Ma se lordavansi le muraglie di scritti ingiuriosi e bene spesso
osceni, non venivano risparmiate altre immondezze, col mingere agli
angoli delle vie, ciò che del resto la civiltà moderna non ha potuto
interamente bandire ancora dai nostri costumi, malgrado i publici
orinatoi che ad ogni tratto l’autorità edilizia, almeno nelle città
principali, venne costruendo. Si immagini poi a que’ giorni! Ben
gli edili di Pompei avevano istituite latrine publiche ne’ posti
più frequentati ed una amplissima ve n’ha a lato della prigione nel
Foro; anfore e recipienti venivan collocati ai canti delle vie per
raccogliervi le immonde aspersioni; ma forse tanti provvedimenti non
bastavano all’interno dell’igiene e della polizia, e neppure l’imposta
che, al dir di Svetonio, era stata messa dall’imperatore Vespasiano.
Per guarentirne i luoghi sacri e le passeggiate, si usò dipingere sulle
muraglie di essi due serpenti a lato di un modio ripieno di frutti,
oppure genj domestici; come ho visto in Firenze e altrove pingersi
delle croci o scriversi de’ nomi venerabili e divini sulle pareti delle
chiese od anco su quegli angoli di palazzi che si volevano preservare
dalle immondezze, perchè e croci e nomi santi a’ nostri giorni,
parimenti che genj e simboli in Pompei, significhino che que’ luoghi
su cui stanno reclamano reverenza. Talvolta a’ simboli s’aggiungevano
iscrizioni a raccomandare siffatto sentimento, e i sacerdoti poi non
lasciavano d’imprecare sovra il capo di coloro che vi avessero mancato
di rispetto tutta la collera de’ grandi Iddii ed in ispecie di Giove e
di Diana, e della Venere Fisica pompejana.
I due serpenti, simbolo di Esculapio e di Igea, che più spesso si
soleva pingere sovra i muri a tutela di nettezza, era pure in Roma
adoperato allo effetto stesso; onde Persio avesse nella satira prima a
dire:
_Hic, inquis, veto quisquam faxit oletum_
_Pinge duos angues; pueri, sacer est locus; extra_
_Mejite_[141].
De Rich vide in uno de’ corridoi che menano nelle terme di Trajano
la dipintura a fresco d’un altare fiancheggiato da due angui e sotto
scrittavi la seguente iscrizione:
IOVEM ET IVNONEM ET DVODECIM DEOS IRATOS HABEAT
QVISQVIS HIC MINXERIT AVT CACARIT[142].
Dopo tutto, Pompei e le sue vie animate da popolazione e da commerci
dovevano essere ben belle! Piccola, ma leggiadra città: angusta, ma
piena di vita e di ricchezza!
«Pompei, scrive Bulwer, che ho non ha guari citato, era la miniatura
della civiltà di quest’epoca. Questa città racchiudeva, nella stretta
cerchia delle sue mura, un saggio di tuttociò che può inventare
il lusso a profitto della ricchezza. Nelle sue piccole ma eleganti
botteghe, ne’ suoi palazzi di breve dimensione, ne’ suoi bagni, nel suo
foro, nel suo teatro, nel suo circo, nell’energia e nella corruzione,
nel raffinamento e nei vizj della sua popolazione si riscontrava un
modello di tutto l’impero. Era un giocattolo da ragazzo, una lanterna
magica, un microcosmo in cui gli Dei sembravano pigliar gusto a
rifrangere la grande rappresentazione della terra e che essi si
divertiron più tardi a sottrarre al tempo per poi fornire alla sorpresa
della posterità questa sentenza e questa moralità: che nulla davvero vi
ha di nuovo sotto il sole»[143].
Una specialità offre Pompei, messa a raffaccio colle città moderne,
ne’ diversi archi di trionfo, che in più località si ritrovano tuttavia
sussistenti e ne darò qualche cenno.
Quattro ve ne sono nel foro, e il più grande di essi non ha che una
sola apertura ed è decorato dai due lati di colonne e di nicchie. Di
tutti questi ornamenti non rimane ora che dalla parte del Foro un
basamento di colonne a ciascun pilastro, nè sembrano essere stati
del miglior gusto; onde Bréton avesse giustamente a dire che si
attribuirebbero volontieri ad un’epoca di decadenza, se la data della
distruzione di Pompei non fosse conosciuta[144].
All’ingresso della via di Mercurio e di fronte al detto grande arco,
altro se ne scorge e pare che sovr’esso vi fosse una statua equestre
in bronzo dell’imperatore, Caligola o di Tiberio, se pure non possa
ritenersi d’Augusto, quando veramente si abbia qualche attinenza il
frammento d’iscrizione seguente:
. . . . STO . CÆSARI
PARENTI . PATRIÆ
Nell’asse del Foro, davanti i Tribunali, esisteva pure un arco e dalla
sua grande profondità si può argomentare che sovr’esso ci fosse una
quadriga, che Dyer suppone potesse essere del genio tutelare della
città[145].
[Illustrazione: Arco Trionfale alla via di Mercurio in Pompei.
