VI

Ritornarono tutti alle contigue botteghe, tra lenti e fiale, ognuno

alle proprie abitudini quotidiane. L’anno interrotto ricominciò. Fuori

divampava un autunno più rosso dell’estate, ma nessuno pensava ormai a

lamentarsi del caldo, poich’era trascorso il tempo della villeggiatura.

La sola che non riuscisse a togliersi la vampa di dosso, era quella

povera Eugenia, che ciondolava di qua e di là, da un angolo all’altro,

da una seggiola all’altra, come un’anima senza pace.

Incinta!... incinta!... Questa parola viscida, oscura, funesta, le si

divincolava intorno come un viluppo di serpi, la mordeva nel ventre,

che le pareva crescesse a vista d’occhio, le attanagliava i seni,

dolorosi di trafitture, le serrava la gola dandole un’impressione

soffocante di nausea, le passava dal cervello alle calcagna come una

lunga fredda lama. Intorno a lei non danzavano più che tanaglie di

medici, rivoli di sangue, rotoli di fasce, teste implumi e bavose di

bambinelli appena sgusciati fuori. Non osava più guardare in faccia il

suo padre maestoso, nè guardare alcuno; le pareva che tutti protessero

leggerle nelle pupille dilatate il suo materno segreto.

«Mi sposerai?» — «Certo.» Aveva detto: «Certo.» Ma ora non la guardava

quasi più, era diventato ruvido, la maltrattava, sopra tutto dal giorno

in cui la ragazza, presa dal terrore, gli aveva confessata quella

terribile verità. Per poco egli non erale piombato addosso coi pugni

serrati; poi lo aveva udito profferire una bestemmia fra i denti, e

l’aveva guardata, fissata, un attimo, implacabilmente, con gli occhi

pieni d’odio.

— Non c’è più che un mezzo... — aveva ella tentato di dirgli fra i

singhiozzi e le lacrime.

— Quale?

— Confessare tutto e sposarci súbito.

— Ah?... ti pare! — fece Arrigo, duramente. — Ci penserò.

E volse le spalle mettendosi a fischiettare.

«Sposarla? Nemmeno se cadesse il mondo, quella grassa dagli occhi di

lumaca! Toh!... ci aveva pensato seriamente, lei! E con qual candore

veniva a dirglielo!... In ogni modo era una seccatura.»

Accese una sigaretta e se ne andò a trovare la Mercedes. Quella brava

ragazza doveva esser pratica di queste cose. La Mercedes a quell’ora —

erano le tre — si stava mettendo il busto. Bisognava stringere molto

i legacci, e per aiutarla era venuta la padrona di casa, o meglio

l’affittacamere, una donna ch’era stata in altri tempi desiderabile

assai, ed ora, tenendo pigione, faceva insieme l’usuraia la mezzana

e la domestica delle sue clienti. Non vedeva di buon occhio Arrigo,

perchè, con quella praticaccia che si prende nel mestiere, aveva súbito

compreso come ci fosse in lui piuttosto la stoffa del mantenuto che

del mantenitore. Ma quella Mercedes era una testa calda e metteva

l’interesse in seconda linea. Glielo diceva spesso, nello stringerle

il busto: «Peccato! con un corpo ed un viso come il tuo!...» Ma quella

rispondeva seccata:

— Mamma Gilda, lasciami stare.

Arrigo entrò, come in camera sua, buttando il cappello sul letto ancor

disfatto; l’altra gli corse addosso e si mise a baciarlo, mentre Mamma

Gilda le veniva dietro coi due capi dei legacci fra le dita:

— Se non stai ferma, benedetta!...

— Ora, tanto, me lo levo il busto! — disse lei, tirando un baffetto

d’Arrigo.

— No, no, stringete, stringete, mamma Gilda! — egli rispose.

— Perchè?... — fece la Mercedes, malcontenta, e guardandolo con

civetteria.

— Non ho tempo.

— Ve’, il moscardino! — esclamò la vecchia, che in fondo in fondo, per

antica memoria, venerava gli uomini i quali hanno tempo sempre. — Una

volta, corbézzoli! non me lo sarei lasciato dire.

— Mamma Gilda, m’è accaduto un guaio; navigo in pessime acque... — fece

Arrigo.

— Già... — rispose l’altra con sogghigno, — capisco!... Ma, se si

tratta di quattrini, è meglio che tu ti rivolga al tuo banchiere. Qui

non facciamo credito.

— Be’, Mamma Gilda, cosa ne sai tu? cosa c’entri tu? — fece la

Mercedes, mentre Arrigo fissava la vecchia con uno sdegno taciturno.

— Pífferi! So che c’è voluto un bel tempo a mettere fuor dai piedi

quella buona lana di Giannotto, ed ora non vorrei che t’invischiassi

con quest’altro, mo’!...

Arrigo tuttavia si mise a ridere:

— Che quattrini! che quattrini!... Per tua norma io non chiedo mai

nulla a nessuno, e con le donne faccio quel po’ che posso.

— Molto poco... — notò affabilmente la vecchia.

Ma la Mercedes, anche per orgoglio proprio, volle proteggerlo e disse a

Mamma Gilda:

— Ti ho pagata finora o no?

— Non dico...

— Ti devo qualcosa forse?

— Cento cinquanta lire.

— Per quelle hai la cambiale, che non è scaduta finora. Ti devo altro?

