La legione Campana a Reggio — È vinta e giustiziata a Roma —
Annibale e la Campania — Potenza di Roma — Guerra Sociale —
Beneficj di essa — Lucio Silla assedia Stabia e la smantella
— Battaglia di Silla e Cluenzio sotto Pompei — Minazio Magio —
Cluenzio è sconfitto a Nola — Silla e Mario — Vendette Sillane —
Pompei eretto in municipio — Silla manda una colonia a Pompei — Che
e quante fossero le colonie Romane — Pompei si noma Colonia Veneris
Cornelia — Resistenza di Pompei ai Coloni — Seconda guerra servile
— Morte di Spartaco — Congiura di Catilina — P. Silla patrono di
Pompei accusato a Roma — Difeso da Cicerone e assolto — Ninnio Mulo
— I patroni di Pompei — Le ville a’ tempi di Roma — La villa di
Cicerone a Pompei — Augusto vi aggiunge il _Pagus Augustus Felix_ —
Druso muore in Pompei — Contesa di Pompejani e Nocerini — Nerone e
Agrippina — Tremuoto nel 65 che distrugge parte di Pompei.
L’autonomia della Campania non era, dopo questo tempo, che di nome.
Se più le sue città non subivano la Sannitica prepotenza, doma oramai
dalla forza preponderante dei Romani, all’autorità di questi dovevano
sempre nondimeno deferire. Era un’alleanza onerosissima certo, e
molto più che sembrasse non poter Roma sussistere che guerreggiando,
sitibonda e non saziata giammai di conquista e di saccheggio, e fosse
però necessità ne’ territorj confederati di concorrere a rafforzarne
gli eserciti.
Sbarazzatasi la via in quasi tutto il continente meridionale, le
vittrici aquile spiegavano il volo verso la Magna Grecia, ove la
republica di Taranto primeggiava d’industria e di marina, e verso la
Sicilia. Noi non ne seguiremo il corso, che non fa al mio còmpito,
e più che di Pompei e delle città sorelle m’avverrebbe di ritessere
la romana istoria, facile del resto, per tanto che ne fu scritto,
a consultarsi; noterò tuttavia che moltissimi delle città campane,
insofferenti della pressura quiritica, preferissero esulare dalla
patria contrada e bramosi di nuova stanza e di quel dominio che
avevano perduto, capitanati da un Decio Giubellio, occupassero Messina,
invadessero Reggio, e si piantassero formidabili prima agli abitanti
di quelle terre, poscia a’ Romani che ambivano recarle alla loro
dominazione, e finalmente a’ Cartaginesi che tentavano assalirne le
coste, essi medesimi fatti assalitori.
La legione campana, ingagliardita dai successi contro questi ultimi
e contro Pirro venuto dall’Epiro per cupidigia di nuovo impero, che
avevano costretto a levar da Reggio l’assedio, spinto avevano così
l’audacia da sorprendere Cortona e scannarvi il presidio romano,
diroccandovi la città. Ma quando i Romani presero possesso di Taranto,
che aveva in Italia chiamato Pirro a’ loro danni, puniti che n’ebbero
severamente i cittadini, non s’ebbero altro più a cuore, quanto far sì
che castigata pur fosse la perfidia della detta legione. Fu commessa
pertanto, nell’anno 482 di Roma (270 a. C.), la punizione a Lucio
Genucio, ch’era console con Cajo Quinzio; ond’egli costrettala entro
le mura di Reggio, vi pose intorno l’assedio, e comunque ajutati
dai Mamertini, egli alla sua volta soccorso da Jerone, che teneva il
principato di Siracusa, ebbe alla fine a discrezione la città. Fatti
allora giustiziare disertori e ladroni, che colà s’erano rifugiati, i
legionarj trasse a Roma, onde il Senato deliberasse di loro sorte. E il
Senato, contro l’avviso di Marco Fulvio Flacco, tribuno della plebe, li
dannò all’estremo supplizio: solo a scemare l’odioso terrore di fatto
così acerbo e la mestizia della plebe dove fosse stato messo a morte
in uno stesso tempo tanto numero di gente, se ne trassero di prigione
cinquanta al giorno, che battuti prima colle verghe caddero poscia
sotto la scure.
«Seguendo parecchi autori, — scrive il Freinsemio nel quinto libro de’
supplementi liviani, al quale ho spiccato un tal fatto, — ho messo che
tutta la legione, cioè quattromila uomini, siano stati colpiti colla
scure in sulle piazze di Roma; stimo però più vero ciò che Polibio
riferisce, non esser caduti vivi nelle mani che trecento legionarj; il
rimanente aver preferito, combattendo disperatamente nella presa della
città, d’esser tagliati a pezzi, nessun di loro ignorando, che dopo
sì enormi delitti, non altro potessero, arrendendosi, aspettarsi che
maggiori crucci ed una morte a più grave ignominia congiunta.»
Non ricordan le storie che i Campani per lo innanzi avessero pugne per
conto proprio, e pur tacesi quindi di Pompei che anche nella sunnarrata
vicenda poco specialmente abbiam trovato nominata: silenzio codesto ben
avventuroso, poichè ogni città che allora si meritasse dagli storici
menzione, non l’ottenesse che da’ disastri ne’ quali fosse ravvolta.
