IV

Tornò il domani, tutta fresca, tutta ilare, odorante come la primavera

nuova che fioriva di graste i davanzali.

Filippo, nell’anticamera, si mise a trattarla con gran dimestichezza:

— Buongiorno, signorina! Le domando scusa per l’equivoco di ieri; ma

proprio non sapevo...

— Oh, non importa! Ora lo sapete; va bene?

— Il signor Arrigo non mi aveva mai parlato di lei.

— Dov’è Arrigo?

— Si veste; ha preso il bagno or ora. Vado súbito ad avvertirlo.

— Non importa, ci vado io.

Col suo passo che non faceva romore andò lesta verso la camera del

fratello, battè all’uscio due colpi leggeri.

— Posso entrare? Son io, Loretta.

— Ah, sei tu? Veramente... ma entra pure, se vuoi.

— Come sei bello in accappatoio! — ella esclamò appena entrata. — È

questa l’ora di prendere il bagno? Sono le tre del pomeriggio, pensa!

— Questa mattina mi svegliai troppo tardi e non ebbi tempo, — disse

Arrigo. — Dunque, come va?

— Non c’è male; ho visto Rafa adesso adesso.

— Ah, sì?

— Ieri avevo un appuntamento con lui alle quattro; non vi sono andata

per venire da te. E stamane, alla Posta, ecco súbito una sua lettera

disperata. Non ho potuto evitare di vederlo oggi. Però me ne sono

liberata in fretta; eccomi qui.

Arrigo era seduto presso la finestra, di fronte alla specchiera, e, con

molte forbici, ferri, legnuzzi e pomate si andava nettando le unghie,

che a poco a poco rilucevano. Aveva i capelli ancor tutti arruffati,

umidi, e fumava, come di consueto.

— Cos’adoperi per le unghie? — domandò la sorella.

— Una pomata francese che si chiama «Roséine». È buonissima.

— Costa cara?

— Cinque lire il vasetto.

— Peuh, non c’è male!

Si avvicinò alla specchiera, sporgendosi un poco sopra la spalla del

fratello e si guardò nello specchio. Non aveva messa veletta quel

giorno; la sua pelle era fresca e rosea, le sue labbra splendevano e

sorridevano anche quando eran chiuse. Lora se ne compiacque ed osservò:

— Mi sta bene questo cappello, non ti sembra?

Era di paglia, d’un’azzurra paglia lucente, con la falda rovesciata

e la cupola molto alta. Aveva una guarnizione di rose rosa ed un nodo

ampio di tulle. I suoi capelli riempivano tutto il vuoto dell’ala con

un bel disordine di riccioli biondi. Arrigo la guardò nello specchio,

sollevando rapidamente gli occhi dalla cura delicata che lo teneva

intento.

— Sì, Lora, ti sta molto bene, — disse; — oppure sei tu che stai molto

bene con quel tuo cappello.

— Però, come tutto è caro oggi! Un cappellino semplice semplice come

questo: sessanta lire. Una rovina!

Il fratello sorrise.

— Eh, già! A te par niente, perchè sei avvezzo con certe signore che

spendono per un cappello molte centinaia di lire. Ma io, vedi, faccio

miracoli!

— Mi domando appunto come riesci a vestirti così benino coi pochi

denari che ti passano in casa?

— Come faccio? Come faccio? Non credere che mi riesca facile. So io

quel che debbo faticare! Ho un grosso conto dalla sarta, uno dalla

modista, un altro dal calzolaio, e mi faccio fare la biancheria per

la metà di quel che costerebbe, in un negozio dove sono amica della

padrona.

— Ma come mai ti fanno credito?

— Quando posso dò loro qualche acconto. Poi le mie fornitrici son donne

furbe; m’hanno guardata in faccia ed hanno compreso bene che un giorno

o l’altro pagherò.

— Ah, vedo!... — egli fece, tra maravigliato e ironico.

— Poi, per esempio, certe camicette me le faccio da me; certi cappelli

di anno in anno li rinfresco, li rinnovo con poche lire; le sottane

qualchevolta le dò a tingere... Insomma è tutta un’arte che tu non puoi

comprendere.

Arrigo non cessava dallo strofinarsi le unghie, mentre gli errava un

sorriso indefinibile su l’orlo della bocca.

— E se te li pagassi io questi conti, ne saresti contenta, Loretta?

— No, Rigo; non voglio che tu spenda per me. Sei buono, ma non voglio.

Del resto non darti pensiero: c’è tempo, e se qualcuno deve mettersi la

mano in tasca, preferisco sia Rafa.

Così dicendo ella si mise a ridere.

— Dunque ne riparleremo.

Ella stava davanti alla specchiera e con la mano s’accomodava i

riccioli.

— Il vento mi ha spettinata; dammi una spazzola, Rigo.

Egli le tese una spazzola d’avorio, larga e piatta.

— Oh, guarda! È piena di capelli! Capelli di donna. Che birbante sei!

Guarda...

E trasse dai crini della spazzola un capello nero e lucente, che depose

con molti riguardi su la manica del suo accappatoio.

— Quello sciocco di Filippo si dimentica sempre di ripassare le mie

spazzole! — osservò Arrigo.

— Dammi un pettine, le ripasserò io.

— Tu vuoi farlo?

— Ma sì, che importa?

Gli sedette accanto, sopra una seggiola, e cominciò a ripulire la

spazzola.

— Ma ne perde, sai, quella brava donna! — esclamò con una risata; e

soggiunse: — Però sono morbidi. Chi è? Sempre la stessa?

— La stessa, — egli confessò con un rassegnato sorriso.

— La vedova?

— Sì.

— Dove tieni i suoi ritratti?

— Nascosti, perchè vuole così.

— Il Riotti ne parlava col papà molto spesso, ma ho dimenticato il suo

nome.

— Clara.

— E le vuoi bene?

— Perchè me lo domandi?

— Così; voglio sapere se sei innamorato.

— Oh, innamorato no! Le voglio bene, perchè è buona. Forse un po’

noiosa, un po’ gelosa... Ma, insomma, t’interessa tutto questo?

— Certo. Devi sapere che sono molto curiosa... di certe cose almeno.

Dimmi dunque, dimmi: ne sei stato innamorato?

— Sì, una volta, non proprio innamorato, ma quasi. Ora è passato.

— Perchè non la lasci allora?

— Brava! Tu credi che quando si è cominciato con una signora, sia così

facile staccarsene? Poi, qualche volta, vi sono certe ragioni che tu

non puoi capire.

— Ti sbagli, Rigo; io capisco tutto.

— Anche più del necessario forse... Ma insomma è una cosa che dura da

parecchio tempo, e questa donna mi vuol bene come poche amanti sanno

voler bene. Qualche volta la faccio soffrire, perchè in fondo sono un

brutto tipo, io!

Egli disse queste parole con gravità, ma ella si mise a ridere.

— Tieni. La spazzola è pulita.

Egli s’alzò, prese un’altra sigaretta e l’accese.

— Ora fammi un piacere, — disse. — Guarda un momento fuori dalla

finestra perchè mi debbo vestire.

— Fa pure; mi luciderò le unghie intanto.

E ritrattasi nel vano della finestra, si mise con attenzione a

lisciarsi le unghie, raggruppando insieme i ditini affusolati.

— Di’, Rigo, — ella fece, — hai pensato a Rafa?

Egli stava curvo presso il letto ad allacciarsi le giarrettiere.

— Sì, Lora, vi ho pensato, e molto. Ho anche abbozzata la trama di un

piccolo romanzo, che tu gli dovrai raccontare dopo che ci avrà veduti

insieme. Questa sarà una grande sorpresa per lui, e in fondo avrà forse

paura.

— Me lo immagino.

— Gli spiegherai che io sto fuori di casa per certi vecchi dissensi

col padre, ch’è un originale, un po’ avaro, un po’ bisbetico, il

quale vorrebbe far vivere i suoi figli lontano da quel ceto al quale

appartengono. E gli dirai: «Ma ora che sapete chi sono veramente,

non posso più conoscervi, per quanto me ne dispiaccia...» Mostra una

grande paura di me; fa in modo ch’egli pure mi tema, e accusati d’esser

stata una ragazza dalle idee troppo emancipate, la quale, forse per

leggerezza, forse per debolezza, si sia lasciata condurre da lui fino a

questo punto. Ma digli risolutamente che non intendi fare un passo più

in là. È un sentimentale: bisogna che tu gli sappia recitare molto bene

la commedia dell’amore; è uno sciocco, avvezzo per solito a riuscire:

bisogna che tu gli appaia come l’amante necessaria, ma impossibile,

bisogna che tu divenga per lui quello che un’altra non può essere...

