Una volta mi venne in mente di botto, mentre io stavo ritto dinanzi al
cavalletto, il signor Bini a sedere.
— To'! — esclamai, — dev'essere domani il gran giorno....
— Non è domani, — m'interruppe il vecchio.
— E sa lei di qual giorno parlo?
— =Corvi contro Corvi.=
— Appunto.... ma che mi dice?... è proprio domani....
— Non è domani. —
Stetti zitto.
— Fu chiesta una _proroga_ — soggiunse il vecchio quando ebbe
assaporato il suo trionfo.
— Come lo sa? domandai col pennello in aria.
— Mi sta a cuore la lite dell'amico suo; finchè non abbia perduta la
lite, non mi venderà la _Venere_, ed io la voglio.
— Valente non perderà la lite — dissi io — i tribunali gli hanno già
dato ragione una volta....
— I tribunali hanno spropositato una volta più del necessario, —
disse il signor Bini senza accalorarsi; — vi sono prove evidenti
dell'imbecillità del vecchio Corvi.
— A me il vecchio Corvi pare pieno di giudizio.
— Non dica che le _pare._
— Mi pare, lo dico.
— Non lo dica, lo desidera, ecco tutto.
— Mettiamo che sia così; che ne risulterebbe?
— È così, e ne risulterà l'annullamento delle disposizioni
testamentarie; l'amico suo sarà condannato a restituire un terzo
dell'eredità avuta.
— Appena?
— Appena.... ma un terzo dell'eredità avuta dallo zio, il quale stette
al mondo tanto da consumare la metà del _fatto suo_, cosicchè il terzo
d'allora è diventato i due terzi del patrimonio d'oggi.
L'aritmetica non si poteva lamentare, perchè era scrupolosamente
applicata. L'erudizione del signor Bini cominciava a spaventarmi.
— L'altro terzo — soggiunse il dottissimo signore — se ne andrà nelle
spese della lite.
— È proprio sicuro di quello che dice?
— Lo domandi agli avvocati.
— E che farà Valente? — dissi io.
— Ricorrerà in Cassazione e venderà la _Spuma del Mare_.
— E qual è il vantaggio di ricorrere in Cassazione?
— Lo domandi agli avvocati — rispose il vecchio col suo sorriso
malizioso — la lite potrà tirare in lungo un altro paio di annetti....
le par poco?
— Tutta colpa....
— Tutta colpa del vecchio Corvi.... — m'interruppe il vecchio.
— Ma se era imbecille?
— Appunto per questo.
— Dica invece tutta colpa dei due amici, perchè, deve sapere, se non lo
sa.... lo sa?
— Dica, dica.
— Deve sapere che il Pasquali ed il Nebuli erano amici intimi, proprio
come Valente ed io, e per una miserabile questione di denaro....
per un puntiglio meschino.... si ritolsero prima l'affetto... poi il
saluto, poi la stima, poi la pace.... finchè l'uno morì strozzato dalla
consolazione di lasciar l'altro mezzo strozzato dal dispetto. —
Avevo messo delle pause nel mio periodo, perchè m'aspettavo d'essere
interrotto, invece fui lasciato dire.
— Me l'avevano detto che la storiella era andata così. —
Manco male che glielo avevano detto!
— E del signor Pasquali che cosa ne sa?
— So che è una specie d'orso, un brontolone, uno stravagante.
— Precisamente; vive in una sua villa sul lago di Como, non si muove
mai, non ha figli....
— Non ha figli.
— La colpa è sua.
— Tutta sua, tutta sua.
— Non già di non aver figli — dissi sorridendo.
Ed egli sorridendo ripetè:
— Non già di non aver figli.
— Della lite....
— Della lite. —
Lo guardai sbalordito; non pensava più a contraddirmi, si fregava le
mani, sorrideva a quella tale incognita della birreria o ad un'altra
consimile.
Alcuni istanti dopo si rizzò in piedi, ed andò a chiamare a tutti gli
uscî la mia Annetta; quando ella comparve ed egli le ebbe stretta la
mano, scese le scale.
Una stranezza da aggiungere alle altre: dimenticò la solita promessa di
ritornare, e fui io a gridargli dietro: — a rivederla! —