De' tribunali, e della reggia stessa:

Quali i provvedimenti unici, rotti

Ed efficaci ad impedir l'ebbrezza

Delle rivolte, a raffermar lo impero:

Quali de' prischi imperadori, e quali

Del magno Otton le più laudabili opre,

E quai le insane; e come arduo ognor sia

Seguir le prime e non errare; e come

Gli egregi prenci a errar tragge talvolta

Adulante caterva. Accennò alcuni

Del sir lusingatori, accennò il vile

Cangiarsi di Guelardo: e brevi furo

Su lor suoi detti, e non degnò que' nomi

D'anime basse proferir neppure.

Ma que' rapidi detti eran gagliardi,

Siccome piglio di paterno braccio,

Che sovra l'orlo d'un dirupo afferra

Perigliante figliuolo.

Otton si scuote.

Da verità sì energiche, da senno

Sì giusto e luminoso ed esaltante

Non era stato mai colpito. In altri

Colloqui a' dì felici il buon ministro

Parlava il ver, ma forse in più gradita

Guisa, sparmiante del suo re l'orgoglio.

Ora è il parlar solenne, il grido urgente

D'uom, che vicino a morte anco un tributo

Di fedeltà solve al monarca e al dritto,

Tutto dicendo che giovar del pari

Sembrigli al trono e alle regnate genti.

Alla beltà del vero e del coraggio,

E di quel dignitoso intenerirsi

Che da alterezza vien compresso, e pure

Nella voce si sente e ne' benigni

Sguardi si vede, unìasi in Ebelino

Da natura sortita un'armonìa

Di nobili sembianze e di contegno,

Talchè valor più prepotente dava

A sua favella, ed escludea il supposto

D'ogni viltà, d'ogni codarda astuzia,

E facea forza a Otton. Perocchè Ottone

Stranier non era a simpatia per cuori

Di grandissima tempra. E fu vicino

A cedere, a gettare ambe le braccia

Del prigioniero al collo, al gridar:--Falsa

Tengo ogni accusa contro al mio fedele!

Ma Sàtan vide quell'istante, e spinse

Tëofania d'Augusto in cerca.

Bella

Era la greca donna e di vivaci

Grazie adorna, e scaltrissima e pungente

Ne' suoi sarcasmi, ed irridea talvolta

La bonaria alemanna indol con motti

Quasi di spregio; e di quei motti spesso

Arrossia Ottone. E perocch'egli amava,

L'affascinante sposa, ambìa piacerle

E far pompa d'accorta alma inconcussa,

E a tal cagion solea de' generosi

Sensi in cor frenar gl'impeti al suo fianco.

Salutata dall'armi, il passo inoltra

Fra le colonne di que' regii lochi

La incoronata, e stabilisce e freme

In vedere Ebelino; e sovra Ottone

Lancia quel guardo che dir sembra:--Stolto!

Sedur ti lasci?

Tanto, oimè, bastava

A confondere il sire! Eccol a un tratto

Con più severa maestà atteggiarsi

Verso il captivo, e dir:--Riedi: a me il vero

Tutto paleserassi; e tu, innocente,

Gloria n'avrai; prevaricato, morte.

Torna Ebelino al carcere, e già scerne

Che inevitata è per lui morte. Oh come

Lenti di nuovo i dì, lente le notti

Volgon per lui! Quel sempre assomigliarsi

D'una all'altr'ora, e la perpetua veglia,

Ed il perpetuo tenebrore--e i cibi

Immondi e scarsi--e l'aspreggiante voce

Di questo o quello sgherro--e il frequent'urlo

D'altri prigioni disperati, in cupe

Vicine volte seppelliti--e il suono

De' ceppi loro, e quel de' propri--e il canto

Osceno del ladron che, bestemmiando,

La forca aspetta--e i gemiti dell'egro

Forse non reo che sulla paglia spira--

E il sollecito passo delle guardie

Che dicono: «È spirato!»--e questo detto

Che l'echeggiante corridoio in guisa

Ripete orrenda--e il pianto d'un amico

Che, udendo il nome dell'estinto, grida

Dal fondo d'un covile: «Ahi! gli sorvivo!»--

E per dispregio di quel pianto il ghigno

Od il sibilo infame di coloro

Che trascinano il morto--e, con siffatta

Serie d'inenarrabili vicende

Di castel, che i perenni affigurava

Dell'abisso tormenti, il ricordarsi

De' dì sereni che svanìr, de' plausi,

Delle liete speranze, e, più di tutto,

De' dolci affetti--ah! quella è tale immensa

Congerie di dolori e di spaventi,

Che dissennar minaccia ogni più forte

E sdegnoso intelletto! E se si ponno

Da intelletto simil serbar talvolta

Contro all'empia fortuna altero scherno,

O pensieri di pace e di perdono,

E di fede nel cielo, ahi! pur quell'ora

Amarissima vien che ineluttata

Mestizia il cor miseramente serra,

E non v'è chi consoli! Ed altre pari

A quell'ora succedono, e d'angoscia

In angoscia si cade! Ed un'ardente

Smania investe il cervello, ed impazzato

Esser si teme o brama! E il generoso

Petto chiuder non puossi all'irrüente

Piena dell'odio che in lui versan mille

Della viltà degli uomini memorie!