M’intendi? Gli farai comprendere a mezza voce che la strada verso il

tuo letto è un’altra... Tutto questo forse non riuscirà, ma val la pena

d’essere tentato. Sopra tutto assicúrati del suo silenzio e nascónditi

bene quando gli dovrai parlare. Che nessuno ti veda per carità!

S’era quasi vestito e le parlava ora da vicino, curvo su lei,

guardandola. Per qualche attimo la fanciulla restò silenziosa, raccolta

e quasi rifugiata contro la persona del fratello che le dava questi

suggerimenti. Poi disse:

— Non credo che mi sposerà mai. Sarebbe inutile farci questa illusione.

— Perchè, Lora? Tu non conosci gli uomini. Qualche volta

l’esasperazione d’un desiderio conduce a ben altre pazzie. Non mi

dicevi che ha perduta la testa? non eri persuasa di poter ottenere

qualsiasi cosa da lui?

— Sì, ma veramente non pensavo al matrimonio.

— E cosa pensavi allora? Questo vorrebbe dire che sei anche disposta

a....

Ella ebbe un piccolo moto nervoso:

— Bah!... senti... una volta o l’altra....

— Peccato! — egli esclamò con un accento di sincerità profonda,

investendo la sorella con uno sguardo ch’era quasi un desiderio di lei.

— Cosa dici, Rigo?

— Dico che è peccato, molto peccato, benchè di questo, in fondo, non vi

sia nessun giudice migliore di te.

Egli metteva nel tono della voce una sarcastica irritazione quasi un

veemente rancore. Anche la sua fisionomia s’era un poco mutata.

— Dici che è peccato? — ella rispose dopo una riflessione. — Ma,

ragiona: che avvenire ho io davanti a me, nel quale mi sia lecito

confidare onestamente? A parte questo matrimonio, di cui parli ma

nel quale non credo, chi altro mi sposerà? Un signore dal quale

possa attendermi la vita che voglio, certamente no. E allora chi? Un

bottegaio? Un droghiere qualsiasi come quello che ha sposato Luisa?

Eh, no, via! Ti sembro fatta per andar a vendere la cannella ed i

pani di zucchero? Poi no, insomma! Questi, per me, non son uomini, e

piuttosto che fare quella vita mi metterei sottobraccio al primo venuto

e me n’andrei via. Ti ho già detto che i miei gusti sono come i tuoi:

tu non eri nato per startene in un negozio, e neanch’io. A te piace

vestirti bene, avere una bella casa, poter spendere, andare a teatro,

frequentare persone eleganti, vivere insomma... e tutto questo piace

anche a me. Tu ci sei riuscito come hai potuto... anch’io sono pronta a

riuscirvi come potrò.

Parlando, gli era venuta vicino e familiarmente or l’aiutava ad

allacciarsi le brettelle, come se non vi fosse alcun impaccio fra loro.

Eran davanti l’armadio a specchio e si vedevan riflessi tra il contorno

della camera.

— Forse non hai torto, — disse Arrigo, dopo avervi pensato. — Io

son del parere che ognuno debba cercare nella vita la sua migliore

felicità. Sopra tutto non ti posso disapprovare io, che te ne ho dato

l’esempio. Certo però, come fratello, dovrei parlarti altrimenti.

— Oh, Dio!... tu sei così poco mio fratello! — ella esclamò con una

singolare timidezza. — Nella nostra casa non sei stato quasi mai, ed

ero bambina quando c’eri. Se venivi a trovarci, mi pareva che venisse

un estraneo, del quale ogni volta ero più curiosa. Tutto quello che

raccontavano di te mi dava una sensazione strana.... — Fece una pausa,

poi soggiunse abbassando gli occhi: — Senti... è sciocco forse quel

che dico, ma quando vengo da te, certo non penso di andare da mio

fratello.... — Esitò ancora, poi disse: — Mi sembra quasi d’andar a

trovare un amante....

Quand’ebbe pronunziata la frase un poco temeraria, se ne fece rossa

e guardò negli occhi il fratello, pur vergognandosi della propria

confusione.

— Ah, sì?... questo ti sembra? — egli mormorò, volgendo il viso, come

per occuparsi d’altra cosa.

Durò tra loro un lungo attimo di silenzio, poi egli l’interruppe,

dicendole:

— Bene, continua.

Ella parve che avesse smarrito il filo del suo discorso e indugiò a

ritrovar le parole.

— Dunque, — riprese infine, — se non è prevedibile ch’io mi mariti, per

cosa o per chi mi conserverei onesta?

Egli scrollò le spalle con un moto nervoso e disse:

— Non mi piace sentirti parlare così! — La sua faccia divenne

aspramente severa e soggiunse: — Qualchevolta ci si può conservare

oneste anche per sè stesse.

— Dici sul serio?... No, via! Per sè stesse! Bel merito! Bel

tornaconto! Poi dev’essere anche immensamente noioso! Io, ti dirò,

ho avuto la fortuna che Rafa, come uomo, proprio non mi piacesse;

altrimenti a quest’ora....

Allora il fratello si mise a ridere.

— Brava! tu almeno sei franca! Dici pane al pane....

— Ci mancherebbe altro che mi mettessi a fingere con te! Sei il solo

che mi possa capire e quasi quasi mi diverto nel dirti la verità.

— Dunque ti sembra che debba essere noioso? — egli ripetè, sempre

ridendone.

— Sicuro! Perchè, vedi, le ragazze, in genere, queste cose non le

dicono... ma in fondo siamo fatte come voi, e qualchevolta...

Non volle spiegar oltre, rovesciò indietro la testolina, con un

atto rapido e nervoso ch’ella ripeteva di sovente. Ma quella idea le

ritornava e le martellava nel capo. Allor si mise a riderne forte ed

esclamò:

— Di’, Rigo... sei un bel tipo tu!

— Io?... perchè?

— Mi guardi con un’aria così maravigliata...

— Pensavo a quello che hai detto.

— Ecco, dicevo che, presto o tardi, bene o male, finirei così. Meglio

dunque valermi di questo mezzo per ottenere ciò che mi piace. Anche

tu, in fondo, per quanto ne so io, devi press’a poco aver battuta la

medesima strada...

E per soffocare la sua risata impertinente, nascose il volto contro la

spalla del fratello, che cercava ora una sottoveste nell’armadio.

— Cosa ne sai tu? Cosa ne sai tu?...

— Eh, via, se non lo avessi capito da me stessa, c’è Paolo, e c’è il

Riotti, che ne parlano quasi tutte le sere. Ma che buon profumo hai!

Dámmene una goccia sul fazzoletto.

Egli prese una boccetta, ne tappò l’orlo con il fazzoletto minuscolo e

due volte la capovolse.

— Anche qui... — fece la sorella, segnandosi l’alto del petto, su la

mussola fina, che lasciava trasparir la sua gola. Dalla giacchetta

sbottonata il petto le fioriva rotondo, come dal gonfio involucro la

rosa muscosa che si apre nel mese di Maggio.

— Qui... — disse ancora.

Egli si rivolse la boccetta nel palmo della mano e con una leggera

carezza le profumò la gola.

— Ti piace?

— È un profumo delizioso. Come si chiama?

— Chevalier d’Orsay. Lo vuoi?

— E tu?

— Me ne prenderò un altro.

— Grazie.

Le sue narici, nell’odorarlo, avevano la palpitazione di certe lievi

ali di api morte, luccicanti come lamine d’oro, che piovono per l’aria,

l’estate, quando il vento cade.

V

Una sera, quando la sarta ebbe fatto l’abito, Arrigo andò a prendere

Loretta per condurla a teatro.

— Tu le dài troppi vizi! — disse il padre ad Arrigo, poi che seppe

lo scopo della visita. E scoteva la sua testa grigia con un atto

d’indulgenza rassegnata.

— Via, non essere troppo severo! — fece Arrigo. — Loretta ha voglia di

svagarsi; e lo si capisce: è la sua età.

Loretta era già pronta, ritta su la soglia, e trepidava.

— Va bene; ma devi sapere che, d’idee poco serie, questa figliola ne ha

già da vendere, — disse il padre con la sua voce mite.

Capitò il Riotti proprio in quel punto. Benchè in dissapori con Arrigo

dopo il congedo brusco che ne aveva ricevuto, non seppe frenare la sua

maledetta lingua.

— Oh, il ritorno del figliuol prodigo!... — esclamò. — Che bella

improvvisata!