Solo si sa come dugento quindici anni prima di Cristo, Annibale, il
formidabile condottiero dell’armata cartaginese, nella seconda Guerra
Punica, che Livio chiama _bellum maxime memorabile omnium_, e che fu
difatto sanguinosissima ed ostinata, si presentasse a’ confini della
Campania e di qui tenesse in grande sgomento la superba Roma. Il feroce
Cartaginese desolò quelle città della Terra di Lavoro che si tennero
in fede de’ Romani, ma non consta che nel novero di esse fosse Pompei;
onde possa cavarsene argomento ch’essa pure, non altrimenti che Capua,
spalleggiasse l’invasore straniero. Cessato da ultimo ogni rumore di
questa guerra colla vittoria di Roma, e ritornata pure la Campania
nella sua soggezione, le braccia de’ suoi abitanti vennero quindinnanzi
disposte dai Romani, nel cui dominio eran venuti, e dai quali del
resto vedeansi in ricambio accordato protezione contro assalti nemici,
provvedimenti di strade, canali e ponti ed utili parentadi.
Roma tra breve, cioè nell’anno 624 di sua fondazione e 130 avanti
Cristo, possedeva così quasi tutta l’Italia, oltre la Spagna e la
Grecia, e de’ quattro questori provinciali, fra cui venne dal Senato
divisa, quello residente a Cales comprendeva la giurisdizione sulla
Campania in un col Sannio, la Lucania ed i Bruzi: tal che Scipione
Emiliano, censore, quando al chiudersi del lustro, sacrificando,
doveva, secondo il costume, supplicare agli Dei l’ampliamento
dell’impero, narra Valerio Massimo, che a quella formula sostituisse di
suo capo queste parole: Grande e potente è abbastanza: supplico i Numi
di conservarlo eternamente.
Quanta ragione questo savio avesse in ciò chiedere ai Numi, la
chiarirono le cruentissime guerre intestine che successero di poi e i
danni che a Roma n’ebbero a conseguitare. Celebre è quella che ebbe
il nome di Guerra Sociale, e nella quale i Romani s’ebbero a fronte
Picentini e Marsi, Marrucini e Ferentani, Peligni e Campani, Irpini,
Apuli e Lucani e, più che tutti, gli irreconciliabili Sanniti, non
fiaccati da venti sconfitte e bramosi di vendicare il lungo servaggio.
Cajo Mario in questa lotta fraterna, altro de’ capitani che tanta
gloria in Africa e più ancora contro i Cimbri aveva conseguita, venne
accusato di lentezza, e non era per avventura che il cruccio di un
egregio di combattere contro Italiani, i quali avevano a scopo di
ottenere colla forza quello ch’egli voleva concesso di grazia; onde
alla fine si ritrasse spontaneo dal comando. Durò la guerra tre anni,
e si sommarono a meglio di trecentomila i periti in essa. Roma, come
sempre, la vinse; ma restò di beneficio almeno che venisse proclamata
l’eguaglianza di tutti gli Italiani, nè più vi fosse ostacolo da’
federati ad essere cittadini, e venissero come tali ripartiti fra tutte
le trentacinque tribù di cui costituivasi la romana cittadinanza.
Questa legge, promossa da Mario e che gli procacciava il generale
favore, indarno venne dal suo grande antagonista Lucio Cornelio Silla
osteggiata.
Era stato questo Silla che in codesta Guerra Sociale combatteva per
Roma contro i Campani e i Sanniti, risvegliatisi ancora agli odj
antichi. Pompei fu pure tra le città ribellate, le quali a’ primordj
della generale conflagrazione ebbero favorevoli le sorti dell’armi.
Ma la discordia de’ capi e l’inesperienza le mutarono ben presto, e
le resero ad essi contrarie. Silla cinse Stabia di assedio — Stabia di
poco tratto discosta da Pompei ed oppido a que’ dì ragguardevole — la
prese e smantellò per guisa, che anche ai tempi di Plinio il Vecchio,
poco presso, cioè, alla sua totale rovina, più non offerisse che
l’aspetto di un villaggio.
Dall’alto delle sue mura riguardava Pompei la desolazione della vicina
città sorella e con qual cuore, pensi il lettore; perocchè ella pure
dovesse allora aspettarsi non dissimile fato, conscia dell’indole
efferata e crudele del suo vincitore. Disperando scongiurare il
pericolo, s’apprestarono animosi alla difesa i Pompejani.
E Lucio Silla non attese infatti di molto a volgere ad essi il
pensiero; perocchè toltosi a Stabia, venne a porsi sotto la loro
città, che strinse egualmente d’assedio, e ne attendeva agli approcci,
allorchè Cluenzio, generale de’ Sanniti, inavvertitamente giunto,
s’accampa a quattrocento passi da’ romani alloggiamenti con poderose
forze. Silla fa impeto contro di lui; è terribile il cozzo fra le
avverse legioni, ma ne è Silla respinto. Riordina allora le truppe
e ritorna all’assalto con maggiore accanimento e ne ottiene piena
rivincita. Lo imita Cluenzio ingrossando di nuovi ajuti le proprie
fila, ed una terza volta vengono alle mani i due eserciti, rompendo
Silla le ostilità: ma questa volta la sorte decide a pro’ dell’armi
romane e Cluenzio stesso, nella generale sconfitta del suo campo,
rimane estinto presso Nola, dove la foga della pugna aveva ambo gli
eserciti sospinti.
