E torniamo a Silvio Pellico. Quale meraviglia se, sopraggiunto il
carcere e col carcere le mortali malattie e i mortali abbattimenti e, di
conserva, la dissuetudine e l'impossibilità degli ordinati studi e
l'ozio forzato e gli stessi faticosi esercizi mnemonici e l'isolamento e
la mancanza di consigli e di critiche nel grande e vitale ambiente della
pubblicità, quale meraviglia, dico, se nello spirito del prigioniero
quel suo nutrimento letterario, già per se scarso, presto venne meno e
lo lasciò quasi vuoto ed esausto? Nel rileggere in questi giorni le
molte liriche religiose e le _Cantiche_, che il Pellico compose durante
e dopo la sua prigionia, mi si è venuta formando in mente l'idea di una
speciale malattia psichica, ch'io chiamerei _anemia letteraria_. Non è
che il poeta sia morto in lui; vive anzi in una specie di anelito
incessante, in uno sforzo fervoroso che gli si leva dal fondo
dell'anima, e col quale egli vorrebbe toccare un alto segno. Ma egli
s'agita un poco e ricasca spossato. Non di rado l'inizio d'un
componimento o, come direbbero i musici, lo _spunto_ è felice e si vede
che il tema si era presentato, alla prima, dinanzi alla fantasia del
poeta con linee vaghe e nuove, con colori freschi e attraenti. Non è
bello l'esordio della cantica _Tancreda_?
E voi pur mie native itale balze
Siate albergo ai prodi. A quelle antiche
Lance il mio sguardo affiso, onde severo
Di questa sala addobbo han le pareti,
E in ciascuna vegg'io di queste lance
La storia di un eroe. Tu generosa
Fanciulla del Chiusone abbi il mio canto.
Del torrente Chiusone io visitai
La sacra valle, e visitai quel loco
Ove le gorgoglianti acque comprime
Di qua e di là deserto, orrido monte;
E orrido più a sinistra e di pendenti
Alto rupi tutto irto, il Mal-Andaggio;
E salii quelle rupi, ed ombreggiata
Di scarsi annosi pini una fontana
Mi dissetò...
Non è pieno di gentili promesse il principio della lirica in morte della
Teresa Gonfalonieri?
No, pia, no, gentile
Per me non sei morta!...
E molti altri esempi potrei citare: ma appena l'artista ha fatto pochi
passi, subito lo invade una estenuazione e una insufficienza di forze
che lo costringe a vacillare e piegare sotto il peso. Sono locuzioni
intralciate, trapassi faticosi, innesti sgraziatissimi di modi
volgarmente prosaici accompagnati ad altri tutti affettazione rettorica.
È uno stento, un languore che fa pena. L'onda lirica si rompe e svapora
in quei tentennamenti dello stilista inesperto ed esaurito. I più nobili
entusiasmi spirituali non serbano nemmeno la sincerità dell'accento e
paiono esaltamenti a freddo; la stessa pietà religiosa inciampa e smania
nelle minuzie di un bigottismo da femminuccie. Il poeta stesso se ne
avvede, se ne addolora e ne chiede ragione a Dio con un'apostrofe
abbastanza felice:
Perchè mi hai dato questa inneffabile
Sete di canto?
Perchè poni tu in me questi palpiti
Ricchi d'amor?
Egli, soggiunge, non ha «l'energico inno del possente Manzoni» egli non
può che versare gemiti e lagrime ai piedi del trono divino. Iddio gli
risponde nel dialogo, confortandolo: — Ispirai l'alto carme d'Isaia; ma
anche la rozza parola di Amos può consolare gli uomini e chiamarli a
verità. — Ma mentre ci aspettiamo dunque gli accenti rudi, schietti,
efficaci di questo profeta popolare, ecco che vien giù una sbroscia di
strofe come queste:
— Da più secoli squarciano Italia
Parti luttanti: (?)
Fa ch'io rotto impostori e magnanimi
Scerna fra lor.
— Del Vangel l'amantissimo spirto
Luce sia a tua ragione, a tuoi canti:
Spirar dei l'amor patrio de' Santi,
Ch'è bontà, sacrificio ed onor...
Così miseramente terminò il poeta che aveva esordito salutato
dall'ammirazione di Giorgio Byron e dalle speranze di tutta Italia.
