SALVATOR ROSA — _Satire, la Guerra_

Tra i moltissimi scrittori sincroni o quasi, che narrarono le vicende

della rivoluzione napoletana del 1647-48, non mancarono coloro,

che vollero dar ai lontani e tramandare ai posteri, notizia delle

fattezze, delle abitudini, della vestitura e del carattere del

famoso pescivendolo, che fu l'iniziatore di quel moto meraviglioso.

Essi furono il dottor Aniello della Porta[245]; il dottor Tizio

della Moneca[246]; ed il noto letterato e genealogista Giuseppe

Campanile[247], nei loro Diarii tuttora inediti; ed il Giraffi o

Liponari[248], il Della Torre[249], il Birago[250], ed il Buragna[251],

autori di opere sull'argomento già divulgate per le stampe, e

finalmente il Sauli, non ha guari edito[252]; tutti per lo più

testimoni oculari dei fatti che narrano.

Ora, secondo costoro, che io qui confronto e riassumo concordando ed

interpretando al meglio le loro parole, che sia per ignoranza, sia per

modo diverso di vedere, o di apprezzamenti, sia per poca proprietà

di linguaggio, sono talvolta oscure o diverse, Masaniello era un

giovine di mezzana e quasi bassa statura[253], di corpo più tosto

magro e svelto[254], di bruna carnagione[255] e di bello e piacevole

aspetto[256]. Aveva i capelli castagni che erano tagliati ed attondati

sulla fronte larga e formavano una corta zazzerina da dietro[257],

gli occhi erano neri o cervoni ma vivacissimi[258], il viso più lungo

che tondo[259], il naso lungo[260]; era senza barba[261] e con piccoli

baffi biondi sul labbro[262].

Il suo ordinario abbigliamento, secondo che concordemente attestano

gli stessi scrittori del tempo, consisteva in una camicia ed in

mutande di tela grossa e ruvida, ed in una _coppola_ o berretto rosso

da marinajo in testa. Andava scalzo e portava le gambe ignude. Un

abitino della Madonna del Carmine gli pendeva sul petto, ed anche,

secondo alcuni, una piccola corona dal fianco. Qualche volta portava

“nel collo involta una tovaglia per asciugare col soverchio caldo ed

affanno i continui sudori della fronte„[263]. Nei giorni del suo impero

ordinariamente il detto abito era di dobletto bianco, e aveva spesso

una coltella sfoderata in mano[264]. Se non che quando agli 11 luglio

andò a Palazzo, ed ai 13 al Duomo per volontà del cardinale arcivescovo

Filomarino, usò un vestito di lama bianco di argento, ed un cappello

con piume bianche[265], come si vede nel quadro di Micco Spadaro.

Così i diaristi e gli storici contemporanei descrissero il celebre

pescivendolo. Nè, d'altra parte, mancarono artisti che col pennello,

col bulino, con la cera, o in qualche altro modo cercassero di

rappresentare con più evidenza ed al naturale l'immagine sua. Che anzi,

se dovesse credersi al de Dominici, parecchi e dei più famosi pittori

della scuola napoletana, gareggiarono a farne il ritratto.

Narra egli, che scoppiata la rivoluzione, Aniello Falcone per

vendicarsi degli spagnuoli, che avevano ucciso un suo parente, formò

“una compagnia di scolari che erano molti, di amici e di parenti, i

quali uniti caminando, ove gli portava il capriccio, sacrificavano

al loro furore quanti soldati spagnuoli venivano loro davanti; e,

fattone inteso Masaniello per ottenerne licenza e protezione[266],

fu dal medesimo dichiarato il Falcone (Aniello) capo della compagnia,

alla quale fu dato nome: la Compagnia della Morte„. Erano tra questi

Salvator Rosa, Carlo Coppola, Andrea ed Onofrio di Lione, Paolo

Porpora, Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro, Marzio Masturzo,

Pietro del Pò, Giuseppe Marullo, Giuseppe Garzillo, Cesare e Francesco

Fracanzani, Andrea Vaccaro col figliuolo Nicola, ed il famoso Viviano

Codagora. Tutti costoro, armati di spade e pugnali, come era l'uso di

quei tempi, andavan di giorno passeggiando per le strade, facendo da

gradassi, ed uccidendo quanti disgraziati spagnuoli si paravano innanzi

ad essi.

“Non deve far maraviglia dunque, soggiunge il de Dominici, se molti

ritratti si trovino di Masaniello di mano del Rosa. Uno ne possedeva

Francesco di Maria pittore napoletano, e suo grande amico, al quale

aveva egli stesso raccontato averne ricevuta buona ricompensa, e che

Masaniello avendo saputo, che la maggior parte di quei della Compagnia

della Morte erano bravi pittori, volle che i migliori facessero il suo

ritratto, proponendo non volgar premio a chi meglio lo avesse dipinto

al naturale; lo chè benissimo potè accadere, avendo egli regnato 13

giorni e non già 8[267] come erroneamente credono alcuni. Quindi è,

che dei ritratti fatti dal Falcone, da Salvatore, da Fracanzani, dal

Marullo, dal Vaccaro, da Micco Spadaro, e Andrea di Lione, se ne vede

adornato più d'un museo; e Salvatore se ne condusse uno in Roma, ove

lo mostrò egli stesso al celebre Avvocato Giuseppe Valletta[268], e fu

anche veduto dal nostro Luca Giordano, allorchè in Roma faceva i suoi

studii: il quale aggiungeva la particolarità, che quel ritratto era

meno della grandezza del naturale, e che quelli fatti da Micco Spadaro

erano sempre in picciolo, avendo solamente Andrea Vaccaro, il Marullo,

e il Fracanzani dipinto Masaniello al naturale„[269].

Disgraziatamente però l'autorità del de Dominici, che empiva di favole

le carte delle sue vite degli artisti napoletani, è ormai sfatata,

e quello ch'egli dice della Compagnia della Morte, del concorso

fatto fare da Masaniello ai pittori per il suo ritratto è tutto

parto della sua fervida e feconda immaginazione[270]. Ed è anche

assai inverosimile, sì perchè il Capitan Generale del popolo nei

pochi giorni del suo impero, ebbe altro a che pensare, e non aveva

certamente il tempo di _posare_ avanti ai sette o otto pittori che,

secondo il de Dominici, doveano ritrarlo, e sì perchè nella natura di

lui, schiettamente popolare e napoletana, si comprende agevolmente

la soddisfazione di una passeggiata e di una _tavoliata_ a Posilipo

(14 luglio), ma non la vanità di un ritratto eseguito dai migliori

pennelli, che allora in Napoli esistevano. Nè finalmente, per quanto

io so, nelle gallerie di Napoli e di altre parti, in Italia e fuori,

si mostrano ora tele di Salvator Rosa o dei suoi compagni raffiguranti

Masaniello[271], che pure, se fosse vero quel che narra de Dominici, ne

avrebbero dovuto esser ricche.