Loretta, che non lo poteva soffrire, gli rimandò di botto:

— Se si mischiasse un po’ dei fatti suoi, signor Riotti?

— Veh, la pettegola! — rifece lui con bile.

Arrigo l’onorò di un saluto cerimonioso.

— Prendi le chiavi con te, Loretta; lo spettacolo finirà tardi, — egli

suggerì alla sorella.

— Si va dunque a teatro? — osservò il farmacista. — E tu la lasci

andare? — soggiunse, rivolto all’occhialaio.

— È il fratello che l’invita, — rispose costui a mo’ di scusa.

— Allora buona sera a tutti, — fece Arrigo.

E prestamente uscirono insieme, il fratello e la sorella, parlandosi

piano, ridendo.

— Sei fortunato nei figli! — esclamò il Riotti con una voce quanto mai

sardonica. Ma l’occhialaio, per tagliar corto:

— Be’, facciamo la scopa?

— Facciamola pure.

Poi fiatò col suo gran torace, e soggiunse: — Mah... vecchio mio!...

se tu avessi avuto il polso più fermo, non ti troveresti ora a far da

burattino in casa tua!

E consultò con lo sguardo Paolo, ch’egli sapeva essere del suo parere.

Difatti questi non se la intendeva per nulla nè con Arrigo nè con

Loretta; quasi mai apriva bocca se il primogenito era presente,

limitandosi a ribattere con ironie un po’ grossolane tutti gli

argomenti della sorella minore. Nella casa di Stefano i vincoli

familiari s’eran andati assai rallentando; la figlia maritata vi

bazzicava di rado, assorta nelle cure del suo proprio focolare;

Arrigo, da lungo tempo, non vi contava più se non come un visitatore

avventizio, che talvolta con la sua presenza metteva un certo impaccio

in tutti; Loretta, col suo carattere imperioso e ribelle, stava per

seguirne le tracce, mal tollerando i freni della potestà familiare;

Paolo invece era quegli che mandava innanzi la bottega: solerte,

morigerato, economo, qualchevolta un po’ bisbetico, e nulla più. Egli

peraltro, come tutti i mediocri, non evitava di far valere i suoi

meriti mediocri, e poichè di tenerezza nè d’affetto non esuberava,

rimanevan soli que’ due poveri vecchi, ormai delusi nelle più care

speranze, lui, stanco d’una vita inutilmente operosa, lei, che

ingrassava ed insordiva ogni giorno, pur restando quella frivola donna

ch’era stata in gioventù.

Nello stesso tempo il Riotti s’inacidiva, sfogando contro tutti

l’ingeneroso rancore di non aver maritata la figlia. Ora la pigra

Eugenia s’era fatta più corpulenta e somigliava al padre in un modo per

lei deplorabile. Aveva cinque anni meno d’Arrigo, cioè ventiquattro

ormai, e le speranze d’un marito si facevan ogni giorno più rade.

Jettatura, non altro che jettatura! — pensava il padre, perchè la

ragazza, in ogni senso, era un partito più che appetibile. Ma ella

certo non se ne faceva cattivo sangue; era pigra, d’una pigrizia di

marmotta; purchè non la facessero faticare, tutto le andava bene.

Aveva tanto dormito in vita sua, che i suoi ventiquattr’anni parevano

a lei stessa d’una brevità sorprendente. Era abile in tutti i lavori

femminili, cucinava come una cuoca provetta: possedeva insomma tutte le

virtù d’una onesta massaia. Dopo quel suo calamitoso amore per Arrigo,

non si erano scatenate altre tempeste nella sua calma vita. Aveva bensì

vedute sposarsi l’una dopo l’altra quasi tutte le sue amiche, però

senz’alcuna invidia. Chi se ne crucciava sino allo sdegno era solamente

il padre, che aveva una settimana d’umor bestiale ad ogni matrimonio

del quale udisse parlare.

Ma l’Eugenia, no; ell’aveva amato Arrigo, lo amava ancora, lo amerebbe

sempre... e però questo amore non le dava alcun disturbo; era divenuto

in lei come una malattia cronica, una di quelle malattie che non si

curano più e che non dànno alcun dolore. Quando per caso le capitava

di vederlo, si faceva tutta rossa, balbettava, scappava; poi la sera,

nel mettersi a letto, ne piangeva per cinque minuti, s’addormentava.

Il Riotti aveva finito con dirle più volte: — Ragazza mia, tu manchi di

«temperamento!»

A questa parola «temperamento», che gli piaceva assai, il farmacista

dava insieme un senso patologico e letterario, qualcosa di più anche:

un senso erotico. E intanto aveva messo gli occhi addosso a Paolo,

benchè il ragazzotto, nonostante le sue virtù, non gli finisse di

piacere. Lui lo spalleggiava, lui lo decantava, ma in fondo in fondo,

per i suoi gusti un po’ romantici e molto ambiziosi, quel figlio minore

del suo vicino era decisamente troppo bottegaio. Aver educata una

figlia ed averla ornata come la sua Eugenia per darla poi ad un Paolo

qualsiasi gli faceva un po’ l’effetto di mettere una pianta rara in un

vaso di terra cotta.

Arrigo invece era stato il suo sogno nascosto, nè ancor cessava

d’esserlo per quanto fossero grandi le sue dissolutezze. Gliel’avrebbe

data a braccia aperte, anche dopo quella sua vita impudente, e

nonostante le gherminelle ch’egli aveva giocate loro. Un po’ testardo

come tutti i piccoli borghesi, s’era fitto in capo di maritar l’Eugenia

con Arrigo, ed anche certo di far così la sua sciagura non avrebbe

forse mutata decisione. Senonchè ogni speranza si dimostrava ormai

vana, e da quell’uomo pratico ch’egli era, sapendo che il tempo ha

le gambe leste, mentre le zitelle invecchiando si fanno bisbetiche,

umiliava la sua smoderata ambizione fino a desiderar come genero quel

sempliciotto di Paolo, dai capelli rasi a macchina ed ignorante come un

bue.

Arrigo e Loretta erano giunti a casa, frettolosi ed un po’ storditi

quella sera, come se andassero a commettere un peccato. Era presto

ancora, perchè in casa dell’occhialaio si cenava di buon’ora.

L’abito nuovo era steso sul letto d’Arrigo; sopra una seggiola era

uno scatolone contenente il cappello che aveva comperato egli stesso

per farle una improvvisata. C’erano le scarpine, a piè del letto,

piccolissime, di quel colore viola ed oro ch’ell’amava; due scarpine da

bambola, con il tacco esageratamente alto. I guanti lunghi erano sul

cuscino; dalla spalliera d’una seggiola pendeva una sciarpa di velo a

pagliuzze luccicanti.

A quell’ora il domestico era fuor di casa per la cena. Entrarono al

buio, ella tenendosi al suo braccio per non urtare contro i mobili, in

quella casa che non conosceva bene. Quando furon giunti nella camera

da letto ed Arrigo ebbe accesa la luce, tutto quel paradiso femminile,

ch’era lì per aspettare la fanciulla, s’illuminò come d’incanto:

Loretta, presa da una commozione quasi triste, non potè trattenersi

dall’esclamare:

— Oh, Rigo, come sei buono! come sei caro!... — e mettergli le braccia

al collo, e baciarlo, poichè la sua tenerezza era così grande che ne

aveva le ciglia umide.

— Sei contenta? — egli le domandò, passandole una mano su la guancia

con un gesto di protezione e d’amore.

— Tanto, tanto! — ella fece, alzandosi un po’ su la punta de’ piedi per

giungere alla sua bocca.

E diceva: — Come potrò mai ringraziarti di tutte queste cose?

— Eh, via, sciocchina! Ti pare che valga la pena? Véstiti ora, ch’è

tardi. Io vado di là per lasciarti più libera. Se ti occorre qualcosa,

chiámami.

— Te ne vai? — ella fece, quasi rattristata.

— Come vuoi tu...

— Sì, naturalmente... — ella disse, quasi a malincuore. — Ma ti

chiamerò per allacciarmi la camicetta. Sai allacciare gli abiti?

Egli sorrise.

— Mi proverò.

Arrigo si ritrasse nell’altra stanza, lasciando la porta socchiusa. Da

prima ella lo intese camminare, poi sedersi, aprire un giornale.

— Farò presto, sai...

— Va bene; ma non ho fretta.

— Hai pranzato, Rigo?

— Non ancora.

— Perchè?

— Questo mi cápita spesso. Ceno dopo il teatro.

— Del resto anch’io ho mangiato pochissimo questa sera.

— Dunque ceneremo, — egli disse.

