PRIMO PERIODO

Divisione della storia — Origini di Pompei — Ercole e i buoi di

Gerione — Oschi e Pelasgi — I Sanniti — Occupano la Campania —

Dedizione di questa a Roma — I Feriali Romani indicon guerra a’

Sanniti — Vittoria dell’armi romane — Lega de’ Campani co’ Latini

contro i Romani — L. Aunio Setino e T. Manlio Torquato — Disciplina

militare — Battaglia al Vesuvio — Le Forche Caudine — Rivincita de’

Romani — Cospirazioni campane contro Roma — I Pompejani battono i

soldati della flotta romana — Ultima guerra de’ Sanniti contro i

Romani.

Le ragioni stesse per le quali ebbi ad avvertire il lettore che alla

migliore intelligenza delle Rovine di Pompei mi occorresse d’aprire una

parentesi, per dire alquanto di questo _monstrum horrendum, informe,

ingens_ che le aveva cagionate, non solo militano per questa nuova che

intraprendo col presente capitolo, ma sono ben anche maggiori. D’altra

parte, messomi all’opera con intenti più modesti, l’amore all’argomento

me ne suggerisce ora di maggiori, e la materia sento crescermi sotto

mano; il lettore non ha a concedermi che una maggiore benevolenza.

La storia civile di Pompei non è guari complicata di fatti, non di

molto diversa da quella delle altre minori città italiane e massime

meridionali, che o furono confederate a Roma o ne divennero colonie.

La storia generale di queste città si lega in una parte a quella delle

altre undici città principali della Campania, e nell’altra per lo più

alla storia del mondo romano; la speciale non ricorda che determinati

avvenimenti, i quali hanno per lo più attinenza alla vita municipale

di essa. Io, nel raccoglierla dalle diverse fonti, l’ho divisa in

due distinti periodi, concedendo poi un singolare capitolo a ciò che

chiamerei storia morale ed un altro al miserando cataclisma che ne

chiuse l’interessante volume.

_Pompeii_, o _Pompeja_, come trovasi promiscuamente detto dai latini

scrittori, all’epoca della sua distruzione per opera del Vesuvio, cioè,

come già sa il lettore, nell’anno di Roma 932 e 79 di Cristo, era,

malgrado che Seneca punto non si peritasse a dichiararla _celebrem

Campaniæ urbem_, città di terzo ordine. Una città tuttavia, che per

la felice postura su d’una eminenza vulcanica e in riva al mare, —

poichè tutto ne scorga a ritenere che le acque del Tirreno giugnessero

a quel tempo fin presso le mura di essa, nè vi si ritraessero che in

conseguenza del cataclisma che le apportò la morte, — e per la dolcezza

del clima e la lussureggiante natura, costituiva altra fra le località

di questa magnifica parte d’Italia, che a ragione fu detta — credo

da Milton, il cantore immortale del _Paradiso Perduto_ — _un pezzo

di paradiso caduto in terra_; epperò eletta da’ facoltosi Romani a

sito di villeggiatura. Così ricordai già la casa che vi aveva Marco

Tullio Cicerone, per antonomasia detto l’Oratore Romano, e quella che

vi teneva lo storico Cajo Crispo Sallustio, entrambe scoperte, e la

visita delle Rovine altre pure ne additerà celebri per i loro famosi

proprietari; onde Stazio potesse lasciarci memoria degli ozj pompejani

in quel verso:

_Nec Pompeiani placeant magis otia Sarni_[27].

Imperocchè Pompei fosse bagnata dalle acque del fiume Sarno — ora

ridotto alle povere proporzioni di un ruscello — per cagione anzi del

quale, come avverrà di dire più avanti, si avessero i primi sentori

che ebbero a condurre alla scoperta della sepolta città. Il Sarno

scendendo, dal lato ove si vede ancora sorgere l’anfiteatro, al mare,

che qui faceva una curva la quale si estendeva insino a Stabia, formava

alla sua imboccatura un bacino, che costituiva il porto della città,

comune anche a Nola, ad Acerra ed a Nocera, così frequentato ed operoso

da rendere Pompei l’emporio delle più floride città campane. Nè forse

fu estraneo a siffatta circostanza il nome stesso di essa, se nel

greco idioma Πομπηίον suoni eziandio siccome a dire emporio. Strabone

non obliò di ricordare questo porto, e i libri, come vedremo, ne

registrarono eziandio qualche glorioso avvenimento.

