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ROBERTO BRACCO
I PAZZI
DRAMMA IN QUATTRO ATTI
1922
REMO SANDRON--Editore
Libraio della R. Casa
MILANO - PALERMO - NAPOLI - GENOVA - BOLOGNA - TORINO - FIRENZE
Copyright by Roberto Bracco 1922 in the United States of America.
PROPRIETÀ LETTERARIA
_I diritti di riproduzione, di traduzione, ecc. sono riservati per tutti
i paesi, non escluso il Regno di Svezia e quello di Norvegia._
È assolutamente proibito di rappresentare questa produzione senza il
consenso scritto dell'Autore (_Art. 14 del Testo Unico 17 Settembre
1882_).
[Illustrazione: firma dell'autore]
Off. Tip. Sandron--119--I--100522.
PREAMBOLO
_Ho voluto graziare questo dramma che gemeva nel prefunerario cassetto
delle mie cose inedite e condannate a un rogo piú o meno lontano,
perché, leggendolo (evidentemente lo avevo scritto, ma non lo avevo
letto mai) ho ritrovate, vive e cospicue, sotto la polvere d'una
affrettata negligenza scettica, le ragioni donde mi germinò nella
commossa fantasia. Esso è, in vero,--quale che sia il valore estetico
che contenga--la continuazione, il compimento, la sintesi, il culmine
sillogistico di molte opere mie d'indole tragica, forse non pregevoli e
tuttavia non spregiate e non ancora a me discare. E mi sembra che ciò
debba risultar netto a chiunque abbia avuta la cortesia di guardare al
cammino che io, illuso o disilluso, alacre o accidioso, ho percorso fin
qui nel campo scenico, tra la volubilità delle platee e quella della
ribalta, sempre serbandomi piú tenero dei miei lettori che non delle une
e dell'altra, sempre sognando un po'... un teatro senza teatro. (È una
mia antica e fissa idea che si possa non destinare al teatro--cioè alla
rappresentazione--un'opera a cui si sia data l'impronta della scena. Non
è forse presumibile che l'artista abbia prescelta questa impronta
soltanto perché è quella piú vicina a una forma di vita?...)_
_Il costrutto del dramma graziato, che, mediante il salvacondotto della
tipografia, potrà liberamente vivere o vivacchiare e morire di morte
naturale e che si aderge a compiere la sagoma d'una piramide
racchiudente le già vissute opere cui ho accennato, non è da enunciare
in una baldanzosa conclusione, né in una sbandierabile sentenza, ma
bensí in due interrogazioni, trepide e pur pungenti:_
_--Dove finisce, nell'animale umano, la saggezza e dove comincia la
follia?_
_--Quali sono, nel nostro mondo, i pazzi e quali sono i savii?_
_Ecco, nella trama e nella sostanza, il mio dramma, che le due
interrogazioni rivolge a me stesso e all'umanità._
_L'umanità non risponde. E non rispondo nemmeno io. Quattro volte cala
il velario sulla controversa vicenda inscenata. L'ultima volta cala
lasciando che le due interrogazioni proseguano, vie piú aguzze, a
pungere l'umanità e me, come in una eco perpetua._
_L'Arte non offre, non indica, non suscita soluzioni di problemi che
anche la Filosofia invano affisa o sviscera o espone scevri di scorie.
Al piú al piú, si sforza di tradurli in visioni che parlino alla
sensibilità, senza troppo incomodare la mente._
_I_ pazzi _del mio dramma sono appunto una visione composta
dall'Arte:--dalla povera Arte di un pazzo... o di un savio._
_Roberto Bracco_
Febbraio, 1922.
I PERSONAGGI DEL DRAMMA
SONIA ZAROWSKA
ULRICO NARGUTTA
FRANCESCO FLORIANI
AGNESE FLORIANI
_Il professor_ ANTONIO BERNARDI
LORENZO GEMMI
_Il Signor_ LEMMS
_Un Agente della Polizia_
_Suora_ MARTA
_Il Guardiano--d'una Casa di Salute_
_Le Ricoverate_
_Una cameriera_
PRIMO ATTO
_Lo studio del dottor_ FRANCESCO FLORIANI.
_Nella parete di fondo, una porta che dà in un salotto. Una porta--in
secondo piano--a sinistra. Dallo stesso lato--in primo piano--uno
scrittoio, con la relativa seggiola a bracciuoli, di cui la spalliera è
accostata al muro, e un divano che, formando un angolo con lo scrittoio,
si stende parallelo alla parete di fondo fin quasi al centro della
stanza. Qualche tavolino, qualche seggiola a sdraio, qualche seggiola
leggera. Un'altra porta--in primo piano--a destra. Ampie librerie. Sullo
scrittoio, libri, carte, fascicoli, l'apparecchio del telefono, i
bottoni della soneria elettrica e una grande fotografia: la fotografia
di_ AGNESE FLORIANI, _in una cornice finemente intarsiata_.
_Una severa signorilità._
I.
(FRANCESCO _è seduto allo scrittoio. Agnese è seduta sul divano.
Tacciono entrambi, cogitabondi, in una greve tristezza._)
(_Il tintinnio del telefono risuona indiscreto._)
FRANCESCO
(_contrariato--avvicina il microfono._) Pronto. (_Pausa._) Io sono il
dottor Floriani. E lei?... Chi è lei?... (_Ascolta. Pausa._) Non sento.
Un po' piú forte, prego. (_Ascolta. Pausa._) Cosa dice?... (_Ascolta.
Pausa._) Ah, ho capito finalmente! Dice d'essere una mentecatta. Se
desidera di consultarmi, venga pure. Ricevo di solito dalle 15 alle 17.
(_Ascolta. Pausa._) Non desidera di consultarmi? E che vuole da me? Si
sbrighi! Che vuole?... (_Ascolta. Pausa._) Non vuole niente! E allora
perché mi ha chiamato?... (_Ascolta. Pausa._) Esattissimo! Ammiro la sua
perspicacia. È insensato domandarle il movente dei suoi atti o delle
idee che le passano pel capo. Neanche ai savii bisognerebbe rivolgere di
simili domande. La ossequio. (_Ripone il microfono sul cavalletto._)
(AGNESE _e_ FRANCESCO _tacciono ancora. Ciascuno dei due è intento al
silenzio dell'altro._)
FRANCESCO
... E abbiamo, una volta di piú, taciuto abbastanza, dopo di avere, una
volta di piú, abbastanza parlato. Torna alle tue occupazioni, tu, come,
alla men peggio, io tornerò alle mie. Tant'è: o parlando o tacendo, noi
ci aggiriamo in un laberinto: nel piú intricato dei laberinti. Avremmo,
forse, potuto uscirne solamente se fosse crollato il tuo ermetico
orgoglio. Esso è incrollabile, perché custodito dall'istinto. Non
troveremo mai una via di uscita.
AGNESE
(_con un accento coraggioso che squarcia la tristezza_) Io l'ho trovata!
