Un mattino, ch’era di Maggio, e la via da un capo all’altro balenava
di sole, il signor Riotti, pingue, maestoso, con un par d’occhiali
appinzati sul naso tumido, un fare tra lo scienziato ed il buontempone,
se n’era venuto su la soglia del negozio ad accendere la pipa. E poichè
appunto, la sera innanzi, era stato a sentire il «Rigoletto» — serata
a prezzi popolari — così, tra una boccata e l’altra del fumo che gli
faceva intorno una bella nuvola azzurra, se n’andava canticchiando:
«Dove l’avranno nascosta?...
Ta-rin ta-ran ta-rin ta-ran ta-ra!»
Aspettava un cliente mattiniero per buttargli lì, fra un citrato di
magnesia ed una polverina di calomelano, qualche frase affabile su
la decadenza dell’arte lirica italiana, ricordando i bei tempi dei
tenoroni di cartello e delle prime donne «quelle sì! che ti cavavan
fuori certe note filate da far venire la pelle d’oca a un satanasso di
turco!» E parlar d’altro ancora: medicina, politica, letteratura....
Egli era, per somma sfortuna, l’aborrito farmacista enciclopedico e
sapeva di tutto un po’.
Siccome il Riotti e il del Ferrante stavano bottega a bottega, ed
anzi all’interno davano su la stessa corte, venne a passar di lì il
primogenito dell’occhialaio, il piccolo Arrigo, con la sua cartella
sotto braccio, che se n’andava a scuola.
«Dove l’avranno nascosta?
Dove l’avranno nascosta...»
canticchiava il placido farmacista.
— Buon giorno, signor Riotti, — fece il bimbo, con la sua vocina così
ben educata, cui mancava l’erre.
— Ve’, Rigoletto!... — esclamò sbadatamente il farmacista. E il
nomignolo, da quel giorno, gli rimase, lì, tra il vicinato.
Arrigo era un fanciullo veramente a modo: si teneva molto pulito,
studiava benino, si mostrava rispettoso con tutti; ma ciò che gli
nuoceva era una sua smoderata e puerile vanità, la quale si tradiva
in tutte le cose della sua piccola vita. A scuola, per esempio, —
una scuola privata e diretta da un sacerdote — egli non trattava se
non con bimbi di famiglie aristocratiche, e tornato alla retrobottega
paterna li nominava per i loro titoli di conti e di marchesi con una
certa compiacenza nel parerne l’amico. Così pure si vergognava non
poco nel dover rincasare a piedi, seguendo un’arruffata e povera
servetta, mentr’essi avevano ad aspettarli domestici e carrozze
stemmate. Era stato il primo errore nella sua educazione, quello di
fargli frequentare una scuola gentilizia piuttosto che mandarlo con
altri discoli ai corsi pubblici. Ma il buon del Ferrante, nella sua
dimessa veste di bottegaio, non sapeva del tutto scordare lo lontane
origini, e serbava il suo primogenito a miracolosi destini. Il piccolo
Arrigo aveva inoltre una cura eccessiva della propria persona e
del vestire; già si azzimava come un piccolo moscardino, faceva i
capricci per indossare nei giorni della settimana gli abiti della
domenica e affettava con tutti le maniere d’un imberbe marchesino.
Era d’intelligenza lesta, duttile, scaltra; aveva uno spirito
d’osservazione e d’imitazione davvero sorprendenti; diceva con l’aria
del perfetto conoscitore, di questa o quella cosa: «Oh!... non mi pare
«chic!....»; aveva imparato qualche vocabolo francese e ne usava con
molta compiacenza; criticava le «toilettes» delle sorelline, a scuola
chiamava «miss» quella che gli portava il paniere della merenda, e per
non confessare a’ suoi nobili amici d’esser figlio d’un occhialaio
diceva di suo padre con sussiego: «È un professore d’ottica.» Coi
bambini della sua corte trattava poco volontieri e di essi parlava con
visibile antipatia.