Solo due quadri conosco, che riguardano l'argomento, di cui ragiono,

e che per altro non sono propriamente ritratti di Masaniello, sibbene

rappresentazioni della sommossa, cui egli iniziò, e nella quale

naturalmente è, come principale personaggio, raffigurato. Ed il primo,

ben noto, è la tela di Micco Spadaro (m. 1,23 x 1,79) rappresentante

il mercato di Napoli durante il primo periodo della rivoluzione

(7-16 luglio 1647) che “non solamente è maraviglioso, come il de

Dominici ben nota, ma è opera di stupore„. In esso il bravo artista

volle riunire i varii episodii di quel memorabile avvenimento, e vi

raffigurò Masaniello due volte; la prima nel secondo piano in fondo

al quadro, sul tavolato innanzi la casa da lui abitata, vestito

degli abiti ordinarii di pescatore, che con un crocefisso in mano,

arringa il popolo circostante; e la seconda nel piano più innanzi,

a cavallo, vestito di lama d'argento, e con un cappello di velluto

cremisino in testa ornato da svolacchiante pennacchio[272]. Noi per lo

scopo di questa scrittura riproduciamo qui il gruppo di Masaniello a

cavallo[273].

L'altro, poco conosciuto, o almeno poco ricordato tra noi, si conserva

nella Galleria del Principe Spada in Roma, (1ª Sala, n. 18), ed è opera

di Michelangelo Cerquozzi, discepolo del Cav. d'Arpino e di Pietro Laar

fiammingo, e famoso pittore di bambocciate e di battaglie, donde prese

il nomignolo, con cui fu più generalmente conosciuto[274].

Il quadro è lungo circa m. 1 e mezzo; alto poco meno di un metro.

Rappresenta parimenti la piazza del mercato di Napoli, ma nel primo

momento della sollevazione. Sul davanti, in primo piano, verso il

mezzo del quadro, si vede Masaniello a cavallo in camicia e mutande,

con berretto rosso in testa, che grida e minaccia col braccio destro

disteso, mentre con la sinistra regge il freno. Il cavallo bianco

sembra una rozza staccata da uno dei carri poco lontani. Dietro

Masaniello, sulla destra di chi guarda, si veggono molti ragazzi messi

in varie file, armati di lunghe canne[275] i quali anch'essi stanno

con le bocche aperte in atto di gridare. Intorno a Masaniello sono

molti _lazzari_ o marinai con berretti rossi e molti contadini che

tirano frutta in viso agli affittatori della gabella. Costoro portano

l'abito nero, con cappelli neri a larghe falde e colletti bianchi,

e scappano da tutte le parti. Un frate Domenicano, con le mani tese,

sembra inframettersi per impedire quelle violenze. Il terreno è sparso

di mucchi di frutta, cesti, sacchi, ed altri oggetti.

Nel secondo piano poi è rappresentata la piazza con la chiesa e il

campanile del Carmine in fondo, piena di gente che attende a vendere ed

a comprare in calma, ed in modo che non pare essersi ancora accorta del

tafferuglio che accade nel punto ove trovasi Masaniello.

In tutto il quadro, riprodotto anche qui per intero, bellissimo per

vivacità di composizione, per correttezza di disegno e per forza di

colorito, è specialmente da notarsi, per quel che mi riguarda, la

verità storica di alcuni dettagli; come p. e. la fisonomia tipica

napolitana dei _guaglioni_ seguaci di Masaniello, che sembrano vivi e

parlanti, il _toccalo_ in testa di alcune donne secondo il costume del

Mercato e del Lavinajo in quei tempi[276], e principalmente l'aquila

imperiale dipinta sotto le finestre della casa di Masaniello, alla

quale non badò Micco Spadaro[277].

Non debbo però tacere della tela che mostrasi nella nostra quadreria

nazionale, rappresentante a mezza figura un paffuto popolano che si

crede volgarmente il ritratto di Masaniello[278]. Egli ha un cappello

piumato in testa ed una pipa in bocca che fuma; ma la tela, comunque

forse appartenente alla fine del secolo XVII, pure non rappresenta

che un popolano qualunque, e non dei paesi nostri. Basta por mente al

cappello, insolito alla plebe napoletana, ed alla qualità della pipa,

non usata tra noi, per convincersi di questa verità.

Non parlo poi di varie tele, che per rappresentare un giovine marinaio

o pescatore, si son credute e si credono ritratti di Masaniello.

Esse non hanno alcuna autenticità. Tale a me parve un quadro che si

possedeva dal fu mio amico avv. sig. Francesco Cangiano, grande amatore

o collettore di libri ed oggetti antichi, e che ora non so, dopo la

morte di lui, in mano di chi sia capitato.

Notizie invece più sicure sul proposito, tramandate a noi da alcuni

scrittori contemporanei, ci possono condurre a più sicure congetture.

Narra il Campanile che, ucciso Masaniello ai 16 luglio, la sua testa,

dopo essere stata portata sopra una picca in trionfo per la città,

fu riposta nella conservazione dei grani, che stava alla salita degli

Studii, dove abitava Michelangelo Ardizzone, capo degli uccisori, e che

lavata con vino e con mirra, ivi egli vide che se ne faceva più di un

ritratto da un pittore. Così pure il de Santis racconta che il popolo

dolente e pentito della morte del suo Capitan-generale, prese il suo

cadavere dai fossi di Porta Nolana, ove era stato gettato, e lavatolo

nel Sebeto lo condusse alle fosse del grano, ove l'unì alla testa, e

così ravvolto in un lenzuolo lo portò nella chiesa del Carmine. Ivi,

mentre si preparavano le solenni esequie, acconciatolo all'uopo, molti

pittori fecero il suo ritratto, e ne furono formati ancora alcuni in

cera molto al naturale e ognuno ne cercava, ognuno ne voleva senza

guardare a prezzo[279].

Da tutto ciò, dunque, si può con maggiore fondamento e senza le

fantasticherie del de Dominici determinare come e quando principalmente

furono dipinti i ritratti di Masaniello, di cui si può avere notizie,

e che hanno esistito o che esistono tuttora.

Di questi ritratti, per quanto io so e per quanto dalle ricerche da

me fatte per circa un mezzo secolo mi è riuscito ricavare, un solo

conosco, che forse presenta i caratteri di autenticità che si possono

desiderare, ed è il quadro che si conserva dal Principe Rospigliosi in

un suo castello di Toscana.

