II

Un mattino, ch’era di Maggio, e la via da un capo all’altro balenava

di sole, il signor Riotti, pingue, maestoso, con un par d’occhiali

appinzati sul naso tumido, un fare tra lo scienziato ed il buontempone,

se n’era venuto su la soglia del negozio ad accendere la pipa. E poichè

appunto, la sera innanzi, era stato a sentire il «Rigoletto» — serata

a prezzi popolari — così, tra una boccata e l’altra del fumo che gli

faceva intorno una bella nuvola azzurra, se n’andava canticchiando:

«Dove l’avranno nascosta?...

Ta-rin ta-ran ta-rin ta-ran ta-ra!»

Aspettava un cliente mattiniero per buttargli lì, fra un citrato di

magnesia ed una polverina di calomelano, qualche frase affabile su

la decadenza dell’arte lirica italiana, ricordando i bei tempi dei

tenoroni di cartello e delle prime donne «quelle sì! che ti cavavan

fuori certe note filate da far venire la pelle d’oca a un satanasso di

turco!» E parlar d’altro ancora: medicina, politica, letteratura....

Egli era, per somma sfortuna, l’aborrito farmacista enciclopedico e

sapeva di tutto un po’.

Siccome il Riotti e il del Ferrante stavano bottega a bottega, ed

anzi all’interno davano su la stessa corte, venne a passar di lì il

primogenito dell’occhialaio, il piccolo Arrigo, con la sua cartella

sotto braccio, che se n’andava a scuola.

«Dove l’avranno nascosta?

Dove l’avranno nascosta...»

canticchiava il placido farmacista.

— Buon giorno, signor Riotti, — fece il bimbo, con la sua vocina così

ben educata, cui mancava l’erre.

— Ve’, Rigoletto!... — esclamò sbadatamente il farmacista. E il

nomignolo, da quel giorno, gli rimase, lì, tra il vicinato.

Arrigo era un fanciullo veramente a modo: si teneva molto pulito,

studiava benino, si mostrava rispettoso con tutti; ma ciò che gli

nuoceva era una sua smoderata e puerile vanità, la quale si tradiva

in tutte le cose della sua piccola vita. A scuola, per esempio, —

una scuola privata e diretta da un sacerdote — egli non trattava se

non con bimbi di famiglie aristocratiche, e tornato alla retrobottega

paterna li nominava per i loro titoli di conti e di marchesi con una

certa compiacenza nel parerne l’amico. Così pure si vergognava non

poco nel dover rincasare a piedi, seguendo un’arruffata e povera

servetta, mentr’essi avevano ad aspettarli domestici e carrozze

stemmate. Era stato il primo errore nella sua educazione, quello di

fargli frequentare una scuola gentilizia piuttosto che mandarlo con

altri discoli ai corsi pubblici. Ma il buon del Ferrante, nella sua

dimessa veste di bottegaio, non sapeva del tutto scordare lo lontane

origini, e serbava il suo primogenito a miracolosi destini. Il piccolo

Arrigo aveva inoltre una cura eccessiva della propria persona e

del vestire; già si azzimava come un piccolo moscardino, faceva i

capricci per indossare nei giorni della settimana gli abiti della

domenica e affettava con tutti le maniere d’un imberbe marchesino.

Era d’intelligenza lesta, duttile, scaltra; aveva uno spirito

d’osservazione e d’imitazione davvero sorprendenti; diceva con l’aria

del perfetto conoscitore, di questa o quella cosa: «Oh!... non mi pare

«chic!....»; aveva imparato qualche vocabolo francese e ne usava con

molta compiacenza; criticava le «toilettes» delle sorelline, a scuola

chiamava «miss» quella che gli portava il paniere della merenda, e per

non confessare a’ suoi nobili amici d’esser figlio d’un occhialaio

diceva di suo padre con sussiego: «È un professore d’ottica.» Coi

bambini della sua corte trattava poco volontieri e di essi parlava con

visibile antipatia.