FRANCESCO
Non lo credo.
AGNESE
Sí, l'ho trovata.
FRANCESCO
Sei presa da uno sdegno che sempre piú allontana da te e da me la
probabilità di trovarla.
AGNESE
L'ho trovata, l'ho trovata, Francesco!
FRANCESCO
Ma che stai per propormi, Agnese?! Tu mi fai tremare. Una perfida
temerità lampeggia nei tuoi occhi.
AGNESE
Perfida, no: astiosa, bensí, e ribelle, come la temerità di chi,
all'approssimarsi di un immane pericolo immeritato, insorge con tutte le
sue forze per superarlo e per trionfarne!
FRANCESCO
Quale sarebbe la via di uscita che hai trovata?
AGNESE
Noi dobbiamo separarci.
FRANCESCO
(_in un afflusso d' amarezza_) Questo sai volere, raccogliendo le mie
angosce e i miei gemiti? Questo sai offrirmi per placarmi, tu che sei
stata per me la donna unica e che hai assorbita tutta la mia essenza di
uomo? Ah, che desolazione! E che miseria!
AGNESE
Io ti ripeto, ogni giorno, ogni giorno, che nulla mi ha mutata, che
nulla mi muterà mai. Te lo ripeto a fronte alta e con la voce ferma. E a
fronte alta, come una martire cristiana, subisco di essere dilaniata
dalla tua diffidenza che non si determina in nessun perché, che non
parte da nessuna circostanza visibile, che non denunzia nessun segno di
defezione del mio cuore e dei miei sensi nei nostri rapporti coniugali.
Somiglia al coltello di un chirurgo capriccioso caparbio audace e
inesperto che si ostini a sbrandellare le carni di un corpo sano per
cercarvi una rovina che non c'è. È uno scempio inaudito! Io sono stanca!
Non ne posso piú! Non ne posso piú! Non resisto piú! E anche tu sei
stanco!... Sei stanco della tua travagliata e vana inchiesta. Sei stanco
della tua crudeltà che ti ha logorato non meno di quanto abbia logorato
me. Eppure continui a non aver fiducia nella interezza del mio affetto
di moglie e d'amante, e quotidianamente la tua diffidenza ricomincia a
dilaniare, a sbrandellare... No! No! È troppo! Noi ci separeremo, e Dio,
se vuole, ci assisterà!
FRANCESCO
Sta' tranquilla, Agnese. Ci separeremo. (_Con apparente calma_) Che per
molti motivi questa soluzione sia logica non me lo dissimulo. E se non
fosse o non mi sembrasse logica?... A me basterebbe a renderla
necessaria il fatto stesso che tu la proponi. Dicendo: «separiamoci», tu
schianti i pochi puntelli dell'edificio sconnesso. E non c'è piú modo di
sorreggerlo!... (_Svoltando_) Fortunatamente, non abbiamo figli. È stata
una beffa infame che il destino ha gettata sui bollori della nostra
unione. Nondimeno, ora, per noi è una sagace fortuna. Senza figli, il
separarci sarà la cosa piú spiccia e piú semplice del mondo: spiccia e
semplice come sono, in generale, le grandi tragedie della vita!... (_Si
leva, si morde un pugno, cammina per la stanza, sbandato. Poi, si
ferma._) E cosí, in due minuti, tutto è accomodato, tutto è definito.
Non piú legami, non piú controlli di sentimenti e di pensieri. Non piú
lo scempio inaudito!... Ciascuno di noi due non apparterrà che a sé
medesimo. Tu ti porterai via la tua verità salvandola dalle mie
intransigenti e cupide investigazioni. E io resterò vedovo, saturandomi
d'un rancore innocuo per te e guardando discendere in un baratro,
insieme col passato, la mia povera felicità ridotta in frantumi.
AGNESE
E non anche la mia, forse?... Non anche la mia?... Dillo! Dillo!
II.
SUORA MARTA
(_dalla sinistra, prima d'entrare_) Permesso?
FRANCESCO
(_ricomponendosi_) Avanti, Suora Marta. Che c'è?
SUORA MARTA
(_entrando_) Il professor Bernardi ha quasi terminata la sua visita alle
ricoverate.
FRANCESCO
(_battendosi la fronte con la mano_) Ah già! C'è la visita del professor
Bernardi!...
SUORA MARTA
(_comprende di essere--involontariamente--importuna._) Ma non si
scomodi, direttore. Il professor Bernardi mi ha raccomandata di
comunicarle che, se lei ha da fare, egli non vuole disturbarla. Ha
soggiunto che, dovendo trattenersi ancora in questa città, avrebbe il
tempo di ritornare per salutarla.
FRANCESCO
Piú o meno, ho sempre da fare.
SUORA MARTA
Gli riferirò che lei si scusa per oggi.
FRANCESCO
No, Suora, no. Che penserebbe di me?... Io non l'ho accompagnato durante
la sua ispezione scientifica affinché il contegno delle ricoverate non
risentisse della mia presenza, della mia immediata vigilanza. E mi pare
che egli abbia apprezzata questa mia scrupolosità. Ma adesso mi è
doveroso parlargli, mi è doveroso di stare un po' con lui. Gli direte
che io lo aspetto qui o che mi faccia avvertire appena si sarà sbrigato.
SUORA MARTA
Sta benissimo. (_Via._)
FRANCESCO
Ed eccomi assillato, eccomi vessato dai miei doveri e dalle mie
responsabilità quando vorrei potermi sottrarre a tutto quello che mi
ricorda di essere vivo!
AGNESE
(_già in piedi_) Le tue responsabilità e i tuoi doveri sono
provvidenziali oggi e saranno provvidenziali in avvenire. Non
lamentartene. Io te l'invidio!... T'impediranno di abbatterti.
Impegneranno le tue ore in un'attività che, per quanto imposta, ti sarà
poi di sollievo.
FRANCESCO
(_acido, e torvo_) Mi condanneranno a uno sforzo di sdoppiamento: a uno
sforzo in cui corre il rischio di spezzarsi chi non possegga
l'elasticità di coscienza per la quale è facile infingersi o mentire!
(_Un intervallo._) E siamo intesi.
AGNESE
Siamo intesi davvero, Francesco! (_Tutta raccolta, esce._)
FRANCESCO
(_tra sé--scervellandosi_)... Ghermire quello che è dentro l'involucro
che si può toccare, quel che è al di là della fisonomia e dei gesti che
si vedono, al di là della voce e della parola che si odono: questo è il
problema insolubile!...
III.
BERNARDI
(_nella stanza contigua, a sinistra_) Grazie, gentilissima Suora, e non
mi dimentichi!
FRANCESCO
(_si sforza di assumere un atteggiamento di cordiale cortesia e gli va
incontro._) Favorisca, Professore! Favorisca!
BERNARDI
(_avanzandosi_) Sono a lei, collega. (_È un uomo sulla cinquantina.
Alto. Magro. Adusto. Elegante. Disinvolto. Barbetta a punta, brizzolata.