Il Duca Proto di Maddaloni, da pochi anni mancato ai vivi, uomo di

molto e vivace ingegno, di svariata cultura, ma scrittore di non

sicura erudizione, soleva dire spesso che in casa di quella nobilissima

famiglia conservavasi il vero ritratto di Masaniello. Egli con maggiori

particolari, ma con parecchie inesattezze, in un giornale del 1887

scriveva lo stesso[280].

Ora ciò ricordandomi e desiderando di avere maggiori chiarimenti

sul proposito, affinchè ne avessi potuto parlare con sicurezza in

questa mia scrittura, io, in nome della Società Napoletana di Storia

Patria, alla quale ho l'onore di presedere, agli 8 ottobre dello

scorso anno, scrissi all'egregio Principe a Roma, perchè ci avesse

favorito qualche notizia intorno ad un tal quadro, dimandandogli

se, nel caso fosse esistito veramente, permetteva che se ne cavasse

una fotografia per pubblicarla a corredo della mia illustrazione. Il

nobil Uomo, con squisita cortesia, mi fece rispondere dal figlio ai 12

dello stesso mese, nei seguenti termini: “Molti anni fa il compianto

nostro amico Duca di Maddaloni, ci asseriva, noi dover possedere un

ritratto autentico di Masaniello, riportato da Napoli e regalato al

Pontefice Clemente IX, prima Cardinale Giulio Rospigliosi, dal Nunzio

Altieri[281]. Quest'ultimo succedette nel pontificato a Clemente IX,

prendendo il nome di Clemente X. Dove il nostro lamentato amico avesse

attinto la notizia del quadro, non ho potuto mai sapere; fatto si

è, che rovistando a casa tra vecchi quadri esistenti in una camera

della nostra villa di Lamporecchio io stesso, rinvenni due ritratti

con un'iscrizione in basso di tutte lettere confuse, al disopra delle

quali, a guisa di chiave, era un numero. Ordinando le lettere a seconda

di questo, componevano, l'una il nome di Masaniello e l'altra quello di

Cecco d'Ascoli. Presi cura di far restaurare e rintelare il ritratto

che lo interessa, ed ora non è che a dirle, che di buon grado mio

Padre lo mette a sua disposizione per farlo riprendere in fotografia,

trasportandolo all'uopo ancora in Firenze, se ciò in qualche maniera

agevolasse la cosa„.

Profittando così di tanta gentilezza, noi facemmo rilevare in

fotografia dall'Alinari il quadro, che qui riproduciamo in fototipia.

Il Capo-popolo è, come si vede, raffigurato in piedi fin oltre il

ginocchio; ha il capo scoverto, i capelli attondati sulla fronte

con la zazzerina al didietro, ha gli occhi grandi e vivaci, piccoli

mustacchi e non ha pelo sul mento. Sta in un atteggiamento di comando

con la mano sinistra sul fianco e con la destra distesa che stringe

una spada rivolta in giù. Porta al collo l'abitino del Carmine che si

scorge sul petto abbrunato ed il noto vestito da marinaro, camicia

e mutande di tela. Tra lo sparato della camicia si vede una carta

piegata a modo di supplica, ove si legge: “All'Ill.mo Sig. Tommaso

Aniello d'Amalfi Capitan generale del fedelissimo popolo napoletano„.

A piedi del quadro è un cartello con varie lettere maiuscole che non

fanno senso, ma che si ordinano con i numeri sovrapposti, probabilmente

in tempi posteriori, e dicono Masaniello; ma il mistero, come ognun

vede, è affatto inutile, perchè più sopra, nella supplica, il nome del

personaggio dipinto si legge assai chiaramente.

Il ritratto, a quanto pare, e secondo che mi assicurano il Palizzi ed

il Morelli, solenni maestri nell'arte, non è preso dal vero o almeno da

un personaggio vivo. Il pittore, mediocre artista, lavorò forse più di

memoria che sull'originale, e cercò evidentemente abbellire il soggetto

che doveva ritrarre.

Dei ritratti in cera, oltre quelli ricordati dal de Santis, sappiamo

che se ne fecero anche altri, quand'era ancor vivo. Vincenzo dei

Medici, residente toscano in Napoli, ai 20 agosto del 1647 scriveva al

Gran Duca nei seguenti termini: “Mi è capitato alle mani due ritratti

di cera di Maso Aniello, che erano fatti per il Vicerè, per mandarli in

Spagna; e per la memoria di quest'uomo, che perturba assai la memoria

di S. E., è svanito il trattato. Mi è riuscito, con gran difficoltà

di averli; e li mando a S. E. assicurandolo, che nessuno arriverà mai

ad avere un tal naturale, per essere fatto quando era vivo, e nemmeno

l'artefice ne ha copia. E questo è quello plebeo, il più vile di 600000

persone, che più volte ha toccato la barba del signor Vicerè, con dirli

“che non temesse stravaganze del mondo„[282].

Anche il residente di Modena in Napoli Francesco Ottonelli con

dispaccio dei 23 luglio 1647 mandava al Duca _in disegno il ritratto

di Masaniello ed una relatione degli accidenti nati doppo la morte di

lui_, ma disgraziatamente ora l'uno e l'altra mancano in quell'Archivio

di Stato[283].

Uno dei ritratti in cera ricordati dal de Santis sembra quello che ora

si conserva qui in Napoli nel ricco ed importante Museo del Duca di

Martina. Guardandolo attentamente si arguisce ben tosto che dovette

essere fatto dopo la morte di Masaniello. È una teca rotonda, con

capsula di rame dorata con cristallo avanti. Nel fondo, attaccato su

tavoletta circolare, si vede la testa di Masaniello fatta in cera,

dipinta a colori naturali e verniciata. La tinta della carnagione è

molto bruna. Ha i capelli arruffati, gli occhi spalancati e la lingua

molto sporgente dalla bocca. Pare la testa di un impiccato.

Il fondo della teca è dipinto di color grigio, e in giro ha

l'iscrizione a caratteri rosso-cupi che dice: “Ritratto di Masaniello

fatto dal vero poco dopo morto G. B. Bianco fecit„. Di costui non ho

trovato notizia finora.

Parecchie poi sono le figure incise nella seconda metà del secolo XVII

in rame o ad acquaforte, che rappresentano il famoso pescivendolo e che

sono state fino ai tempi nostri divulgate. E prima tra esse è quella

che trovasi in fronte del libro dell'Amatore, _Napoli sollevata_,

stampato in Bologna nel 1650. Masaniello ivi è raffigurato alla testa

dei _figlioli_ armati di cannucce, è vestito di una camiciuola e di

mutande all'uso marinaresco, porta il berretto solito in testa ed una

bandiera sulle spalle, e si volge a coloro che lo seguono, e col dito

sulle labbra intima il silenzio. Se non che la figura è più tosto la

rappresentazione di un fatto che della persona. Sopra la medesima è

scritto in spagnolo “El major monstruo del mundo y prodixio dela Italie

Tomas Annielo d'Amalfi„.