— Il mese, dopodomani. E se aspetti che te lo paghi lui, stiamo fresche!

— Dopodomani non è oggi; e insomma vattene perchè mi secchi!

— Ah, basta!... non parlo più! — ella disse, cacciandosi le mani entro

le tasche del grembiule di percalle e facendovi suonare un gran mazzo

di chiavi. Ma non se ne andò. Era curiosa, pettegola, bisticciosa,

petulante, avida, e però il cuore, sotto quei novanta chili di carne

flaccida, era rimasto un buon cuore di vecchia prostituta che nelle

sue discepole riviveva la storia del proprio passato, senza riuscire a

nascondere un senso d’invincibile maternità.

— Sentiamo, — ella fece autorevolmente, — cosa c’è di nuovo allora?

La Mercedes, in busto e mutande, si mise a sedere, con le gambe

accavallate, sul bracciuolo della poltrona dov’era il giovine.

— Ho fatta una sciocchezza, — egli disse, battendole col palmo sul nudo

della coscia; — una sciocchezza grave.

— Cos’hai fatto? — interrogò la Mercedes, mentre l’altra sogghignava.

— In campagna... — diss’egli a mezza voce; — sapete... come accade

spesso nelle case di campagna...

— Ha un bel dire, ma quel muso li viene a batter cassa! — interruppe la

vecchia con un cipiglio infernale.

— Al diavolo! — interruppe Arrigo levandosi. — Ho resa incinta una

ragazza!

— Eh?

— Eh?!... — esclamarono tutt’e due.

Ma la vecchia ne aveva tante udite in vita sua che non se ne stupì a

lungo.

— Peuh!... — fece, — roba di villeggiatura! Sarà una sninfia, di quelle

che si dànno sull’erba, come le cavallette.

— Già!... la figlia d’un amico di casa, — egli precisò.

La Mercedes cominciò a smaniare di gelosia.

— Ah, benissimo! La figlia d’un amico di casa?... Una specie di

signorina dunque! E me lo vieni anche a dire! Incinta!... Benissimo! E

perchè mi scrivevi allora quel mucchio di lettere piene d’imposture?...

Sei un farabutto!

Mamma Gilda si mise ad aizzarla:

— Vedi cosa ti combina quel sudicione?

Arrigo aveva già fatta l’abitudine al frasario dell’affittacamere e non

se ne risentì. Poi gli premeva che l’aiutassero, almeno d’un consiglio,

ed era venuto per questo. Cercò di rabbonire la Mercedes, che girava

minacciosa per la camera sbatacchiando il copribusto e buttando in aria

tutto quanto le capitava sottomano.

— Capirai, è stato uno scherzo...

— Già, e adesso sposala!

— E’ appunto quello che lei vuole.

— Ah, sì? È quello che lei vuole?... Ma chi è? Spiegati presto! Quanti

anni ha? Come si chiama? Cosa fa? Dove sta? Era vergine poi?

— Sì, vergine, vergine.

— Peuh!... — grugnì la vecchia, incredula.

— Se te lo dico io...

— Già, loro credono di capire, loro!... — E fece uno di quei grandi

sorrisi, pieni di buon senso, che racchiudono tutta l’esperienza d’una

vita.

Arrigo raccontò la storia, in fretta e su per giù, cambiando il nome e

l’indirizzo tanto per precauzione. Non voleva certo sposarla, chè anzi

l’avrebbe strozzata più volontieri... «... ma, in un modo o nell’altro,

bisogna pur rimediare, ti sembra? Se no entra di mezzo il padre,

uno di quei padri terribili che fanno venire la pelle d’oca al solo

pensarvi...»

Rimasero un poco in silenzio, quand’ebbe così concluso, tutt’e tre.

Mamma Gilda, rifletteva, carezzandosi piano piano il ridoppio del

mento, com’era suo costume. Poi s’aggiustò il grembiule sui fianchi:

— Bene, — disse. — Metti fuori un biglietto da cinquecento, e la cosa

si accomoderà, forse...

— Come? — domandò Arrigo, senza badare al prezzo.

— Tu non ci pensare; queste sono cose da sbrigarsi fra donne. Conduci

qua la ragazza e combineremo.

— Qua?

— S’intende. Certe operazioni è meglio farle in casa propria, mio bel

signorino! Però bisogna che ci parliamo chiaro. Queste cinquecento lire

le hai o non le hai?

— ... naturalmente.

— Naturalmente cosa? Le hai o no?

— Per ora no.

— Allora amen!

— Ma le troverò.

— Contante! contante! e anticipato! Non vorrei mica ridurmi a pagar io

la levatrice e rischiar la galera per te, senza nemmeno guadagnare un

soldo! Pifferi! Quando le hai, vieni da mamma Gilda. Ma sieno cinque

tutte intere. Se manca un centesimo non se ne fa niente.

— Le troverò. Solo vorrei dire una cosa. Vorrei domandare se il

risultato è certo e se c’è molto pericolo.

— Senti, bellezza, di sicuro al mondo non c’è niente. Quello che

posso dirti è che io, in persona — e vedi che sto benissimo — ne ho

sopportati cinque o sei; quanto poi alla Mercedes....

— Io, niente! neanche uno!

— Come neanche uno? E quello del tenente, l’anno scorso?....

Arrigo la squadrò di traverso, con la faccia buia.

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 9 / 37 题