Naso lungo, arcuato. Sopracciglia convergenti. Sguardo fosforescente,
penetrante. Ha un po' un'aria da Mefistofele bonario. Il suo sorriso è
buono. Parla con aristocratica affabilità e con ricercatezza,
ascoltandosi, assaporando la frase fiorita arguta._)
FRANCESCO
Ella mi ha sospettato di tanta indifferenza da rinunziare a mietere
súbito le sue impressioni e a darle súbito qualche schiarimento! Mi
faceva torto.
BERNARDI
Pardon!... L'indifferenza è spesso un'affermazione di serenità. Mi
sarebbe parsa legittima in lei. E anche piú legittima mi sarebbe parsa
una piú limitata tolleranza della mia indiscrezione.
FRANCESCO
Un linguaggio cosí umile è paradossale sulla bocca dell'insigne
professor Antonio Bernardi.
BERNARDI
Una vera indiscrezione è stata la visita che ella mi ha consentita. Ciò
che giustifica l'indiscrezione è la speciale fama di cui Ella gode e di
cui è circondato questo monastico rifugio della psicopatia femminile.
Una attrattiva irresistibile!
FRANCESCO
(_con dignitosa modestia_) La fama di cui godo?... Io sono l'ultimo
arrivato.
BERNARDI
_Last not least_, come sottilmente dicono gl'inglesi.
FRANCESCO
Ma è certo che questo rifugio non è che l'abbozzo di una Casa di Salute.
BERNARDI
Protesto, collega! Molto piú di un abbozzo!
FRANCESCO
Minuscola. Rachitica. Incompleta. E mi cruccio di non avere i mezzi per
ampliarne la capacità ospitale, per svilupparne l'efficienza.
BERNARDI
Già troppa la sua abnegazione! È notorio che ella giuoca e perde alla
roulette dell'altruismo tutte le sue entrate di possidente.
FRANCESCO
Mio padre mi lasciò un titolo di conte che ho seppellito e un po' di
proprietà che onoro col dedicarne le non larghe rendite a un'opera di
soccorso.
BERNARDI
E non trova appoggi finanziarii per una fondazione d'indole cosí
filantropica?!
FRANCESCO
Cercandone, forse ne troverei. Ma avendo voluto adottare dei metodi
esclusivamente miei, ho dovuto serbare al Ricovero un carattere di
personale esperimento e di personale filantropia. Inferme che paghino,
difatti, non ne ammetto se non in linea eccezionale, e sempre che io
abbia un posto disponibile l'offro a qualche inferma povera o accolgo
gratuitamente quella che mi sia portata, come una naufraga, dalla marea
delle sue sventure.
BERNARDI
Tutto ciò è sublime!
FRANCESCO
No, non è sublime. C'è in me--gliel'ho confessato--un'ambizione di
autonomia, una ostinata insubordinatezza.
BERNARDI
Anche questa «insubordinatezza» accede alla sublimità. Nella cura della
follia o della semi-follia ella si è proposto di sostituire l'influsso
dell'Idealismo ai dettami positivistici. Verso le vie del cielo! _Coelum
accipere!_
FRANCESCO
Mettiamo i punti sugl'_i_, Professore. Non vorrei che mi si tacciasse di
cecità. Secondo me, l'Idealismo è creatore o coefficiente di coesione
morale, e, secondo me, coesione morate è sanità della mente, è vigoria
dell'anima. Io sostituisco l'influsso dell'Idealismo ai dettami
positivistici solamente quando la causa della follia o della semi-follia
non permanga nel dominio del clinico e quando, perciò, il positivismo
onesto non abbia nulla da fare. Idealista, sí. Cieco, no.
BERNARDI
Evidentissimo, perdiana!
FRANCESCO
Tuttavia, lo so che nel campo della scienza ufficiale io non sono che un
reprobo, un traditore.
BERNARDI
La scienza ufficiale è in piena bancarotta, non vale la pena di esserle
devoto.
FRANCESCO
M'incoraggia a tradirla proprio lei che è un ortodosso?
BERNARDI
Un miscredente, sono! Un malinconico miscredente! La piú nera
miscredenza mi si è infiltrata dentro e non mi lascia piú. Sono da
compiangere, io. Lei, almeno, può illudersi di utilizzare il suo
idealismo procedendo da un punto di partenza che, après tout, non è
arbitrario. Si chiama psichiatria la dottrina che riguarda le malattie
mentali. La parola stessa di questa denominazione già implica che in
origine la sede di tali malattie è stata ritenuta la psiche, ovverosia
l'anima, che sarebbe il cosiddetto principio spirituale della vita. Ella
ha quindi il diritto di concludere: curiamo l'anima. E ha, inoltre,
quello di ridere in faccia ai psichiatri incondizionatamente
materialisti che della vita ostentano rinnegare il principio spirituale,
mentre, per tacito consenso, lo ammettono nella denominazione della loro
dottrina. Il guaio grosso è per me, che ho professato il positivismo e
ogni giorno ne ho costatato il fiasco, che era, poi, il mio fiasco! Non
sapevo piú da che parte voltarmi. Interrogavo i fatti a uno a uno per
cavarne l'indicazione di una cura diritta e razionale. Fatica da Sisifo!
Il positivismo applicato alla psichiatria è un ammasso di preconcetti
cristallizzati, i quali danno sempre ai fatti le medesime fisonomie,
false e bugiarde. E poiché essi mi restavano addosso, appiccicati come
crittogame, e non c'era mezzo di espellerli, i fatti mi restavano
davanti come sfingi perverse, a confondermi, a sfidarmi, a dileggiarmi,
a provarmi l'inanità della mia scienza, a irritarmi fino alle piú
estreme conseguenze. Le attesto che talvolta ho sentito d'impazzire
anch'io.
FRANCESCO
E no, Professore! Questa è una iperbole! Una triste iperbole!
BERNARDI
(_spiccando le sillabe_) «Ho sentito--ripeto--d'impazzire anch'io». Mi
esprimo con esattezza storica, egregio collega. Mi è accaduto
precisamente di avvertire i prodromi di uno squilibrio cerebrale. Se ne
meraviglia molto?... Ci asterremo, per altro, dall'asserire che sia un
caso originalissimo. Parecchi squilibrî cerebrali, latenti o flagranti,
contristano la famiglia dei psichiatri, e non è mai da escludere la
possibilità che un medico di pazzi impazzisca.
FRANCESCO
(_con un lieve sorriso_) Ma ella ha i connotati della piú solida e piú
resistente saggezza.
BERNARDI
L'opinione plebea che molti savi sembrino pazzi e viceversa... non è del
tutto infondata.
FRANCESCO
L'esperienza discerne.
BERNARDI
Discerne sempre--me lo consenta--attraverso la stalattite del nostro
convenzionalismo. Noi non sappiamo differenziare la follia dalla
saggezza che per quei connotati i quali proprio noi abbiamo attribuiti
all'una e all'altra.