Ed ascoltava il romore di lei che andava per la camera, quel romore

continuo, leggero, frusciante, che la donna fa nel togliersi le vesti,

quel romore che parla e descrive e fa vivere davanti agli occhi la viva

immagine di colei che si spoglia.

L’ascoltava e la vedeva: s’era tolto prima il cappello; gli

spilloni avevano dato un suono metallico posando sul cristallo della

pettiniera. Poi s’era levata la camicetta, rimanendo a braccia nude

in un copribusto color di rosa. Guardandosi nello specchio s’era

lasciata scivolare giù dai fianchi la sottana, che le aveva fatto

intorno ai piedi un cerchio alto e gonfio, dal quale era balzata fuori

prestamente, rimanendo in gonnella; una gonnella con una leggiadra

balza in basso ed un nastrino che vi correva dentro e fuori, per gli

occhielli del pizzo, anch’esso color di rosa.

Un piccolo spogliatoio era contiguo con la camera da letto; l’aveva

intesa versar l’acqua nei catini; s’era immaginato di veder l’acqua

scorrere in veloci rivoli per le sue braccia delicate.

Poi era tornata nella camera, e s’asciugava, camminando in su in giù,

a piccoli passi; l’asciugamano le rovesciava indietro dalla fronte i

riccioli scomposti; s’era seduta davanti alla specchiera, ed ora si

pettinava.

Le linee del suo giornale parevano a lui un arabesco incomprensibile.

Non gli era mai accaduto di provare un turbamento così forte, nè di

badare a queste minime cose. Eppure aveva tante volte pazientato nel

lungo abbigliarsi d’altre donne.

Un’idea tempestosa gli rabbuiava il cervello, gli contorceva i nervi,

dolorosamente. Lo prendeva una voglia insensata d’affacciarsi all’uscio

per guardare; doveva compiere uno sforzo quanto mai violento per

allontanare da sè la tentazione.

— Permetti che mi serva della tua cipria? — ella domandò.

— Se vuoi; ma ce n’è un’altra più fina, lì presso, nella scatola

d’argento.

— No, voglio la tua.

E la immaginò che s’incipriava, che s’incipriava le braccia, la gola,

il viso; gli parve di sentir l’odore che aveva la sua pelle commisto a

quell’odor di cipria. Buttò il giornale, accavallò le gambe, si mise

a martellarsi con le dita i ginocchi, poi gli venne una specie d’ira

gelosa, pensando a quel Rafa che la voleva.

— Ti annoi, Rigo?

— No.

— Che fai laggiù?

— Fumo.

Ella esitò un momento, poi disse:

— Vieni qui... tanto è lo stesso!

Egli ebbe un piccolo tremito.

— Sì? posso venire?

Apparve dietro l’uscio, un po’ stravolto, con gli occhi fissi.

— Come ti sei pettinata bene! — osservò.

Ella si volse a lui, per essere veduta in faccia, con un atto pieno di

civetteria:

— Ti piaccio?

Egli rispose di sì, con gli occhi, senza dir nulla.

C’era già in tutta la camera quell’odor femminile che turba i sensi

come un forte bacio.

Ella era di fatti in gonnella, con le braccia nude, un copribusto che

le giungeva solo a mezzo il petto ed a mezzo la schiena. Non gli era

sembrata mai così bella. Arrigo le si avvicinò, un poco titubante, non

sapendo che fare per sembrarle naturale. Nell’accomodarsi i riccioli

ella teneva le braccia alzate; un’ombra oscura le appariva nel cavo

delle ascelle. In quell’atto ella sorprese gli occhi di lui che la

fissavano, intenti e lucidi. Allora, per un pudor naturale, abbassò le

braccia, se le strinse al petto, e si fece rossa.

— Non guardarmi così... — disse a volto chino; — mi costringi ad

arrossire...

Egli girò sui talloni, battendo il pavimento con un moto nervoso.

— Véstiti, véstiti! — disse bruscamente. — Non ti guardo.

Se ne andò a sedere in un angolo, e, poggiando i gomiti su le

ginocchia, si prese tra le mani la fronte avvampata.

— Sei in collera? — ella fece.

— No, Lora, perchè?

— Non mi parli...

— Siccome non vuoi che ti guardi...

— Ma guardami pure, se ti piace! Me ne vergognavo il primo momento;

adesso più.

E rise, mentre s’alzava per andarsi a mettere le scarpine.

— Se potessimo abitare insieme, come sarei felice! — disse Loretta. —

Non ti darei nessuna noia, ti lascerei tutta la tua libertà. Cosa ne

pensi?

— Nulla penso, piccola mia... — egli rispose con lentezza.

— Non vorresti avermi con te, Rigo?

— Sì, forse vorrei... ma sarebbe anche pericoloso...

E fece tosto una risata, quasi volesse celare il senso ambiguo delle

sue parole.

Ella guardò su dal letto, dietro il quale stava curva per infilarsi le

calze di seta.

— Pericoloso, dici?... Be’, tanto meglio!

E súbito si chinò di nuovo, si nascose tutta.

Rimasero un istante in silenzio; poi ella domandò:

— Non hai un corno per le scarpe? Mi rompo le dita.

Egli l’andò a cercare; le disse:

— Lascia fare a me; t’aiuterò io.

Appoggiò un ginocchio a terra, davanti la sedia ov’ella sedeva; su

l’altro suo ginocchio le fece posare la gamba semiscoverta e con

delicatezza si mise a calzarla.

— Oh, come sei bravo! — ella esclamò. — Devi certo averne l’abitudine.

— Sì?... ti pare?... E pensa che non amo far questo per nessuno... Mi

credi? — E non si moveva di lì, battendole il corno leggermente su la

caviglia calzata di seta.

— Vedi che piedino piccolo? — ella disse movendolo. — È più piccolo il

mio o quello della tua amante?

— Il tuo.

— Ora ti sarai impolverato; álzati.

Si levò in piedi e le rimase vicino, come un uomo che si sentisse

prendere da uno stordimento. Vedeva que’ due seni, troppo forti per

la sua verginità, que’ due seni divisi da un incavo profondo, che

rompevano fuor dal busto come pannocchie dal cartoccio; li vedeva,

oscuri e gonfi, traverso la scollatura del copribusto. E la sua

tentazione fu così forte che non seppe resistere: una mano gli corse

involontariamente a carezzare la sua gola nuda. Ma disse, a mo’ di

scusa:

— Guarda, v’è un po’ di cipria...

Ella non rise, non si mosse; qualcosa, come un brivido che le prendesse

tutta la persona, si propagò, si moltiplicò in lei. Con ebbrezza, in

quell’attimo, si sarebbe lasciata baciare.

Una pendola nell’altra stanza battè l’ora. In quel silenzio torbido i

rintocchi parvero quasi un avvertimento.

— Le otto e mezzo, — disse Arrigo scotendosi. — Fa presto, se ci tieni

ad arrivare in principio.

— Sì, passami l’abito.

Egli lo prese dal letto, con una esperienza che pareva singolare in

lui, lo aperse in guisa da non guastare la sua bella pettinatura e

glielo fece passare sovra il capo senza scomporle un ricciolo.

— Vòlgiti, che t’allacci, Lora.

E andarono davanti allo specchio. Era un abito color di malva, con

guarnizioni di color viola cupo, trasparente intorno al collo. Non

era che un velo, di quella garza morbida e lieve che i francesi

chiamano «crêpe de Chine»; ma la fasciava strettamente, come una

guaina, drappeggiandosi appena intorno alla ricchezza del petto e

nella sinuosità del grembo, sopra le ginocchia. Quando l’ebbe indosso,

Loretta si mise a ridere per la gioia di sentirsi così bella, e tutta

una vita nuova le si schiuse dinanzi, con quell’abito nuovo.

— Sfido io che paion tutte belle certe signore che conosci tu!

Sapendosi vestire, non è difficile!

Mirabile pareva, in quel viola che ammorbidiva il suo biondo, in

quella stretta fasciatura che sembrava la denudasse intera nella sua

più scultoria bellezza. Egli la guardava mutamente, con una ferma luce

nelle intense pupille, che parevano scoccarle addosso tutto il fuoco

d’un desiderio contenuto.

— Sei magnifica! — le disse. — Veramente sei ammirevole! Si parlerà di

te domani.

— Davvero? — ella fece con una incredulità sorridente, specchiandosi

per ogni lato. Poi ebbe quasi un piccolo pudore:

— Ma, di’, non sono troppo... nuda?

— È la moda quest’anno. Le donne, quando son vestite paiono più nude

che in camicia.

