Piangi, o la più gentil fra le convalli

Dello spumante Pellice, ove un giorno

Alle sale d'Aroldo i Saluzzesi

Cavalieri affluìano ad alte feste.

Più non vedrai delle sue torri a sera

Uscir giulivo il cieco vecchio Aroldo,

Caramente appoggiando un braccio e l'altro

Sovra Ioffrido e Clara, ed il canuto

Ciglio volgendo con amor, ma indarno,

Ai dolci rai del tramontante sole.

Que' figli suoi nascean gemelli, e santa

Tenerezza li univa. Or sola e mesta

Clara accompagna il cieco padre a sera

Fuor della torre, perocchè il gagliardo

Fratel devote ha l'armi alla difesa

Del pio Tommaso suo ramingo prence

Contro i nemici della patria terra.

Rosseggiava bellissimo un tramonto

Sulle nevi lontane, e stupefatto

Pareva il sol che dal romito albergo

A salutarlo non venisse il vecchio.

Ahimè, quell'era di sventura un novo

Spaventevole dì! Schiudesi alfine

La porta del castello, e con veloci

Passi agitatamente escono Aroldo,

Clara e più servi; nè il canuto ciglio

Ai soavi del sole ultimi rai

Volger si cura. Che avvenia?--Dal campo

Infausto messo è giunto. Il pro' Ioffrido

Contro l'usurpator del saluzzese

Seggio osando tropp'oltre avventurarsi

Nel calor della pugna, il circondaro

L'empie straniere spade, e prigion cadde.

Speme di riscattar sì cara vita

Nutre il barone antico; e vuole ei stesso

Trar supplichevol senza indugio al truce

Fortunato invasor, che se talora

Immolar gode i miseri captivi,

Talor si placa a ricca d'oro offerta,

Molto dovendo da sua iniqua sede

Oro il tiranno effonder sulle bande

Dell'alleato provenzal monarca.

Giunto al margin vicino ove al tragitto

Nel rigonfiato Pellice è apprestata

La navicella, Aroldo porge il bacio

Del congedo alla figlia. Allora al collo

Gli s'avvinghia la pia.--Sola a mie stanze

Non riederò, buon genitor; pupilla

Esser della tua fronte a chi s'aspetta

Se non a me? Forse pietà maggiore

Assalirà dello sdegnato sire

Il cor, s'umano ha cor, prona a' suoi piedi

La veneranda tua canizie e gli anni

Giovenili di vergine scorgendo,

Che colla vita del fratel la vita

Chiede del padre.

Vuole opporsi Aroldo,

Ma mentre in barca ei scende, ella d'un balzo

Già vel precede, e al consentir paterno

Fa cogli amplessi vïolenza, e l'onde

Perigliose attraversano. Ma ov'era

L'Angiol del vecchio afflitto e l'Angiol tuo,

Generosa innocente? A voi non velo

Fecer colle tutrici ale a celarvi

Alla vista de' prossimi ladroni

Che irrompono co' brandi alla rapina.

Voler divino ai nembi di sfortuna

Lascia possanza sovra i giusti un tempo;

Ma breve è il tempo sotto il sole, e arcana

Nei patimenti una virtù Dio pose

Ch'anco i giusti migliora e a sè li innalza.

Sbandato di predoni era un drappello,

Che della guerra col favor raccolto

S'era d'Itale spiagge e di straniere

A rubamenti ed omicidii, altero

Linguaggio alzando di zelanti eroi,

Campioni della patria e di Manfredo.

S'azzuffan del baron coi fidi servi,

E nell'orrenda mischia ad uno ad uno

Dal soverchiante numero feriti

Vengon que' servi, e de' vincenti in mano

Son le ricchezze che a comprar la vita

Destinava del figlio il cieco sire.

Intero un dì per boschi e per dirupi

Ei trascinato colla figlia venne,

Ma il manto della notte ai duo infelici

Prestò propizie tenebre, e dal mezzo

Del brïaco drappel de' masnadieri

Quetamente si trassero alla valle.

Come lontani fur dall'empia frotta,

E ardiron favellare, il cieco strinse

La figlia al seno, e grazie alte le rese

D'averlo addotto a salvamento, e lei

Per l'accorto suo senno e per la dolce

Filial carità ribenedisse.

--Or dove, o padre, senza aïta alcuna

Ci avvïeremo?