_Vol. I. Cap. VII. Le Mura, ecc._]
D’altri archi di minore importanza non mette conto il parlare.
Allorquando in un venturo capitolo tratterò della industria pompejana,
passerò in rassegna le molte tabernæ o botteghe che si veggono ora
vuote lungo queste deserte vie, ma che presentano nondimeno esse pure
certi avanzi di vita che fanno fremere, che sembrano da poche ore
appena sgombre dalle loro merci e abbandonate. Visiteremo insieme i
termopolii, o mescite di bevande calde, il forno publico, la fabbrica
del _lutus fullonicus_ o sapone, i mulini, la tintoria, le osterie e
vie via ogni altro interessante stabilimento.
A questo quadro manca ancor qualche cosa e me lo richiama l’argomento
stesso delle vie, dal quale non sono uscito per anco. Quelle orme
profonde e que’ solchi che in più luoghi si veggono del pavimento di
esse, impressi dalle ruote dei veicoli, oltre quelle osservazioni che
superiormente ho già fatte, mi suggeriscono altresì a dir qui delle
carrozze e vetture che si usavano in Pompei.
Sorpasso dall’occuparmi delle quadrighe e bighe, quali usavansi negli
spettacoli dell’anfiteatro e ne’ trionfi, poichè non sia questa la
opportunità, nè de’ carri, plaustri o carrette pel traffico quotidiano,
facile è il supporne la sussistenza e la forma: mi riduco però a
intrattenere il lettore delle vetture destinate all’uso de’ grandi e
cittadino.
Innanzi tratto concedo il primo posto alle _Tense_ (_tensa_ o
_thensa_). Era il più spesso un carro di gala tirato da animali,
cavalli od elefanti, come si vede in una medaglia di Nerva, sul
quale si trasportavano le immagini degli Dei al pulvinare nei giuochi
circensi. Se ne servivano anche gli Edili in certe solenni occasioni.
Cicerone ne parla nella terza Verrina, cap. 59 e Svetonio nella vita di
Augusto, cap. 43.
Le più sontuose e più costose carrozze erano le _pilente_, d’invenzione
spagnuola secondo alcuni, tosca secondo altri, e dalla greca parola
πιλος, dalle pelli o dalla lana onde solevansi coprire, reggevansi su
quattro ruote, come apprendiamo da un luogo di Tito Livio[146] e da
Virgilio in que’ versi:
. . . . . _castæ ducebant sacra per urbem_
_Pilentis matres in mollibus_[147]
e se ne servivano per lo più nelle feste publiche e ne’ giuochi; ma
quella che più era in uso fra cittadini più facoltosi, allorquando
erano soli, chiamavasi biga col nome stesso del veicolo che si
adoperava nel circo e sorreggevasi da due ruote. La larghezza dell’asse
di codesti veicoli può pur adesso misurarsi dagli spazj lasciati dai
massi o dadi di pietra che a’ principj delle vie formavano coi rialzi
dei margini laterali.
Le matrone ordinariamente servivansi di una carrozza, tirata per
consueto da un pajo di mule, che per lo più aveva bensì due ruote, ma
teneva comodità maggiori di star meglio adagiate, riparate da una tenda
e da cortine, colle quali si poteva chiudere davanti, e denominavasi
_carpentum_. Properzio pure così ne fa menzione:
_Serica nec taceo volsi carpenta nepotis_[148].
Impiegavano eziandio una specie di lettiga, vasta sedia portatile più
comodamente disposta che le vetture moderne, poichè chi l’occupava
poteva coricarsi a suo bell’agio, in luogo d’essere scosso e trabalzato
perpendicolarmente. Era altresì nell’uso la _sella_, specie di
que’ sedioli che per lo passato abbiamo avuto noi pure ed in cui si
assidevano al par di noi.
Di un’altra carrozza, _rheda_, da cui forse venne il nome alle
redini che dirigono i cavalli, d’origine gallica, a quattro ruote, si
giovavano per viaggi, o per escursioni alla campagna: essa conteneva
agevolmente tre o quattro persone ed era fornita di cortinaggio, che
si poteva sollevare secondo volontà e prestavasi anche al trasporto di
provvisioni. Cicerone in una delle epistole del lib. V ad Attico gli
dice aver quella dettato sedendo nella reda: _Hanc epistolam dictavi
sedens in rheda_. Questo cocchio era il cenno più prossimo alle vetture
che si inventarono nel secolo decimosesto e che poi nel nostro si
perfezionarono. Anzi in Ispagna assunsero queste carrozze il nome
un cotal po’ latino di _paravereda_, perchè _paraveredi_ appunto si
chiamassero anche ai tempi di Roma antica i cavalli che seguendo le vie
traverse servivano il publico, come _veredi_ semplicemente quelli che
tenevano le vie rette[149].