Ella si mise il cappello, si specchiò ancora, s’incipriò ancora, si

fece scorrere lentamente su l’avambraccio i guanti stretti, e ravvolta

in un gran mantello che le scendeva sin quasi ai piedi, esclamò

allegramente:

— Son pronta!

Per le scale s’appese al braccio di lui, ed uscirono.

Il mese di Marzo passava, carico di buoni odori. Faceva una sera tepida

e chiara. Il cielo, sgombro d’ogni nube, metteva tra le case fosche

un tremolìo di stelle. La città s’inoltrava nella notte con un grande

respiro di sollievo, mentre qualche coppia di innamorati, stretta e

lenta, se n’andava per via discorrendo di cose dolci. Seduta presso il

fratello, in una vettura scoperta, Loretta inseguiva con occhi turbati

quegli amanti senza nome che andavano in cerca del buio.

— Quanta gente che si parla d’amore?... Non vedi?

— È l’ora, — egli osservò, — poi è la primavera.

— Dunque, vedendoci, forse penseranno che anche noi...

— È probabile: la gente pensa molto spesso il male.

— Questo mi diverte! — esclamò Lora. Poi si mise a riflettere. — Tu

credi che ci assomigliamo? — domandò al fratello.

— Non credo.

Ella gli prese il braccio e si lasciarono portare dal trotto stanco del

cavalluccio, che ogni tanto scalpitava sotto una frustata.

Era la prima della _Carmen_ quella sera. Giunsero che lo spettacolo

era cominciato appena ed entrarono a teatro semibuio nel palchetto

di prima fila. Il senso enorme della folla oppresse il cuore della

fanciulla; per un momento i suoi occhi non videro che un abbaglio

meraviglioso. Tutte le favole della terra, tutto ciò che il mondo aveva

di morbido come la piuma, di lucido come il gioiello, di fragrante come

il fiore, di splendido come la bellezza, d’inebbriante come la musica,

di tormentoso come l’amore... tutto per lei si radunava nella sala di

quel teatro. Se nel suo bianco letto di vergine aveva sognato ad occhi

aperti, ecco era il sogno; se dalla piccola bottega aveva desiderato di

respirare quell’aria intensa e torbida ove le fate del vizio dissolvono

qualche prestigiosa polvere d’oro... ecco la respirava; se aveva mai

voluto splendere, ecco, e splendeva.

Una sensazione d’irrealità le alitava intorno alle guance calde;

sentiva la sua propria bellezza viverle intorno come un’altra veste più

rara, intessuta di stelle. Sentiva nel suo cuor femineo la possibilità

di piacere, quella possibilità che racchiude ogni più squisita gioia

per la donna, quella consapevolezza che la inebbria come un liquore

vivificante.

Già nei palchi vicini era nata una curiosità sommessa; dalle

poltrone sottostanti, tra il correre d’un bisbiglio discreto, qualche

canocchiale puntava su la bella sconosciuta il fuoco delle sue lenti

curiose.

Quella sera il teatro, come un paniere traboccante, fioriva di

bellissime donne, che, scollate, ingioiellate, loquaci, pendevano

dai palchi e gremivano la platea con un desiderio manifesto d’essere

adocchiate. Egli le conosceva quasi tutte, le aveva frequentate,

corteggiate, era stato l’amante di alcuna.

Di fronte a loro, nel suo palco di seconda fila, c’era donna Claudia

del Borgo, ancor bellissima in quella luce, con la sua cuginetta

romana, la piccola Isabella Ventamura, che aveva di recente ottenuto

l’annullamento d’un matrimonio quadriennale con il suo grazioso e

biondo consorte, il visconte d’Amboissières. Cattolicissima e guelfa,

questa piccola dama non amava che i grandi prelati, e, dopo un Vicepapa

Nero, si era scelta come direttore spirituale un lussuoso Cardinale

di Curia, che il fumo d’un Conclave Apostolico avrebbe forse destinato

al triregno. Nel frattempo il visconte consorte si dilettava di certe

leggiadre usanze alemanne, le quali avevano permesso di ritrovare nella

piccola Isabella quella «intacta virgo» sì rara, cui molto indulge la

buona Casa di San Pietro.

Donna Claudia portava un abito di velluto scuro che le modellava

squisitamente il busto; aveva tra i capelli un diadema, lucido e

greve come una corona. C’era nel palco Antonello Musatti, di cui donna

Claudia s’era intenerita il giorno che l’aveva veduto rotolare sotto il

cavallo in un concorso ippico.

Nel palco della duchessa di Benevento ci si annoiava con molta

eleganza: però don Antonino Vernazza e Max della Chiesa le facevan

la lor visita di dovere, per non essere dimenticati a’ suoi pranzi

trimestrali. Il palco degli Altomarini era vuoto, e ciò si notava da

tutti. Gli Antelmi ne occupavan tre di séguito, con quattro nuore in

facciata, due incinte, due vestite assai male, un mucchio di suocere a

ridosso, e tutto il parentorio nel buio.

I Mazzoleni, che misturando profumi e spacciando saponette s’eran

guadagnati di che comprarsi un marchesato feudale, tenevan corte

rumorosa; uomini e donne troppo fiammanti ancora, con le sete i

brillanti e gli sparati che luccicavan oltre misura.

C’erano tutte l’altre, tutti gli altri, che andavano famosi nella città

per casato, per bellezza e per censo; e v’era, in un palco di terza

fila, con la sua figlia giovinetta, stranamente dissimile da lei, la

soave Clara Michelis, così bianca nel finissimo abito nero, poggiata il

gomito nudo sul parapetto di velluto e vivendo intera nell’ombra che

le faceva su la fronte, su la nuca, la sua capigliatura soavissima.

Questa pareva potersi disciogliere per una piccola scossa, come se un

nodo solo, pur lieve, la tenesse raccolta in quel gran volume. Aveva

ella nei polsi, nelle giunture, nelle spalle, in ogni singolo tratto

del suo viso, un non so che di estremamente stanco e fragile, quasichè

il suo corpo fosse uscito appena da un bagno voluttuoso, che l’avesse

oltremodo stremata. Nuda, si sarebbe ravvolta bene in un velo funebre;

era di quelle figure vanevoli che talora si vedon nei quadri, curve

dolcissimamente sopra l’agonia d’un uomo giovine; tutta la sua bellezza

era nelle pieghe del suo corpo, ne’ suoi lenti movimenti, nelle sue

fine ombre; pur quand’era silenziosa, lasciava intendere che avrebbe

una voce soave; pur stando ferma e raccolta, mostrava che avrebbe

camminato senza romore.

Qualchevolta, nel mezzo d’un bosco, sopra l’acqua opaca d’uno

stagno, nasce come per miracolo uno di que’ meravigliosi fiori

bianchi, irraggiungibili perchè navigan col vento, che hanno in sè la

solitudine, la tristezza, la malattia delle cose circostanti; non li

alimenta la terra ma l’acqua ferma, piena di raggiere: così ella pareva

essere, nell’ombra del suo palco e sotto il peso de’ suoi capelli

oscuri.

Arrigo la vide, s’accorse d’esser veduto, e rapidamente i loro sguardi

si evitarono. Benchè le avesse detto: «Forse accompagnerò mia sorella

in teatro una di queste sere,» — tuttavia quello sguardo lo molestava

singolarmente, quasi ch’ella potesse, anche lontana, indovinare i suoi

più nascosti pensieri. Poichè ormai quell’amante non più del tutto

giovine lo amava d’un amore voluttuoso e triste, rifugiava in lui

perdutamente l’ultima, l’unica passione della sua vita.

Ed ora non lo amava più come al tempo in cui, nel salotto semioscuro,

ella si dilettava di tormentare insidiosamente la sua rabbia virile;

non più come quando ella cercava nell’amante uno svago alla sua lunga

noia od una scossa quasi brutale a’ suoi sensi viziati; non più per

incuriosire le chiacchiere mondane, per contenderlo ad un’amica, per

avere intorno alla propria sottana quella furtiva e lasciva scaltrezza

d’uno che la voglia slacciare; ma perchè nel suo cuore di donna era

nato l’estremo, il più forte bisogno d’appartenere e di possedere, la

voglia istintiva di carezzare, d’avvolgere, di proteggere, di vivere

in un’altra vita, di sacrificarsi per un’altra felicità, quella voglia

inimitabilmente bella che dal suo profondo senso materno la donna

irradia talvolta, come un grande miracolo, nell’amore.

Così non era per lui possibile nascondersi a quegli occhi attenti; essi

penetravan senza rimedio fin nei più nascosti rifugi dell’anima sua.