--O Clara mia, remoti

Siam dal nostro castello, e a ritornarvi

Il tempo mancheria; son prezïosi

Tutti gl'istanti; acceleriamo il passo

Verso il campo nemico, appo le triste

Di Saluzzo rovine. O senza doni

Compariremo anzi al tremendo sire,

Ma sincere promesse il piegherranno

A moti di clemenza. Inoltre ho fede

In mia canizie e in queste spente occhiaie

E nel pianto che versano, e ben anco,

Figlia, nel tuo.

Pensava Aroldo ospizio

Prender non lunge, ove la figlia al raggio

Della luna scorgea l'amica torre

D'un consanguineo sir. Ma là giugnendo,

Odon che il giorno pria furibonda oste

Era quivi passata e avea deserta

La rocca e trucidato il castellano,

E devastato a' villici i tugurii.

Il negro pan de' villici dispersi

Piangendo rompe colla figlia Aroldo,

E beono alle lor tazze. Indi sen vanno

Per tutti i casolari, invan cercando

Palafreno o giumento: avean le schiere

De' nemici avidissime votata

In que' lochi ogni stalla.

--Ahi, dilungati

Vieppiù ci siam dal tetto nostro, o padre!

Or dove andrem?

--Pedon la via si segua

Sino al mattin: buio non è, dicesti.

Fa cor; preghiamo camminando, e al guardo

D'altri ladron te, mia dovizia or sola,

Te il ciel pietoso asconderà.

Sì disse,

E di padre l'affetto e di sorella

Lena lor porge insino all'alba. Il campo

Mostrossi allora al pauroso orecchio

Della fanciulla pria che agli occhi.

--O padre,

Odi tu, disse, odi tu roco un suono

Simile al suon della bufèra o a quello

Di molte acque correnti?

Il vecchio capo

Ei soffermò, ed immemore un istante

Delle sue angosce, alzò la barba e rise.

--Oh di qual gioia quel fragor m'empiea

Negli anni miei di gloria! È il campo, o figlia!

Noto è ad orecchio di guerrier quel suono,

Come voce di sposa al suo diletto.

Un dì così fremente io il bellicoso

Aere appena sentia, sovra il mio scudo

Battea forte l'acciaro, e dai precordii

Metteva un grido che atterrìa da lunge

Del nemico le scolte. E i miei congiunti

Dicean: «Voce è d'Aroldo, oggi si pugni,

Chè dove è Aroldo, è la vittoria.» Or fiacca

È questa voce, e più la destra, e al breve

Giubilo del guerrier tosto succede

In me a quel suono il trepidar del padre.

Proseguiro alcun tempo, e quindi Clara,

Che sino allor söavemente a' detti

Del genitore avea frammisti i suoi,

Incominciò a interrompersi, e risposte

Dar che, non conscio l'intelletto, un moto

Parean sol delle labbra. A poco spazio

Vedea della distante oste per l'aure

Quasi di nave altissimi duo pini

Elevarsi e ondeggiar, poscia fermarsi

Come al suolo confitti. E secondata

Venìa quell'opra da un clamor che il primo

Clamor non era, ma or fischiante or rotto

Da infami ghigni o da cupo silenzio.

A' sensi suoi creder dovea? Le cime

Parean gravate de' duo legni, e il pondo

Che le gravava non scerneasi. Udito

Spesso Clara ha di barbari supplizi,

Ove ad appesa vittima lo strale

Drizzano i bersaglieri, ed ottïen palma.

Quei che divide dalle ciglia il teschio.

Di tai supplizi un questo fora? Oh dubbio

Peggior di morte! E chi alla sbigottita

Dice s'uno colà de' morïenti

L'amato suo fratello ora non sia?

Chi le dice se il passo al genitore

Vietare a forza ella non debba? Ahi lassa!

E se il padre trattien, non di Ioffrido,

Che forse ancor sull'albero non pende,

Cagionerà la morte?... Ad ogni costo

Vadasi al fatal loco!

Il piè, tremando

In ciò pensare, affretta. In man la mano

Della meschina Aroldo tien.--Di gelo,

Fra sè diceva, è questa man, siccome

Quella ch'io strinsi di sua madre al letto

Ove s'estinse.

Indi il vegliardo scuote

Il capo, quasi scuotere volesse

Un malaugurio, e non potea.--Di morte,

Figlia, i negri m'inseguon pensamenti.

Abbi pietà di mia vecchiaia, e i cari

Detti mi porgi che tue labbra sciorre

Uniche san, quando scorato è il padre.