E feroce si resta, e di sè stesso

S'inorridisce e sclamasi:--«Son io,

Benchè non conscio di mie colpe, un empio?»

E chiedesi all'Eterno, e lungamente

Chiedesi invan, d'amore una scintilla!

Quelle angosce conobbe anco Ebelino,

Ed allora invisibile al suo fianco

Sàtan sedeva, e gli pingea coll'arte,

Ch'è propria a lui, tutto che meglio ad ira

E a disperazïon trarlo potesse.

Ed Ebelin pur resistea, e pensava,

In mezzo alle sue smanie, all'Uomo-Iddio,

Che sublimò i dolori, e fu ludibrio

D'ingrati e di crudeli: e quel pensiero,

Che insensatezza all'occhio è de' felici,

Insensatezza non pareagli, ed alta

Storia pareagli che gli oppressi in tutti

Lor martirii nobilita; e volgendo

Quella storia ammiranda, a poco a poco

Ammansava gli sdegni e perdonava.

Ma la parte del cor, che più dolente

Sanguinava, era quella ove scolpite

Stavan due care fronti. Una è la fronte

Della madre decrepita che in pace,

All'ombra degli altar, da parecchi anni

Viveasi in Quedlimburgo, e l'altra è quella

Della madre d'Augusto. Ambe le antiche

Serrava il chiostro istesso, e raramente

Alla reggia venìan; che ad Adelaide

Odïosa la reggia erasi fatta

Per l'imperar della superba nuora.

--Qual sarà stato di mia madre, e quale

Dell'onoranda Imperadrice il core,

Allorchè udir la mia sventura? Iniquo

Esse, no, non mi tengono! Esse almeno,

Mentre a tutti i mortali il nome mio

In abbominio fia; caro l'avranno!

Così geme Ebelino. Un dì, ottenuto

La madre alfine ha di vederlo, e scende

Alla prigion del figlio. Oh inenarrati

Di quel colloquio i sacri detti e i sacri

Abbracciamenti! Oh qual pietà! Una madre

Che riscattar col sangue suo non puote

Di sue viscere il frutto! ed il più amante

Figlio che di sua madre, ahimè! in secreto

Deplorar dee la lunga vita!

Il giorno

Che dalla inconsolabil genitrice

Fu Ebelin visitato, oh da qual notte

Seguito fu! L'espandersi de' cuori

Nella sventura, è de' sollievi il sommo;

Ma dopo tal sollievo, allor che mesto

Il prigionier dalle pietose braccia

Di persona carissima è staccato,

E solingo riman, quanto più dura

Gli è solitudin! Quanto più affannoso

Il desiderio de' bei tempi in cui

Fra gli amati vivea! Quanto più viva,

Più lacerante la pietà ch'ei sente

Di sè stesso e d'altrui!

Me a tal dolore

Stranier non volle il Cielo, e in ripensarti,

O decennio del carcere, infiniti

Strazi ricordo, ma il più acerbo è forse

Quand'io, abbracciato il genitor, partirsi

Da me il vedea; quand'io, calde le labbra,

Del bacio suo, dicea:--Questo è l'estremo!

Non un decennio, ma più lune ancora

Durar gli allarmi d'Ebelino. Ei forse

Nel _giudizio di Dio_ gli accusatori

Sperava iniqui col possente acciaro

Düellando atterrar. Chi d'Ebelino

Avea la forza e la destrezza? E quanta

Forza o destrezza in düellar non dona

Senso d'intemerata anima offesa!

Ma tai _giudizi_ Iddio forse abborrendo,

Non volle che sancito il reo costume

Per Ebelin venisse; o del demonio

Opra fu l'impedirlo. Il pestilente

Aere del carcer nell'oppresso infonde

Maligni influssi, ed eccolo abbattuto

Da insanabili febbri. Il derelitto

Pur talvolta illudeasi, immaginando

Che alcun de' tanti, su cui sparsi avea

Suoi benefizi, or con repente mossa

D'onore e gratitudin s'offerisse

A combatter per esso:--attese indarno.

Spunta il dì della morte, ed Ebelino

Vien tratto innanzi a' giudici; e Guelardo

La sentenza gli legge! Il condannato

Udì, chinò la fronte, e rese grazie

Tacitamente a Dio che al sacrificio

Termine alfin ponesse; e bramò ancora

Una volta veder la genitrice.

Venne l'antica, e insiem si consolaro

Con nobil forza alterna, e con alterne

Religïose cure. Ella ed un pio

Ministro del Signor soli eran consci

Dell'innocenza d'Ebelin. Veloce

Scorre quel sacro tempo, e omai gl'istanti

Sovrastan del patibolo. Umilmente

Prostrasi ancora innanzi al sacerdote

Il giusto cavalier; quindi si prostra

Anzi alla madre, ed ella il benedice,

E si dividon sorridendo, e in cielo

Riabbracciarsi in breve speran.

