Del proscritto la stanza! Oh, il curïoso
Mio desir non t'offenda: avresti il suolo
Di Verona toccato? o nulla almeno
Dell'infelice mia patria t'è noto?»
«Verona tua, gran Valafrido, ancora
Non visitai, ma qui di Francia io movo
Per quella volta.»
Adel così dicendo,
Una scritta porgeva: e con ossequio
(Mentre quei legge) osserva le sembianze
Dell'eroe cui per molte cicatrici
Beltà non scema: è in Valafrido un misto
Tal di guerriera cortesìa e fierezza
Che affetto ispira e in un tema e stupore.
«Che? Tu del sir di Rocca Incisa alunno,
Di lui ch'a Eligi mio chiuse le ciglia?--
E dal felice tetto del vegliardo
L'ardente febbre involati de' prodi,
Il bisogno di gloria? Oh, dritto ei parla,
Con paterna amarezza lamentando
Giorgio il tuo dipartir! _Ne' generosi
V'è un impulso di Dio che li sospinge:
Uopo è onorarlo, anche se il cor ne pianga._»
Adel s'inteneria rammemorando
Del suo signor l'affettuoso sdegno,
Quando i suoi preghi a forza il combattuto
Congedo ottenner. Poi dalle ospitali
Accoglienze animato--«O Valafrido,
Guida mi sieno i tuoi consigli: acceso
Dall'alta istoria di tua eroica fede
Pel trucidato nostro italo Augusto,
Al sitibondo mio ferro ho la morte
Del traditor giurata.»
«O giovinetto,
il cor mi brilla udendoti. Perduta
Tutta de' giusti ancor dunque la stirpe
Non è in Italia? I giusti--oh, ma son rare
Stille che pure cadono dal cielo
In torbido ocean, che inosservate
Nelle giganti sue schiume le ingoja!
T'arrida un giorno la fortuna: or tempo
È di sostar: te perderesti indarno
E del trafitto Cesare quel sacro
Unico avanzo su cui pende il brando
Dell'assassin.»
«Ciò che a salvar la figlia
Di Berengario lungamente opravi
Noto m'è o Valafrido...»
«E non t'è noto
Che al novo italo sire Ugo negando
Chinar l'insegna mia, se dalle mani
Dell'assassin Rasperto ei non togliea
La donzella regal, meco possente
Esercito ebbi che d'onore al sacro
Nome parea tutto avvampar? L'infido
Ugo mi trae ne' lacci suoi chiedendo
A me di pace il parlamento: i dritti
Son vïolati delle genti: in ferri
Tratto mi veggio. Ov'eran le promesse
Dell'esercito mio? dove la sete
Di giustizia e vendetta? Oh vitupero!
I creduti leoni eran conigli
Che un fischio sperde. Alla prigion m'involo,
A mie castella mi ricovro, ai servi
Do franchigia e virtù: la fede e il grato
Animo in prodi trasmutò gli abbietti:
Pugnar, morirò al fianco mio. Ma invano
Sperai che gara in petti altri e gentile
Pudor si ridestasse. Il soverchiante
Numero mi sconfigge: Ugo e Rasperto
Al suoi adeguan le mie rocche, e a stento--
Ramingo, insidiato, egro--l'afflitta
Testa posar m'è in questi monti dato.»
«Signor, tu il sai, soccombe il retto, e vana
Però non è la sua caduta: è crollo
Che desta le sopite alme e del retto
A compir le sublimi opre le incalza.»
«Adel, m'ascolta: speme una accarezzo,
Sol una.»
«Qual?»
«La grande alma d'Ottone.
Io in Lamagna trarrò, moverò l'ira
Del generoso: il vindice d'Italia
E del tradito imperador fia Ottone.»
Al quarto dì si separar gli eroi:
Valafrido oltre l'Alpi, e Adello mosse
Alla città infelice ove vassallo
Del re malvagio domina nel sangue
Il feroce Rasperto. Avea costui
Folto stuol di satelliti, raccolti
Tutti d'infra le truci orde venute
Di stranie terre alla rapina.--Adello,
Onde vie meglio ascondere che in petto
Lombarde cure ci prema, avventuriere
Natìo di Francia fingesi, cui sorte,
O errori giovanili, o irrequïeta
Brama d'eventi fuor di patria spinse.