Vellejo Patercolo ci fa sapere a questo punto come Minazio Magio di
Ascoli, avolo suo, nipote di Decio Magio, ch’egli punto non esita a
chiamare il primo de’ Campani e celeberrimo e fedelissimo, segnalasse
fortemente la sua devozione a’ Romani, levando a sua spesa una
legione tra gli Irpini e combattendo a fianco prima di Tito Didio,
congiuntamente al quale ebbe a prender Ercolano, e quindi di Lucio
Silla in questo assedio di Pompei, impadronendosi poscia di Cosa[37].
Non si trova nella storia del come i Pompejani allora si sottraessero
alla vendetta di Silla; forse questi rinunziò ad essi nella ambizione
del Consolato, la cui elezione si agitava nell’Urbe: da Nola, ove
trovavasi coll’esercito, egli allora accorse a Roma, prima a brigarsi
quell’onore e poscia a vendicare il torto che egli credeva a lui fatto
nell’affidarsi a Mario il supremo comando nella guerra, che aveasi ad
intraprendere contro Mitridate re del Ponto; onde ebbero a correre rivi
di sangue cittadino. Superfluo il narrare di Mario, profugo per Italia
e miserissimo, il suo ritorno nuovamente potente e la settima sua
elezione al consolato, le sue crudeli vendette e la morte: non lo sarà
forse il mentovare siccome il suo antagonista, veduto di qual modo gli
Italiani tutti si mostrassero propensi a Mario, migrasse proscritto in
Asia, dove conciliatesi le legioni, ne ottenne poscia il comando, e in
tre anni menata a buon fine una pericolosissima guerra, non lasciando
a quel barbaro re, com’ei disse, che la destra mano, colla quale aveva
firmato il macello di centomila Romani, espilate quelle provincie con
enormissime contribuzioni, ritornasse in Italia.
Approdato a Brindisi, scrive al Senato enumerando le proprie imprese e
di rincontro i torti dalla patria ricevuti, e conchiude il messaggio
annunziando come tra breve ei comparirebbe alle porte di Roma con un
esercito vincitore a vendicare gli oltraggi, punire i tiranni ed i
satelliti loro.
Nè valsero pacifiche ambascerie a scongiurare la nuova sciagura e
neppure i centomila soldati oppostigli contro dai consoli Giunio
Norbano e Cornelio Scipione; perocchè le prime egli spregiasse e
l’esercito non reggessegli contro, in una parte sconfitto e nell’altra
scomposto dalla diserzione. Non farò qui il tristissimo quadro delle
vendette e proscrizioni sillane: la storia tenne conto di novemila
persone uccise, fra cui novanta senatori, quindici consolari e duemila
seicento cavalieri; lasciò onorata la memoria della condotta di que’
di Norba in Campania, i quali piuttosto che arrendersi, ben conoscendo
l’animo spietato di Silla, per testimonio di Appiano, appiccarono il
fuoco alle case, e da uomini di cuore preferirono uccidersi gli uni gli
altri[38].
Le furie delle sue vendette caddero quindi in buona parte sulle città
italiane, le quali nel conflitto fra lui e Cajo Mario avevano per
quest’ultimo parteggiato, e se a Preneste erano morti dodicimila, se
Norba, comechè ancora fumanti i ruderi, vennero da lui spenti affatto
col sangue, se Populonia fu distrutta, se a Fiesole tolse ogni speranza
di risorgere fondando sulle rive dell’Arno una nuova città, Fiorenza,
se il Sannio seminò di ruine e di squallore, non poteva certamente
andare immune dalle ultrici sue folgori Pompei.
Allorquando erasi posto fine alla Guerra Sociale, come ad altre città,
così anche a Pompei ed Ercolano era stato accordato d’erigersi in
municipii, di reggersi, cioè, colle proprie leggi e proprii comizii,
conseguenza del diritto alla romana cittadinanza, comunque e leggi e
comizii dovessero essere sul modello di Roma; onde Cicerone potesse
affermare due patrie competere a’ municipii, l’una della natura,
l’altra della città; l’una di luogo, l’altra di diritto[39].
Abbiam veduto come a Silla, capo del partito nobilesco, fossero
spiaciute tutte queste concessioni, fatte ad iniziativa di Publio
Sulpicio tribuno e ad istigazione di Cajo Mario, come non ignoravasi
universalmente: facile è poi argomentare come più ancora spiacer
dovessero accordate a Pompei, dove al tempo che teneva il comando
militare, giusta quanto ho già detto, aveva trovato gagliarda
resistenza, ed era a lui riuscito malagevole il superarla.