La storia adunque di questa città e, più che essa, la scoperta e la

illustrazione de’ suoi edificj e de’ suoi monumenti, importantissima

riesce a rivelarci la vera storia intima di quei tempi, che le storie

generali non ci hanno lasciata che imperfetta, sì che sia d’uopo

racimolarla fra gli storici avvenimenti di altri popoli e da’ concetti

dei poeti, o da qualche altra scrittura, mescolata spesso a cose

men vere od incerte, per modo che, dopo tutto, sia mestieri di molto

discernimento e di induzioni e di congetture logiche non poche per

istabilire colle migliori probabilità i fatti.

Ma se malagevole è il còmpito di chi voglia esattamente ragionare

della vita intima di allora, che si dirà di chi presuma indagare

le origini delle città nostre e i confini territoriali, se intorno

ad esse non vennero che tardi gli scrittori che se ne occuparono, e

questi pure, dovendo appoggiarsi su tradizioni e favole, si ebbero a

buttare spesso alla fantasia, siccome puossi giudicare dalla lettura

di Dionigi d’Alicarnasso, di Catone, di Varrone e d’Eliano? Orazio

medesimo, comunque venuto in tempi più colti, non sapeva determinare se

all’Apulia o alla Lucania appartenesse la sua Venosa, siccome appare da

una Satira, nel seguente passo:

_Lucanus an Appulus, anceps,_

_Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus_

_Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis_[28].

Gli è ad un tale riguardo che pur di Pompei non si possa precisare

quali fossero i fondatori e i primi abitatori. La favola, accarezzando

anche qui il popolare orgoglio, le assegna illustre origine, e Giulio

Solino, che ne tenne memoria, narra che Pompei avesse avuto Ercole

per fondatore, allorchè passò egli in Italia co’ buoi di Gerione.

Già nel capitolo antecedente toccai di sua venuta in queste parti e

di eroiche imprese compiutevi e della città di Ercolano che attestò

di lui: Pompei egualmente avrebbe il suo nome conseguito dalla pompa

colla quale dall’Eroe sarebbero ivi portate le tre teste del suo

nemico, il succitato Gerione, la cui uccisione fu delle dodici che gli

vengono attribuite, la decima di lui fatica[29]. Lasciando nondimeno

in disparte la mitologia e gli arcani suoi ascondimenti, stando

all’autorità di Strabone, i primi a mettersi attorno al golfo che

curvasi da Sorrento a Miseno, sarebbero stati gli Oschi od Opici, gli

Ausoni, gli Etruschi, i Tirreni e i Pelasgi, che sono anche i popoli

più antichi di cui si abbia memoria in Italia; se pure tutti questi

popoli non sono della sola razza pelasgica.

I Pelasgi contuttociò non attecchirono mai la loro padronanza nel

nostro paese; odiati sempre come stranieri e conquistatori, dovettero

mantenervisi armati. A quest’opposizione surta negli animi degli

aborigeni, s’aggiunsero naturali calamità, e Dionigi d’Alicarnasso

ricorda la sterilità e siccità dei campi e più ancora l’imperversar

de’ vulcani e delle malattie; onde interrogato l’oracolo di Dodona,

ne avessero a responso: «Causa di tutti codesti mali essere lo sdegno

degli Dei, perchè frodati i Dioscuri, o Cabiri[30], della promessa

decima di tutto quanto nascerebbe, non avendola i Pelasgi attenuta

in quanto riguardasse i figliuoli.» Indegnò la spietata risposta, e

tumultuarono contro i capi e a tale venne la stanchezza de’ più che

questi in massa migrarono, e i pochi rimasti, spodestati degli averi,

vennero agevolmente ridotti in servitù.

Dall’Appennino centrale, dietro al corso del Volturno e dell’Ofanto,

scesero i Sanniti, gente mista di Sabini ed Ausonj, _gentem opibus

armisque validam_, come li giudica Tito Livio[31], conquistando. Erano

essi in quel tempo, cioè circa l’anno 420 avanti la venuta di Cristo,

arrivati omai all’apogeo della loro potenza, e superando Roma stessa

nel numero della popolazione e nella estensione del territorio, ne

erano divenuti i più formidabili avversarj. S’allargavano essi dal

mar Inferiore al Superiore, dal Liri alle montagne lucane e ai piani

dell’Apulia, e dominavano ne’ paesi che oggidì designiamo coi nomi

di Principato Ulteriore e di Abruzzo Citeriore. Sobrii ed indomiti,

difesi da valloni e torrenti, potevano a buon diritto codesti montanari

riuscire terribili a quei della pianura.