FRANCESCO
(_turbandosi_) Il suo scetticismo inesauribile sconforta e disorienta...
E nessuno può esserne piú sconfortato e piú disorientato di me. (_Con un
distacco di voluta disinvoltura_) Ma, Dio buono, non l'ho ancora
invitata a sedere. Prego... Prego.... Meglio tardi che mai.
BERNARDI
... Non m'ero accorto di stare in piedi. Siederò.
(_Seggono sul divano._)
FRANCESCO
(_scusandosi_) Vivo da un pezzo fuori del mondo. Comincio a perdere le
abitudini della buona educazione.
BERNARDI
C'è da compiacersene. La buona educazione è ingannevole come il
belletto.
FRANCESCO
E le sue impressioni, dunque?
BERNARDI
Non se ne disinteressa neppure dopo che mi sono cosí cordialmente
discreditato?
FRANCESCO
Non è uomo lei da discreditarsi in cinque minuti.
BERNARDI
Ma vedrà che altri cinque mi basteranno. _Partie remise_, a breve
scadenza! Le mie impressioni... Devo premettere che, da quando ho avuta
la visione chiara della inettitudine in cui mi dibattevo, ho piantata la
mia clientela, mi son munito di una valigia e mi son dato a un faticoso
_tourisme_. A cinquant'anni--l'età classica dei lauri e dei riposi
accademici--io faccio un modesto viaggio... d'istruzione. Vado attorno
per conoscere la clientela altrui e l'altrui esercizio professionale con
la speranza d'imbattermi in qualcosa che mi dia un po' di nuovo
nudrimento. Ero bene informato dei suoi criterî, emergenti dal libro che
ella ha scritto in collaborazione col compianto Paolo Gemmi--un
idealista che, morendo di suicidio, non ha di certo corroborato
l'Idealismo--e, quantunque io aborrissi ferocemente quei criterî come
astrazioni teoriche, varcando la soglia della sua Casa di Salute ho
_armistiziata_ la mia ostilità, con una tendenza conciliativa. Mi son
detto: «Chi sa!... Vediamo di che si tratta, _de visu et auditu_.» E piú
mi ha ammansito la sua spontanea decisione di non presenziare i miei
colloqui con le ricoverate. I nevrastenici, i nevropatici, gli aberrati,
gli alienati, e perfino gli ebeti, alla presenza del medico
curante--particolarmente se sia anche il loro benefattore--, serbano,
come per un mimetismo servile, un contegno che non corrisponde davvero
al loro grado di mentalità. Somigliano--diciamolo pure--alle bestie in
cospetto del padrone che le abbia ammaestrate. Sicché, ella eliminava
l'esibizione degli effetti effimeri e illusorî. Bellissimo gesto!
FRANCESCO
Un gesto di rudimentale lealtà.
BERNARDI
Ed oltremodo lieto ero che, tutto sommato, un inconsueto ottimismo mi
scortasse.
FRANCESCO
Ebbene?
BERNARDI
Mi affretto a dichiararle che i primi scandagli mi hanno pienamente
soddisfatto. Riscontravo in quelle menti un assetto singolare, una
notevolissima coordinazione nei rapporti col mondo esteriore, uno
svolgimento del pensiero abbastanza vicino alla continuità logica. Ma,
purtroppo, egregio e caro collega, la insistenza della mia ispezione ha
mutati in ortiche i fiori còlti dal mio neo-ottimismo. Dubbi su
dubbi!...
FRANCESCO
Gradirei qualche esempio, Professore.
BERNARDI
Piuttosto li riassumo e glieli sottometto in forma interrogativa, con la
piú nitida schiettezza. Non sono forse--domando io--irreperibili o
dissipati, in quelle menti, i segni della personalità e del libero
arbitrio? Convinto di avere piú o meno raddrizzate dieci, dodici,
quindici menti, non le ha, forse, ella, invece, soppresse o represse in
una specie di uniformità, quasi che le abbia chiuse in tanti astucci
simili? E questi risultati non sarebbero forse dovuti... a un potere
formidabile della sua volontà, in cui la vecchia scienza riscontrerebbe
di leggieri una influenza tutta positivistica e tutta divergente
dall'influsso di quell'idealismo che ella, in buona fede, intende di
utilizzare?... Ecco le ortiche, collega.
FRANCESCO
Se ella, professore, si trattenesse qui una intera giornata, si
persuaderebbe che l'uniformità subisce tante variazioni quante sono le
mie ospiti. Gli elementi che compongono la loro personalità--l'origine,
l'atavismo, il temperamento, le condizioni sociali, le efflorescenze
della vita vissuta--si modificano, ma non spariscono. La cura dell'anima
vuole e può aspirare a rendere fissa e predominante, in dieci, in
dodici, in quindici cervelli una forza direttiva unica che tende a
salvarli: non vuole e non può staccarli dalla esistenza individuale,
dagli elementi che la compongono. E se ella, trattenendosi qui una
intera giornata, mi stesse accanto, si persuaderebbe che questa forza
direttiva non è determinata da un potere formidabile della mia volontà,
il quale minacci il libero arbitrio come il potere d'un ipnotizzatore,
ma sibbene da una dolce disciplina genuinamente educativa che avvia alla
bontà, all'orrore per il peccato, alla fraternità cristiana, alle gioie
del benessere fornito dalla virtù!
BERNARDI
... Una certa dose di _haschich_, servita a cento mussulmani diversi,
discopre ugualmente a ognuno di essi il paradiso di Maometto!... Ma non
badi alle mie divagazioni... e, soprattutto, non pensi che io ardisca di
combatterla nelle sue trincere. La malattia dell'autocritica fa
dell'«insigne professore Antonio Bernardi» un fantaccino disarmato e
sprovveduto di umor bellico. Non rintuzzo, non polemizzo, e,
timidamente, mi ritraggo.
FRANCESCO
Ahimé!... Sono io indotto a polemizzare! Polemizzo, le garantisco, piú
con me stesso che con lei. E polemizzano cosí tutti coloro che temono
d'errare. I dubbi da lei esposti trovano un propizio terreno nella mia
coscienza, dove... (_una densa mestizia lo adombra_) ogni dubbio molto
facilmente alligna.
BERNARDI
(_vivace_) In altri termini, siamo tra noi meno lontani che non sembri,
e ben presto cammineremo a braccetto su una via di mezzo. Ella avrà
continuato a sperimentare, io avrò continuato a istruirmi. Saremo--non
se ne accori--piú inetti di oggi. Ma auguriamoci che, ciò non ostante,
accompagnandoci a vicenda, riesciremo ad affrancarci dai dubbii spinosi
e quindi dal timore d'errare.
FRANCESCO
Sarebbe un beneficio per chi ha bisogno dell'opera nostra.
BERNARDI
Sarebbe un beneficio per noi, collega! L'uomo che non teme d'errare è
probabilmente un imbecille, ma è sempre un uomo felice. E _sur ça_,
prendo congedo.