Nata ne' giorni di sventura, e in erma

Torre cresciuta, ove sorelle e madre

Vide spirar, sollecita a sinistri

Presentimenti schiuder l'alma, è fatto

In lei religïon. Si raccapriccia

In udir che s'affaccin alla mente

Del genitore e in quest'istante i negri

Pensamenti di morte. A lui si volge,

Apre le labbra--e i consolanti detti

Ch'uniche sciorre un dì sapean, non trova:

Non trova, ed ahi! la prima volta è questa

Che inobbedito di suo padre è il cenno.

--Più de' pensier miei tristi or malaugurio

M'è il tuo silenzio, ei dice.

E lo spavento

In lei crescendo, e a' rai primi del sole

Splender veggendo le volanti frecce,

Improvviso s'arresta.--Oh genitore!

Non c'inoltriam: non odi tu le strida

Degli assassini?

--Il figlio, il figlio mio

Forse a morte strascinano: affrettiamci.

--Deh, padre, ferma! a' piedi tuoi ten prego.

Io stessa innanzi andronne, e se Ioffrido

In vita è ancor, di novo al fianco tuo

Tosto mi rendo, ma te... O ciel! raddurre

Te vivo a casa allor io posso almeno!

--Sciagurata, che parli? Orrende cose

Forse tu vedi e a me non dici. Ovvero

Fra quelle voci che il mio antico orecchio

Non distinte percuotono, tu scerni

Voci di morte e del fratello il nome.

Che vedi tu? Che al giovenil tuo orecchio

Porta il tumultüoso aere d'atroce?

--Nulla, o buon padre. Ma t'arresta; pensa

Che se tu, giunto appo i nemici, udissi

L'orribil caso... tu m'intendi... allora

Orfana forse rimarrei nel campo.

--Me perder temi, e non t'avvedi, insana,

Che scellerata è tua pietà? Egli muore,

E tu qui mi rattieni? Il varco sgombra,

Tel comando, obbedisci.

All'inusata

Ira paterna impaurissi Clara;

S'alzò. Con passi rapidi il cammino

Misura il cieco, e strascinata quasi

La giovinetta il segue. Erasi spersa

La turba intanto che cingea i duo pini,

E presso a questi il padre e la sorella

Arrivan di Ioffrido. Ella più volte

Erse il ciglio tremando, e insanguinate

Scorse due salme, e incontanente a terra

Ritrasse il guardo. E non varrìa sovr'esse

Fiso tenerlo ad indagar; chè franta

Han la coppa del cranio, e dal mozzato

Lor sembiante piovea cèrebro e sangue.

Ma quell'orrida vista e lo spavento

Forza a' ginocchi tolgonle ed al core:

--Padre! dic'ella, padre!... E qui stramazza

A' piè d'Aroldo.

E mentre brancolando

Col caro pegno tra le braccia fugge

D'in mezzo della via, però che udito

Brigata di cavalli ha scalpitante

Di qua dal campo alla sua volta, e ignaro

Ad un de' lati fermasi, ove un tronco

D'albero sente; innanzi a lui lo stuolo

Giunge de' cavalieri. Era Manfredo,

Che di baroni provenzali cinto

Per intenti di guerra iva il terreno

Intorno visitando. Una fanciulla

Scorge egli tramortita ed un vegliardo;

E voltosi ad Aroldo, acerbamente

Così gli grida:--O discortese e stolto,

Perchè nel sangue d'un fellone e sotto

Il patibolo tratta hai quell'afflitta,

Cui toglie i sensi il raccapriccio?

--Oh sire,

Oh novo sire di Saluzzo! esclama

L'antico cavalier, cui non intera

L'aspra parola del crudel pungea,

Nota è ad Aroldo ancor la voce tua:

Aroldo io son dalle romite torri

Che si specchian nel Pellice. E l'illustre

Tuo genitor te adolescente spesso

Adduceva a mie sale, e co' miei figli

In un calice sol beevi a mensa.

Ah per memoria del tuo estinto padre

Oggi pietà di me ti prenda! Il figlio

Ch'unico maschio avanza a mia vecchiaia,

E cadde tuo prigion, deh non rapirmi!

Io non leggeri doni a te in riscatto

Dal mio castel portato avea, ma iniqui

Predatori per via m'hanno assalito.

Alle mie braccia il caro figlio rendi,

E qual tributo m'imporrai ti solvo,

Pareggiasse anco de' miei campi aviti

L'intero pregio.

--O sciagurato Aroldo,

Di qual osi tributo or favellarmi,

Se finor tutto mi negasti? È tardi.

