— Non ti pare che le somigli? — mi disse l'amico mio.
In coscienza no, non mi pareva; ma io non l'aveva guardato che
nell'insieme; forse bisognava esaminarne i particolari, come aveva
fatto Valente, il quale si era fermato al naso come ad un indizio
rivelatore....
Ma quando io mi trovai per la seconda volta faccia a faccia col
vecchio, ed afferrai ben bene ed a lungo il suo naso co' miei due
raggi visivi, dopo avere stentato a lasciarlo andare perchè stentavo
a credere a me stesso, mi dovetti convincere che il cuore, od il
sistema nervoso, od un'illusione ottica aveva tradito l'amico Nebuli.
Era un naso dritto, sottile, come dritto e sottile lo aveva la signora
Chiarina, ma i nasi hanno cento maniere d'essere dritti e sottili senza
perciò assomigliarsi menomamente.
Piuttosto bisognava cercar la somiglianza altrove: — spianandone le
rughe, spargendovi una profusione di biacca.... pareva a me....
Mentre io così fantasticava, non staccando gli occhi di dosso al
vecchio, facendo ogni tanto di sì col capo, sorridendo quando lo vedevo
sorridere, senza sentire una sillaba di quanto diceva, una parola mi
venne a svegliare di botto.
— L'_ordine_.... — diceva il signor Bini.
Che cosa diceva dell'_ordine_? Ne diceva bene, lo metteva in alto,
in alto, sopra tutte le virtù cardinali e teologali, lo vedeva in sè
stesso, in me, nell'amico Valente, nella terra, nel cielo, nei fiori,
nelle stelle, e si accalorava un tantino, come se l'avesse regalato lui
al mondo, e facesse le difese d'una creatura sua propria.
Valente mi guardava sorridendo.
Confesso una debolezza che non so spiegare; sopra la compiacenza grande
che mi cagionava il trovare le mie medesime opinioni in un altro,
galleggiava un dispettuzzo piccino.
Provai a mettermi alle calcagna del vecchio per raggiungerlo; egli mi
lasciava dire, finchè con un nuovo balzo si spingeva distante, ed io
di nuovo dietro. L'ordine faceva questo — (lo avevo detto anch'io) —
faceva anche quest'altro (questo pure avevo detto e ne chiamavo Valente
in testimonio) — ma infine l'ordine fece cose, di cui io non l'avevo
mai creduto capace, e allora mi rassegnai a restituire il suo sorriso
malizioso all'amico Valente.
Una bizzarra maniera, tutta propria del signor Bini, era quella di non
darsi mai vinto.
Mi provai una volta che egli diceva _sì_ a dir di _no_, egli ripetè
_sì_, io _no_.... — sì — no.... sì — ammutolii; un'altra volta egli
disse _no_, io _sì_ — no sì.... no — tornai ad ammutolire.
Immaginando che entrasse anche questo nella sua monomania dell'ordine,
mi proposi di lasciarlo dire sempre, senza contrastargli. Ma egli non
pareva contento della nostra approvazione muta; quando aveva dato alle
sue idee una foggia paradossale e non si vedeva contraddetto, mandava
in giro certe occhiate di sconforto e correggeva egli medesimo la sua
sentenza.
Una volta aveva sentenziato:
— _Il disordine non esiste._
Valente uscì a ridere forte — io zitto.
— _Non esiste il disordine_.
Se dicendo _esiste,_ avessi potuto distruggerlo (il disordine,
intendiamoci, non il signor Bini), non lo avrei detto.
E il vecchio, dopo d'avermi cimentato invano, sorrise e si corresse
così:
— Non esiste il disordine, se non come manifestazione dell'ordine.
— Bravo! — esclamai.
Lessi negli occhi dell'ottimo signore la voglia prepotente di ribattere
— _non è vero_ — ma egli trionfò di sè medesimo, non lo disse.
In quella entrò la signora Chiarina.
Ci alzammo tutti e tre di scatto.
— Il signor Bini! — balbettò Valente — la mia signora. —
Il vecchio s'inchinò. La signora Chiarina sedette, fece due ciance
soavissime, il suo visino di latte divenne come una fragola un paio
di volte — sorrise — e innamorò il vecchio, come aveva innamorato ogni
altro, compresa la mia Annetta.... e me stesso.
Come doveva battere il cuore del signor Bini!
Per me, che mi vanto d'essere penetrante, le sue occhiate tenere quando
si figgevano nel volto angelico, le altre mandate in giro lentamente
per la sala, le altre fuggitive lanciate a Valente, per me, dico,
nessuna di queste occhiate andò perduta. Dicevo in cuor mio: — Ora
pensa allo stato, in cui vivono, ed ora pensa che si amano, e non
sa.... poveretto!... ed ahi! ora forse pensa che a lui non è concesso
d'amarla in palese! —
Poi egli si distraeva ed io ne approfittavo per confrontare i volti
ravvicinati della fanciulla e del vecchio.... la somiglianza _forse_
vi era, impercettibile per un occhio profano, ma forse vi era! — E
guardando Valente trovavo il suo sguardo fisso nel mio, ed egli diceva
a me, ed io dicevo a lui che la somiglianza v'era.... forse.
Il signor Bini non tradì altrimenti il suo segreto; fu disinvolto
quanto è possibile, fu curioso quanto è lecito, e forse un po' più,
finalmente si rizzò, strinse la mano bianca della signora Chiarina
nella sua rete di tendini, e fece un inchino profondo.
Quando se ne fu andato, la signora chiese: — Chi è quel vecchio?
Valente tardò a rispondere, io dissi commosso:
— Il signor Bini. —
E rimasti un istante soli, Valente ed io:
— Le somiglia? mi domandò.
— Forse le somiglia, risposi, ma nel naso no, di sicuro.
— Nel naso no, ripetè Valente; forse....
— Aspetta, interruppi.... — e tratto di tasca il taccuino, scrissi due
linee — in che le somiglia?
— Nella bocca, mi pare.... che ha piccina; nelle labbra che, quando non
sorridono con malizia, fanno il sorriso buono di Chiarina.... —
Così disse Valente.
E allora io lessi sconfortato quello che avevo scritto sul taccuino:
«Spianandone le rughe, aggiungendo i capelli mietuti dai tempo,
spargendovi una profusione di biacca, la fronte è tale e quale.»
Tornò la signora Chiarina.