FRANCESCO
(_dissimula un moto di sollievo, facendo atto di sollecita
condiscendenza._)
(_Si alzano. Si stringono la mano._)
BERNARDI
Le proffero _toto corde_, Francesco Floriani, la mia amicizia e la mia
gratitudine.
FRANCESCO
Rifiuto la gratitudine, accetto l'amicizia. (_Scorciando_) La sua
carrozza, Professore, è al cancello del giardino?
BERNARDI
No. L'ho lasciata giú, alla svolta. Ho voluto discendere lí per ammirare
dappresso il marmoreo angioletto che addita, con l'indice teso, l'asilo
salutare.
FRANCESCO
Una puerilità.
BERNARDI
Un gentile simbolo poetico.
FRANCESCO
(_precedendolo verso il fondo_) Per di qua, Professore. Da questa parte
troverà piú presto la sua carrozza.
BERNARDI
Non si dovrebbe scegliere la via piú breve uscendo da un luogo donde si
esce a malincuore...
FRANCESCO
(_sulla porta gli dà il passo. E via, con lui._)
IV.
IL GUARDIANO
(_entra, zelantissimo, dalla sinistra, togliendosi il berretto._) Signor
Direttore... (_È un omino attempato, segaligno, arzillo, col naso
aguzzo, con gli occhietti neri, tondi, mobilissimi, lucidi._) (_Guarda
attorno._) Non c'è... (_Consulta il suo orologio._) Le quindici e tre
minuti! (_Severo_) A quest'ora non dovrebbe muoversi dal suo studio.
(_Consulta di nuovo l'orologio._) Precisamente: le quindici e tre
minuti! (_Ricorda, brontolando, gli ordini del Direttore:_) «Dalle
quindici alle diciassette ricevo tutti. Annunzierai chiunque chieda di
essere ricevuto.» E poi?... Non c'è! (_Scontento ed energico, chiama:_)
Signor Direttore!... Signor Direttore!...
FRANCESCO
(_dal fondo_) Perché gridi cosí, Michele?
IL GUARDIANO
Per chiamarvi.
FRANCESCO
Di': che vuoi?
IL GUARDIANO
Che voglio?... Eseguo i vostri ordini con l'orologio alla mano. (_Lo
cava fuori ancora una volta_) «Dalle quindici alle diciassette ricevo
tutti. Annunzierai chiunque chieda di esser ricevuto.»
FRANCESCO
Oggi, no.
IL GUARDIANO
(_burbero_) Oggi, no?!... E non mi avete avvertito! Voi rimettete la
testa sul collo a coloro che l'hanno perduta, e a me la fate perdere.
FRANCESCO
Non chiacchierare troppo. Michele, e modera il tuo zelo. Chi c'è di là?
IL GUARDIANO
Un tale a cui non garbava di declinare il suo nome. Pretendeva di non
essere annunziato. Pareva che entrasse in un caffè, in una trattoria, o
peggio.--«Di qui, senza nome, non si passa!»--«Io sono sempre passato e
passerò.»--«E io, da sei mesi che mi pregio di stare al servizio del
dottor Francesco Floriani come custode della sua Casa di Salute, non vi
ho mai visto. Voi non passerete!»
FRANCESCO
Ti lodo, Michele, ma adesso non ti dispiaccia di abbreviare.
IL GUARDIANO
L'ho messo alle strette e finalmente mi ha incaricato di annunziare
(_calcando le parole:_) «Ulrico Nargutta, ex pazzo.»
FRANCESCO
(_con una certa emozione_) Ulrico Nargutta!... Fallo passare! Fallo
passare immediatamente!... È come una persona di famiglia. Sii molto
riguardoso con lui; e gli permetterai di entrare e di uscire quando
vorrà.
IL GUARDIANO
Non devo annunziare--caso mai--nessun altro?
FRANCESCO
Nessun altro. Vai, Michele! Non indugiare di piú.
IL GUARDIANO
(_con autorità_) E mi raccomando: niente contrordini.
FRANCESCO
Niente contrordini, non dubitare.
IL GUARDIANO
(_impettito e minaccioso_) Si presenti anche il signor Domineddio, lo
mando al Diavolo!
FRANCESCO
(_tra sé_) Venga, venga il mio vecchio amico! Con lui non sarò obbligato
a reprimermi, a mascherarmi... (_S'appressa alla porta dalla quale è
uscita AGNESE, e v'inoltra lo sguardo._)
V.
ULRICO
(_comparisce dal lato opposto, e si ferma profilandosi in una comica
prosopopea._) Ulrico Nargutta, ex pazzo!
FRANCESCO
(_si volta.--Non si raccapezza._) Tu sei Ulrico?!
ULRICO
Ne sono sicuro.
FRANCESCO
In fede mia, incontrandoti per istrada, non avrei potuto ravvisarti.
Lascia che ti abbracci, disertore! Ho molto piacere di averti
recuperato.
ULRICO
Recuperatissimo!
FRANCESCO
(_abbracciandolo_) Ma ti sei proprio costruito un altro aspetto!
ULRICO
S'intende bene! Non piú capelli lunghi, non piú la selvatica vegetazione
della barba e dei baffi, viso limpido, bocca sorridente, un elegante
monocolo che rende vezzoso l'occhio piú guercio: tutto un insieme
conveniente e quasi attraente. Veste nuova per l'uomo rinnovato! Il
pazzo che tu non sapesti guarire non c'è piú. Fammi le tue
congratulazioni, e dichiara che come medico sei una bestia.
FRANCESCO
Lo dichiaro volentieri, e non esito a congratularmi con te.
ULRICO
Non ci vediamo, su per giú, da un anno, a misura di calendario.
FRANCESCO
E non c'è stato mezzo di rintracciarti. Io ignoro sempre la tua
abitazione.
ULRICO
Per lo piú, la ignoro anche io!
FRANCESCO
E in quest'anno?...
ULRICO
Metamorfosi! Metamorfosi e guarigione completa! Ti prego di credere che
sei al cospetto del piú savio degli uomini!
FRANCESCO
Non è inverosimile.
ULRICO
Mi sono guarito da me, caro il mio dottore!
FRANCESCO
Neppur questo è inverosimile.
ULRICO
Ma il merito--spieghiamoci--non è tutto mio.
FRANCESCO
Sei modesto!
ULRICO
Mi son fatto consigliare... Indovina da chi.
FRANCESCO
Non indovino. Dimmelo.
ULRICO
Mi son fatto consigliare dall'umanità.
FRANCESCO
Il consiglio dell'umanità è la somma di parecchi milioni di consigli.
ULRICO
Ma rettifico: da una parte dell'umanità mi son fatto consigliare.
FRANCESCO
Dalla migliore.
ULRICO
Dalla peggiore! (_Siede a cavalcioni su una seggiola._) Mi attengo,
t'avverto, al giudizio corrente, tanto per capirci.
FRANCESCO
Il che, peraltro, non è indispensabile.
