo egli le sue offerte sul
sacro limitare. Molto più il culto d’Iside aveva bisogno d’essere
circondato da misticismo e segreto, per meglio accreditarne i misteri.
Infatti sotto il podio su cui posava il simulacro della Dea, ancor di
presente si vede una fornice od angusta cameretta cui si accede per una
dissimulata scaletta, dalla quale non visti i sacerdoti dalla vuota
statua emettevano responsi, accreditandone autrice la Dea: esempio
strettamente imitato da certi cattivi ministri dell’altare fino a’
nostri giorni nel far muovere gli occhi o nel farli piangere di madonne
e di crocifissi.
Lungo i lati esterni del tempio corrono otto colonne di stucco per ogni
parte e sei si accampano di fronte e sono d’ordine dorico, senza base
e dell’altezza di nove piedi e mezzo. L’edificio di materia laterizia è
per altro ricoperto di un intonaco assai duro.
Il santuario, o _cella_, come si soleva denominare, che non è che un
tempietto quadrato nel fondo dell’edificio, aveva due nicchie per
parte, mentre nel prospetto sorgevano due are fiancheggiate da due
podii, su cui si rinvennero due tavole isiache, di cui una affatto
intera con caratteri geroglifici, come sogliono osservarsi nel
rovescio delle statuette d’Iside e de’ Pastofori nei musei, giusta
l’osservazione che ne fa il Romanelli.
Due are erano ai lati, una per ardervi le vittime, l’altra per
accogliervi le ceneri, che allo scoprirsi del tempio vennero ancora
vedute. Altre are minori appoggiate alle colonne servivano per ardervi
timiami ed incensi di continuo per aggiungere reverenza al luogo.
Presso all’ara sinistra vedesi un’altra cameretta con sotterranea scala
e deve essere stata destinata alle lustrazioni, o purificazioni volute
dal rito, a cagione del lavacro che nel fondo si osserva. Bassorilievi
di stucco ne decorano le pareti e in una nicchia è dipinto un Arpocrate
che, il dito sulla bocca, intima silenzio. Una statua d’Iside in terra
cotta ed una d’Anubi colla testa canina, ch’eran pur qui, andarono
ad arricchire in un colle altre immense preziosità scoperte il Museo
Nazionale. Quella d’Iside dorata aveva nel suo piedistallo questa
iscrizione:
L . CÆCILIVS
PHOEBVS . POSVIT
L . D . D .[206]
Diversi oggetti di non dubbio interesse ed attinenti il culto si
rinvennero del pari, come lettisterni di bronzo, su cui era inteso
si assidessero le divinità in certe feste; lampade, lucerne, pàtere,
lebeti, turiboli, accerre, prefericoli, simpuli, mallei, secespiti,
cultri, litui, crotali, aspergilli[207], utensili tutti religiosi,
aghi augurali per iscrutare entro le viscere delle vittime, e sistri,
istrumenti, questi ultimi specialmente in uso nelle cerimonie isiache,
come anche nel dipinto della Dea in questo tempio trovato su d’una
parete, si vede stringere un sistro nella destra, e del quale perchè
caratteristico di questo culto, e perchè spesso si riscontri accennato
nelle poesie e negli scritti antichi, convien che ne dica qualche
parola.
Già vedemmo, citando Tibullo, come il poeta ricordasse la sua Delia
agitare e rintronar l’aria de’ sistri in onore di Iside, e questo
istrumento di argento o di bronzo che certo non poteva rendere alcuna
armonia, ma solo un suono acuto che congiunto alla grossolana tibia,
appellata _chnoue_ nell’Egitto, ed al muggito del bove Api, produceva
quell’orribil frastuono che Claudiano espresse in questi versi
imitativi:
_Nilotica sistris_
_Ripa sonat phariosque modos Ægyptia ducit_
_Tibia, submissis admugit cornibus Apis_[208].
Nè vanno obbliate la statua di Venere Anadiomene in marmo, qui del
pari trovata posata su d’un pilastro, avente le braccia, il collo e
l’ombelico dorato, e quelle di Bacco e di Priapo in marmo greco; non
inutile osservazione codesta, perocchè tenga a provare come il tempio
sacro ad una divinità non escludesse i simulacri di altre. Sul plinto
della statua di Bacco, che era lo stesso che presso gli Egizi Osiride,
si legge questa iscrizione:
N . POPIDIVS . AMPLIATVS
PATER . P . S[209].
Passando alla sala de’ Misteri, voglionsi riguardare alcune pitture, ma
più ancora l’iscrizione nel pavimento di mosaico che così suona:
N . POPIDI . CELSINI
N . POPIDI . AMPLIATI
CORNELIA . CELSA[210].
Pur nel recinto del tempio sono due camerette per l’abitazione de’
sacerdoti, poi una cucina, nella quale si riconobbero squamme di pesci
ed ossa di prosciutto, e contiguo un luogo per l’acquajo. In una delle
camere si scoprì lo scheletro d’un sacerdote con una scure in mano,
altri in altre località si rinvennero del tempio, ed all’ingresso dalla
parte del teatro un altro ancora, e siccome a lui presso si raccolsero
360 monete d’argento, sei d’oro, quarantadue di bronzo, barattoli
d’argento, figurette d’Iside, cucchiaj, fermagli, pàtere, tazze
d’argento, un cammeo rappresentante un satiro col tamburello, un anello
con pietre ed orecchini, fu supposto con certa ragione potesse essere
lo scheletro d’un sacerdote colto da morte nel punto in cui fuggiva
per porre in salvo il tesoro della Dea. Il Bulwer riconobbe in questi
scheletri i due sacerdoti d’Iside del suo romanzo, Arbace e Caleno; era
l’interpretazione opportuna che il poeta faceva delle passioni svolte
nell’opera sua di questi due personaggi.
Dietro il santuario evvi un altro locale, al quale si giunge
traversando diverse arcate. Gli venne dato il nome di Curia Isiaca.
È un edificio di genere osco, al pari della denominazione che vi si
trovò e che fu letta da Jannelli per _Cereiiai Pumpaiianai_, cioè Curia
Pompejana, o secondo l’iscrizione in questo dialetto che vi si è pure
scoperta e che, letta, si chiamava _trebus_.
Anche qui si ritrovarono all’epoca di sua scoperta, cioè dal 1764 al
1766, due sistri, due lettisternii, uno di bronzo con fregi d’argento,
l’altro d’avorio in frantumi, un candelabro di bronzo in forma di
loto, pianta acquatica dell’Egitto (bot. nymphea), due pregevoli idoli
egiziani di basalto, che sostengono colle due mani in testa una gran
patera, erme e teste di numi.
Dal tutt’assieme si evince che in somma venerazione fosse Iside presso
i Pompejani. Le allegazioni che son venuto recando di poeti e scrittori
del tempo, provano che non diversamente fosse adorata nel restante del
mondo romano, malgrado le leggi assai spesso, come dissi, contro il suo
culto bandite.
Se Voltaire non ha celiato, egli sforzossi di provare come gli odierni
Zingari siano un avanzo degli antichi sacerdoti e sacerdotesse d’Iside,
misti con quelle della Dea di Siria. Ai tempi d’Apulejo quei sacri
impostori avevano già perduto il credito e, spregiati dai poveri,
vagavano di luogo in luogo vendendo predizioni e curando malati.
Lo stesso Voltaire osserva argutamente a tale proposito che Apulejo
non dimenticò l’abilità loro propria di rubare nei cortili. «Tale,
conchiude, fu la fine dell’antico culto d’Iside ed Osiride, i cui nomi
ancora ci inspirano rispetto.»