--Tardi, o sire, non è. Seguita, è vero,

Fu da bollente figlio mio l'insegna

De' prischi Saluzzesi e di Tommaso,

E la vittoria a tua prodezza arride.

Ma tu il fervido oprar del giovinetto

Dona pietosamente al supplicante

Suo genitor che in venti pugne il sangue

Versò pel nobil padre tuo, quand'esso

Con tanta gloria signorìa qui tenne.

--È tardi, o vecchio, e duolmene. In te accogli

Tutta la forza ond'è capace il core

D'un cavalier. Sovra quel legno pende

Un trafitto cui grazia altra non posso

Conceder più che di ritorlo ai corvi,

E consentirgli de' suoi cari il pianto.

Disse, e accennando che una guardia il morto

Dalla croce calasse e all'infelice

Lo rimettesse, cogli sproni un tocco

Dïede al cavallo e col suo stuol disparve.

Clara i sensi racquista, e oh di dolore

Qual novo orrendo palpito! Era dunque

Il fratel suo quel miserando ucciso!

Eccolo tolto dal funesto legno;

Ed ella il raffigura a cicatrici

Che sul petto ei portava. Oh come il vecchio

E l'angosciata giovin su quel corpo

S'abbandonan piangendo! Ella in lino

L'infranta testa pïamente avvolge,

E chiede aiuto ai vïandanti. A dolce

Carità si commove una famiglia

Di Saluzzesi agricoltori, e dato

Viene un carro con bovi, onde al lontano

Castello il morto cavalier si tragga.

II.

Or da quel giorno d'ineffabil lutto

Rivolgiamo la mente oltre a sei lune,

E la mesta mia cantica, i solinghi

Pianti dell'orbo vecchio e di sua figlia

Commiserando, svolga altra vicenda.

Era una sera: alle vetuste mura

Del baron s'appresenta un fuggitivo,

A cui ferite e febbril sete esausta

Miseramente avean la voce. Aroldo

Piena di vino gli mandò una coppa

Con questi detti: Al focolar t'accosta

Sin che apprestata sia la cena, e al sire

Perdona del castel s'ei di sue stanze

Non uscirà, dove cordoglio il tiene.

Clara portò que' detti, e il fuggitivo

Che al maestoso inceder cavaliero

Parea e mendìco a' finti panni, il volto

Pria si coverse, indi con pronti passi

Balzar tentò fuor della soglia, a guisa

Di mortal che, caduto in impensato

Orribile periglio, aneli scampo.

Ma nella mossa impetuosa a lui

Manca il fievole spirto, e piomba a terra.

Clara il soccorre, il mira, ed alla negra

Ricciuta barba e al crine ella il ravvisa.

Chi era? Chi!... Manfredo! il già possente

Desolator della sua patria! il ladro

Che alla corona del nepote osava

Stender la man sacrilega, e sul capo

Inverecondo imporsela, e i diritti

Calpestar più sanciti, e di Saluzzo

Dirsi benefattor, serva a stranieri

Brandi facendo la natìa contrada!

Fortuna alfin l'abbandonò: fuggiasco

Da compiuta sconfitta è l'empio sire,

E per sottrarsi agl'inseguenti ferri

Ei s'è imboscato in varii lochi, e ignote

Calcò deserte rupi. Indi pel sangue

Nella pugna perduto e per la rabbia

Gli s'era da brev'ora intorbidato

Sì fattamente il lume del pensiero,

Che mal sapea dov'ei movesse, e giunto

Era ai campi d'Aroldo altra credendo

Sponda toccar. Qui più dal dolce tempo

D'adolescenza riportate mai

Non avea l'orme, ed alberi e tugurii

Mutato avean l'aspetto della terra.

Sol quand'ei vide Clara, appien le soglie

Raffigurò d'Aroldo, e se bastata

A lui fosse la possa, ei rifuggìa.

Manfredo! e senza guardie! e semivivo,

Sotto il tetto dell'uom cui trucidato

Non in battaglia, ma in supplizi ha il figlio!

Clara il conosce, e mentre a lui gli spirti

I famigli richiamano, ella corre

Alle stanze del padre, e già già quasi

A lui così sclamava:--Esci, un prodigio

Ad ammirar del Dio delle vendette:

Sull'ossa di tuo figlio a spirar viene

Il suo assassin!