ULRICO
Secondo il giudizio corrente, è la parte peggiore dell'umanità quella
nella quale funzionano brutalmente il sangue, la carne, i nuclei
nervosi, i cinque sensi con le loro volubilità e attribuzioni
cooperative, e nella quale è disseccata o ridotta a proporzioni minime
la vita morale. Io ho aboliti tutti gli accidenti della vita morale, da
cui provengono le nostre inquietudini, le nostre incontentabilità, le
nostre sofferenze, i dibattiti, gli attriti, gli stenti, gli sforzi che
scombussolano il nostro essere fino allo sfasciamento, fino alla follia.
Neghi che questa sia la genesi della follia?.....
FRANCESCO
(_senza approfondire_) No.
ULRICO
Io mi sono brutalizzato. Non leggo, non scrivo, non studio, non penso,
non m'interesso di ciò che sta oltre la superficie delle cose, non ho
piú nessuna delle curiosità e delle esigenze che avevo quando ero un
animale superiore. Di che mi occupo io durante le ventiquattro ore della
piroetta terrestre intorno al sole?... Mi occupo dei miei bisogni e
desiderii materiali per soddisfarli con la massima scrupolosità. Una
volta--te ne rammenti?--il mio desiderio piú ansioso, il mio piú
impellente bisogno era di trovare l'onestà nel sesso femminile. Mi
affannavo a cercarla. Mai vistane neppure la coda! Me ne affliggevo! Me
ne disperavo! Che strazio! Che sventura! Che tragedia!... Io non la
trovavo o perché non è mai attecchita tra le discendenti di Eva o perché
non l'avevo mai conosciuta e, naturalmente, non potevo identificarla. Ma
tutto questo è stato da me spazzato via insieme con i peli che mi
deturpavano il volto. La mia esistenza è diventata esclusivamente
fisica. «Mi tocco, dunque esisto!» E crepi Cartesio! Cerco quello che
conosco, quello che so identificare, quello che è visibile e palpabile,
quello che non è punto arduo trovare. (_Animandosi_) E me la godo! Me la
godo a meraviglia! Tu, per guarirmi, t'incocciavi a nudrire, attraverso
l'organismo, il mio spirito. Ignorante! Dovevi, al contrario, avere
l'abilità di ucciderlo. Io l'ho ucciso! (_Si frega le mani, ridendo_) Eh
eh eh eh!....
FRANCESCO
(_sedendogli dirimpetto_) Mio buon Ulrico, tu sei un pazzo come prima.
La sola differenza è questa: che prima eri un pazzo di cattivo umore, e
adesso sei un pazzo di umor gaio..., almeno in apparenza.
ULRICO
Per me, il tuo giudizio non vale un fico secco! Non te l'ho chiesto e
non sono venuto con l'intenzione di chiedertelo. Non sono venuto con
l'intenzione di consultarti. Io son venuto, viceversa, per dare a te i
miei lumi, per sorvegliare la tua salute, per mettermi alle tue costole,
intento a diventare, all'occorrenza, il tuo medico, il tuo frenologo. E
mi accorgo di avere avuto una ottima ispirazione. Io ti trovo ammalato,
molto ammalato! Tu presenti un quadro patologico allarmante, e devi
impensierirtene.--L'epoca è triste, amico mio, per i psichiatri del
genere al quale tu appartieni. Il tuo correligionario Paolo Gemmi--hai
visto?--se n'è andato in cielo o altrove _motu proprio!_ Non mi era
simpatico. Quindi non deploro la sua assenza definitiva. Ma còstato, con
ponderazione, lo sfasciamento, lo sconquasso psicologico per cui egli si
è liquidato mediante un colpo di rivoltella.
FRANCESCO
Tu ripeti, a proposito del povero Paolo, la solita fantasticheria
generica che corre per le bocche di tutti quando la causa d'un suicidio
non è stata rivelata dal suicida.
ULRICO
Nel caso di lui non è una fantasticheria. Si tratta di un caso lampante
d'incongruenza. Egli non era uno storpio, non era un tubercolotico, non
era un diabetico, non era un vecchio asmatico, disponeva di parecchi
quattrini, di parecchio ingegno, d'una certa gloriola acquistata senza
troppa fatica: dunque per nessun motivo ragionevole poteva averne le
tasche piene, e chi sa in quali aspirazioni extraterrene, in quale
smaniosa alchimia andò a consumarsi e a smarrire la ragione. Ma per te
sono qua io! Sei fortunato. Ringraziami d'essere capitato in tempo!...
Vediamo un po'. Che ti senti? Che ti pare di sentirti?
FRANCESCO
(_si rannuvola, si alza.--Passeggia, torcendo tra le dita la catenella
dell'orologio._)
ULRICO
Non mi rispondi? Non puoi indicarmi i sintomi del tuo male? Non mi dài
gli elementi per la diagnosi? Li coglierò io stesso con la mia speciosa
radioscopia e con l'ausilio del ricordo che ho delle tue note
caratteristiche. (_Riflette._) La piú spiccata era l'amore per tua
moglie:--un amore incommensurabile e ininterrottamente afflittivo.
Quando, nelle tue ore di studio, non affliggeva lei in carne ed ossa, ne
affliggeva l'effigie!... E vedo che la sua fotografia è tuttora lí,
appiccicata al tuo scrittoio. (_Va a prenderla e se la mette davanti
allo sguardo._) Bella donna, non c'è che dire! Bella e giovanissima!
Piacerebbe anche a me se non fosse tua moglie!... (_Osserva_) Continui a
mutare la cornice di tanto in tanto. Sempre una piú preziosa dell'altra.
(_Ripone la fotografia sullo scrittoio._) Sicché: le cose stanno come
stavano. Il punto di partenza della mia diagnosi dev'essere questo: «tu
ami tua moglie come l'amavi».
FRANCESCO
(_tornando a sedere_) Bada che ti sbagli.
ULRICO
L'ameresti di piú?... Santo Iddio, sarebbe spaventevole!
FRANCESCO
La detesto!
ULRICO
Oh, caspita!... (_Lo fissa._) Hai scoperto che ti tradisce? Hai scoperto
che ha un amante?
FRANCESCO
Se avessi scoperto di essere tradito, non so quale enormezza avrei
commessa.
ULRICO
(_ironico_) Avresti avuto il diritto di ammazzarla!
FRANCESCO
(_convinto_) Ah, sí!
ULRICO
Il diritto è quella istituzione per la quale, quando che vogliamo, ci si
cava il gusto di dare qualche fastidio al prossimo senza fargli le
scuse. E, abbi pazienza, chiariscimi la situazione. Dal momento che tua
moglie ti è fedele, perché la detesti?
FRANCESCO
Non avermi tradito... non significa che mi è fedele.
ULRICO
Ti è infedele... col pensiero?
FRANCESCO
Ne ho il sospetto.