Queste abitudini signorili solleticavano un po’ l’orgoglio de’ suoi

genitori, della madre sopra tutto, ch’era rimasta una frivola donna

nonostante il maturare degli anni. Arrigo somigliava singolarmente

alla madre: ne aveva gli occhi luminosi e la bocca delicata, ne aveva

qualche volta l’accento caldo, i gesti rapidi. Ma il padre voleva farne

nullameno che un avvocato, poichè, per tutte le famiglie borghesi,

avere un figlio togato vuol dire oggidì quel che voleva dire una volta

l’avere un figlio prete od ufficiale. Si fanno perciò dalle famiglie

grandi sacrifizi di tempo e di danaro, si crea nella nostra società

una falange senza numero d’inoperosi, di spostati e di tristi, che per

tutta la lor vita dovranno pentirsi di queste paterne ambizioni. Ma

data una tale sovrabbondanza di giurisperiti, è naturale che nel nostro

bel paese chi ha torto abbia sempre ragione.

Il farmacista Riotti, ch’era sistematicamente di parer contrario a

quello del suo vicino, non la pensava per l’appunto così, e con una

delle sue più fresche immagini soleva dire «che il professionismo è

la cancrena degli stati, l’acqua morta in cui s’impaluda la nave del

progresso umano.»

Se avesse avuto un figlio, lui, ne avrebbe fatto uno scienziato od

uno speculatore; diceva di aver egli stesso, in persona, una spiccata

tendenza per tutte le scienze a base di calcolo e d’invenzione. Ma

la vita lo aveva distolto dal suo diritto cammino e la natura gli

era stata scortese; invece d’un maschio, nel quale avrebbe potuto

specchiarsi, aveva lasciato alla sua vedovanza una femmina, una bella

e grassa femmina, cui, per venerazione certo al grande Manzoni, aveva

imposto il nome di Ermengarda. Tuttavia, per brevità, la chiamava

Eugenia; nome ch’era stato pur quello della sua defunta consorte: Di

questa figlia, che aveva press’a poco l’età di Arrigo, il Riotti era

però sommamente vanaglorioso e non cessava dal magnificarne co’ suoi

vicini le qualità modeste ed operose, quando i giuochi o gli strilli

dei bimbi del Ferrante venivano dalla vicina corte a disturbare le sue

pacifiche meditazioni.

Il farmacista era un uomo corpulento, che tradiva nella stessa maniera

del vestirsi una certa quale agghindata maestosità; le sue maniere si

facevan untuose con chiunque stesse al di sopra di lui, e dottorali o

protettrici con quanti credesse da meno della sua magnifica persona.

Aveva una faccia sanguigna, lucida, con lineamenti grossi, e portava

intorno al mento una corta barba fuligginosa. Era un uomo che aveva

letto, imparato assai; letto e imparato sopra tutto nei giornali, nei

romanzi d’appendice o in qualche peregrino manuale acquistato nelle

fiere.

Ma l’uomo che usi ogni giorno leggere ponderatamente il proprio

giornale, dalla prima riga sino all’ultima come faceva il Riotti, e

con due paia d’occhiali, può dirsi a buon diritto un uomo erudito,

perchè le gazzette son divenute oggidì piccole biblioteche di scienza

universale e di tutto vi si parla in bello stile, con ammirevole

dottrina.

Sebbene fosse l’uomo più pacifico del mondo e avesse un temperamento

null’affatto amoroso, il Riotti nutriva una predilezione decisa per i

fatti di sangue e per i suicidii d’amore. Non v’era serva avvelenatasi

col rossetto, col sublimato o con le capocchie dei fiammiferi da un

quinquennio in poi, della quale non ricordasse il nome, l’amante per

cui s’uccise, la casa il luogo ed il tempo in cui fu. Queste tragiche

amanti si esageravano, si esaltavano nella sua calda fantasia, dandogli

una specie di stupefazione paurosa. Non lo avrebbe voluto in fondo...