Non appena pertanto il Senato, sulla proposta di Valerio Flacco, ligia
persona di Silla e da lui fatto eleggere ad interrè, acclamò, nello
spavento de’ sanguinosi spettacoli a cui aveva assistito, Cornelio
Silla medesimo dittatore, ciò che da ben cento venti anni non s’era più
visto accadere, esso, in odio del morto suo antagonista, ritogliere a’
latini e a moltissime città italiche la romana cittadinanza, conferendo
invece cittadinanza e libertà a diecimila schiavi, che assunsero il
cognome suo di Cornelii, al nome proprio inoltre aggiungendo quello di
_Felice_, quasi i torrenti di sangue versato lo avessero veramente reso
tale, come poco dopo a’ due gemelli che gli nacquero da Metella, volle
imposti i nomi di Fausto e di Fausta.
Fra le città da lui disgraziate fu Pompei. Tre coorti di veterani
vi mandò come corpo di osservazione, impose un tributo d’uomini e di
pecunia e quasi ne confuse ed estinse il nome, tramutando il municipio
in colonia militare, questa volendo appellata _Veneria_, desunto da
Venere Fisica, che era la divinità protettrice della città, ed anche
_Cornelia_ dalla illustre famiglia alla quale egli apparteneva.
Questo seguiva nell’anno ottantesimo avanti l’era volgare. Siffatto
nuovo reggimento politico di Pompei reclama che delle condizioni di
esso venga il lettore informato.
Vuolsi che Romolo inventasse il sistema delle colonie militari, quando
vinte le città o genti finitime, parte di queste volesse seco condurre
nell’Urbe e parte lasciasse pure in luogo, importandovi uomini proprii,
i quali per darsi alla coltura de’ campi che lor venivan concessi, si
dissero coloni. Le sedi, i campi e l’oppido stesso, se vi fosse ragione
a costituire i diritti, le forme assumevano quasi di nuova repubblica,
in guisa tuttavia che ogni cosa a Roma ed alla città madre avesse
riferimento.
Varia si volle l’utilità che dalle colonie ritraesse Roma.
Primieramente, dicevasi, venivano giovamento alla stessa città principe
ed alla troppa e superflua moltitudine; quindi agli stessi nemici e
sudditi, per quella civiltà che eravi necessariamente importata; da
ultimo la istituzione serviva a tenere in soggezione i vinti e quelli
che meglio ispiravano timore. Cresciuto l’impero, furono le colonie di
sfogo a plebe povera e gravosa, di premio a’ soldati emeriti, o vecchi.
Solevasi per lo più distinguere le colonie in altre di Romano, altre di
Latino ed altre di Italico diritto; dette talune patrizie e tali altre
equestri, a seconda costoro della maggiore dignità de’ cittadini e
militi che le componevano.
Nondimeno anche gli scrittori più favorevoli a siffatto sistema
riconobbero come tiranni e violenti cittadini avessero ad abusare
di esso, mescolandovi l’ingiuria e l’inganno[40], e Cornelio Silla
medesimo citarono appunto, come quegli che non solo, non altrimenti
che s’era usato per lo addietro, i campi conquistati all’inimico ebbe a
distribuire, ma a concedere nella stessa Italia sedi a que’ soldati che
le avessero desiderate.
Or come fra questi scellerati abusi del sanguinario dittatore non deesi
annoverare quello praticato in odio de’ Pompejani, se la costoro città,
per la leggiadria di sua postura trovavasi in condizione d’essere da’
suoi veterani cupidamente appetita?
Appiano, scrittore già da noi citato, conta perfino ventitrè legioni
costituite da Silla in colonie per un ammontare di centoventimila
uomini; sì che nella sola Italia si potevano di poi annoverare ben
cencinquanta colonie; senza tener conto delle sessanta dell’Africa,
delle trenta di Spagna e delle altre molte disseminate nelle Gallie
e nel resto dell’orbe romano; nè fosse per ciò esagerato il dire che
nessuna regione vi avesse in cui colonia non esistesse e si trovasse
per tal foggia il mondo costretto ne’ ceppi e sobbarcato alla dizione
ed all’imperio di Roma.
I Pompeiani — non c’era modo a ricattarsi dinanzi a quel potente —
accettarono la dura legge; ma non così che piegassero ad accordare
diritti di cittadinanza ai soldati a piedi ed a cavallo, di che si
componevano le tre coorti.
Sventuratamente al comando di essi aveva il dittatore preposto il
proprio nipote Publio Silla, uomo rotto ad eccessi e ribalderie, il
qual facevasi scudo d’impunità l’essere a Lucio Cornelio congiunto,
e in luogo di reprimere la prepotenza e gli abusi dei coloni, li
fomentava del proprio esempio.
Qui dovrei collocare, per seguire il corso cronologico degli
avvenimenti, l’insurrezione degli schiavi che aprì la seconda Guerra
Servile, capitanata dal gladiatore Spartaco già di nostra conoscenza;
ma risparmio ritessere la storia de’ primi suoi combattimenti pugnati
contro le romane legioni al Vesuvio, perchè nel primo Capitolo
di questo libro già ne toccai. Altrove ho pur narrato di lui più
lungamente[41]: qui basti dire che, battuti fra Pompei e il Vesuvio
due pretori, si recò nella Gallia, poi forzato a rientrare, sconfisse i
due consoli Lucio Gellio e Cornelio Lentulo, finchè, nella battaglia,
presso il Silaro, Licinio Crasso lui sconfisse alla sua volta ed
uccise, così imponendo veramente fine a quella guerra, che aveva fatto
paventar Roma, alle cui porte erasi quasi il trace gladiatore condotto;
quantunque Cneo Pompeo, distruggendo nella Lucania i cinquemila
gladiatori superstiti, osasse scrivere al Senato: «Crasso ha sconfitto
gli schiavi, io la ribellione estinta.»