Altre invece, dello stesso tempo o di poco posteriori, sono o almeno

hanno la pretensione di essere propriamente ritratti. Tal è quello

che si vede in fronte alla traduzione inglese dell'opera del Giraffi,

stampata in Londra nel 1650. Il Capo-popolo è ritto in piedi, ha

mustacchi neri, folti e volti all'insù, la zazzerina, e l'apparenza

di un uomo tra i 30 o 40 anni. Sta nello stesso atteggiamento del

ritratto di casa Rospigliosi, cioè, tiene la sinistra appoggiata al

fianco e la destra distesa in atto di mostrare qualche cosa. Porta

il costume marinaresco, solchè contro ogni verità la camiciuola è di

color turchino. Sotto si legge: _Effigie et vero ritratto di Masaniello

comandante in Napoli_[284]. Tal è l'altro, che si trova nell'edizioni

dello stesso libro tradotto in fiammingo, fatte nel 1652 e nel 1664

in Olanda[285]. In ambedue Masaniello è ritratto di fantasia a mezza

figura, piuttosto giovane, con grandi occhi, e con grossi mustacchi

neri, come nel precedente, con berretto in testa.

Della stessa natura e del pari immaginarii sono quelli, che Giovanni

Palazzo nel libro intitolato: _Aquila austriaca_[286], e Adolfo

Brachelio nell'_Historia sui temporis_[287] riprodussero. Queste due

opere furono edite intorno alla metà del secolo XVII.

Alquanto diversa, ed anche più arbitraria delle precedenti, è la figura

che si vede di fronte a un'altra edizione della traduzione inglese

del libro del Giraffi, fatta pure in Londra nel 1664, con l'aggiunta

di una 2ª parte, che contiene la continuazione del medesimo stampata,

non saprei dirne la ragione, nel 1663. Nella 1.ª parte Masaniello,

il _pescatore di Napoli_, così sotto si legge, è rappresentato a

personaggio intero. Ha, contro il solito, la destra col bastone del

comando appoggiata al fianco, e la sinistra coll'indice disteso.

Il mustacchio, non così folto come negli altri, è svolazzante. Ha

l'apparenza di un giovane ed il solito costume marinaresco. Nel basso

della figura, a dritta, è la veduta di un palazzo, ed a sinistra la

scena di un gran tumulto, con cadaveri stesi per terra, a piedi di una

colonna che ha sopra una statua, forse della libertà. Nella 2ª parte

poi sono i ritratti a mezza figura, sopra di _Genovino_ e _Masaniello_,

e sotto di _Gennaro_ Annese. E qui il ritratto di Masaniello è secondo

il tipo di quello dell'edizione olandese[288].

Ma di tutti questi ritratti sinora ricordati certamente più autentico

e vero deve ritenersi quello che da me si possiede e che qui si

riproduce. Esso fu fatto vivente Masaniello, come può, se non

m'inganno, argomentarsi dalla dedica che si legge al disotto, e

probabilmente fu il prototipo di tutti gli altri che di questo genere

in Italia e fuori si divulgarono.

Il Capo-popolo è rappresentato ritto in piedi, vestito della camiciuola

da marinaio chiusa nel petto, che fa intravedere la camicia sotto, e di

mutande di grossa tela. Ha in testa il berretto da marinaio. È scarno

di faccia, senza barba e con un piccolo mustacchio sul labro; dietro la

testa si scorge la zazzerina ricordata dagli storici. Ha la sinistra

sul fianco, e la destra alquanto distesa in atto d'indicare qualche

cosa, le gambe ed i piedi nudi. Al di dietro nel basso della figura si

vede la prospettiva di Napoli col castel Sant'Elmo che ha la bandiera

inalberata. Sotto si legge: _Tomaso Aniello da Malfi als. (alias)

Mas'Aniello Pesci Vendolo d'età d'Anni 23, acclamato Capo del Popolo

di Napoli. Adì 7 di lulio dell'anno 1647. Pietro Bacchi dona e dedica

e sculpsit superiorum permissu._

Il ritratto, dunque, fu fatto da un tal Pietro Bacchi e dedicato a

un innominato, che potrebbe forse da taluno credersi anche lo stesso

Masaniello. Dal complesso della dicitura della leggenda a me pare che

questi dovesse imperare tuttora.

In ogni modo del Bacchi, artista poco noto e che non è ricordato nei

principali dizionari degl'incisori, che ho potuto consultare, parla il

Zani nella sua _Enciclopedia metodica delle belle arti_ ove sotto la

lettera B, si legge: _Bacchi Pietro_ o pure _Bacchius Petrus_ si segna

nelle sue opere: _Petrus Bacchius inv. fecit et sculpsit. Scultore,

Pittore ed incisore Fiammingo. Morto nel 1650_[289].

La figura proviene dalla biblioteca del Cav. Michele Arditi, già

Soprintendente del Museo Borbonico e degli scavi del Regno, che dopo

la costui morte fu venduta nel 1839 all'asta pubblica. Il Ms. però nel

quale quella trovavasi, insieme ai bandi ed editti del 1647 e 1648 non

si mise in vendita. Invece l'erede, dopo qualche tempo, lo vendette al

libraio Detkhen e questi al Minieri Riccio, dal quale intorno al 1860

io l'acquistai.

Da questa stampa, a quanto sembrami, precede il ritratto qui

riprodotto, che si conserva nella collezione iconografica della

biblioteca del Gerolomini di Napoli.

Esso fu fatto in Francia, sopra un originale, come nello stesso rame

si dice, mandato da Napoli. Masaniello è raffigurato con i soliti

abiti e col berretto in testa. Ha il piccolo mustacchio, la sinistra

sul fianco e la destra alquanto distesa in atto di comando. Ai piedi,

indietro, è la veduta di Napoli con l'epigrafe in carattere majuscolo

“_La Ville de Naples_„. Sull'alto del rame, scritto in caratteri

minuscoli corsivi, si legge: _envoye de Naples le Pourtrait au naturel

de Thomaso-Mas-aniello pescheur de la ville de Naples et chef des

soulevez_, e sotto: _rue S. Jacques chez van merlen devant le coeur

bon._

Di altre stampe sullo stesso argomento si è avuto notizia recentemente.