Move

Per le vie tra i carnefici, agguagliato

Al più vil masnadiero, e contro a lui

Insane urla di scherno alzan le turbe.

Di quegl'inverecondi ultimi segni

Dell'odio altrui stupìa, ma per le turbe

Egli pregava. Ed arrivato al palco,

Con fermo passo ascese, e parlar volle;

Ma sue parole non s'udir, sì orrendi

Vituperi sonavano. Ed allora

Accennò egli medesimo al percussore,

E siede sullo scanno, e tosto il collo

Mise sul ceppo--e la mannaia cadde!

L'angiol della calunnia, abbenchè indurre

Non avesse potuto alla bestemmia

Il retto cavaliere, e or si rodesse

Invido i pugni, l'alta anima a Dio

Salir veggendo--audacemente «Ho vinto!»

Volea sclamar. Ma pria che la menzogna

Intera uscisse dell'infame petto,

Piovver dal cielo i fulmini, e il bugiardo

Spirto ravvolser negli eterni abissi.

Ov'è il Giuda novel?--Perchè perduto

Delle guance ha il vermiglio, e la baldanza

Della voce e del guardo?--E perchè al riso

Che da Tëofania volto gli è spesso

Non ride, e gli occhi abbassa, o spaventato

Mira a destra e sinistra?--E perchè a sera,

Se in luoghi oscuri passa, affretta il piede

A illuminata parte, e ansante giunge

Quasi inseguito fosse?--E perchè cerca

Talor per via i mendici, e su lor versa

A piene mani l'oro, e di lor preci

L'aiuto invoca, e inefficaci poscia

Di quei le preci ei furibondo chiama?--

E perchè ne' festini alcune volte

Cionca e sghignazza, e intrepido si vanta

Contro a tutte paure, e quando a letto

Va nell'ebbrezza, trema ed urla, e al fido

Servo chiede il cilicio e se lo cinge?

Pentimento ei bramava, e scellerata

L'alma era fredda, e a pentimento chiusa.

Un dì, colui con altri sommi duci

Passò a fianco d'Otton sovra la piazza,

Ove ancor d'Ebelino ad alto palo

Vedeasi infisso il teschio. Il traditore

Volea finger letizia, e le pupille

Miseramente stralunava, e insieme

Forte i denti batteangli. Ottone il guarda,

E vacillar sovra l'arcione il vede,

E a sostenerlo accorre.

--Oh! che ti turba?

Oh! che ti turba? Gli ripete.

--È desso!

Sclama Guelardo, il mio tradito amico!

Chi dal giusto immolato mi sottragge?

E prepotenza di rimorso invitta,

Ma non pia, lo costringe. Ei maledice

E terra e ciel, ma l'alto arcano svela.

Folto drappello d'ottimati, e folta

Moltitudin di volgo al confessante

Fa cerchio, e inorridisce a sue parole,

Tutta imparando la esecrata istoria.

Da tanti petti universal s'innalza

Un lamento:--Oh sventura! oh atroce colpa!

Il caduto Ebelino era innocente!

Ed Otton più che gli altri inconsolato

Raccapricciando grida:--Oh me infelice!

Era innocente, e trarre a morte il feci!

Il traditor nel suo sangue stramazza.

Qual mano il colpo diè primier? Mal puote

Fama saperlo. I più disser che ratto

Un ferro in cor si configgesse il tristo,

Altri che Otton percosselo. Il tumulto

Ferve con rabbia orrenda. In cento brani

Ecco lacero, pesto, annichilato

Il cadavere infame. E s'inchinaro

D'Ebelino anzi il teschio e imperadore

Ed ottimati e popolo, e nel tempio

Dato fu loco alla reliquia santa.

Alto clamor di giubilo e di rabbia

Rimbombò nell'inferno, al piombar quivi

Il traditor, ma sol menonne festa

L'abbietta e sciocca de' demonii plebe:

Il lor superbo re, poste con ira

Su Guelardo le luci e le calcagna,

Urlò:--Che gloria alma sì vil mi reca!

ILDEGARDE

CANTICA.

Anche l'_Ildegarde_ è una di quelle cantiche ch'io aveva in lontani

anni disegnate, e già era questa eseguita in gran parte, ed onorata

degli amichevoli suffragi del nostro Monti e di Byron. Spariti

quegli abbozzi con altre carte da me in dolorosa vicenda perdute, ho

tentato dodici anni dappoi di ricomporre la stessa produzione,

quantunque non ignaro che difficilmente in età provetta si ritrovano

le felici ispirazioni della gioventù.

ILDEGARDE.

_Pars bona mulier bona._

(ECCLE. c. 26, 3.)

Poesie scelte · 第 6 / 9 段