Nei giorni lieti, baldanzoso ed oblioso, egli se ne stava lontano; ma

nei giorni di tristezza, una voce, buona per lui come nessun’altra voce

umana, lo richiamava in quella casa fedele, ove presso l’uscio vegliava

sempre una dolce anima piena di perdono. Quand’egli era percosso dagli

altri, quelle mani timide sapevan esser così lievi nel medicare le sue

ferite; quando tutto il resto pareva perduto, c’era sempre in quella

casa un focolare vigile, c’era un’amante innamorata come il primo

giorno, ch’egli vedeva impallidire della sua più fredda carezza, c’era

quasi una sorella e quasi una madre che l’aspettavano per dirgli:

«Dammi il tuo dolore, ch’io ne soffra, e porta via con te questo

sorriso che nasconde le mie lacrime...»

Forse così egli pensava e per questo non ardiva guardarla. Ma l’atto

finì tra uno scroscio d’applausi; da tutte le lampade simultaneamente

un’ondata di luce si rovesciò nella sala. Sopra il canto cessato corse

il frastuono della platea, il cicaleccio dei palchi, fra un’agitarsi

di ventagli, un rimuoversi di gente che s’alzava, mutava posto, si

raggruppava.

Ognuna ebbe cura di parer bella quanto più poteva, ben sapendo che

gli occhi delle rivali avrebbero saputo accorgersi anche de’ più lievi

difetti. Gli uomini, dandosi una rassettata alle falde, si levavan su

dalle comode poltrone per adocchiare intorno; i galanti facevan visite,

gli innamorati guardavano la lor bella, i pettegoli ficcavano il naso

nelle cose altrui, i disoccupati se n’andavano a fumare.

Loretta era bene in vista, come un frutto esposto in un bel paniere;

non aveva gioielli, tranne la sua giovinezza, che l’adornava meglio

di cento collane. Dall’alto, alcuno fra i Mammagnúccoli già l’aveva

scoperta, e súbito se ne fece un gran discorrere. Chi era mai «quella

nuova» con il del Ferrante? Tutti sapevano del suo legame con Clara

Michelis; ella stessa era inoltre in teatro; dunque chi era mai? Forse

una rottura? Chissà? Ma era bella, quest’altra, molto bella! E giù in

fretta per le scale, affacciandosi agli sbocchi della platea per meglio

vederla. Qualcuno giunse fin sotto il lor palco, per interrogare con

uno sguardo Arrigo e raccoglierne un segno che spiegasse qualcosa. Ma

invano. Da tutte le parti ora si guardava; i commenti eran visibili,

quasi molesti; e Loretta sopportava con una bella spavalderia quel

battesimo del fuoco.

Entrò nel palco una fioraia, incipriata e imbellettata come un

pastello, vecchiotta, però ancor promettente, co’ suoi capelli a torre

adorni di nastrini e con la bocca esageratamente rossa. Sorrise al del

Ferrante, poi offerse a Loretta un mazzo di rose gialle.

— Vedete, Clelia, questa è mia sorella, — disse Arrigo affabilmente.

— Oh, signorina!... — esclamò la fioraia, con la sua voce di falsetto,

sprofondandosi in una riverenza da vecchia maestra di ballo. E si

ritrasse, lasciando lì un suo benevolente sorriso, viscido come una

lumacatura.

— Come? Non le dài nulla? — osservò Loretta.

— Eh, via, la si paga una volta ogni tanto...

— Povera donna! Deve guadagnar poco.

— Certo, coi fiori poco. Ma i fiori non sono che il suo biglietto da

visita. Vedi, le ho detto che sei mia sorella, così fra dieci minuti

tutto il teatro lo saprà.

— Ah?... sei furbo! — ella esclamò, tuffando il viso entro il mazzo di

rose.

Nel ridotto, ne’ corridoi, nell’atrio, su per le scale, nei camerini,

dappertutto dove poteva essere un Mammagnúccolo, si parlò della bella

ragazza che stava con il del Ferrante in un palco di prima fila.

Nessuno immaginava chi fosse, nè tanto meno la ravvisavano, se pure

alcuni l’avevan qualche rara volta incrociata per la strada. La Clelia,

infiorando occhielli, s’era forse dimenticata di seminare questa

notizia.

Verso la metà del second’atto Arrigo vide il Giuliani affacciarsi

dall’alto al parapetto del palco.

— C’è Rafa! — esclamò sottovoce. — Ma non guardare lassù.

Era entrato in quel momento nel palco e salutava gli amici.

— Son curiosa di vedere se mi riconosce, — disse Loretta, divertendosi.

— Vedremo, — bisbigliò il fratello, che spiava con la coda dell’occhio.

— Adesso mi sembra che gli stiano parlando di noi.

Ma sebbene infatti gli parlassero di loro, e sebbene l’avesse guardata

con il canocchiale, per tutto l’atto non la riconobbe, tanto era

lontano dal poter supporre che fosse lei. Quando, all’altro intermezzo,

la sala ridivenne chiara, e Rafa, guardando meglio, riconobbe per prima

cosa que’ suoi capelli d’un biondo raro, poi la forma del viso e la

bocca e il sorriso e le braccia e le spalle, e tutta lei, che amava

infinitamente... quando più non gli rimase alcun dubbio, una grande

meraviglia, piena d’impazienza e d’incredulità, gli si dipinse nel

viso.

— Che? La conosci tu? — domandarono gli amici.

— Sì... cioè no... ma, ecco... è impossibile! — E si confuse.

— Insomma la conosci o no? Chi è?

Allora prese una risoluzione e disse:

— L’ho veduta molte volte per istrada.

L’amava e non poteva tradirsi, l’amava e non voleva tradire lei.

— Non sai altro?

— Non so altro.

— Allora perchè ti affanni tanto? — fece Totò Rígoli. — Se fosse la tua

amante non ne saresti più sovreccitato.

Il Giuliani, seccatissimo, uscì dal palco ed apparve in due o tre punti

opposti del teatro, poi traversò la platea, venne fin sotto il palco

d’Arrigo, tutto acceso in volto e così turbato che aveva un aspetto

ridicolo.

Loretta, impassibile come una statua, guardava in aria, mentre il

povero Giuliani non poteva capacitarsi della cosa. Sopra tutto non

comprendeva come mai Loretta, che certo l’aveva già veduto, rimanesse

tanto calma. Si avvicinò di nuovo al loro palco ed ebbe l’audacia di

chiamar Arrigo per nome, augurandogli la buona sera.

— Addio, Rafa, — rispose Arrigo rapidamente. Ma finse tosto d’aver

qualcosa a fare in fondo al palco e si ritrasse. Loretta non si

scompose; guardò per un attimo il Giuliani, con un sorriso fuggevole,

poi volse gli occhi altrove.

Perplesso e nervoso, Rafa se ne andò a fumare in ridotto. Ma non potè

finire la sigaretta e tornò fra i suoi amici mentre cominciava il

terz’atto.

— Ecco, adesso lo sappiamo chi è, — disse il Rígoli.

— Chi è? — fece Rafa, sgranando gli occhi.

— È la sorella di Arrigo.

— Ma via! non dire sciocchezze!

— Guarda un po’ che bel tipo! Cos’hai stasera? È sua sorella, ti dico.

Sua sorella, proprio. Lo ha detto egli stesso alla Clelia; ti basta?

Rafa scrollò le spalle, ma timidamente.

— Vorrei un po’ sapere cosa te ne importa e cosa ci trovi di strano?

Rafa, mezzo intontito, non rispondeva.

Un maligno avanzò:

— Di fatti ha l’aria un po’... come dire? un po’ Folies Bergère, per

una signorina di buona famiglia?

— Ma è Rafa che invece ha l’aria lugubre!

— A lui, tutte le belle donne han sempre dato un senso di malinconia.

— Questa è bella davvero, per bacco!

— Ha gli occhi tinti.

— No.

— Sì.

— Una bocca viziosa...

— E il petto!... guarda un po’ che splendore!

— Dev’essere una civetta.

Continuavano allegramente ciascuno a dir la sua. Poi si misero a

celiare sul conto di Rafa.

— Lui, vedi, è capacissimo d’aver commesso uno sproposito. Forse l’ha

incontrata per istrada e l’ha inseguita come fa sempre.

— Ma no! — rispose il Giuliani vibratamente.

— Hai avuta forse un’avventura con lei? — domandò uno spudorato.

Rafa si chiuse nelle spalle, imbronciato. Alcuni risero.

— Sta a vedere, — disse un altro, — ch’è proprio lei quel tuo nuovo

misterioso amore!

