III.

E torniamo a Silvio Pellico. Quale meraviglia se, sopraggiunto il

carcere e col carcere le mortali malattie e i mortali abbattimenti e, di

conserva, la dissuetudine e l'impossibilità degli ordinati studi e

l'ozio forzato e gli stessi faticosi esercizi mnemonici e l'isolamento e

la mancanza di consigli e di critiche nel grande e vitale ambiente della

pubblicità, quale meraviglia, dico, se nello spirito del prigioniero

quel suo nutrimento letterario, già per se scarso, presto venne meno e

lo lasciò quasi vuoto ed esausto? Nel rileggere in questi giorni le

molte liriche religiose e le _Cantiche_, che il Pellico compose durante

e dopo la sua prigionia, mi si è venuta formando in mente l'idea di una

speciale malattia psichica, ch'io chiamerei _anemia letteraria_. Non è

che il poeta sia morto in lui; vive anzi in una specie di anelito

incessante, in uno sforzo fervoroso che gli si leva dal fondo

dell'anima, e col quale egli vorrebbe toccare un alto segno. Ma egli

s'agita un poco e ricasca spossato. Non di rado l'inizio d'un

componimento o, come direbbero i musici, lo _spunto_ è felice e si vede

che il tema si era presentato, alla prima, dinanzi alla fantasia del

poeta con linee vaghe e nuove, con colori freschi e attraenti. Non è

bello l'esordio della cantica _Tancreda_?

E voi pur mie native itale balze

Siate albergo ai prodi. A quelle antiche

Lance il mio sguardo affiso, onde severo

Di questa sala addobbo han le pareti,

E in ciascuna vegg'io di queste lance

La storia di un eroe. Tu generosa

Fanciulla del Chiusone abbi il mio canto.

Del torrente Chiusone io visitai

La sacra valle, e visitai quel loco

Ove le gorgoglianti acque comprime

Di qua e di là deserto, orrido monte;

E orrido più a sinistra e di pendenti

Alto rupi tutto irto, il Mal-Andaggio;

E salii quelle rupi, ed ombreggiata

Di scarsi annosi pini una fontana

Mi dissetò...

Non è pieno di gentili promesse il principio della lirica in morte della

Teresa Gonfalonieri?

No, pia, no, gentile

Per me non sei morta!...

E molti altri esempi potrei citare: ma appena l'artista ha fatto pochi

passi, subito lo invade una estenuazione e una insufficienza di forze

che lo costringe a vacillare e piegare sotto il peso. Sono locuzioni

intralciate, trapassi faticosi, innesti sgraziatissimi di modi

volgarmente prosaici accompagnati ad altri tutti affettazione rettorica.

È uno stento, un languore che fa pena. L'onda lirica si rompe e svapora

in quei tentennamenti dello stilista inesperto ed esaurito. I più nobili

entusiasmi spirituali non serbano nemmeno la sincerità dell'accento e

paiono esaltamenti a freddo; la stessa pietà religiosa inciampa e smania

nelle minuzie di un bigottismo da femminuccie. Il poeta stesso se ne

avvede, se ne addolora e ne chiede ragione a Dio con un'apostrofe

abbastanza felice:

Perchè mi hai dato questa inneffabile

Sete di canto?

Perchè poni tu in me questi palpiti

Ricchi d'amor?

Egli, soggiunge, non ha «l'energico inno del possente Manzoni» egli non

può che versare gemiti e lagrime ai piedi del trono divino. Iddio gli

risponde nel dialogo, confortandolo: — Ispirai l'alto carme d'Isaia; ma

anche la rozza parola di Amos può consolare gli uomini e chiamarli a

verità. — Ma mentre ci aspettiamo dunque gli accenti rudi, schietti,

efficaci di questo profeta popolare, ecco che vien giù una sbroscia di

strofe come queste:

— Da più secoli squarciano Italia

Parti luttanti: (?)

Fa ch'io rotto impostori e magnanimi

Scerna fra lor.

— Del Vangel l'amantissimo spirto

Luce sia a tua ragione, a tuoi canti:

Spirar dei l'amor patrio de' Santi,

Ch'è bontà, sacrificio ed onor...

Così miseramente terminò il poeta che aveva esordito salutato

dall'ammirazione di Giorgio Byron e dalle speranze di tutta Italia.