Ma in quell'istante gli occhi

Della donzella alzaronsi a parete,

Onde pendea dell'Uomo-Dio morente

Effigie veneranda, e a quella vista

L'irrompente parola in cor rattenne.

Religïoso fremito la invase

Dinanzi a quell'effigie.

--Oh mio Signore!

Quai voci arcane alla tua ancella parli?

Tu irreprensibil fosti e sì infelice!

E a quei che l'uccidean pur perdonavi!

Or chi sa? Forse il dolce mio fratello

Pe' falli suoi fuor dell'eterna reggia,

In carcer sotterraneo, o d'inquieti

Elementi per l'alte aure ludibrio

Sta ancor penando, e a liberarlo vane

Fervon le preci, e in loco d'esse un atto

Di virtù nostra è d'uopo! O fratel mio!

Forse quest'atto or chiedi. Ah, virtù somma

È il perdonar! Cert'è che in cielo entrando

Tu perdonar, tu e noi, tutti dobbiamo

Come a noi perdonato ha il Redentore!

Ma padre è Aroldo: esser maggior potrìa

Delle forze d'un padre il dare aïta

D'un caro figlio all'uccisor. La lancia

Ei no giammai non bagnerìa nel sangue

D'uom che toccò la mensa sua... Ma pure

Chi può segnar dove talor trascorra

Nella foga dell'ira un core offeso?

Chi mi consiglia? Ah tu; gran Dio, tu solo!

Disse, e prona curvossi, e lungamente

Con ambascia pregò. Temea d'orgoglio

Esser tentata; innanzi a Dio temea

Calunnïar la santa alma del padre.

Ma nella mente repentino un raggio

Di fidanza pienissima le splende,

E ratta sorge e dice:--Ah sì, fratello!

Questo è il momento in che del ciel la porta

A tue brame si schiude: io di tua gioia

Sento il reflesso, e quella gioia è Dio!

Un servo entrava:--Damigella, o carco

D'inaudite peccata, o fuor di senno

È lo stranier. Che far dobbiam? D'Iddio

Parla tra sè com'uom cui prema occulto

Di vendette terribili spavento,

E di qui vuol fuggir.

--Tosto bardata

Per lui sia mia cavalla.

Il servo parte

Maravigliato, ed obbedisce. Intanto

Antico armadio la fanciulla schiude,

Ed indi tratto un de' paterni manti,

Al leve suo tesor poscia s'affretta

D'auree monete, e in una borsa il pone.

Così ver l'agitato ospite mosse,

E que' doni offerendogli--D'Aroldo

Questa, gli disse, è la vendetta, o sire.

Fremea la generosa in lui mirando

L'uccisor di Ioffrido e il formidato

Di Saluzzo oppressor, ma pïamente

Frenò il ribrezzo, e dal balcon la corte

Del castello accennando, a lui soggiunse:

--Ecco a' tuoi cenni un corridor: se lena

Ti basti, fuggi, e t'accompagni il cielo!

Clara sparve, ciò detto. E l'infelice

Tiranno--Angiol! gridò.--Poi diè dal core

Uno scroscio di pianto. Ed allor forse

Pentimento verace a lui fu strazio,

Le proprie atroci colpe rammentando,

E rammentando il giovine Ioffrido,

E quel misero cieco che appoggiato

Ad un alber credeasi, e gli grondava

Sovra la testa, ahi, di suo figlio il sangue!

Frettoloso Manfredo i doni tolse;

L'inaudita pietà benedicendo,

D'Aroldo cinse su le spalle il manto,

E quindi a pochi tratti il vide Clara

Dalla fenestra, che, al cortil venuto,

Con sembiante commosso intorno intorno

Iva gli occhi volgendo, e verso il cielo

In atto di preghiera ergea le mani,

Poi le briglie toccava ed era in sella.

Fermato ivi un istante, ad alta voce

Mise queste parole:--Aroldo! Aroldo!

Tu sol Manfredo hai vinto. Io del perduto

Seggio e de' vituperi onde vo sazio,

Consolarmi potrò; non potrò mai

Consolarmi d'aver tua nobil alma

Col più truce rigore insanguinata.

Udì il vecchio baron quel forte grido,

E balzò dalla seggiola esclamando:

--Figlia! il nemico nostro! il maledetto

Uccisor di Ioffrido!

E sul rugoso

Pallido volto del canuto il foco

S'accese del furore. A' piedi suoi

Clara gettasi allora, e gli palesa

Ciò che d'oprar le ispirò Iddio.