Ma nuovo e grave pericolo sorse poco tempo dopo alla salute della
Romana Republica nella congiura di Lucio Sergio Catilina, la quale
doveva scoppiare il primo giorno dell’anno 691 di Roma, ma che quel
giorno abortì; lo che per altro non tolse che l’autore principale
di essa spudoratamente si presentasse ne’ comizi per chiedere il
consolato. Respinto, lavorò indefesso alla congiura, nella quale seppe
collo ingegno e colle arti trascinare più di venti personaggi senatorii
ed equestri. Publio Silla, il tiranno de’ Pompejani, ed Autronio Peto,
che avevano agognato al consolato, ed anzi designati già consoli,
accusati d’àmbito, n’erano stati condannati, tenevansi, per comune
avviso, nelle trame consenzienti[42].
Trovavasi essere console Marco Tullio Cicerone, l’oratore, il quale a
mezzo di Quinto Curio, — tramutato da congiurato in delatore, quando
da Fulvia, donna di nascita egregia ma di non egregi costumi, fu alla
sua volta denunziato, — venuto ordinatamente in chiaro di tutto ed
avendo in mano le fila dell’intera cospirazione, la rivelava in Senato,
investendo Catilina medesimo con quell’arringa che rimase celebre ed
è popolare tuttavia. Non è del mio còmpito rifar la storia di quel
gravissimo avvenimento, con sì eleganti ma non sempre veridiche pagine
dettata da Sallustio; basti si sappia che la battaglia, impegnata con
un coraggio che fu detto degno di miglior causa da Catilina contro i
soldati del console Antonio, fosse da lui perduta ed ei medesimamente
restasse sul campo, insieme a diecimila congiurati, trucidato.
Nè a quella congiura soltanto il capo de’ coloni pompejani, Publio
Silla, aveva preso parte, ma prima ben anco ad altra, essendo consoli
in quel tempo Lucio Tullio e Marco Lepido, e della quale aveva dovuto
rispondere avanti il Senato, contro l’accusa datagli da Lucio Torquato.
Difeso dall’oratore Ortensio, n’era stato purgato. Tratto in giudizio
una seconda volta, sulla accusa ancora dello stesso Lucio Torquato,
d’avere, cioè, avuto parte nella cospirazione catilinaria, ei venne
pure imputato d’aver cercato di indurre in essa anche i Pompejani, e
d’avere tra questi e i coloni suscitate discordie, alimentati rancori.
Infatti i coloni da lui capitanati, una volta stabiliti in Pompei, non
contenti delle migliori terre, pretesero anche il diritto appellato
_Ambulationis_ e l’altro detto _Suffragii_, cioè di poter passeggiare
nello stadio, nell’anfiteatro, nel ginnasio, nel portico ed in altri
luoghi publici e di poter convenire nelle assemblee per dar voto nelle
elezioni. Per questi due diritti, che i Pompeiani negavano d’accordare,
seguì un fiero dissidio tra coloni e cittadini, che fu scambiato per
una publica rivolta avente attinenza per avventura, come si pretese,
coi moti catilinarj. Cajo Crispo Sallustio nella sua storia punto
non esitò a collocarlo col fratello Sergio nel novero de’ congiurati.
Deferita la causa al Senato, venne Publio Silla revocato, e poichè si
vide da gravissimo pericolo minacciato, in ragione altresì de’ suoi
cattivi precedenti, la propria difesa affidò all’eloquenza di Marco
Tullio Cicerone.
Parve strano e non vero che quegli il quale era stato lo scopritore
ed il punitore della congiura di Catilina, avesse poi a perorare
per altro de’ più tristi, che se ne dicea, nel generale sentimento,
partecipe; anzi Lucio Torquato accusatore, quantunque amico a Cicerone,
avendogliene mosso publicamente biasimo, egli a scagionarsene impiegò
buona parte della sua orazione, adducendo per lo appunto che il fatto
di essere egli stato acerrimo persecutore di quella cospirazione,
difendendo fra gli accusati il solo Publio Silla, dovesse a tutti esser
prova ch’ei lo tenesse per innocente, di lui nulla avendo, durante
il proprio consolato, scoperto che gli concedesse diritto a ritenerlo
colpevole.
Trovai scrittori i quali pensarono che Cicerone assunta avesse la
difesa di Publio Silla onde ingraziarsene lo zio dittatore e per timore
di lui; ma essi accontentandosi dell’intitolazione dell’arringa, non
la badarono troppo pel sottile, nè la lessero tampoco; perocchè dalla
medesima sia chiaramente manifesto come Lucio Cornelio Silla fosse già
morto all’epoca ch’essa fu recitata, se vi si tratta come l’accusatore
Torquato avesse altresì opposto: che P. Silla comperasse i gladiatori
sotto pretesto di fare l’appresto degli spettacoli, i quali Fausto
figliuolo del dittatore Lucio Cornelio Silla, dovea dare in ordine al
testamento del padre per solennizzarne i funerali; ma che veramente
venissero comperati per dar mano alla congiura[43]. Vuolsi dunque
ritenere che tutt’altre ragioni lo inducessero ad assumere un tale
officio.