Nè va dimenticato il leggiero e celere _Essedum_, cocchio a due ruote
d’origine belga, come ce ne avverte Virgilio in quel verso della terza
Georgica:
_Belgica vel molli melius feret esseda collo_[150]
e pur in uso presso i Galli ed i Britanni, massime ne’ combattimenti,
e passato poi ne’ Romani, che se ne valevano e per viaggi o per
trasportar pesi. Tuttavia doveva l’_essedum_ esser all’uopo veicolo di
lusso, se Cicerone nella seconda Filippica, a titolo di rimprovero,
esce a dire: _Vehebatur in essedo tribunus plebis_[151], come se il
servirsi dell’essedo fosse troppo ricercata e dispendiosa costumanza.
Circa la velocità di tal curricolo fa fede Ovidio, quando canta:
_Sed rate ceruleas picta sulcavimus undas_
_Esseda nos agili sive tulere rota_[152].
_Essedum_ facendosi poi derivare dal greco άἰσσω, cioè essere
trasportato con impeto, si comprende di leggieri l’origine del nostro
verbo _aizzare_, per istigare.
Ma un veicolo a quattro ruote che Festo afferma con vocabolo osco
denominarsi _petoritum, petora_ significando _quattro_, (De Rich
lo vuol d’origine celtica da _petoar_, quattro _erit_, ruota) dovea
trovarsi in Pompei e nella Campania, dove gli Osci appunto stanziarono,
e questo genere di veicoli è ricordato da Orazio nell’epistola I del
Libro II unitamente alle essede e alle pilente:
_Esseda festinant, pilenta, petorita, naves_[153].
e da Ausonio nell’epistola quinta:
_Invenies præsto subjuncta petorita mulis_[154]
e altrove, nell’epistola ottava, lo stesso poeta ancora:
_Cornipedes raptant imposta petorita mulæ_[155]
Plinio poi ci fa sapere come i petoriti fossero ornati di fregi di
stagno: _stanno esseda et vehicula et petorita exornare_[156].
Tutte codeste citazioni classiche parranno per avventura un po’
soverchie e pedantesche; ma io pur sopprimendone altre, credetti
opportuno di farle a giustificare l’esistenza di vetture comode
e per diversi usi sin da duemila anni addietro, da che sembri che
dovessero poi cadere in dissuetudine affatto, se poi se ne vuole dagli
scrittori assegnare l’invenzione intorno alla metà del secolo XVI;
mentre se durato avessero le carrette del tempo romano, colle graduali
modificazioni e miglioramenti che il tempo suggerisce, sarebbe stato
assai facile il portarle a quel perfezionamento che in questi ultimi
tre secoli ottennero in Europa.
«A quel tempo, scrive Agostino Ademollo, parlando del febbraio 1326
nella sua _Marietta de’ Ricci_, eruditissima più che amena narrazione,
non esistevano carrozze, le quali cominciarono ad usarsi nel 1534.
In quest’epoca alcune signore della casa Cibo dette le Marchesane di
Massa, che abitavano nel palazzo de’ Pazzi furono le prime in Firenze
ad usare la carrozza. Le prime che si videro erano coperte di panno
più o meno ricco a guisa di padiglione ed era una portiera quello che
poi si chiamò sportello. L’invenzione della carrozza fu creduta effetto
dell’eccesso del lusso ed un cronista di quel tempo ne fece i miracoli
perchè vi vide dentro il canonico Berni, il poeta dell’_Orlando
Innamorato_. Un altro poeta ne fece la satira seguente:
Quando il cocchio primier fu visto in volta
Ir per Firenze con più meraviglia
Che già la nave d’Argo a’ venti sciolta;
È fama, che un terren Nereo le ciglia
Inarcando esclamasse: Oh insano legno,
Per te qual peste il nostro lido impiglia?
Che merci porti? qual infetto regno
Ti consegnò l’avvelenata salma,
Che approdarla all’inferno era ben degno.
«Questo poeta non avrebbe scritto così se avesse compreso quanto comodo
ed utile era per ricavarsi nella società da quella invenzione chiamata
pestifera[157].»
Ora torniamo a bomba per chiudere questo capitolo e l’argomento delle
vie, accennando quanta fosse in tutto l’orbe romano la diligenza nella
costruzione delle vie, e nella manutenzione, o come allora dicevasi,
_munizione_ di esse, meglio preoccupati i maggiorenti a’ tempi della
Republica principalmente, più del publico onore e della comodità del
publico che non dell’aumento della propria fortuna; onde potesse Orazio
così cantarne con ragione, nell’ode XV del secondo libro, il merito:
_Privatus illis census erat brevis,_
_Comune magnum: nulla decempedis_
_Metata privatis etc._[158].
Ma la bisogna corsa egualmente non era agli ultimi tempi della
Republica, meno poi a quello degli imperatori. Nondimeno, alla
magnificenza delle vie s’era sempre pensato, la cura delle quali tanto
per quelle _intra_, quanto per quelle _extra urbem_, venne dal Senato
commessa a’ censori, quindi da Cesare Augusto ad appositi Curatori
delle vie; ed a siffatti provvedimenti adottati in Roma, le provincie
eran solite conformarsi pienamente; onde non è maraviglia se le vie
di Pompei e de’ dintorni riuscissero quali ho al lettore descritte, e
rimanessero oggetto alla nostra giusta ammirazione.