Nel 1884 il cav. Felice Nicolini, direttore del Museo di S. Martino,

rinvenne una testa di legno conservata nei magazzini del Museo,

volgarmente creduta di Masaniello, di cui dirò in appresso. E in

quell'occasione, intrapresi degli studii sul proposito, e avendo inteso

che nella Biblioteca Universitaria di Bologna si conserva un Ms.

della rivoluzione in Napoli del 1647 illustrato da molte figure del

tempo[290], ne fece fare, previa l'autorizzazione del Ministro della

Pubblica Istruzione, una copia per la biblioteca di S. Martino, facendo

pure ritrarre in fotografia le figure che vi erano inserite. Da questo

Ms. vennero in luce altri ritratti non solo di Masaniello ma anche

di alcuni della sua famiglia e di parecchi personaggi, che in quella

rivoluzione ebbero parte.

Così questo libro, che era affatto sconosciuto ai nostri scrittori,

venne ad arricchire la collezione dei libri e di altri monumenti patrii

in quel museo conservati, ed io ebbi l'opportunità di consultarlo e di

vedere le fotografie in esso contenute. Senonchè queste non mi davano

piena ragione del carattere delle figure originali, non avendo avuto il

copista la cura di descriverle esattamente; come sarebbe stato regolare

ed opportuno per la piena intelligenza delle medesime. È stato quindi

necessario osservare il codice di Bologna che, grazie al provvido

regolamento attuale delle biblioteche che agevola così largamente i

nostri studii, è stato trasmesso alla Nazionale di Napoli ed io ho

avuto la grande soddisfazione di studiarlo.

Non è qui il luogo di descrivere minutamente questo curioso Ms. Debbo

però dare a ogni modo una notizia sommaria del medesimo affinchè

i lettori possano giudicare del valore dei ritratti che da esso

ricaviamo.

Un tal Fra Sebastiano Molini da Bologna, monaco converso (egli, non so

perchè, dice commesso) dell'ordine dei Canonici regolari Lateranesi,

che prese l'abito nel monastero di S. Salvatore di quella città, fu

l'autore dell'opera. Nel 1646 dai suoi superiori mandato in Napoli,

stette prima nel monastero di S. Maria a Cappella e poi in quello di

S. Agnello a Capo Napoli, ambidue appartenenti al detto ordine. In

quest'ultimo trovavasi allorchè scoppiò la rivoluzione del 1647. Uomo

poco culto, ma naturalmente curioso all'eccesso, dovendo giornalmente

andare, come spenditore del monastero, a fare le necessarie provviste

per il vitto dei frati, cercava con quelle occasioni di osservare le

cose che per la città succedevano, o d'informarsene dai suoi conoscenti

ed in ispecie dai bottegai dai quali fornivasi. Così, secondochè dal

suo scritto rilevasi, egli assiste personalmente, quasi ad ogni più

notevole accidente di quella sollevazione e ne fa tesoro; di talchè

chi legge non può non maravigliarsi di questa sua ubiquità, e non

riesce sempre a liberarsi dal sospetto che talvolta il frate non sia un

vanitoso millantatore.

Volendo poi il Molini conservare memoria delle cose da lui vedute o

udite, cercò di compilare il suo diario, o piuttosto la minuta e la

prima compilazione di esso, che, se ben comprendo il senso oscuro delle

sue confuse e sgrammaticate parole, prima perduta ed indi recuperata,

dopo 33 anni fu distesa a messa in bel carattere da un tal d.

Francesco... nel modo come al presente si vede nel Ms. bolognese. “Con

gran timore, dic'egli, abbozzai la presente Sollevatione di giorno in

giorno, come accadeva e mai alcuno l'ha fatto di veduta come la fo io,

anzi la fo per prattica? e per destino, poichè, essendo io fuori, sono

capitati in più mani i miei scartafazii quali ultimamente ritornato

se non gli avessi rubbati, perivano infallibilmente, come successe il

caso...[291]„.

Altrove, in una postilla autografa attaccata all'ultimo foglio bianco

del codice, egli soggiunge: che aveva aspettato molto tempo, sperando

che di tante migliaia di virtuosi che si trovavano presenti in Napoli

1647-48 almeno uno di loro avesse dato pieno ragguaglio di tutta la

sollevazione. Ma non aveva potuto vedere altro che le 10 giornate

descritte dal sig. Alessandro Giraffi, le quali egli dice di non

lodare nè di disprezzare: ma che pure avrebbe fatto meglio assai

(_il Giraffi_) se fosse stato presente come lui agli avvenimenti. Che

se egli, il Molini, avesse avuto la fortuna di avere un pari suo in

compagnia, non arrivando egli a tale talento, credeva che avrebbero

fatto un'opera che dopo l'edificazione del mondo non si sarebbe veduta

l'eguale. E però ciò considerando si era servito di D. Francesco....

che aveva scritto, lui dettando dai suoi scartafacci.[292]

Ad ogni modo quello che, in confronto degli altri diaristi di

quel tempo, rende il suo Diario più prezioso ed interessante è la

subiettività di esso; perchè il Molini dal quale poco o nulla di nuovo

si ricava intorno agli avvenimenti della rivoluzione del 1647, ci fa

conoscere principalmente l'impressione che questi allora facevano nel

popolo, e la sua narrazione ci fa vivere quasi in mezzo a quelli.

Oltre a ciò il Molini per accrescere più interesse al suo scritto lo

arricchì di parecchie figure allusive che rappresentano i personaggi e

gli avvenimenti di cui fa parola. E dapprima, vedute quelle fotografie,

io credetti che esse fossero della stessa natura di quelle stampe

dozzinali in legno, con cui allora e nel secolo successivo si ornavano

i frontespizii delle storie in ottava rima dei banditi, lungamente

favorita lettura della nostra plebe, contenute in piccoli libriccini

ora divenuti rarissimi. La natura dei disegni e delle persone

raffigurate non mi facevano rassomigliarle a quelle illustrazioni,

di cui è adorno anche qualche altro Diario di quei tempi, come del

Fuidoro[293],... del Conforto[294] e di altri, i quali si servivano

di figure non fatte propriamente pel popolo e spesso tratte da libri

di diverso argomento nei quali quelle erano inserite. D'altra parte

le stesse immagini di Masaniello erano allora sì poco comuni tra noi

che spesso gli amatori di cose patrie dovevano nelle loro memorie

ritrarle a penna da qualche rarissimo esemplare che loro capitava nelle

mani.[295]

Senonchè avendo potuto in seguito osservare il Ms. originale ho dovuto

necessariamente convincermi di due cose, cioè: che non tutte le figure

erano state dal Molini raccolte e conservate nei suoi scartafacci a

tempo della rivoluzione, ma che alcune ne avea aggiunte al suo libro

intorno al 1680, allorchè fece trascrivere quei suoi appunti; e che

parecchie di esse furono allora da lui appropriate agli avvenimenti ed

ai personaggi di cui parlava; e quindi non rappresentassero realmente

ciò che l'epigrafe appostovi dal copista pretendeva indicare. Ove

si rifletta attentamente su queste date figure le ragioni di quanto

asserisco appariranno chiarissime.