ULRICO
Per il semplice sospetto d'una infedeltà platonica, tu detesti colei che
hai tanto amata? Non è giusto. (_Col tono di chi dissimula di pigliare
in giro qualcuno_) Avresti dovuto innanzi tutto sincerarti. Sarebbe
stato approssimativamente giusto detestarla dopo di aver bene accertato
l'adulterio del pensiero.
FRANCESCO
(_traboccando_) E come si fa a guardare nel cervello altrui? Come si fa
a sorprendere la verità che vi si appiatta se perfino quella che è nel
cervello nostro talvolta ci si nasconde?
ULRICO
(_si frega le mani, ridendo_) Eh eh eh eh!... Precisamente! È alquanto
piú complicato che sorprendere il baco in una ciliegia bacata!
FRANCESCO
(_tutto agitato dalle sue idee, che ribollono_) Dal primo balenio del
sospetto ho frugato nel cervello di lei con l'acume, col rigore e con
l'accanimento d'un poliziotto che frughi nel nascondiglio di un
malfattore. Nulla ne ho cavato fuori che avesse la precisa vivezza della
verità assoluta. La fatica che ella compiva per affermare di essermi
fedelissima poteva parere una fatica compiuta per nascondermi la sua
infedeltà o per ingannare sé stessa. Ogni protesta poteva parere una
trepida difesa. Ogni lagrima poteva parere versata pel dolore d'una
rinunzia. Ogni «sí» aveva anche il suono di un «no». Ogni «no» aveva
anche il suono di un «sí». La verità qual era? dov'era?... Non è giusto
che io detesti colei che ho tanto amata?... La giustizia non c'entra. Il
mio sentimento non è una punizione, non è una condanna, non è un'accusa.
Io la detesto senza accusarla, senza giudicarla. La detesto per la sua
incapacità di debellare il mio sospetto. E di questa incapacità si è
confessata proponendomi la separazione.
ULRICO
Vi separerete?!
FRANCESCO
Dovevo bene accettare la sua proposta. L'ho accettata.
(_Pausa._)
ULRICO
(_con un'aria da medico accorto e dotto_) Amico mio, il tuo male non è
molto diverso dal male che io mi vanto di aver superato. L'origine di
entrambi i mali?... Un egoismo esuberante. L'egoismo fa la buona salute
se resta nel campo della praticità, se resta nel campo della
materialità, in cui tutto è riconoscibile, tutto è distinguibile, tutto
è piú o meno facile ottenere. Ma se sconfina e va a caccia di quel che
non si distingue, di quel che non si vede e che forse non è mai
esistito, se ambisce ad afferrare l'inafferrabile, produce
sconvolgimenti gravissimi, che, per giunta, si propagano intorno con una
irradiazione catastrofica. Tu non ti sei accontentato di chiedere a tua
moglie la fedeltà del corpo. Hai preteso da lei la fedeltà del pensiero,
cioè della mente, cioè del cuore, cioè dell'anima, cioè del diavolo che
ti porti, con la relativa prova concreta inconfutabile matematica!
Conseguenza fatale: sconvolgimento e irradiazione catastrofica! Adori
tua moglie e la detesti, la vuoi e non la vuoi, l'accusi e non l'accusi,
ti torturi e la torturi, soffri e la costringi a soffrire, impazzisci e
la costringi a impazzire. Io non avevo una moglie. L'egoismo mio non si
specializzava. Esso riguardava tutte le donne che passavo in rassegna
pretendendo di trovare l'onestà con la relativa prova concreta
inconfutabile matematica. Non le torturavo troppo perché riuscivano
sempre a svignarsela. L'irradiazione mancava. Ma, intanto, mi torturavo
io. Detestavo, adoravo, soffrivo, impazzivo,--impazzii! Mi sono curato,
e ora non soffro piú, non adoro piú, non detesto piú!... E sai quel che
ho fatto?... (_Si accalora, si elettrizza_) Come scelgo i cibi, i vini e
i liquori che piú mi letificano, ho scelta la mia donna nelle immense
fucine dell'abbrutimento. Giuro che non ce n'è un'altra di piú bassa
carata sulla faccia della terra! La mia donna è mia perché è di tutti.
Ha verso di me il merito insigne di piacermi infinitamente, e, se il
saperla di tutti mi desse un qualunque senso di pena o di ribrezzo o di
gelosia o di rancore, temerei di non aver conseguita la perfezione!
(_Ride_) Eh eh eh eh! (_Poi, con una scrosciante violenza_)
Brutalizzarsi, mio caro! Questa è la cura!
FRANCESCO
(_ha un brivido di nausea, e mormora:_) Potrebbe essere vero!...
ULRICO
(_dopo una breve pausa_) Ho chiacchierato troppo. E quindi ho sete. Non
di acqua, beninteso. Ho sete di absinthe: il liquido che piú mi è
omogeneo. In casa tua certamente non ce n'è. Vo' a berne in una buvette
qualunque. Mi accompagni?
FRANCESCO
(_lugubre_) Ti accompagno. E beverò anch'io.
ULRICO
Bravo!
FRANCESCO
(_si leva.--Preme un bottone della soneria elettrica._)
UNA CAMERIERA
(_dalla destra_) Ha chiamato?
FRANCESCO
Dite alla signora che esco. E portatemi il mio cappello.
(_La Cameriera va._)
ULRICO
... E a quando la separazione?
FRANCESCO
Dipenderà da lei.
ULRICO
(_incredulo_) Se hai sinceramente accettata la sua proposta, meglio non
ritardare.
FRANCESCO
Sono preparato, io! Non lo vedi che sono preparato?
ULRICO
(_rude_) E un taglio netto ha da essere!
FRANCESCO
Lo so.
ULRICO
Si applica molto cloroformio, ed energicamente si esegue.
LA CAMERIERA
(_ritornando e porgendo il cappello a Francesco_) La Signora la
pregherebbe di attendere un momento.
FRANCESCO
(_accigliandosi_) Attenderò.
(_La Cameriera si ritira._)
ULRICO
Pare che ti tocchi di litigare ancora un po' con tua moglie. Trastullerò
la sete con una sigaretta e mi tratterrò pazientemente in giardino,
purché la cosa non vada troppo per le lunghe.
FRANCESCO
No, Ulrico! Tu mi farai il favore di non allontanarti. La presenza tua
eviterà a me e a lei un'altra eventuale discussione, lacerante e oramai
inutile.
ULRICO
Allora, stai tranquillo: non mi muovo di qui. Duro come una sentinella!
VI.
AGNESE
(_entra dolorosa e rigida.--Non riconosce Ulrico.--Resta interdetta._)
Ti credevo solo.
ULRICO
I miei omaggi, Signora!
AGNESE
(_saluta, incerta, con un cenno del capo._)
FRANCESCO
È Ulrico Nargutta...
AGNESE
(_con cordialità poco espansiva_) Voi, Ulrico?... Perdonatemi di non
avervi riconosciuto. Vi vedo dopo un anno d'assenza... E siete cosí
trasformato!