ma se una si fosse mai avvelenata per lui!... Anche i delitti lo

appassionavano, però in altra guisa: sembravano atti efferratamente

belli al suo timido cuore. E di tutte le cose che leggeva nel giorno

egli andava la sera a discorrere col suo vicino. In principio, quando

Stefano del Ferrante venne ad aprir bottega proprio accanto alla

sua farmacia, il signor Riotti cominciò con arricciare il naso e con

guardare in cagnesco il vicino, «quell’occhialaio dalla bella moglie»,

come lo chiamava con malignità. Ma superate le prime diffidenze,

e visto sopra tutto che il Ferrante non era uomo da contendergli

quella specie di sovranità che gli era tacitamente riconosciuta da

tutti i bottegai di quella contrada suburbana, il Riotti finì anzi

con prenderlo in affezione e con divenirgli amico. Amico a modo suo,

beninteso; il che voleva dire mischiarsi, chiesto e non chiesto, negli

affari altrui, dare consigli, criticare, sputar sentenze, sdottorare

a dritto ed a rovescio, essere curioso, pettegolo, arrogante e

maldicente.

Stefano lo lasciò dire. Umile e rassegnato come sempre, tollerò che

un estraneo si frammettesse nella sua casa, gli facesse i conti in

tasca, gli parlasse male della moglie, lanciasse qualche scappellotto

a’ suoi bambini: e tutto ciò per amore della pace. Ma il Riotti, che in

fondo era una buona pasta d’uomo, soffriva terribilmente del non aver

famiglia, s’annoiava, nè sapeva come dar libero sfogo alla sua natura

tirannica e sopraffattrice. Così, a poco a poco, la casa del vicino

divenne la sua. Ogni momento egli vi entrava, o per la corte o dalla

retrobottega, con un pretesto qualsiasi. Per lo più erano i bimbi che

facevano troppo rumore: li chiamassero dentro, o egli se ne sarebbe

finalmente lagnato col padrone di casa. E sapevan bene che bastava

dicesse una parola, lui!... Allora si prendeva una rispostaccia da

donna Grazia, che il Riotti chiamava Malagrazia, e che non lo poteva

soffrire.

Ma in quella corte infatti si faceva gran rumore. Una vera bolgia

dantesca, come diceva il farmacista. C’era un falegname che tutto

il giorno picchiava, c’era un tornitore e piallava, una piccola

stamperia dalle macchine fragorose, un rilegatore di libri sempre

mezzo avvinazzato che ad una cert’ora cantava a squarciagola; c’era

la portinaia, sempre in moto con la sua scopa e con la sua terribile

voce di falsetto, e c’era, al primo piano, il pappagallo di una vecchia

inquilina, un cianciatore senza pietà, che rifaceva tutti i rumori e

rifischiava tutte le canzoni del vicinato. Avesse potuto accopparlo!

Prezzemolo! Prezzemolo!... E, sopra tutto questo ben di Dio, erano

capitati lì que’ monellacci dell’occhialaio, che strombettavano,

spifferavano, buttavan sassi e facevano i soldati. Vedessero l’Eugenia,

mo’, che ragazza a modo!...

«Oh, mio caro Stefano, se tu sapessi almeno educare i tuoi figli!...

Del primo farai un piccolo cicisbeo, dell’altro e delle due femmine

tre monelli, tre discoli, perchè il carattere lo si vede fin dalla

prima età. Poi ne hai messi al mondo troppi!... Quattro figli! Vecchio

mio, è un lusso da gran signore. Senza contare che donna Grazia è tipo

d’affibbiartene ancora un paio!»

E nella sua corta barba fuligginosa soggiungeva a sè medesimo con un

riso grasso:

«È ben vero che tu, poveraccio, ne sei responsabile fino ad un certo

punto... Non metterei la mano sul fuoco neanche per il primo!...

Una sera tuttavia, per precauzione, gli aveva pulitamente esposta la

teoria di Malthus.

Colei che non si deve amare: romanzo · 第 6 / 37 题