Difatti esaminando le tavole di dubbia autenticità, alle quali accenno,

la prima che s'incontra a c. 4 v. del Ms. è un paesaggio qualunque,

con caseggiati e fiume, sulle sponde del quale, a dritta di chi guarda,

vedesi una persona che pesca; ma rappresenta tutt'altro che Napoli e la

spiaggia della Marinella o di Mergellina. Ora fra Sebastiano doveva per

la prima volta discorrere di Masaniello, ed ecco che prende la detta

tavola, la incolla sul libro e fa scrivere al suo d. Francesco... _T.

A. Pers. F. S. A. Pescha_, parole che non so pienamente spiegare, poi

nel testo dice: “quì rincontro vedrai Masaniello pescare„.

Più avanti a c. 9 v. si vede un uomo a mezza figura, dall'aspetto

florido e rubicondo, vestito alla spagnola, con la goliglia ed una

rosa tra le mani. Ai due lati della testa si legge: _Il Perrone Capo

bandito._ Il Molini narrando come Masaniello fece suo tenente generale

Domenico Perrone, bandito, soggiunge, “quale è questo che tu vedi„.

Ora io non posso mai credere che quello sia il ritratto dell'abate,

o capitan Micaro Perrone, un noto malvivente, perchè l'abito, che

indossa non è quello di un bandito[296], o di una _tabanella_[297]

come allora chiamavansi coloro, che portavano l'abito ecclesiastico per

svergognarlo e godere immunità per i loro delitti; e perchè il Perrone

era, come dice il Pollio, _un cane di vista et tale di opere_[298].

Nè mi pare che abbiano aspetto di verità, o almeno di giusta

appropriazione le figure delle due galere (39 x 28 cm.): una

caratterizzata come spagnuola (c. 136 v. 137) e l'altra come francese

(c. 137 v. 138). Nè finalmente le ultime tre incisioni (39 x 28 cm.)

hanno alcun che di comune con Napoli e con la rivoluzione del 1647. La

prima infatti (a cc. 139 v. 140), lavoro di un tal Filippo Suchiello

da Siena, rappresenta un arsenale, forse quello di Venezia, con alcune

navi in partenza e molta gente che sta ad osservarle. La seconda (cc.

140 v. 141), firmata da Orazio Scarabelli fiorentino, rappresenta un

torneo assai probabilmente celebrato in Firenze. La terza (a c. 142

v. 143), incisa da Stefano della Bella pure fiorentino, è dedicata

al signor Bacco del Bianco ingegnere di S. M. Cattolica in Madrid,

rappresenta una nave veneziana carica di merci.

Quello però che dimostra evidentemente l'opera del Molini in adattare

una figura qualunque che gli capita tra le mani alle cose che deve

narrare, purchè gli dia elementi da poter comporre un'illustrazione

apposita, è l'incisione (a c. 24 v.) appropriata da lui a raffigurare

il cadavere di Masaniello sui gradini dell'altare maggiore della chiesa

del Carmine, ove fu posto mentre si preparavano le sue esequie. La

figura (41 x 28 cm.) è abbastanza maltrattata e lacera in guisa che

manca la parte inferiore del lato dritto di chi guarda. Essa, nella

parte destra, rappresenta un edificio monumentale con colonnato avanti

e con la nicchia di una statua. Dinanzi l'edificio si veggono alberi e

piante. In linea degli ultimi scalini dell'edificio, dove l'incisione

è lacera, si scorgono parecchie figure in parte distrutte. Dal lato

sinistro poi si veggono in fondo due galere e alcune case. Più innanzi

è una figura a cavallo seguita da altri anche a cavallo. Ed ancora

più innanzi sopra un masso, un cadavere senza testa tra due gruppi

di figure. Sotto è scritto: _Corpo di Masaniello._ Il primo gruppo

rappresenta uomini con le braccia distese, nudi sino alla cintura e

avvolti nel resto del corpo in un manto e fra essi due bimbi nudi.

L'altro gruppo a sinistra è formato da un uomo, che sostiene per

i capelli un capo reciso, sotto al quale è scritto: _Testa_, ed è

circondato da uomini con la barba avvolti in mantelli, ed alcuni altri

indietro che hanno in capo una specie di elmo. Oltre a ciò, a basso

dall'uno e dall'altro lato, sono due persone prese o ritagliate chi

sa da qual altra figura ed attaccate su questa. Sotto l'incisione, dal

lato sinistro, si legge: _Ant. Sal. exc._

Ma tralasciando altre osservazioni[299] e restringendo il mio dire a

quello che più si attiene all'argomento che ho per le mani, occorre

notare quì le figure rappresentanti Masaniello e quattro persone di sua

famiglia, che il Molino inserì nel suo Ms. Esse sono sette, tutte di

una stessa dimensione (21 x 29 cm.), e colorite a mano. Ridotte dalla

fotografia ad un terzo degli originali noi pensando di far cosa grata

ai nostri lettori le riproduciamo in fototipia, e con qualche raffronto

storico le illustriamo.

Or nella prima vedesi il ritratto di Masaniello (fig. 15) in piedi,

fatto ad acquerello. È un uomo apparentemente di più che 27 anni di

età, con la mano sinistra appoggiata al fianco, e la destra distesa

in atto che con l'indice pare mostri qualche cosa. Accanto alla testa

è scritto in caratteri majuscoli della stessa mano, di chi copiava

il libro da un lato: _Mass'_ e dall'altro: _Anjello_ e sotto: cioè:

_Tomasso Agnello_[300]. Il Capopopolo ha i mustacchi neri, piuttosto

e volti all'insù e la zazzarina; e veste l'abito marinaresco col

berrettino rosso sul capo, e con l'aggiunta di una grossa tovaglia

che porta sulle spalle e gli scende innanzi sino alla cintura, come lo

descrive il contemporaneo Carusi che sopra ho riferito.

Nella seconda figura si osserva _Masaniello di Notte_ (fig. 16)

secondochè essa è indicata dall'epigrafe apposta ai due lati della

testa, come nella precedente. Sta a cavallo, con la sinistra tiene il

freno e con la dritta un corto bastone di comando. Veste di bianco

con cintura. Ha gli stivali con sproni, e in testa un cappello alla

spagnuola con penne. La faccia indica un uomo anche di più età del

precedente[301].

_Masaniello fuori di se_ (fig. 17) è rappresentato nella terza figura.

Sta pure a cavallo. Nella dritta impugna un lungo spadone. Veste un

abito signorile di drappo, a quanto pare, con maniche larghe e cappello

alla spagnola in testa anche con piume. Sembra all'aria, all'aspetto,

un uomo tutt'altro che volgare. Nè si può scorgere linea alcuna tra

questi e i due altri pretesi ritratti. Ha la faccia di vecchio, piena

di rughe, lunghi i capelli che gli scendono dalle tempie, e sul labbro

non vi apparisce segno di baffi[302].