Superando gli ostacoli tutti, irruppero nella Volturnia, che essendo

piana cominciarono a chiamar Campania (da καμπος, pianura), occuparono

Vulturnio che denominarono Capua e successivamente la Campania tutta,

alla quale era capitale, e che si distendeva sul mare dal Liri al

Silaro, ubertosissima e popolata di dodici belle e ricche città, tra le

quali primeggiavano Pompei ed Ercolano.

Come dell’etrusca dominazione si rinvennero tracce negli scavi di

quest’ultima città in una medaglia e nella mensa _Giunonale_; così

se ne ebbero e in maggior copia e in essa città e in Pompei della

sannitica nelle diverse iscrizioni dettate in questa lingua, e il

_Giornale degli Scavi_, già da me ricordato, reca dotte dichiarazioni

di taluna, a migliore schiarimento di importanti questioni.

Allora i Sanniti divenuti Campani, sotto il nome di Mamertini, forse

a dire soldati di Marte, si posero al soldo di chi bisognava di

combattenti, ed estesero fino a Pesto la propria lingua, la quale, se

vuolsi attribuir fede al succitato Strabone, fu pur la stessa parlata

da Umbri, Osci, Dauni, Peucezj, Messapi, abitanti della Japigia, cioè

nel sud-est della penisola. Contuttociò essi, come già prima i Pelasgi,

non giunsero a naturarvi la loro dominazione: perocchè i costumi

campani e il carattere differenziassero di troppo, nè le lotte fra essi

dovessero tardare a scoppiare.

I libri settimo, ottavo e nono delle istorie di Tito Livio ci

apprendono le ulteriori vicissitudini della Campania, le cui sorti è

a credersi fossero pure comuni a Pompei, come identiche e comuni ne

fossero le politiche condizioni.

È per questo che a sopperire al difetto di peculiari notizie di questa

città che impresi col lettore a studiare, mi sia d’uopo colmare le

lacune, riassumendo da quelle dotte ed accurate pagine le più saglienti

che vi hanno maggiore attinenza.

Sappiam per esse come i Sanniti assaltassero ingiustamente i Sidicini e

come questi, inferiori di forze, ricorressero ai Campani. Se non che,

narra lo storico padovano, come, avendo i Campani apportato piuttosto

un nome che una giunta di forza a soccorso degli alleati, snervati

dal lusso e da una tal quale rilassatezza, propria del resto delle

condizioni del clima, fossero battuti nel paese dei Sidicini da gente

indurata nel mestiere dell’armi, e che però rivolgessero sopra di sè

tutta la mole della guerra. Perciocchè i Sanniti, messi da parte i

Sidicini ed assaliti i Campani, ch’erano antemurale de’ confinanti,

fra Capua e Tifata, diedero loro una terribile rotta, nella quale venne

tagliato a pezzi il nerbo della loro gioventù.

A salvarsi allora da più fiere vendette, s’affrettarono i Campani a

ricorrere a Roma, e poichè invano ne ebbero sollecitata l’alleanza,

essendo già con vincoli d’amicizia legata essa ai Sanniti, non

trovarono spediente migliore di quello di una piena dedizione e fu

accolta.

Furono da Roma spacciati allora ai Sanniti i Feciali[32] per

richiederli delle cose tolte ai Campani, e poichè venne opposto il

rifiuto, si intimò loro solennemente la guerra, due eserciti mettendo

in campo, l’uno nella Campania, capitanato da Valerio, e l’altro nel

Sannio, da Aulo Cornelio comandato. Furon dubbie dapprima le sorti

della guerra; perocchè mai non si fosse combattuto per entrambe le

parti con maggior valore ed accanimento; ma da ultimo la vittoria si

dichiarò per l’armi romane con somma lode dei due suddetti consoli e di

Publio Decio tribuno.