--No, Iddio

Questo non t'ispirò! prorompe Aroldo;

Manfredo è un empio! ei di dominio sete

Portò infernal su queste invase terre,

Che al suo nepote, a lui sovrano, tolse!

Infame della patria e del suo prence

Manfredo è traditor. Per sollevarsi

Sulla sede non sua, trasse alleati

E Provenzali e Càlabri e venduti

Guelfi di tutta Italia allo sterminio

De' nostri feudi e delle nostre plebi,

E incenerì Saluzzo!... e il figlio mio,

Il figlio mio su scellerata croce

A' carnefici suoi diede bersaglio!

Lunga e tremenda di rammarco e d'ira

Fu l'eloquenza dell'antico. A lui

Clara abbracciava le ginocchia, e santi

Detti porgea con supplice dolcezza:

--Le iniquità punir sol puote Iddio;

Noi non possiam sul misero fuggiasco

Punirle coll'acciar: solo a punirle

Una guisa n'è data, ed è il perdono.

Càlmati, o genitor; pensa che o degno

Per penitenza diverrà Manfredo,

O, rimanendo iniquo, a lui carboni

Saranno inestinguibili sul core,

Giusta il dir dell'Apostolo, i rimorsi

E fra l'alme perverse il danno eterno.

A Dio il giudicio! a noi l'umil dolore,

E il benefico palpito e l'eccesso

Della pietà non sol sugl'innocenti,

Ma pur sui rei, perocchè tutti d'uopo

Del perdono di Dio morendo avremo!

--Oh mia figliuola! sclama alfine Aroldo,

Ti benedico; santamente oprasti!

L'alza, al petto la stringe, e lagrimando

Mercè le rende che alla prova il senno

D'esacerbato padre ella non mise.

Un dì alle torri del baron fu visto

Giungere di Manfredo un messaggero

Da lontana contrada, e apportatore

Venìa di ricchi doni. Eran tre lune

Che pace avean l'ossa d'Aroldo, e muto

Era il castello, ed in vicino chiostro

Cinta di sacre lane, i dolci salmi

L'orfana, per la cara alma del padre

E del fratel, tutte le notti ergea.

POESIE LIRICHE.

LA MIA GIOVENTÙ.

_Cor mundum crea in me, Deus._

(PS. 50. )

Lamento sui fuggiti anni primieri,

Che fecondi di speme Iddio mi dava,

E di ricchi d'amore alti pensieri!

Tra giubili ed affanni io m'agitava,

Ed incessanti studi, e bramosia

Di sollevarmi dalla turba ignava;

E spesso dentro al cor parola udìa

Che diceami dell'uom sublimi cose,

Tali che d'esser uomo insuperbìa.

Pupille aver credea sì generose

Il mio intelletto, che dovesser tutte

Schiudersi a lui le verità nascose;

E di ragion nelle più forti lutte

Io mi scagliava indomito; sognante

Che sempre indagin lumi eccelsi frutte.

Quella vita arditissima ed amante

Di scienza e di gloria e di giustizia

Alzarmi imprometteva a gioie sante.

Nè sol fremeva dell'altrui nequizia,

Ma quando reo me stesso io discopriva,

L'ore mi s'avvolgean d'onta e mestizia.

Poi dal perturbamento io risaliva

A proposti elevati ed a preghiere,

Me concitando a carità più viva.

Perocchè m'avvedea ch'uom possedere

Stima non può di se medesmo e pace,

S'ei non calca del Bel le vie sincere.

Ma allor che fulger più parea la face

Di mia virtù, vi si mescea repente

D'innato orgoglio il luccicar fallace.

E allor Dio si scostava da mia mente,

E a gravi rischi mi traea baldanza,

Ed infelice er'io novellamente.

Se così vissi in lunga titubanza,

Ond'or vergogno, ah! tu pur sai, mio Dio,

Che tremenda cingeami ostil possanza!

Sfavillante d'ingegno il secol mio,

Ma da irreligiose ire insanito,

Parlava audace, ed ascoltaval'io.

E perocchè tra' suoi sofismi ordito

Pur tralucea qualche pregevol lampo,

Spesso da quelli io mi sentìa irretito.

Egli imprecando ogni maligno inciampo

Sciogliea della ragion laudi stupende,

Ma insiem menava di bestemmie vampo.

Ed io, come colui che intento pende

Da labbra eloquentissime e divine,

E ogni lor detto all'alma gli s'apprende;

Meditando del secol le dottrine,

Inclinava i miei sensi alcuna volta

Di servil riverenza entro il confine.