Segue _Matteo d'Amalfi fratello di Masaniello_[303]. L'epigrafe vedesi

al solito posto. Sta a cavallo e veste da borghese con casacca color

d'oro giallo[304]. Ha il cappello in testa con la piuma; e dalla

cintura sporge il manico di un pugnale. La figura, messa quì dopo il

testo (fig. 18) ha l'apparenza di un uomo di età, con grossi baffi

volti in su.

Vedesi indi la _Moglie di Masaniello_ (fig. 19) e l'epigrafe si legge

al solito posto. È a mezza figura. Ha l'aspetto piacente, occhi grandi

e naso aquilino[305]. Sostiene con le mani un cesto pieno di fiori, che

pare attaccato sulla figura. Indossa una veste signorile con corpetto

giallo e maniche turchine. Ha un cappello pure di color giallo a falde

larghe in testa con piume e fiori che le ornano le tempie, sulle quali

si ravvolgono folti capelli. Alla gola porta una collana con croce

pendente, la famosa collana donatale dalla Viceregina.

La _Sorella di Masaniello_ (fig. 20), che segue è pure ritratta a mezza

figura. È giovane non brutta, anch'essa con grandi occhi, ed ha la mano

dritta quasi accostata alla spalla sinistra. Veste un abito signorile

scollato, che sembra fatto a fiorami, ed è orlato di merletto rosso;

non ha cappello, ma una ricca capigliatura ornata di fiori alle tempie.

Porta pure una collana che sembra fatta di pietre.

Da ultimo vedesi (fig. 21) il _Cugnato di Masaniello_[306], secondo

dice la solita epigrafe. Anch'esso è a mezza figura, e sembra uomo

dai 30 ai 40 anni. Ha ricca capellatura, grossi baffi rivolti in su e

pennello sul mento. Veste civilmente con casacca rossa, maniche grigie

con i rivolti bianchi e collare rovesciato pure bianco. Ha in testa un

berretto grigio a larghe falde ornato di penne rosse, e colla sinistra

sostiene una carta scritta a mano che dice: _Memoriale al signor

Capitano Generale del Fidelissimo popolo di Napoli. Li Signori di

Salerno._ Il carattere della scritta è diverso da quello del cod. Ms. e

sull'alto, a sinistra della testa, si legge: _Qui rincontro rappresenta

quando fu portato fuori del Carmine la testa di Massaniello.._

Questo è il soggetto delle figure del Ms. Bolognese che riguardano

il mio argomento, e questo è il modo, con cui sono state condotte.

Ma quale è l'autenticità, quale la veracità delle medesime? A me pare

che bene e spassionatamente considerate esse non possono ad una sola

ed istessa stregua giudicarsi. Alcune, cioè _Masaniello di notte_

e _Masaniello fuor di se_ debbono, a mio giudizio, ritenersi come

fantastiche ed arbitrarie illustrazioni che, al pari di quelle di

cui sopra ho parlato, il Molini appropriò al suo racconto ed inserì

nel libro che compilava. Difatti, a prescindere dalla pochissima o

niuna rassomiglianza che hanno tra loro, e con gli altri ritratti di

Masaniello, ed anche con lo stesso acquarello del Ms. Bolognese, v'è

un altro argomento a smentirli. Certamente è assai inverosimile che

simile che siasi voluto ritrarre o ricordare il Capopopolo in una

azione ordinaria di nessuna importanza quale è quella di andare a

cavallo di notte per la città, mentre si avrebbe potuto raffigurarlo

in atto che andava a Palazzo o che alla testa del lazzari combatteva

e prendeva prigionieri i 500 alemanni che venivano contro il popolo

in S. Giovanni a Teduccio. Nè d'altronde il fatto che intendevasi

rappresentare dall'atteggiamento e dall'insieme del personaggio si

sarebbe compreso se il Molini non l'avesse fatto scrivere sulla figura

stessa. Così pure niente dimostra la pazzia di Masaniello nell'altra

figura se non l'epigrafe appostovi. D'altra parte per lo meno mi sembra

dubbia la figura di Matteo o Giovanni di Amalfi, che è dello stesso

tipo di quelle che rappresentano l'Eletto Arpaja e di qualche altra

tavola simile prodotta dal Molini. Non così per le altre. Imperochè

l'acquarello di Masaniello se per i baffi neri, folti e volti in

su, onde è fornito, può ritenersi come il tipo di tutte le figure

immaginarie di lui fatte in Olanda ed in Inghilterra, pure la nota

caratteristica della tovaglia con cui è dipinto si dimostra opera

di uno che aveva visto l'originale, e lo dipingeva pur non avendolo

innanzi.

Nè diversamente è da dirsi intorno alla moglie, la sorella e al cognato

di Masaniello, perchè quantunque non si abbia alcun confronto che possa

servire come pietra di paragone per stabilirne l'autenticità, pure la

napolitanità delle fisonomie delle due donne e il Memoriale che tiene

in mano il cognato me li fanno ritenere per autentici e genuini.

Per quanto poi riguarda la parte artistica tutte queste figure

sono, come chiaramente si vede, lavori dozzinali incisi in legno da

artisti di poco valore, forse non napolitani, ma che lavoravano pel

popolo desideroso di conoscere o di tener ricordo del suo Capitan

Generale. Esse per la poca abilità degli esecutori, non danno che

un'approssimativa idea del personaggio che intendevano rappresentare.

Sembra inoltre che miseramente finita la rivoluzione, sparissero dal

commercio, o perchè distrutte per timore degli Spagnuoli, o perchè

poco curate dalle persone intelligenti e da coloro, che per altro non

avevano mancato di raccogliere notizie e di narrare i fatti di cui

erano stati testimoni. E poichè niuna di esse, si trova inserita nei

tanti Mss. e nelle non poche raccolte di fogli volanti e di stampe

riguardanti quell'avvenimenti ed appartenenti a quell'epoca, dobbiamo

essere grati al buon frate rocchettino, che forastiere e curioso non

disdegnò di raccogliere e conservare questi singolari ricordi che

altrimenti sarebbero andati al certo perduti.