Tacitamente a lungo ogni suo passo
Esplorato venìa. Seco si stringe
Un burgundo guerrier: cieca fidanza
Mostragli Adel, sognati casi narra,
Forte invaghito del mestier dell'armi
Dicesi, e a poco a poco ode gli offerti
Patti, e ingaggiarsi appo Rasperto assente.
L'avvenenza d'Adel, la signorile
Sua destrezza nell'armi attirò in breve
Del tiranno gli sguardi, e di sua corte
Agli ufficii l'assunse.
Adel fremea
Nell'incurvar l'altera alma alle bieche
Non imparate ancor del debole arti:
Ma incurvarla era forza, o prorompendo
Mal augurata far l'impresa. È lieve,
Di Berengario sulla tomba il mostro
Strascinar per le chiome e trucidarlo;
Ma di Rasperto riman poscia il crudo
Nipote Euger, che in sua balia rinchiusa
Tien nella torre Sigismonda e il sangue
Versar della infelice orfana puote.
Pria che vendetta dell'estinto or vuolsi
Dell'oppressa innocenza oprar lo scampo.
Cauto osservar gli spiriti, una tela,
Se arride il tempo, ir preparando, e il cenno
Di Valafrido attendere--tal era
Lo spettante ad Adello inteso incarco.
Ma più lune trascorsero, e l'eroe
Di Lamagna non torna, e orrende nozze
(Onde gli ambiziosi emuli tronche
Sien le speranze) intimansi alla figlia
Di Berengario coll'infame Eugero.
Repente sulle piazze alla sommossa
Chiamar la turba? Ed a qual pro? Non altri
Tentaron questa via? Tosto immolati.
Dalla viltà del volgo,--od a ritrarsi
Costretti si vedeano, onde il tiranno
Non estinguesse del lor re la figlia.
Dar l'assalto alla torre? e con quai brandi?
Ah, in molti petti è l'ira, il desio in tutti
Della vendetta, la virtù--in nessuno!
O almeno Adel non la scoverse.--Un fido
Servo, che collattaneo era del vecchio
Padre d'Adello, e indivisibil sempre,
Fin dal natal del giovin sir gli stette,
De' suoi segreti è il sol custode: oh, gli anni
La destra aggravan d'Almadeo; compagno
Fora mal certo nel ferir!
«Buon padre,
Urge il tempo, ho deciso: ad ogni rischio
Sol rimango io, ma Sigismonda è salva.»
«Che dici o mio signor?»
«Sotto l'ammanto
D'altra grave cagion, rapido cocchio
E destrieri apparecchiansi: al tramonto
Portator de' messaggi io di Rasperlo
Al re m'invio--ciò crederassi--il cocchio
Tu guiderai; più prezïoso un pegno
In mio loco ivi fia. Non della corte
D'Ugo il cammin, ma di Vinegia prendi:
Sino al mar non ristarti: un agil legno
Senza indugio v'accolga, ed al suo illustre
Proscritto zio la vergine conduci.»
«Deh, l'arcano mi spiega!
«Odi: tu sai
Che alla prigion della regal donzella,
Fuorch'a entrambi i tiranni e alle lor guardie,
Ad uom recarsi non è dato. Appena
Due antiche ancelle--e l'una a Sigismonda
Nutrice fu--ponno ogni dì all'afflitta
Di compianto e amistà porger ristoro.
Ad esse favellai. Della nutrice
Le spoglie io vesto, all'altra m'accompagno,
In carcer resto, e assuntesi le spoglie
Della nutrice, Sigismonda fugge.
Ir non può in fallo il colpo: occhio severo
Su queste donne non s'estende. Inferma
Da lungo è quella onde la voce io tolgo:
Muta sol ivi penetrar, ravvolta
In ampio velo: al scender della torre
Al lor umile tetto uom non le segue.
Buje or sono le notti: al destro lato
Del vicin tempio le fuggiasche trovi.
Salgano il carro immantinente: sferza
Senza posa i cavalli.»
«O signor mio,
Che fai? tua vita perdi: a' genitori
Pensa.»
«Agli esempii lor penso: la vita
Posposer sempre al maggior ben--l'onore!»