— Siete pazzi da legare tutti quanti! — esclamò il Giuliani, volgendo

la cosa in ridere.

— Guárdati nello specchio: sembri un ubbriaco. Ci deve pur essere

qualcosa.

— Ma niente! ma niente! — fece Rafa seccato. — La conosco appena di

vista e non supponevo affatto che fosse la sorella di Arrigo. Ne siete

sicuri poi?

— Così ha detto la Clelia; domandalo a lei.

Alcuni zittirono i ciarlieri e la conversazione s’interruppe.

Rafa, che amava la musica, non avrebbe saputo dire quella sera che

opera si desse. Ritto in fondo al palco, i suoi occhi eran come

affascinati dallo splendore di Loretta e non poteva staccarli da lei.

Ma nel suo buio cervello passavano in torma le più fantastiche idee.

Si sentiva nello stesso tempo sorpreso, burlato, minacciato, ravvolto

in un grande pericolo, in una tentazione più grande. Ella si era dunque

divertita a sembrargli da meno che non fosse, gli aveva tutto nascosto,

anche il suo vero nome, per apparirgli davanti una sera, inattesamente,

al fianco d’un fratello temibile, affacciata sopra una platea che

l’ammirava. Così bella infatti egli non l’aveva mai veduta nè così

desiderabile. Perchè dunque si era lasciata seguire, avvicinare,

tentare? Perchè aveva risposto alle sue lettere? Perchè, talvolta, se

pur scontrosa e riluttante, si era lasciata baciare? Cos’era questa

fanciulla emancipata, che passeggiava sola, che accettava convegni,

che qualchevolta scivolava con lui fin su l’orlo della colpa, volandone

via con la grazia d’una farfalla che gli lasciasse appena su le dita il

bianco della sua cipria?

Si era divertita: ecco tutto. E forse, domani, dopo quel mutamento

di scena, non avrebbe voluto continuare più nel suo gioco. Ma questo

pensiero lo mordeva, lo atterriva, perchè tutta la sua vita era

momentaneamente presa dal desiderio di lei.

Rafa non aveva molti vizi; benchè ricchissimo, non conduceva una vita

del tutto sfaccendata; s’occupava delle sue terre, amministrava il

patrimonio familiare, si dilettava di politica, forse per un’ambizione

lontana. Pur amando la compagnia de’ Mammagnúccoli, non giocava, non

ismodava nel bere, non sprecava le notti in vani bagordi; solo era

d’una debolezza quasi puerile con le donne che a lui piacessero, e

se n’accendeva sino a diventar ridicolo, sino a dimagrar d’amore. Ma

questo capriccio per la sorella d’Arrigo aveva superato ogni altro

accendimento.

A un certo punto il suo malessere divenne così acuto, che preferì

andarsene dal teatro per scriverle una concitata lettera. Ma quando

fu nella strada, pensò che lo spettacolo stava per finire ed ebbe la

tentazione di rivederla. Tornò nell’atrio e attese.

Presto la vide; scendeva dallo scalone a braccio del fratello,

parlando con lui, ridendo. Era un poco accesa in volto; i suoi dentini

scintillavano fra le labbra rosse. Quel mantello di raso, con il

cappuccio ed il fiocco, gettatole sopra a guisa di scialle, raccolto,

insieme con la gonna, entro il suo pugno inguantato, le dava quel non

so che di voluttuoso e d’impertinente che han nella nostra memoria i

domini veneziani, que’ domini furtivi che una gondola nera traghettava

di palazzo in palazzo lungo i canali taciturni. Per una invidia

inspiegabile si nascose, per una gelosia malsana li spiò.

Salirono in vettura, scomparvero.

Volevano cenare senz’essere in balia di sguardi curiosi, e scelsero

un ristorante fuor di mano, dove per lo più non bazzicava gente

conosciuta.

Allora, davanti alla cena imbandita, allo Sciampagna che raggelava

nel secchio di ghiaccio, il fratello e la sorella, come due timorosi

amanti, si sentirono felici. Quella felicità che invade il corpo e lo

spirito quando comincia l’amore, quella gioia che si propaga fino alle

più piccole cose e mette un velo di bellezza sopra le mille immagini

che incendiano la fantasia.

Ella era tutta ebbra, tutta viva del suo piccolo trionfo; si era

sentita bella, si era sentita salire intorno il desiderio degli uomini

come una ventata calda, e tutti avevano parlato di lei, di lei che

appariva per la prima volta. Quella vita lussuosa e gioconda che

aveva tante volte sognata nel suo lettuccio d’inquieta vergine, pareva

cominciasse con un buon auspicio, con una vittoria facile. Era donna,

intimamente donna, e sentiva il valore di queste piccole cose.

Se qualchevolta, recandosi ai convegni del suo persecutore, s’era

sentita vergognosa d’una veste un po’ dimessa, d’un cappellino appena

sopportabile... ora non più; se aveva temuto qualchevolta ch’egli

scoprisse in lei null’altro che una piccola bottegaia... ora non

più; se c’era stato forse, nella tenacità con cui s’era difesa da

quell’uomo, il rammarico di non potergli mostrare una biancheria tutta

di pizzo e di lino, ed il pensiero insomma ch’egli avesse potuto

paragonare le sue calze, il suo busto, la sua camicia, con quelle

d’altre amanti raffinatissime... ora tutto questo, che tutela sovente

l’onestà d’una fanciulla, poteva non essere più. Sapeva d’averlo

abbagliato, e benchè non l’amasse, ne andava orgogliosa. Non si sarebbe

mai più sentita umile davanti a lui, non si sarebbe mai più tenuta

per uguale delle sartine, dietro cui si sguinzagliano a frotte, in una

caccia economica ed accanita, i donnaioli della buona società.

Ella doveva questo al fratello, non ad altri che a lui. Ma c’era nella

sua riconoscenza qualcosa di più che un’ambizione. Lo stare con lui le

dava un piacere singolare; ch’egli la trovasse bella, che le dicesse

una frase gentile, questo la lusingava più che l’adorazione di Rafa,

più che l’omaggio di chicchessia.

Poi, oscuramente, si sentiva desiderata da lui, e questo desiderio

vinceva lei pure, talvolta la soffocava un poco, le dava quasi uno

spasimo, quasi una voglia irragionevole di abbandonarsi nelle sue

braccia. Non le pareva più affatto che fosse il suo fratello, l’Arrigo

di cui si ricordava bambina; ma un altro, ch’era poi scomparso, ed ora

tornava, trasfigurato, dopo esser stato ad imparar l’amore nelle alcove

dei palazzi, a far piangere le cortigiane, a ingelosire i gentiluomini;

un altro, che le donne belle e ricche avevano coperto di baci,

lasciandogli su la bocca un profumo che l’avvolgeva di tentazione.

Aveva una bella casa; in quella casa ove altre amanti erano andate,

ella pure si sentiva invadere dal lor medesimo turbamento; avrebbe

voluto che, invece di Arrigo, si chiamasse con un altro nome, per

potergli dir come loro: «Ti voglio bene...» per poterlo baciare senza

paura e senza fine.

Nella sua fragile anima succedeva una grande cosa. Tutto il giorno

stava pensando a lui, le ritornavan le sue parole come un’eco

ininterrotta, e rivedeva i suoi forti occhi, un po’ accesi, tutte le

notti, quando si coricava. Egli era qualchevolta con lei dolce come

un bimbo, qualchevolta irascibile come se la odiasse. Perchè? Sovente

in un solo gesto furtivo e rapido della sua mano ella concepiva il

pericolo di sentirsi afferrata, carezzata, sopraffatta; ma questo

pericolo insieme le piaceva... Perchè? C’era forse una forza oscura,

invincibile fra loro?...

— Ti annoi di rimanere con me? — domandò Loretta con una voce insidiosa.

— Mi piace rimanere con te, — diss’egli. — Mi piace più che ogni altra

cosa.

Ella gli mandò uno sguardo soave come un bacio. Poi ch’ebbero parlato

e riso e bevuto, si sovvennero di guardar l’ora. Mancava un quarto alle

due.

— Dio buono! — esclamò Loretta. — E la mamma che voleva rimaner desta

finchè fossi tornata!...

— Dirai che lo spettacolo è finito tardi.

Si levaron frettolosi, poichè bisognava ch’ella si mutasse ancora

d’abiti. S’avviarono.

La notte, come una splendente cortigiana, s’era messa tutte le sue

collane di stelle; ai piedi, alle mani, per tutto il suo corpo immerso

nella primavera, brillavano gioielli d’inestinguibile splendore. Saliva

dentro il cielo curvo il respiro della città addormentata.