Però la critica è obbligata a fermarsi dinanzi a un fatto che contiene
una forte obiezione. Silvio Pellico, mentre appunto volgeva, anzi mentre
si compiva il periodo di quel suo dissolvimento letterario, scriveva _Le
mie prigioni_, un libro che non solo è il suo capolavoro, ma che, a
ragione, si considera come un modello di narrazione sobria, equilibrata,
potente di poesia e di verità. Pietro Giordani, che non aveva alcuna
ragione d'amare in Pellico nè le idee nè la letteratura e che molte
ragioni invece aveva di non amarlo, non seppe trattenere la propria
ammirazione per questo libro, confessandosi «spaventato» dinanzi alla
sua efficacissima semplicità. Anche adesso che i fatti narrati sono
tanto lontani e che la pietà è naturalmente illanguidita e che la
suggestione politica non entra più, segreta consigliera, a piegare
l'animo in favore del libro, il libro resiste agli assalti del tempo,
alle mutate ragioni delle idee e del gusto, alla stessa voglia
preconcetta che uno potrebbe benissimo avere di trovarlo minore della
fama e della fortuna. Si prende in mano il volumetto, si procede d'uno
in altro capitolo, tante volte letti, e a breve andare la prima
ammirazione vi ripiglia, vi domina, vi soggioga. Si rivedono i luoghi,
le persone, gli episodi del lungo dramma doloroso, ripensato con tanta
mansuetudine e raccontato con tanta naturalezza; s'arriva all'ultima
pagina, si ripone il piccolo libro, ma si è convinti che verrà un giorno
in cui bisognerà riprenderlo e rileggerlo... Il libro delle _Prigioni_
avrà insomma dei difetti letterari, ne ha anzi senza dubbio, ma non
certo di quelli pei quali un tempo Ruggero Bonghi lamentò e cercò di
spiegare la scarsa corrispondenza che esiste fra la curiosità del
pubblico e i libri scritti nella nostra lingua. E questo certamente non
è piccolo pregio.
È il miracolo non infrequente della letteratura auto-biografica. Silvio
Pellico, nel periodo del suo scadimento letterario, ebbe ancora la forza
di osservarsi e di raccontare: l'osservazione fu nitida, la narrazione
fu sempre, non so se storicamente ma certo artisticamente, sincera; e il
bellissimo libro venne fuori. Fu come un drappo prezioso e pietoso che
il liberato dallo Spielberg gettava sopra la sua morta giovinezza d'uomo
e di poeta.
L'anemia letteraria poteva continuare il suo corso. Oramai lo stesso
Pellico ne era convinto. Si sentiva infiacchito, sfinito; e anche di
questo si rimetteva con umiltà cristiana al buon Dio, che dona e che
toglie.
Quanta ressa di consigli, di eccitamenti, di rimproveri, talvolta anche
acerbissimi, non fu fatta per vent'anni intorno al povero Pellico perchè
ripigliasse la penna e non deludesse più a lungo il pubblico italiano di
grandi aspettazioni che avevano tutte le apparenze per dirsi non solo
legittime ma ben anche imperative! Talvolta egli, tanto per dimostrare
la sua buona volontà, si rimetteva a qualche lavoro di lena e ritentava
la tragedia, la cantica, il romanzo; ma io tengo per fermo che non gli
avrebbero sorriso, come un beneficio postumo, le postume pubblicazioni
della _Civiltà Cattolica_ e di altri.
La verità sul proprio fato di poeta egli l'aveva ben chiara nell'animo,
il buon Silvio; e l'aveva molto onestamente scritta a Federico
Confalonieri nel Maggio del 1838. «Tu ed altri buoni mi consigliereste a
scrivere..... Ottima è la vostra cara intenzione; e seguirei il
consiglio se potessi. Mi manca la salute, mi manca quel pungolo
d'ambizione e di speranza che sprona; mi manca la fiducia delle mie
forze, le quali davvero conosco deboli: sono un uomo che ho poco fiato,
un uomo che vive poco distante dalla tomba e sorride alle voci che gli
dicono: sorgi!... Sì, amico e fratello mio, sorgerò, ma non più sulla
terra. Qui la mia parte è oramai finita; e se ora ve ne ha una, ell'è di
patire e amare in silenzio. Del resto è assai verosimile, che se invece
di pochissimi volumi da me scritti, ne avessi dato ancora parecchi al
pubblico, l'effetto sarebbe stato minore....»
Bisogna chinarsi con riverente pietà dinanzi a questa confessione.