Ecco il brano dell’arringa che riguarda in ispecialità i Pompejani e
che alla meglio reco nel nostro idioma[44].
«Già quello poi che si mette innanzi, essere stati i Pompejani eccitati
a questa congiura e ad entrare in questa nefanda impresa, di qual
modo possa stare, non io valgo a comprendere. E che? sembra a te,
o Torquato, abbiano i Pompejani veramente congiurato? Chi mai ebbe
a dir questo? o qual minima sospicione fu mai di siffatta cosa? Li
disgiunse, egli dice, da’ coloni, acciò con questo dissidio, suscitata
la dissensione, potesse recare la città alle sue mani e i Pompejani
infrenare. Ma innanzi tratto, ogni differenza de’ Pompejani e de’
Coloni è deferita a’ patroni[45], poichè sia da molti anni agitata
e pendente; poscia è per guisa la cosa cognita a’ patroni che in
nulla sia Silla dissenziente dalle opinioni degli altri; e da ultimo
i coloni stessi vanno convinti non essere stati i Pompejani più che
essi medesimi da Silla molestati. La qual cosa, o giudici, potete
argomentare da questa frequenza di coloni, tutti onestissimi uomini,
i quali sono qui presenti in penosa aspettazione, perchè se questo
patrono, vindice e custode di loro colonia, non poterono essi avere
in ogni circostanza e ad ogni aggravio incolume, in questo frangente
almeno, nel quale addolorato giace, desiderano sia per voi reso sicuro
e conservato.
«Con eguale ansia assistono qui del pari i Pompejani, che da quelli
pur si chiamano in colpa, e che per tal guisa dissentirono da’ brogli
e da’ suffragi co’ coloni, da convenire in tutto con lui circa il
bene comune. Ma neppure mi sembra doversi passare sotto silenzio il
merito, che da lui questa colonia essendo stata dedotta, ed avendo
l’autorità della republica distratto da’ possessi de’ Pompeiani quanto
dar si doveva a’ coloni; nondimeno ad entrambe le parti è così caro e
giocondo, che non appaja aver gli uni molestato, ma e questi e quelli
costituiti.»
La ciceroniana arringa, alla quale s’era pur fatto intervenire un
fanciulletto di Silla, a intendimento di muovere a compassione i
giudici, fu coronata di buon successo e Publio Silla assolto: ciò
venendoci attestato da Cicerone medesimo nell’epistola terza del libro
terzo a Quinto fratello suo, con quanto gusto de’ poveri Pompejani, lo
giudichi il lettore.
Fu per avventura in benemerenza di questo fatto e con denaro de’
coloni, che al grande oratore venne in Pompei eretta nel foro a cagione
di somma onoranza una statua.
Devesi contuttociò ritenere che siffatto procedimento contro di Silla
riuscisse ad alcun bene per essi, se i coloni militari dovettero
acconciarsi a stabilirsi fuori della città, nella parte occidentale.
Si costruirono essi a tal uopo un sobborgo che fu denominato _Pagus
Felix_, ancora in memoria ed onore di Lucio Cornelio Silla da sè stesso
soprannominatosi _felice_, fondatore della colonia Pompejana.
Ninnio Mulo, valorosissimo capitano ed assai dentro nelle grazie di
Silla perchè già militato avea sotto il di lui celebre parente L.
Cornelio, fu deputato al comando della colonia, beneficio insperato
raccolto dal giudizio promosso contro il primo capitano e patrono
Publio Silla.
La _Colonia Veneria_ continuò ad essere per tal modo retta anche dopo
e nelle iscrizioni rinvenute negli scavi e del tempo di Augusto —
tre lustri circa avanti Cristo — la si trova disciplinata in guisa
da vedervi patroni e clienti. Questo diritto di clientela[46] del
resto non era già circoscritto alle sole persone; le colonie, le
città deditizie o conquistate, le nazioni alleate e i re barbari
seguitarono l’esempio degli individui, eleggendosi i loro patroni
nell’Urbe. Cicerone lo era dei Campani, Fabio Sanga degli Allobrogi,
Catone dell’Isola di Cipro e del reame di Cappadocia, Marcello della
Sicilia, ed io più sopra notai di Publio Silla essere stato altro de’
primi patroni di Pompei: a’ giorni di Augusto, ci apprendono le dette
iscrizioni, che nel novero di essi pur fosse Marco Olconio Rufo figlio
di Marco, decemviro in questa città, incaricato per la quinta volta
di rendere la giustizia, tribuno dei soldati nominato dal popolo,
personaggio al quale i Pompejani avevano rizzato una statua nel foro in
ricambio di publiche liberalità e sopratutto d’aver eretto un tribunale
presso l’_Ecatonstylon_, il gran teatro, una cripta e il muro laterale
del tempio di Venere Fisica, onde formare l’ambulatorio nel portico
dell’Agora antica.