ULRICO
Piú che trasformato, Signora! Del Nargutta di una volta non sopravvivono
che l'amicizia da cui egli era legato al dottor Francesco Floriani e la
devozione da cui era legato alla consorte di lui.
FRANCESCO
(_ad Agnese_) Che hai da comunicarmi con tanta fretta?
AGNESE
(_reticente_) ... Una mia decisione. Ma...
FRANCESCO
Ulrico è informato di tutto. È naturale che io non abbia voluto celare a
un intimo e sperimentato amico di casa ciò che tra breve non sarà un
segreto per nessuno. Puoi parlare liberamente.
AGNESE
(_noncurante e altera: non sdegnosa, non iraconda_) Per conto mio, non
ho nulla da celare a un amico di casa, e non avrei nulla da celare
neanche a una folla di estranei. Sicché, accolgo il tuo invito di
parlare liberamente. La decisione che ho presa è di lasciarti oggi
stesso.
FRANCESCO
(_con esasperata meraviglia_) Oggi stesso?!
AGNESE
Quando rincaserai, io sarò già via.
FRANCESCO
Ma questa è una fuga! È una fuga, Agnese! Tu fuggi.
AGNESE
Sí, fuggo.
FRANCESCO
E quale fatto nuovo o quale allarme t'induce a fuggire cosí?... Ti sono
sembrato, a un tratto, un manigoldo? un delinquente? un nemico?
AGNESE
Non riempire la tua voce di parole da fanciullo! Io profitto d'un
impulso che certo prima di domani sarà svanito.
ULRICO
(_borbotta in sordina:_) Approvo.
AGNESE
(_concitata_) Fuggo per non aspettare l'ora della resipiscenza, per non
aspettare l'ora della mia e della tua viltà; fuggo per schivare,
soprattutto, la tregua ingannatrice della notte che alla viltà della
transazione ci trascina; fuggo perché, se non fuggissi, se non ti
lasciassi oggi fuggendo, non ti lascerei, credo, mai piú, e non avrebbe
piú fine il conflitto che miseramente distrugge la nostra esistenza e la
nostra dignità! Sii forte, Francesco, come sono io, e non impedirmi di
fuggire.
FRANCESCO
(_terreo, appena reggendosi in piedi_) Non te lo impedisco.
(_Un silenzio._)
ULRICO
(_senza accorgersene, si è scostato.--Ora, dal fondo, assiste,
attentissimo, e, suo malgrado, pietoso, «al taglio netto». Ha davvero
l'atteggiamento di chi assista a un'audace operazione cerusica._)
FRANCESCO
E dove andrai?... Dove andrai?... Alla ventura?...
AGNESE
Parto per Firenze. E lí abiterò la modesta casetta in campagna che era
il mio piccolo patrimonio di orfana.
FRANCESCO
(_stentando a esprimersi_) Io esigo... che, almeno, tu viva in una certa
agiatezza. Permetterai, spero, che io te ne sia garante, che io ne
assuma l'impegno.
AGNESE
La vita di solitudine a cui mi dispongo rifiuterebbe l'agiatezza che non
somigliasse un poco alla povertà. E poi... pensa che sempre caro mi fu
destinare i nostri risparmi all'opera umanitaria della tua generosità e
del tuo ingegno. Desidero che questo contributo non manchi e non
diminuisca. Continuerà ad essere, in parte, l'obolo mio.
FRANCESCO
Sarò scrupoloso interprete del tuo desiderio.
AGNESE
Ti ringrazio. E addio! (_Con fermezza eroica, gli stende la mano in una
profferta di leale commiato._)
FRANCESCO
(_con pari fermezza istantanea, gliela stringe nella sua._) Addio,
Agnese.
(_Tutti e due, solenni, si guardano con gli occhi tristi che si vietano
le lagrime._)
(_Qualche lagrima, invece, vela gli occhi di Ulrico._)
(_Le mani di Agnese e di Francesco si staccano l'una dall'altra,
sbianchite, cadenti._)
AGNESE
(_non sa piú dominarsi, ed esce veloce._)
FRANCESCO
(_come colpito da un proiettile al petto, cade a sedere di piombo su una
sedia che gli è vicina._)
ULRICO
(_non osa accorrere.--Gli si gelano le vene.--Indi, reagendo con una
specie di rabbia, emette una voce acre stridula sferzante:_) Vieni o non
vieni?
FRANCESCO
(_si leva súbito, ma senza fiato, senza sguardo._) Vengo.
SIPARIO.
SECONDO ATTO
_Un piccolo salotto--tipicamente equivoco. Un'aria di roba vecchia e
raccozzata._
_Non grossi mobili. Un leggero tavolinetto tondo, con su una sigariera.
Una mensola, con su bottigliette di liquori e bicchierini. Qualche
sedia, parecchie poltrone di forme diverse. Molti specchi corrosi,
screziati, uno dei quali è piú alto e sorge dall'impiantito. Un gran
divano: cioè, uno di quei divani che si chiamano «alla turca»; basso,
larghissimo, senza spalliera, senza piedi, carico di cuscini. Un
drappeggio di cattivo gusto incornicia lo specchio piú alto e guernisce
lo stipite di una porta in fondo, da cui si accede a un corridoio.
Predomina il rosso in svariati toni: vivido, smortito, vermiglio,
cremisino, paonazzo, quasi arancione, quasi roseo, quasi amaranto.
Questa varietà è distribuita sulla tappezzeria della porta e della
specchiera, sulla stoffa del divano, su i cuscini, sulle poltrone, sul
tappeto frusto e rappezzato che copre in parte il pavimento, su certi
sbrendoli attaccati ai muri per addobbo._
_Alla parete laterale di sinistra è--in primo piano--una porticina un
po' misteriosa di minime dimensioni. Alla parete opposta un'altra porta,
di dimensioni normali. In un angolo, il braccio d'un fantoccio di legno
raffigurante un moro regge una lampadina elettrica._
_Dal soffitto penzola un gruppo di quattro grosse lampadine di vetro
turchino._
I.
_Sera._
_La porta, in fondo, è chiusa. È soltanto accesa la lampadina del moro,
di cui biancheggiano i denti in uno stupido sorriso immobile.--Nella
scarsa luce si spande fantasticamente la sinfonietta del rosso.--Sul
divano dorme_ SONIA ZAROWSKA.--_Bella. Biondissima. Pallida, d'un
pallore latteo. E nel pallore sembrano morti i suoi occhi sigillati dal
sonno, orlati di bistro e cinti da un cerchietto livido.--Non è distesa,
né supina. Il suo corpo si sprofonda nei cuscini, bisbeticamente
scomposto. Dalla stretta e succinta veste nera, che è cosparsa di lucide
pagliuzze cangianti, tutte si rivelano le membra torte e squinternate.
Una gamba è scoperta fino al ginocchio, e tra il nero della veste e il
rosso dei cuscini risalta il grigio perla della calza velina.--Un
mantello è a terra, aggrovigliato, presso il divano. Un tocchetto
bizzarro è, capovolto, su una sedia._
SONIA