Implorarono allora pace i Sanniti da’ Romani e l’ebbero colla invocata

facoltà di muover l’armi contro a’ Sidicini, che neppure dal popolo

romano eransi mai tenuti per amici. I Sidicini, vedutisi seriamente

minacciati, seguitando l’esempio de’ Campani, avrebbero voluto

alla lor volta concedersi a’ Romani; ma stavolta essi ne vennero

dispettati, perchè solo sospinti dalla necessità a tanto stremo. Così

stando le cose, non trovarono altro spediente che volgersi ad altra

parte ed offerirsi a’ Latini, che li accettarono prontamente, e i

Campani che meglio della fede a’ loro nuovi Signori, anteponevano la

vendetta dell’insulto patito da’ Sanniti, entrarono pure nella lega.

Reclamarono di ciò i Sanniti a Roma, come di violata fede, ma n’ebbero

ambigua risposta, perocchè in tal modo si cercasse di non confessare

apertamente la poca autorità sui Latini; onde e questi e quelli della

Campania, immemori del ricevuto beneficio, così montarono in orgoglio

— già superbi per natura, sì che l’alterigia campana fosse passata in

proverbio, — e tanta accolsero ferocia, da macchinare ai danni de’

Romani stessi, sotto colore di apparecchiarsi alla guerra contro i

Sanniti.

Benchè tutto ciò si celasse con industria e si volesse, prima che

i Romani si movessero, battere i Sanniti, pur della trama se n’ebbe

sentore in Roma che tosto avvisò a prepararsi alla lotta. Dissimulando

tuttavia la cognizione di tanta ribellione, chiamarono i Quiriti a sè

dieci de’ maggiorenti latini, per impor loro ciò che fosse per piacer

meglio al Senato. Fra i trascelti vi fu un Lucio Annio Setine pretore,

cui furono largheggiate da’ Latini le più ampie facoltà. Costui, mal

ponderando con chi si avesse a fare, ebbe tanta albagia che, tenuta

altiera ed insolente concione avanti i Padri Coscritti, osò farsi a

proporre condizioni di pace eguali pei due popoli, pei Romani cioè, e

pei Latini; poichè, affermava egli, fosse piaciuto agli dei immortali

che eguali pur anche ne fossero le forze. Tito Manlio Torquato,

console, d’impeto non minore, udita cotale spavalderia, rispose

adeguatamente, e poichè Annio nell’uscir dal Senato, inciampando fosse

caduto e giacesse tramortito, Manlio veggendolo, narra Tito Livio, che

sclamasse: Ben gli sta, e voltosi poscia agli astanti, proseguisse:

Io vi darò, o Quiriti, le legioni dei Latini a terra, come a terra

vedete questo legato. — La voce del romano Console talmente accese gli

animi di tutti, che nel partirsi i legati, più gli scampò dall’ira

della plebe la cura de’ magistrati, che per ordine del Console gli

accompagnavano, che non il diritto delle genti.

Furono levati allora in Roma due eserciti per tale guerra, i quali,

attraversando Marsi e Peligni, s’ingrossarono di quello dei Sanniti e

presso Capua, dove già i Latini e i loro confederati erano convenuti,

posero gli accampamenti. Fu raccomandata la più severa disciplina

militare, reclamata ora più dal trovarsi a fronte gente di lingua,

costumi ed ordini di guerra non dissimili; e Tito Manlio così la

volle osservata che al figliuolo, che mosso dall’ardor giovanile aveva

disobbedito spingendosi ai posti nemici, e quivi era stato provocato

da Gemino Mezio che comandava la cavalleria toscana, e s’era seco lui

azzuffato e trapassato avealo di sua lancia e morto, comechè vincitore,

diè condanna di morte, e questa volle immediatamente dal littore

eseguita.

Fu terribile il cozzo dei due eserciti avversi, ma la battaglia,

come già sa il lettore per quanto fu detto nel capitolo precedente,

combattuta alle falde del Vesuvio, fu vinta dalle armi romane; comunque

non fossero durante la pugna stati punto giovati dai Sanniti, solo

entrati questi nella lizza quando le sorti non erano state più dubbie.

Preso il campo latino, assai de’ Campani in esso vi vennero fatti

prigionieri.

Latini e Campani s’arresero a discrezione: al Lazio ed a Capua venne

tolto in castigo parte del loro territorio e l’autonomia, e divise le

terre; solo esente dalla pena andò la cavalleria dei Laurenti e dei

Campani perchè non ribellati; accordata a costoro inoltre la romana

cittadinanza, ed altri beneficj e privilegi concessi.