Si sa che i facoltosi romani avessero più d’una villa ed esse a
seconda delle stagioni abitassero: Plinio il giovane nelle sue lettere
ci fa sapere come ne avesse in Toscana, Romagna e Lombardia e ne
lasciò minute e interessanti descrizioni[47]. Ne apprende eziandio il
medesimo Plinio di Silio Italico, che possedesse in uno stesso luogo
più ville e, per lo soverchio amor delle nuove, ponesse in non cale
le vecchie[48]. Pur Cicerone ne aveva più d’una, anzi l’abate Chaupy
gliene noverò fino a ventiquattro, desumendolo da’ suoi scritti e
sarebbesi perfino a cagion di esse, come ne scrisse ad Attico (Ep. I,
lib. 2), fortemente indebitato, malgrado ch’egli dovesse essere ben
ricco. Perocchè tutto che onest’uomo e persecutore dei depredatori,
nel solo governo di Cilicia pose da banda due milioni e dugentomila
sesterzi, vantandosi d’aver ciò fatto legalmente. Io non rammenterò
delle sue ville che le più note, e sono due, e lo apprendiamo dalle
stesse opere sue[49], l’una era quella di Tuscolo, l’altra quella di
Pompei, la quale già m’avvenne di più addietro ricordare e i cui ruderi
può il visitatore vedere tuttavia nella via delle Tombe; se pure nella
scienza che qui egli avesse una villa, non si è di troppo affrettati a
riconoscerla in questa casa, che da lui nelle Guide si intitola ed è a’
visitatori come sua designata.
Oggi codesta casa, che si vuole dell’immortale Oratore, non è più
riconoscibile, a causa che pel cattivo metodo che si teneva in addietro
negli scavi, essa venne ricolma di terra, a risparmio della spesa
del trasporto. Fu nondimeno da essa che vennero tolte le pitture
de’ Centauri e de’ Fauni danzatori di corda, le quali presentano
per l’arte tutto quello che di bello, ideale e di poetica fantasia è
lecito d’immaginare. Furono pure rinvenuti in essa due superbi mosaici,
rappresentanti scene comiche del più delicato e squisito lavoro, della
mano di Dioscoride di Samo, che vi appose il proprio nome.
Or fu in questa casa di campagna che Cesare Ottaviano, onorato poscia
dall’adulazione col nome di Augusto[50], essendo ancora Triumviro,
venne a visitar Cicerone ed officiarlo onde averne la protezione contro
di Antonio nella lotta fra essi impegnata a disputarsi la successione
di Cesare, e nel comune intento di spegnere l’aristocrazia, non a
vantaggio certamente della democrazia, la quale non ebbe di poi altro
frutto dal suo trionfo che di conoscere cui dovesse obbedire.
Piantata da lui l’autorità imperiale sopra il popolo romano, incominciò
la serie dei Cesari che dominarono l’orbe romano.
Fu Augusto che inviò a Pompei una nuova colonia di Veterani, e
come quella mandatavi da Silla avesse mutato il nome alla città
sostituendovi quello di Colonia Veneria Cornelia; il sobborgo che la
nuova fondò venne appellato _Pagus Augustus Felix Suburbanus_, che è
forse il luogo stesso nel quale sorge la casa di Marco Arrio Diomede
e stanno le tombe della famiglia Arria, della Istacidia, di Nevoleja
Tyche e d’altri. Già fin dal momento che Roma avea cercato di mandar
coloni a Pompei e questa ne li aveva rifiutati, le erano state guaste
le mura, che dipoi aveva cercato di riparare, come ancor se ne vedono
traccie; ma sotto Augusto sparvero affatto le lunghe cortine di queste
mura, per modo che privati edificj poterono sorgere sull’area loro, e
la città, spoglia affatto di difesa allora, si confuse colla colonia.
Di ciò fa fede una iscrizione trovata nel teatro.
Tiberio Claudio, fratello di Germanico e zio di Caligola, prima che i
Pretoriani lo acclamassero, alla morte di quest’ultimo, imperatore e il
confermassero i soldati, il popolo, i gladiatori e i marinaj, malgrado
la sua imbecillità, — onde era stato il trastullo del nipote e la madre
stessa solesse dire: bestia come il mio Claudio, — ebbe a soggiornare
alcun tempo a Pompei, dove gli moriva il figliuolo Druso, avuto da
quella rinomatissima impudica che fu Messalina Valeria sua moglie,
affogato da un frutto che aveva inghiottito.
Succedutogli nell’impero Nerone, accadde nell’anno 59 dell’era volgare
un fatto nella città di Pompei, che fra i poco numerosi eventi di
questa città che ne meritarono il ricordo, prima che ne seguisse
la catastrofe, vuole essere memorato, come pur ne tenne conto Cajo
Cornelio Tacito nel quattordicesimo libro degli _Annali_ con queste
parole che riferisco dalla traduzione del Davanzati:
«In questo tempo, di piccola contesa tra i Nocerini e i Pompejani
uscì molto sangue nella festa degli accoltellanti che faceva Livinejo
Regolo, raso, come dissi, dal Senato. Imperocchè dalle insolenze
castellane vennero alle villanie, a’ sassi, all’armi; e vinse la plebe
pompejana, che aveva la festa in casa. Molti Nocerini furon portati in
Roma feriti o storpiati o morti, e pianti da’ lor padri e figliuoli.