Tardi vid'io ch'a indegne colpe avvolta

Era sua sapïenza, e vidi tardi

Ch'ei debaccava per superbia stolta.

Trasvolaron frattanto i dì gagliardi

Della mia giovinezza, e sovra mille

Splendide larve io posto avea gli sguardi;

E nulla oprai che d'alta luce brille!

E si sprecar fra inani desideri

Dell'alma mia bollente le faville!

Lamento sui fuggiti anni primieri

Che d'eccelse speranze ebbi fecondi,

E di ricchi d'amore alti pensieri!

Ma sien grazie al Signor che, ne' profondi

Delirii miei, pur non sorrisi io mai

Agl'inimici suoi più furibondi:

Sempre attraverso tutte nebbie, i rai

Del Vangel mi venian racconsolando;

Sempre la Croce occultamente amai.

Ed il maggior mio gaudio era allorquando

In una chiesa io stava, i dì beati

Di mia credente infanzia rammentando:

Que' dì pieni di fede, in che insegnati

Dal caro mi venian labbro materno

I portenti onde al ciel siamo appellati!

Di nuovo fean di me poscia governo

La incostanza, gli esempi, ed il timore

Dell'altrui vile e tracotante scherno;

E l'ira tua mertai per tanto errore:

Ma gl'indelebili anni che passaro

Ritesser non m'è dato, o mio Signore!

Presentarti non posso altro riparo

Che duolo e preci e fè nel divo sangue,

Di cui non fosti sulla terra avaro

Per chiunque a' tuoi piè pentito langue.

I PARENTI.

_Deus enim honoravit patrem in filiis._

(ECCLI. c. 3, v. 3.)

Inno di gratitudine e d'amore

Al Creator de' nostri cuori amanti,

Di tutte meraviglie al Creatore!

Dacchè pel fallo prisco doloranti

Alla luce veniam, qual dolce aïta

Nè' genitori è data a' nostri pianti!

In ogni coppia umana, onde la vita

D'altri umani si svolge, ecco una diva

Pe' figliuoletti carità infinita.

Vedi la vergin titubante e priva

D'ogni ardimento, simile a cervetta

Che intorno guata, e de' perigli è schiva.

Chi nella fievol, timida animetta

Opra mutazïone inaspettata,

Quand'è fra il coro delle madri eletta?

Di progenie d'Adamo al ciel chiamata,

Grave è il sen della dianzi paventosa,

E il pondo regge da dolor cruciata.

Ed il porta con forza generosa!

E dopo un figlio compro a tanto prezzo

D'orrende angosce, altri portar pur osa!

Oh di strazii mirabile disprezzo

In creatura sì gentil, che solo

Parea nata de' fiori al molle olezzo,

Onde bëasse a lei d'intorno il suolo

E le dolci aure col suo bel sorriso,

E morisse alla prima ombra di duolo

Per destarsi felice in Paradiso!

* * * * *

Vedi la donna col suo piccol nato,

Che suggendole il seno a lei sorride

Sebben abbiale tanto egli costato,

La madre da lui mai non si divide.

Insazïata il guarda, insazïato

È il provveder ch'ei non s'affanni e gride:

Animo lieto o da timore oppresso

Nella veglia o nel sonno ha ognor per esso.

Lo sposo benchè a lei caro cotanto,

È più caro perch'ei pur ride al figlio;

Sovente, favellando a lei d'accanto,

S'avvede ch'ella e core e mente e ciglio

Tien sovra il pargol con sì forte incanto,

Che non ha udito il marital consiglio:

Allora ei tace e mira, e con dolcezza

Il lattante e la madre egli accarezza.

Oh tristo il giorno, oh trista l'ora, quando

Giace nella sua cuna egro il bambino,

E la giovine madre sospirando

Ad ogn'istante riede a lui vicino,

E invan teneri detti prodigando

Tien sulle amate labbra il petto chino,

Ma l'offerta mammella ei bacia appena,

E non la sugge, ed a vagir si sfrena!

Oh con qual lutto miserando allora

La spaventata si rivolge a Dio!

Oh come al dubbio che il figliuol le mora

Trema se in lei fu reo qualche desìo,

E perdono dimanda, e s'infervora,

Promettendo al Signor viver più pio!

I soli Angioli ponno anzi all'Eterno

Sì ardente prego alzar, qual è il materno.

Giorno di liete voci, ora felice,

Quando seman del pargolo i vagiti!