Questa grande battaglia seguiva negli anni 416 di Roma e 336 avanti

Cristo. Di queste genti vinte Roma si valse pochi anni dopo per venire

a nuove guerre contro i Sanniti, i Lucani, i Vestini, gli Equi, i

Marsi, i Peligni, che pur le avevano dato un dì giovamento a conquistar

la pianura. Lunga e ostinata è la guerra, alternate le sorti, finchè

Papirio Cursore sbaraglia i Sanniti. Volendo questi venire a patti e

ricusati, e astretti pertanto a pugna disperata, ricorsero a sottili

accorgimenti e tratte infatti le legioni romane entro una valle detta

del Caudio, vi trovan interdetta l’uscita e il ritorno. Celebre è la

vergogna patita da’ Romani sotto il nome delle Forche Caudine[33],

e per la quale Ponzio, capitano dei Sanniti, spregiando l’avviso del

proprio vecchio padre Erennio, che avverso ai temperamenti mediani,

le truppe romane avrebbe voluto o rimandate senza infamia per ottenere

poi l’amicizia di Roma, o tutte trucidate ad impedirne per tanto tempo

i guerreschi conati, ottenute violentemente invece larghe condizioni

di pace, volle passassero sotto il giogo, primi obbligandovi i consoli

Postumio e Veturio, che vi si sobbarcarono quasi ignudi; sottoponendo

poi gli altri, come ciascuno era più vicino di grado; indi per ultimo

una ad una le legioni fra gli scherni e gli insulti nemici.

Il Senato e il Popolo Romano, all’udir tanta abjezione, non vollero

ratificare l’ontosa pace, ed anzi pieni di sdegno e furore trassero

dal sofferto scorno divisamenti di allegra vendetta, e ripigliarono

incontanente la guerra. In essa, risultati vittoriosi i Romani, sotto

il comando di Papirio Cursore, furono così ingenerosi nella vittoria,

che caduto Ponzio nelle loro mani, sottopostolo alla sua volta al

giogo in Luceria[34], e tradottolo a Roma, lui che per seguir clemenza

li aveva poco innanzi della vita risparmiati a Caudio, trucidarono

vilmente, tardi ed indarno pentito di non aver ascoltato i consigli

della saviezza paterna.

Non fu lunga tra’ Romani e Sanniti l’alleanza: presto vennero

nuovamente alle armi; e quando la lotta sì spostò dal Sannio per

muovere contro gli Ausonj, che poi vennero interamente distrutti, varie

cospirazioni si ordirono contro Roma nelle città Campane, fra le quali

era, come sappiamo, Pompei. Fu allora che a reprimerle ed a punirle

si intrapresero in Roma inquisizioni contro taluni dei principali

cittadini di esse; ed anzi quando Luceria cadde in potere de’ Sanniti

e il presidio romano che vi era venne fatto per tradimento prigione,

presi in maggiore sospetto i Campani, le inquisizioni si estesero

più severe a loro carico, venendo eletto Cajo Menio a dittatore per

eseguirle.

Siffatte cose e rigori non eran proprj tuttavia a diradicare la

ribellione campana: da essa poi i Sanniti traevan partito a rinfocolar

gli odj a nuove imprese contro i Romani, ai quali agognarono ritorre

Capua. Ma Petelio e Sulpizio consoli li batterono completamente a

Malevento; onde poi dai Romani si chiamò la città Benevento, e fama

suonò che de’ Sanniti, presi o morti, vi rimanessero in quella fazione

all’incirca trentamila.

Eran gli anni 441 di Roma e 331 avanti Cristo, quando riportavasi

dall’aquile romane sì luminosa vittoria, la quale poi, consoli essendo

Lucio Papirio Cursore per la quinta volta e Cajo Giunto Bubulco per la

seconda e Cajo Petelio dittatore, venne susseguita dalla presa di Nola.

Tre anni dopo, essendo a que’ consoli succeduti Quinto Fabio e Cajo

Marcio Rutilo, mentre il primo trovavasi impegnato in guerra co’

Toscani ed il secondo coi Sanniti, a’ quali toglieva per forza Alifa,

Publio Cornelio a capo della flotta romana nel mar tirreno, pensando

non rimanersene alla sua volta colle mani in mano nell’ufficio che

aveva di vigilare la spiaggia marittima, si spinse fin entro il golfo

che si comprende fra Sorrento e Miseno, e si accostando alle sponde del

lido campano, lasciò che le navi entrassero nel porto di Pompei e vi

sbarcassero affamati di rapina i suoi classiarii, come si appellavano

allora i soldati della marina.