«Del tinto personaggio a me la cura
Dona, all'illustre zio tu stesso adduci
La salvata donzella.»
«Oh, ben da tanto
M'estimo io sì! nè a tue virtù, la gloria
Di morir per sì giusto atto, minore
Certo sarìa! Ma di soverchia mole
È, Almadeo, tua presenza: in guisa niuna
Dal travestir s'illuderian gli sgherri:
Me affida inoltre il valor mio: l'acciaro
Del padre d'Eloisa io sotto ai lini
Donneschi porto, e allor che s'avvedranno
(Dopo molte ore, deh, ciò sia!) le guardie
Dell'inganno sofferto, io d'atterrarle
E scampar non dispero; e piena l'opra
Forse eseguir che il morto re domanda.»
Resistenza e preghiere e ammonimenti
Ripetè invan l'antico.--I fatti egregi
Pensa anche il vil talvolta: il sol gagliardo
Li pensa e compie--e tra il pensiero e il fatto
È una ferrea catena, e niuna scossa
Quella catena fa ondeggiar.
Le donne
Alla torre presentansi. Il guardiano--
«Dio ti ridoni la salute o inferma!»
E la sana risponde: «Oggi l'affanno
Più dell'usato la meschina opprime,
Nè a veglia quindi appo la dama a lungo
Starci forse potremo.» E ciò dicendo,
Al saluto venal porgea cortese
Qualche mercede.
Inesplorate i neri
Avvolgimenti della torre ascendono,
E lor la trista cella si disserra
Di Sigismonda; indi il guardian sen parte.
Tutto in breve ode la fanciulla. Invasa
Da sorpresa e rossor, confusi, incerti
Detti favella. Il giovin cavaliero
E la vecchia fedel con premurose
Istanze le fan forza. Ah, d'involarsi
Dall'infame imeneo trattasi, i dubbi
Stolti, funesta ogni esitanza fora!
Della nutrice a Sigismonda i veli
S'appongono.--L'inferma appo la dama
Lunga dimora far non può: al suo letto
Già si ritira. In fondo era alla cella
Adel quando il guardian chiuse, e le donne
Fuor della torre addusse; ed osservato
Perciò non venne.
Poich'è sol, del manto
Che il cingea si discioglie, e il suo guerriero
Aspetto ripigliando, avido tende
E inquïeto l'orecchio. Ei di sventura
Trema--non già per sè: sull'elsa ha il pugno:
I perigli ricorda in cui quel brando
Conquistò a Giorgio la vittoria: stretta
Si tien sul cor la zona d'Eloisa--
E sovrumana forza alla sua destra
Tal s'infonde, che intrepido i suoi giorni
Venderia e cari a folta schiera innanzi,
Ma alla fuggiasca pensa e per lei trema.
«Che direbbero Italia e Valafrido,
E i miei parenti e un dì Eloisa, ov'io
Con improvvida audacia a morte spinta
Avessi Sigismonda? Eppur la scelta
Di più partiti io non avea, e il peggiore
Era l'indugio. Strepito non odo:
Oh cielo, arriso avresti? Ale ai corsieri
Presta, lor tracce agli inseguenti ascondi!
Propizii sovra il mar spira i tuoi venti!
In porto adduci l'innocente afflitta,
E ch'io pera, se il vuoi, ma inglorioso
Non sia il mio fato!»
Secoli son l'ore,
Ma pur segue una l'altra, ed ogni istante
Reca in Adel nova speranza e gioja.
Verso il mattin--prostratto era ei davanti
A un crocefisso, e per la patria orava,
E per tutti i mortali, e più pei cuori
Che sono al suo più strettamente avvinti--
Quando un suono di passi e di parole
Pei rimbombanti angusti anditi giunge
Al prigioniero. Stridono le chiavi
E gli orrendi cancelli. In piedi ei balza:
Ascolta--e i ghigni scellerati scerne
Dell'impudente Euger. Venìa il malvagio
Ad annunciar, che irrevocabil cenno
Dell'empio sir, ferme ha in quel dì le nozze.