Queste abitudini signorili solleticavano un po’ l’orgoglio de’ suoi
genitori, della madre sopra tutto, ch’era rimasta una frivola donna
nonostante il maturare degli anni. Arrigo somigliava singolarmente
alla madre: ne aveva gli occhi luminosi e la bocca delicata, ne aveva
qualche volta l’accento caldo, i gesti rapidi. Ma il padre voleva farne
nullameno che un avvocato, poichè, per tutte le famiglie borghesi,
avere un figlio togato vuol dire oggidì quel che voleva dire una volta
l’avere un figlio prete od ufficiale. Si fanno perciò dalle famiglie
grandi sacrifizi di tempo e di danaro, si crea nella nostra società
una falange senza numero d’inoperosi, di spostati e di tristi, che per
tutta la lor vita dovranno pentirsi di queste paterne ambizioni. Ma
data una tale sovrabbondanza di giurisperiti, è naturale che nel nostro
bel paese chi ha torto abbia sempre ragione.
Il farmacista Riotti, ch’era sistematicamente di parer contrario a
quello del suo vicino, non la pensava per l’appunto così, e con una
delle sue più fresche immagini soleva dire «che il professionismo è
la cancrena degli stati, l’acqua morta in cui s’impaluda la nave del
progresso umano.»
Se avesse avuto un figlio, lui, ne avrebbe fatto uno scienziato od
uno speculatore; diceva di aver egli stesso, in persona, una spiccata
tendenza per tutte le scienze a base di calcolo e d’invenzione. Ma
la vita lo aveva distolto dal suo diritto cammino e la natura gli
era stata scortese; invece d’un maschio, nel quale avrebbe potuto
specchiarsi, aveva lasciato alla sua vedovanza una femmina, una bella
e grassa femmina, cui, per venerazione certo al grande Manzoni, aveva
imposto il nome di Ermengarda. Tuttavia, per brevità, la chiamava
Eugenia; nome ch’era stato pur quello della sua defunta consorte: Di
questa figlia, che aveva press’a poco l’età di Arrigo, il Riotti era
però sommamente vanaglorioso e non cessava dal magnificarne co’ suoi
vicini le qualità modeste ed operose, quando i giuochi o gli strilli
dei bimbi del Ferrante venivano dalla vicina corte a disturbare le sue
pacifiche meditazioni.
Il farmacista era un uomo corpulento, che tradiva nella stessa maniera
del vestirsi una certa quale agghindata maestosità; le sue maniere si
facevan untuose con chiunque stesse al di sopra di lui, e dottorali o
protettrici con quanti credesse da meno della sua magnifica persona.
Aveva una faccia sanguigna, lucida, con lineamenti grossi, e portava
intorno al mento una corta barba fuligginosa. Era un uomo che aveva
letto, imparato assai; letto e imparato sopra tutto nei giornali, nei
romanzi d’appendice o in qualche peregrino manuale acquistato nelle
fiere.
Ma l’uomo che usi ogni giorno leggere ponderatamente il proprio
giornale, dalla prima riga sino all’ultima come faceva il Riotti, e
con due paia d’occhiali, può dirsi a buon diritto un uomo erudito,
perchè le gazzette son divenute oggidì piccole biblioteche di scienza
universale e di tutto vi si parla in bello stile, con ammirevole
dottrina.
Sebbene fosse l’uomo più pacifico del mondo e avesse un temperamento
null’affatto amoroso, il Riotti nutriva una predilezione decisa per i
fatti di sangue e per i suicidii d’amore. Non v’era serva avvelenatasi
col rossetto, col sublimato o con le capocchie dei fiammiferi da un
quinquennio in poi, della quale non ricordasse il nome, l’amante per
cui s’uccise, la casa il luogo ed il tempo in cui fu. Queste tragiche
amanti si esageravano, si esaltavano nella sua calda fantasia, dandogli
una specie di stupefazione paurosa. Non lo avrebbe voluto in fondo...