Altri ritratti di Masaniello eseguiti intorno a quel tempo io non

conosco. Non debbo però tacere di una testa di legno volgarmente

attribuita a lui, e che per la misteriosa epigrafe, con cui era

indicata, probabilmente appartenente all'epoca del viceregnato

spagnuolo. Ne ricavo la notizia da un opuscolo recentemente pubblicato

dal chiaro Barone Guiscardi[307], nel quale, notando un lavoro in

legno di mano maestra che raffigurava un teschio e che si conservava in

una cassettina nel Museo di S. Caterina a Formiello di questa città,

nel 1799 andato male, egli pensa che “dovesse essere il simulacro

della testa di Masaniello„. E per verità fondatamente rileva una

tale congettura dall'indovinello stampato, che era posto sulla detta

cassettina e che è riportato nella p. 13 dell'“Istruzione al forestiere

ecc. intorno al Museo dei Domenicani del Convento di S. Caterina a

Formiello„ stampata nel 1791; ove leggevasi così:

Ebbi in Napoli, ignobil cuna e vile

Fui pien d'ardir, pieno di vizi, in loco

Di tumulti mi trassi. A me simile

Volgo insano commossi; e a poco a poco

Sdegnai me stesso ed il mio stato umile,

Empio eccitando e temerario foco

Ma volendo smagliar le mie ritorte,

Anzichè libertà trovai la morte.

Le quali parole sotto un velo abbastanza trasparente indicano il

Capopopolo.

Senonchè la vanità di questa volgare credenza è di per se stessa ad

ognuno manifesta. Io per me credo che probabilmente la testa d'un

_pastore_ (personaggio da presepe) diè ad un qualche conservatore del

Museo di S. Caterina, che aveva il ticchio di far poesie, la materia e

l'occasione di comporre quel concetto letterario e morale[308]. Ma può

anche supporsi che il popolo minuto di Napoli battezzasse un teschio

qualunque, che ivi non saprei dire per quale ragione notavasi, per la

testa di Masaniello; proprio al modo istesso come, secondochè leggo

altrove nella citata _Istruzione_, ebbe ferma opinione che un lungo

spadone pur anche conservato in quel museo fosse stato maneggiato

dal famoso Rinaldo, le cui prodezze allora si cantavano nelle piazze

con gran concorso di uditori. I quali, dopo udito il cantastorie

stupefatti andavano al museo della Speziaria di S. Caterina a Formello

a rimirar come incantati la spada del favoloso eroe[309]. E bisogna

dire inoltre che il P. d'Onofrii, autore di quella _Istruzione_,

avvedutosi a tempo della falsa ed erronea attribuzione data a quella

testa, nello stesso anno 1791, la ristampò, togliendone soltanto

l'articolo della cassettina con la relativa ottava, il che osservò

pure nell'altra edizione del 1796. Ma ciò, a quanto pare, non valse a

togliere l'inveterato errore; poichè nei magazzini del Museo Nazionale

in S. Martino si trova tutt'ora una testa di legno voluta (come si dice

nell'Inventario, ma da nessuna creduta) di Masaniello.

Mi resta ora, a far parola di una medaglia, nella quale, si vede il

nome e l'effige di Masaniello, fatta di fantasia. Essa fu coniata a

quanto pare, nella seconda metà del secolo XVII in Olanda, dove allora

era viva e grandissima la fama del Capopopolo di Napoli e delle sue

straordinarie vicende, e si traducevano e si pubblicavano, come di

sopra accennai, ripetutamente opere sull'argomento. Ed in pruova di

ciò, basta soltanto ricordare quel che si narra del celebre Benedetto

Spinoza, che, giovanissimo, volle disegnare a penna il ritratto del

pescatore napoletano, come allora era rappresentato nelle istorie e

nelle incisioni che in quelle contrade si divulgavano[310].

Or la medaglia della grandezza di 70 millimetri ha, da un lato,

impressa l'immagine di Masaniello a mezza figura, con baffi e capelli

a zazzera e col capo scoverto. È fiancheggiata da due popolani che

sorreggono con una mano una corona antica sulla testa di Masaniello, e

con l'altra mano si appoggiano agli scudi che hanno a lato.

Sotto il busto, contornato da fregi a cartoccio si legge:

_Masaniello vissche_ [r]

_En coninck v. Naples_

_1647_

cioè: _Masaniello pescatore e Re di Napoli. 1647_[311].

Dall'altro lato si vede il busto di Oliviero Cromwel, fiancheggiato da

due guerrieri, in costume antico romano, che con una mano reggono una

corona di alloro sulla testa del medesimo, e con l'altra si appoggiano

parimente agli scudi che hanno a lato. Sotto il busto, contornato dai

medesimi fregi che si veggono nell'altra faccia, si legge:

_Olivar Cromwel

Protector V. Engel

Schot en Irlan._

cioè: _Oliviero Cromwel protettore dell'Inghilterra, Scozia ed Irlanda._

Sul taglio poi della medaglia sta inciso;

_Violenta imperia nemo continuit diu_

Il motto è di Seneca, tratto dalla tragedia _Troades_ verso 258.

La medaglia, come mi assicura l'egregio Dr Arturo Sambon, che si occupa

con tanta intelligenza ed amore della storia numismatica della nostra

regione, e che è stato da me interrogato sul proposito, non è riportata

nell'opera di G. Van Loon, che descrive una grandissima quantità

di queste medaglie popolari o gettoni olandesi assai interessanti,

perchè rispecchiano al vivo i sentimenti del popolo sugli avvenimenti

contemporanei. Da chi e per quale occasione essa fosse stata coniata,

io non saprei dire. Solo, dalla leggenda incisa sul taglio, mi pare che

si possa con molto fondamento, affermare che sia stata impressa durante

la dominazione di Oliviero Cromwel nella Gran Brettagna, e da chi era

di un partito avverso ai moti rivoluzionarii di quell'isola. Essa,

a mio credere, è quasi un monito, che si fa all'usurpatore del trono

degli Stuardi, mettendolo a confronto di Masaniello, il cui imperio era

così poco durato.

Se non che il confronto; in quanto riguarda il concetto politico

dell'uno e dell'altro personaggio non è internamente esatto, poichè gli

autori della medaglia giudicavano l'agitatore Napolitano con le idee

che di lui allora si avevano in Olanda, ed in altre contrade straniere.

Masaniello per il mutamento che la sollevazione da lui iniziata ebbe

nel terzo periodo (novembre 1647-6 aprile 1648), fu malamente colà

creduto un fanatico repubblicano. E tale pure alcuni oggi volgarmente

vorrebbero caratterizzarlo. Ma così opinando costoro falsarono e

falsano la mente di Masaniello. Il concetto del povero pescivendolo era

affatto diverso. Esso evidentemente compendiavasi nel motto, che da lui

fu indettato ai _guaglioni_ ed ai _lazzari_ suoi compagni e seguaci e

che fu il grido di guerra dei sollevati, cioè:

— Viva Dio, viva il Re e muoja il mal governo.

La casa e la famiglia di Masaniello Ricordi della storia e della vita Napolitana nel Secolo XVII · 第 17 / 28 题