Il principe rimise la causa al Senato; esso a’ consoli: e ritornò
a’ padri, i quali vietarono a’ Pompejani tal festa per dieci anni;
disfecero lor compagnie fatte fuor di legge e sbandirono Livinejo e
gli altri primi rissanti»[51]. Il qual fatto è pur menzionato da una
caricatura politica, accompagnata da un’ironica iscrizione, state
rinvenute negli scavi sulle mura esterne della via di Mercurio,
iscrizione che suona così:
_Campani, victoria una cum Nucerinis periistis;_
cioè: Campani, una vittoria sui Nocerini vi ha distrutti.
È in questo tempo che l’imperatore mandò in Pompei come suo flamine
perpetuo Valente, figlio di Decio Lucrezio Valente, di cui avverrà di
citare più innanzi l’epigrafe, nella quale, a’ cinque delle calende
d’aprile (28 marzo), avvisa una caccia nello anfiteatro.
È lo stesso severo storico che nel medesimo libro in cui racconta la
colluttazione de’ Pompejani e Nocerini, narrando della morte data da
Nerone alla madre Agrippina a Baja, mentre constata che quel mostro
alfine conobbe la grande scelleratezza fatta ch’ei l’ebbe, e come nella
notte che seguì il matricidio rimanesse affisato e mutolo, si rizzasse
spaventato e sbalordito e «perchè i luoghi non si metton la maschera
come gli uomini», non potesse veder quel mare e que’ siti. A vituperio
delle città campane, lasciò poi ricordato ch’esse dell’orribile
misfatto mostrassero con sagrifici e ambascerie allegrezza: vigliacca
adulazione ripetuta in Roma, quando rassicurato che non gli si dava
carico di quella morte, ritornatovi frammezzo alle ovazioni, ascese a
render grazie agli dei in Campidoglio.
Ma più funesto e grave avvenimento toccò a Pompei nell’anno 63 sotto
l’imperio dello stesso Nerone, consoli essendo Memmio Regolo e Virginio
Rufo, ed è con la narrazione di esso che porrò fine a questo Capitolo,
e che fu precursore dell’altro onde si chiuse l’esistenza e la storia
della sfortunata città.
L’imperatore, stordito il mondo delle sue crudeltà ed uccisioni,
incendiata Roma, persino accompagnandone il crepitante sfascio co’
suoni della cetra, s’era preso della libidine di rivaleggiare co’
migliori artisti da teatro e citaredi. Trovatasi egli ne’ primi di
febbrajo di quell’anno in Neapoli ed attendeva in teatro a cantare,
quando un terribile terremoto squassò quella vulcanica terra. Avvertito
Cesare dell’evento, non volle abbandonare la scena se prima non ebbe
compiuto il trillo di un suo canto favorito.
E la terra traballava sotto i suoi piedi!
Uscito egli appena dal teatro l’edificio intero crollava.
Quanto durasse il terremoto, quanta ruina cagionasse a Neapoli, ma più
ancora ad Ercolano e Pompei, ci lasciò ricordato Seneca nel seguente
passo:
«Pompei, celebre città della Campania, intorno alla quale la riva
di Sorrento e di Stabia da una parte e quella d’Ercolano dall’altra
formano col loro incurvamento un golfo ridente, è stata rovinata, ed
i contigui luoghi molto maltrattati da un tremuoto accaduto nel verno,
vale a dire in una stagione che i nostri antenati credevano esente da
pericoli di tal sorta. Fu a’ cinque di febbrajo, sotto il consolato
di Regolo e di Virginio, che la Campania (la quale era stata sempre
minacciata, ma almeno senza alcun danno e sol travagliata dal timore
fino a quel momento) venne con grande strage devastata da questa
violenta scossa della terra. Una parte della città d’Ercolano è stata
distrutta, e ciò che ne rimane non è ancora sicuro. La colonia di
Nuceria fu, se non rovesciata, certo malconcia. Neapoli ha sofferto
delle perdite piuttosto particolari che publiche e lievemente fu tocca
da questo gravissimo flagello. Molte case di campagna risentirono della
scossa senza effetto. Si aggiunge che delle statue furono spezzate
e che dopo di questo avvenimento funesto si videro errare pe’ campi
persone prive di conoscenza e di sensi»[52].
I Pompejani salvatisi dalla rovinata città, l’abbandonarono e non
vi fecero la più parte ritorno che qualche anno dopo, ponendosi
allora a riedificarla o restaurarla, a seconda del bisogno, presto
dimentichi della patita sciagura e spensierati che rinnovar si
potesse nell’avvenire; e però tutti intenti a decorarla coll’arti
belle, a rallegrarla di festosi conviti, a inebriarla di spettacoli e
ringiovanirla di vita più gagliarda che mai.
[Illustrazione: Mensa Ponderaria. — _Fig. I._ B. E. Misure per
gli Aridi. — A. C. D. F. G. H. I. Misure pei liquidi. — _Fig.
II._ Spaccato della fig. I. — _Fig. III._ Extra misura. —
Questa tavola è tolta al N. 15 del giornale degli Scavi, Nuova
Serie. _Vol. I. Cap. IV._]