E quel po’ di chiarore che, andando, si vedeva qua e là tralucere da

finestre chiuse, nelle case addormentate ove brillavano i nascondigli

dell’amore, e quel fantastico apparire di coppie nottambule fuor dai

vicoli oscuri, e quel profumo d’invisibili giardini che soverchiava

le muraglie, e il sonnolento andare dei cavalli sui selciati sonori, e

quel silenzio che incantava la notte fra le ventate del mese di Marzo,

tutto questo insieme, come un sottile malefizio, come una subdola

poesia, esagitava nei loro cuori malati il fantasma nascosto.

Salirono su per le scale, mal rischiarate dalla luna che imbiancava

i gradini, tenendosi a braccio, avendo per tutte le vene diffusa la

dolcezza del loro colpevole amore. Egli la portava quasi, e la sentiva,

tutta ebbra, tutta calda, palpitare contro di sè.

Si sapevano soli, sapevano che il loro peccato sarebbe sepolto in una

notte d’oblìo.

Egli aperse l’uscio; entraron a tastoni, nel buio. Ed entrambi amarono

quel buio, quell’ombra in cui sentivano d’essere vicini, avvinti alla

divina colpa, senza riconoscersi più. Egli la trattenne, si appoggiò

con tutta la persona contro la sua persona; sentì che il suo morbido

corpo femminile, pieno di brividi, gli si avvolgeva intorno come per

stringerlo in una carezza sola.

— Loretta... — mormorò egli pianamente. E non seppe dire che il suo

nome, più volte, con una voce paurosa.

Erano soli, nel pericolo della notte; li vestiva l’oscurità, li

avvolgeva il silenzio della casa invigilata. E fra quel buio, tra

quel silenzio, indugiavano con ebrietà, come nel tepore d’una coltre

voluttuosa.

Ella si sentiva stanca, deliziosamente stanca; aveva bevuto un po’

troppo Sciampagna, ed or le ronzava dentro il cervello qualcosa

d’inconsueto, come un turbinio di farfalle, di continue farfalle,

bianche e nere. La sua bella e forte giovinezza era tutta un palpito

di vita che soverchiava il suo piccolo cuore. Sentiva ondeggiare,

fremere, intorno alle sue narici trasparenti una calda vampata, un

soffio di profumi torbidi; le sue reni snelle avevan quasi la voglia

ostinata di flettersi in uno sforzo doloroso e rappacificante contro la

gagliardìa d’un petto virile. Le pareva che la musica d’un’orchestra

pazza cantasse, cantasse dentro di lei, senza tregua, una canzone

scapigliata; le pareva in quel buio di veder tutti i colori, di

respirare tutti i profumi, di patire una gioia senza nome, di godere

una sofferenza infinita... e davanti a’ suoi occhi ripassavano densi

turbini di farfalle, di continue farfalle, grandi e piccole, bianche e

nere.

La sua verginità non era più che un brivido, una cosa infinitamente

sottile, infinitamente vicina al peccato.

In lui era stato dapprima un fatto oscuro, impreciso, una di quelle

sensazioni ambigue che attraversano lo spirito come baleni, e pur vi

lasciano un solco. Nel suo cuore sensuale e forte, questa idea furtiva

s’era infiltrata scivolando, come una piccola donna fasciata di veli

tra una schiera d’uomini irti d’armature.

La colpa gli era penetrata nell’essere insidiosamente, senza lasciargli

tempo di riflettere, come la sopraffazione di un profumo voluttuoso,

come l’ubbriachezza d’una bevanda forte. A lui, ch’era consumato e

cinico nelle scaltrezze dell’amore, aveva dato certe sensazioni vaghe,

certe paure, certi fremiti, come si hanno talvolta, quando balena la

possibilità di una gioia superiore alle nostre forze. Era il primo de’

suoi desiderii ch’egli non avesse osato guardare in faccia, la prima

frode che lo avesse impaurito.

Perciò bisognava togliersi da quel buio, da quella molle tenebra che li

fasciava, rompere quel silenzio, distruggere quella dolcezza mortale.

S’allontanò da lei barcollando, cercò lungo il muro, accese.

Erano assai pallidi entrambi e non osarono guardarsi.

Egli disse, con una voce opaca:

— Vatti a vestire, Loretta.

E poich’ella indugiava, perplessa:

— Fa presto, — soggiunse, — fa presto...

Ella ebbe quasi paura di lui, tanto la sua faccia era mutata.

— Che hai, Rigo? — mormorò, allungando una mano per accarezzarlo.

— Nulla; fa presto.

Allora ella raccolse il mantello, che le era scivolato giù dalla

spalla, vi si fasciò dentro come se avesse freddo, e, chinando il

volto, a piccoli passi andò verso la camera. Quando fu sul limitare, si

volse, gli sorrise. Rideva in lei, nel suo cuor femminile, l’orgoglio

della seduzione che sentiva di spargere intorno a sè.

Con un gesto nervoso Arrigo si contorse le mani e cominciò a camminare.

Fischiettava piano piano, fra i denti, come per mordere la sua

canzone. Si guardava la punta delle scarpe lucide che leggermente

scricchiolavano sul tappeto. Poi di botto si fermò presso la finestra

chiusa, ne aperse un’imposta, poggiò la fronte contro il vetro e stette

a guardare.

Fuori, la luna imbiancava le muraglie con il suo chiarore fantastico,

gettando qualche lunga ombra da un comignolo all’altro, balenando su le

grondaie.

— Rigo, — disse la sorella dall’altra camera — perchè stai lì?

Egli non rispose.

— Rigo!... — ripetè la sorella con una voce impaziente, — vieni dunque!

Egli s’affacciò all’uscio e rimase fermo sul limitare. Ella s’era

cambiata in fretta le scarpe, la sottana, s’era messa la camicetta e

stava ora abbottonandola. Ma s’interruppe nel mezzo, gli corse vicino e

gli buttò le braccia al collo.

— Che hai? Cosa ti ho fatto, Rigo? — disse con una voce perfida,

appoggiandosi contro di lui, come per fargli sentire quanto il suo

corpo fosse morbido e pieno di tentazione.

Ritta sui piedini cercava di giungere alla sua bocca, gli molestava la

faccia con la piuma d’oro de’ suoi capelli.

— Io so bene cos’hai... — disse, inarcandosi ancor più, ancor più.

Egli la guardò ambiguamente, fra il sorriso e l’ira.

— Senti... — ella fece. E colle mani congiunte gli piegò il collo per

parlargli all’orecchio.

Disse, in un bisbiglio, in un alito, in un bacio:

— Mio amore... mio amore... anch’io vorrei... come te...

Con le labbra calde, avide, egli la baciò sul collo nudo. Ella dette un

piccolissimo grido, si scoverse con furia la gola, si torse, tremò.

— Sì, báciami!... tutta... tutta...

Gli offriva la sua gola turgida, calda, che ansava, ed il collo, il

petto, le spalle: tutta la sua nudità odorosa, cercandolo con la bocca

convulsa, velando gli occhi appassiti come due viole mammole.

Era scapigliata, piena di vampe, bellissima.

— Che fai? che fai?... che fai!... — gridò egli dissennatamente.

— Báciami!... — ella ripeteva ostinata, contraendosi nella febbre del

suo tormento. — Báciami ancora, tutta...

E quand’ebbe estenuata ogni forza nell’attorcigliarsi contro la

sua persona, quando gli ebbe convulsamente cacciate le mani entro i

capelli, ferita la bocca, bevuto il respiro, d’un tratto imbiancò,

s’ammollì come un cencio, rise, pianse, gli rimase tra le braccia,

inerte.

— Lora... Loretta... — mormorò egli più volte, poichè pareva ella non

udisse. Quel desiderio veemente aveva sopraffatto il suo, l’aveva quasi

annientato. Allora la portò sopra un divano, si mise a carezzarla piano

piano, a toccarla paurosamente.

Dopo qualche attimo ella sorrise, come se l’avessero destata da un

profondo sogno, come se un’ubbriachezza svanisse dal suo cervello,

dalle sue vene, a poco a poco.

— Dimmi... — ella mormorò.

— Che vuoi?

— Dimmi...

Ed invece nulla disse; intrecciò le dita nelle sue; ma non aveva più

forza.

Curvo sopra la sua bocca, egli le ripeteva quasi per addormentarla:

— Taci...

La sua verginità non era più che un brivido, una cosa infinitamente

sottile, infinitamente vicina al peccato.

E tornarono a piedi, per la notte chiara, verso il rifugio della casa

paterna.

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 19 / 37 题