Descrivere la licenza è più presto fatto che immaginarla: era già

essa nelle ordinarie abitudini militari e il soldato vi faceva più

che nel resto speciale assegnamento. Posero a saccomanno singolarmente

il territorio Nocerino, portando il guasto anche per ogni casale che

transitavano, speranzosi che obbligando i contadini a fuggire dinanzi

a loro, si avessero assicurata meglio di poi la via del ritorno alle

navi.

Ma l’evento non rispose questa volta alle ribalde speranze.

I marinai, fatti ebbri dall’amor del bottino, si inoltrarono

spensierati troppo oltre, onde gli uomini del paese che, a poco a

poco ripreso animo, rivenivano ai disertati tetti, mentre prima non ne

avevano avuto pensiero — e sarebbe stato più agevole quando que’ ladri

erano sparpagliati per la campagna a rapinare il far loro resistenza e

toglierli di mezzo — allora solo avvisarono di attenderli al ritorno. E

come infatti venivano i classiarii a frotte e carichi di preda inverso

le navi, giunti sotto Pompei, si trovarono d’un tratto d’avere a fare

co’ Pompejani medesimi fieramente irritati, i quali cogliendoli alla

sprovvista, così li malmenarono da salvarsene pochi dalla strage,

tutti rigurgitando quanto avevano involato, e salvandosi a mala pena i

superstiti sulle navi[35].

Ma se tale era l’animo dei Pompejani e dei consorti loro della Campania

verso i Romani dominatori, non si può dire che migliori sentimenti

nodrissero verso i Sanniti; perocchè quando in quel torno di tempo

vennero costoro dall’armi romane e da quelle dei confederati campani

congiunti insieme nuovamente e più aspramente battuti, lasciando nelle

mani de’ vincitori le ricchissime loro armi, i Romani se ne servirono

ad ornamento del foro; i Campani fregiandone invece i gladiatori, a

sollazzo ne’ loro banchetti, presero da quel tempo ad appellare Sanniti

i gladiatori stessi; lo che se è testimonio di molto orgoglio, lo è ben

anche di grandissimo ed inestinguibil odio verso di essi.

Gli è tuttavia a’ 293 anni avanti Cristo che i Sanniti quasi affatto

cessarono ogni lotta con Roma; perocchè in questo tempo, dopo che

videro anche l’armi d’Etruria vinte e aggiunte quelle provincie come

serve al carro della romana grandezza, — quantunque siffatta umile

condizione venisse palliata col titolo di alleanza latina, — ebbe ad

andare a vuoto il supremo loro sforzo per la propria indipendenza.

Un esercito di trentamila e trecentoquaranta uomini raccolsero essi

in questo ultimo cimento, e sull’altare dapprima giurato fra orribili

imprecazioni: o difendere l’ultimo resto dell’italica libertà o morire,

il giuramento tennero imperterriti, perchè ad Aquilonia perirono tutti,

e i poveri avanzi di tanto coraggio e di tanta fede, riparati in una

caverna dell’Appennino, scoperti l’anno dopo, in numero di duemila

vennero col fuoco miseramente asfissiati e spenti.

Io, come ha già visto il lettore, ho divisa la storia di Pompei in due

parti: nella prima compresi il tempo in cui sta quell’êra che nella

storia di Roma si appella eroica, sebbene non sussistan ragioni di

designarla così per Pompei. Da’ fatti medesimi qui memorati e i quali

accusano i costanti propositi de’ Quiriti di conquista e d’estinzione

di libertà, è manifesto che anche a riguardo di Roma assai e assai

sarebbesi a dire e contrastare all’epoca il glorioso appellativo,

malgrado potesse pur l’Allighieri professarsi devoto alle gesta

Onde Torquato e Quinzio che dal cirro

Negletto fu nomato, e i Deci e i Fabi

Ebber la fama che volentier mirro[36];

io ne adottai ad ogni modo la durata e a divisione di lavoro, e

perchè gli avvenimenti che seguono entrano in una fase più certa e

più confortata dall’autorità di monumenti e scrittori degni di fede

migliore.

Qui termina pertanto la mia prima parte, o periodo; come a questo punto

finisce la suddetta età eroica romana.

Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3) · 第 7 / 56 题