Però la critica è obbligata a fermarsi dinanzi a un fatto che contiene

una forte obiezione. Silvio Pellico, mentre appunto volgeva, anzi mentre

si compiva il periodo di quel suo dissolvimento letterario, scriveva _Le

mie prigioni_, un libro che non solo è il suo capolavoro, ma che, a

ragione, si considera come un modello di narrazione sobria, equilibrata,

potente di poesia e di verità. Pietro Giordani, che non aveva alcuna

ragione d'amare in Pellico nè le idee nè la letteratura e che molte

ragioni invece aveva di non amarlo, non seppe trattenere la propria

ammirazione per questo libro, confessandosi «spaventato» dinanzi alla

sua efficacissima semplicità. Anche adesso che i fatti narrati sono

tanto lontani e che la pietà è naturalmente illanguidita e che la

suggestione politica non entra più, segreta consigliera, a piegare

l'animo in favore del libro, il libro resiste agli assalti del tempo,

alle mutate ragioni delle idee e del gusto, alla stessa voglia

preconcetta che uno potrebbe benissimo avere di trovarlo minore della

fama e della fortuna. Si prende in mano il volumetto, si procede d'uno

in altro capitolo, tante volte letti, e a breve andare la prima

ammirazione vi ripiglia, vi domina, vi soggioga. Si rivedono i luoghi,

le persone, gli episodi del lungo dramma doloroso, ripensato con tanta

mansuetudine e raccontato con tanta naturalezza; s'arriva all'ultima

pagina, si ripone il piccolo libro, ma si è convinti che verrà un giorno

in cui bisognerà riprenderlo e rileggerlo... Il libro delle _Prigioni_

avrà insomma dei difetti letterari, ne ha anzi senza dubbio, ma non

certo di quelli pei quali un tempo Ruggero Bonghi lamentò e cercò di

spiegare la scarsa corrispondenza che esiste fra la curiosità del

pubblico e i libri scritti nella nostra lingua. E questo certamente non

è piccolo pregio.

È il miracolo non infrequente della letteratura auto-biografica. Silvio

Pellico, nel periodo del suo scadimento letterario, ebbe ancora la forza

di osservarsi e di raccontare: l'osservazione fu nitida, la narrazione

fu sempre, non so se storicamente ma certo artisticamente, sincera; e il

bellissimo libro venne fuori. Fu come un drappo prezioso e pietoso che

il liberato dallo Spielberg gettava sopra la sua morta giovinezza d'uomo

e di poeta.

L'anemia letteraria poteva continuare il suo corso. Oramai lo stesso

Pellico ne era convinto. Si sentiva infiacchito, sfinito; e anche di

questo si rimetteva con umiltà cristiana al buon Dio, che dona e che

toglie.

Quanta ressa di consigli, di eccitamenti, di rimproveri, talvolta anche

acerbissimi, non fu fatta per vent'anni intorno al povero Pellico perchè

ripigliasse la penna e non deludesse più a lungo il pubblico italiano di

grandi aspettazioni che avevano tutte le apparenze per dirsi non solo

legittime ma ben anche imperative! Talvolta egli, tanto per dimostrare

la sua buona volontà, si rimetteva a qualche lavoro di lena e ritentava

la tragedia, la cantica, il romanzo; ma io tengo per fermo che non gli

avrebbero sorriso, come un beneficio postumo, le postume pubblicazioni

della _Civiltà Cattolica_ e di altri.

La verità sul proprio fato di poeta egli l'aveva ben chiara nell'animo,

il buon Silvio; e l'aveva molto onestamente scritta a Federico

Confalonieri nel Maggio del 1838. «Tu ed altri buoni mi consigliereste a

scrivere..... Ottima è la vostra cara intenzione; e seguirei il

consiglio se potessi. Mi manca la salute, mi manca quel pungolo

d'ambizione e di speranza che sprona; mi manca la fiducia delle mie

forze, le quali davvero conosco deboli: sono un uomo che ho poco fiato,

un uomo che vive poco distante dalla tomba e sorride alle voci che gli

dicono: sorgi!... Sì, amico e fratello mio, sorgerò, ma non più sulla

terra. Qui la mia parte è oramai finita; e se ora ve ne ha una, ell'è di

patire e amare in silenzio. Del resto è assai verosimile, che se invece

di pochissimi volumi da me scritti, ne avessi dato ancora parecchi al

pubblico, l'effetto sarebbe stato minore....»

Bisogna chinarsi con riverente pietà dinanzi a questa confessione.

Donne e poeti · 第 18 / 21 题