ma se una si fosse mai avvelenata per lui!... Anche i delitti lo
appassionavano, però in altra guisa: sembravano atti efferratamente
belli al suo timido cuore. E di tutte le cose che leggeva nel giorno
egli andava la sera a discorrere col suo vicino. In principio, quando
Stefano del Ferrante venne ad aprir bottega proprio accanto alla
sua farmacia, il signor Riotti cominciò con arricciare il naso e con
guardare in cagnesco il vicino, «quell’occhialaio dalla bella moglie»,
come lo chiamava con malignità. Ma superate le prime diffidenze,
e visto sopra tutto che il Ferrante non era uomo da contendergli
quella specie di sovranità che gli era tacitamente riconosciuta da
tutti i bottegai di quella contrada suburbana, il Riotti finì anzi
con prenderlo in affezione e con divenirgli amico. Amico a modo suo,
beninteso; il che voleva dire mischiarsi, chiesto e non chiesto, negli
affari altrui, dare consigli, criticare, sputar sentenze, sdottorare
a dritto ed a rovescio, essere curioso, pettegolo, arrogante e
maldicente.
Stefano lo lasciò dire. Umile e rassegnato come sempre, tollerò che
un estraneo si frammettesse nella sua casa, gli facesse i conti in
tasca, gli parlasse male della moglie, lanciasse qualche scappellotto
a’ suoi bambini: e tutto ciò per amore della pace. Ma il Riotti, che in
fondo era una buona pasta d’uomo, soffriva terribilmente del non aver
famiglia, s’annoiava, nè sapeva come dar libero sfogo alla sua natura
tirannica e sopraffattrice. Così, a poco a poco, la casa del vicino
divenne la sua. Ogni momento egli vi entrava, o per la corte o dalla
retrobottega, con un pretesto qualsiasi. Per lo più erano i bimbi che
facevano troppo rumore: li chiamassero dentro, o egli se ne sarebbe
finalmente lagnato col padrone di casa. E sapevan bene che bastava
dicesse una parola, lui!... Allora si prendeva una rispostaccia da
donna Grazia, che il Riotti chiamava Malagrazia, e che non lo poteva
soffrire.
Ma in quella corte infatti si faceva gran rumore. Una vera bolgia
dantesca, come diceva il farmacista. C’era un falegname che tutto
il giorno picchiava, c’era un tornitore e piallava, una piccola
stamperia dalle macchine fragorose, un rilegatore di libri sempre
mezzo avvinazzato che ad una cert’ora cantava a squarciagola; c’era
la portinaia, sempre in moto con la sua scopa e con la sua terribile
voce di falsetto, e c’era, al primo piano, il pappagallo di una vecchia
inquilina, un cianciatore senza pietà, che rifaceva tutti i rumori e
rifischiava tutte le canzoni del vicinato. Avesse potuto accopparlo!
Prezzemolo! Prezzemolo!... E, sopra tutto questo ben di Dio, erano
capitati lì que’ monellacci dell’occhialaio, che strombettavano,
spifferavano, buttavan sassi e facevano i soldati. Vedessero l’Eugenia,
mo’, che ragazza a modo!...
«Oh, mio caro Stefano, se tu sapessi almeno educare i tuoi figli!...
Del primo farai un piccolo cicisbeo, dell’altro e delle due femmine
tre monelli, tre discoli, perchè il carattere lo si vede fin dalla
prima età. Poi ne hai messi al mondo troppi!... Quattro figli! Vecchio
mio, è un lusso da gran signore. Senza contare che donna Grazia è tipo
d’affibbiartene ancora un paio!»
E nella sua corta barba fuligginosa soggiungeva a sè medesimo con un
riso grasso:
«È ben vero che tu, poveraccio, ne sei responsabile fino ad un certo
punto... Non metterei la mano sul fuoco neanche per il primo!...
Una sera tuttavia, per precauzione, gli aveva pulitamente esposta la
teoria di Malthus.