Quand'ei cerca la dolce genitrice

Con isguardi dal riso ingentiliti!

Quand'ei di novo il caro latte elice,

E scherzoso riprende i suoi garriti!

Tai porge allor la madre inni d'amore,

Quai mandar può de' Serafini il core!

* * * * *

Ov'alti rischi fervono,

Vieppiù la madre ardita

Pel frutto di sue viscere

Pronta è a donar la vita.

Ella, se fera scoppïa

Divoratrice vampa,

Verso la cuna avventasi,

E il pargoletto scampa.

Se il picciol piede illusero

Di cupo rio le sponde,

La madre piomba rapida,

E il tragge, o muor nell'onde.

Ella, se il figlio palpita

Tra infetto aere tremendo,

Tenta i suoi dì redimere,

Le piaghe a lui lambendo.

Se patria e tetto invadono

Empie, omicide squadre,

Stringe i suoi figli, e impavida

Pugna per lor la madre.

* * * * *

Tal è la nobil donna ingigantita

Dalla materna celestial possanza,

Che a tutte generose opre la invita.

Ma un sacrifizio v'è che ogni altro avanza,

Ed è in lei quell'assidua ed operosa

Sulla cara progenie vigilanza.

Alma di buona madre più non posa

Finchè non ha ne' figli suoi destata

Di virtù la favilla glorïosa.

Nè puote alma di figlio esser pacata

Fra inique gioie, se ha una madre anco

Che i vestigi di lui tremando guata,

E occultamente prega, e s'addolora.

* * * * *

Negli anni primieri

Del forte maschietto,

V'è mente selvaggia,

V'è indocile affetto;

Par ch'indi s'annunci

Futur masnadier.

La picciola belva

Se alcun la minaccia,

Vieppiù baldanzosa

Innalza la faccia;

Di colpi, di rischi

Non prende pensier.

Qual è quello sguardo,

Qual è quella voce

Che frena l'audacia

Del picciol feroce,

Incanto sì dolce

La donna sol ha.

Ed ella ripete,

Ripete l'incanto,

Frammesce sorriso,

Disdegno, compianto,

E amore gl'infonde,

Gl'infonde pietà.

Non bada la saggia

Se petti inumani

Diran che a domarlo

Suoi studi son vani;

In cor d'una madre

Speranza non muor.

E quei che parea

Futur masnadiero,

S'infiamma del bello,

S'infiamma del vero,

Divien della patria

Gentile decor.

. . . . . . . .

LE PASSIONI.

_Gustate et videte quoniam suavis est Dominus._

(PS. 39, 9.)

Dov'è mia gioventù? Dove i bëati

Anni d'amor, del Rodano appo l'onde?

Dove il ritorno a' miei dolci penati,

E mia stanza alle Insùbri aure gioconde?

Dove in Milano i glorïosi vati

Che mi cingean dell'apollinea fronde?

Dove mia gloria alle applaudite scene?

E poi dove il decennio infra catene?

Io di carcere usciva egro, e piangendo

Il mio buon Federico e gli altri cari,

Cui dato ancor da quel recinto orrendo

Rieder non era ai desïati lari:

Poscia esultava, Italia rivedendo,

Ed alfin temperando i giorni amari

Fra gli amplessi de' mei sacri canuti,

Per me sì lungamente in duol vissuti.

E omai da un lustro tutto ciò trascorse!

E nuovi plausi a me la patria diede,

E di nuovi Aristarchi ira mi morse,

E di nuovi propizi ebbe la fede,

E nuova infanzia a me d'intorno sorse,

E di morte vid'io novelle prede,

E «Vana cosa è questo mondo!» esclamo,

E separarmen voglio--ed ancor l'amo!

L'amo perch'alme vi trovai fraterne,

Che all'alma mia s'avvinser dolcemente,

E diviser mie gioie, e nell'alterne

Pene collacrimàr sinceramente:

E v'ha tali amistà che fièno eterne,

Benchè tessute in questa ombra fuggente,

Benchè tessute ov'ogni nobil core

S'apre appena a virtù, lampeggia e muore.

Degg'io, poss'io da tutte cose amate

Divellere una volta il mio pensiero?

Io, le cui sorti furono esaltate

Da tanto lutto e tanto gaudio vero!

Io, le cui rimembranze innamorate

Han su mia fantasia cotanto impero!

Io, cui balzar fa sin talora il petto

Vista di leve, inanimato oggetto!

Poesie scelte · 第 8 / 9 段