Ma la porta dischiudesi--oh sorpresa
Spaventevole al reo, d'imbelle donna
In loco all'affacciarglisi improvviso
Incalzante guerrier! Pongon la mano
Alle spade i satelliti e il lor duce,
Urla mettono orrende, orrendi colpi
Metton, ma invan: già steso è al suolo Eugero,
Già spiccia il sangue da più petti: in cerca
D'aita e in fuga altri si volge: umana
Opra questa non credon, ma prodigio
Invincibil del cielo. Adel si slancia
Con volo irrefrenabile atterrando
Tutti gl'inciampi, e della torre è uscito.
Al popol corre, con possente voce
Incita a compier l'alta impresa: ei narra
Dell'involata all'esecrande nozze
Figlia di Berengario.
«Avventuriero,
Qual credeste, io non son, d'estrania terra!
De' Saluzzesi monti, italo io sono,
Figlio del sire Adel, che antico servo
Fu dell'ucciso imperador! Vendetta
L'adirata onoranda ombra a me chiese,
A voi tutti la chiede. Oggi la taccia
Si lavi che (già omai volge il terz'anno)
Vi disonora e dican la fraterne
Ed emule città--_Giacea nel fango
Per rio destin, non per viltà, Verona!_»
Il suo apparir maraviglioso, i caldi
Accenti del guerrier, la reverenza
E la pietà che spiran le ferite
Onde il volto gronda--e par ch'ei solo
Conscio non siane--un inatteso effetto
Producon nella turba. Al denso stuolo
Delle feroci mercenarie lance,
Che con Rasperto irrompono, non cede
Come altre volte il volgo: aspra battaglia
Le vie e le piazze insanguina: le opposte
Ire in eroi trasmuta anco i più vili.
Adel s'azzuffa col tiranno. Ivi era,
Ivi a mirarsi spaventevol cosa
Il furor de' gagliardi, il mortal odio,
E di disperazion l'ultima prova!
Lunga è la lotta, dubbia è la vittoria:
Si soffermano il popolo e i guerrieri,
E alterno è il plauso ed il terror. Ma alfine
Precipita il tiranno: a quella vista
Sgomentati si sperdono gli sgherri:
Grida di gioja il popolo manda--e Adello
Trionfator, ma semivivo, cade
De' suoi compagni d'arme infra le braccia.
Dio quella vita ad altre angosce ed altre
Glorie serbava: ma all'esauste vene
Del campion di Verona a grave stento
Riedè salute.
Un dì, al suo letto ei vede
Inoltrarsi due duci. Uno ei ravvisa:
È Valafrido. Di Lamagna i prenci
Questi trovato avea sì nelle interne
Discordie avvolti, che niun d'essi cura
Prender potea dell'itale fortune.
Oh come Valafrido i dolci amplessi
Rende al ferito eroe! come gentile
Dal labbro suo suona la lode al forte
Fatto d'Adel! Nè men commosso e onesto
Favellando applaudìa l'altro guerriero.
Il magnanimo zio di Sigismonda
Quegli è che ad onorar venne l'ignoto
Della nipote redentor:--Più giorni
Con delicata indagine il vegliardo
Spiò se in cor d'Adel fiamma d'amore,
Eccitatrice d'alte gesta, ardesse
Per l'augusta donzella, e dagli accorti
E amici detti un raggio tralucea,
Qual di desio che Adello osi a tai nozze
Elevar sue speranze.
Il perspicace
Garzon di quel linguaggio i sensi intende:
Ma cortesìa vuol che li ignori, e aperto
Scansi rifiuto. Quindi uopo tingendo
D'amichevol conforto e di fidanza
A sollevar del mesto animo il pondo,
Con fil e candor narra al buon vecchio
L'umile istoria de' suoi giovani anni,
E il foco inestinguibile che inceso
Le virtù d'Eloisa e la bellezza
Han nel suo petto, e tutto dice--tranne
Che riamato ei sia.--Ben gli era nota
La sfolgorante venustà e la dolce
Alma di Sigismonda, e come i prenci
Si contendan sua destra e quella destra
Porti forse venture alte di regno;
Ma più che ogni tesoro e più che i troni
È a lui la sua Eloisa--oh doloroso
Sovvenir d'un bel sogno! inutil culto!
Inutil no, giacchè sublima il core!
III.
Nell'arduo calle della gloria i primi
Cantai passi d'Adello: or trasvolando
Sull'ali rapidissime del tempo,
Additerò sol come lampi i lunghi
Patimenti e le gesta onde l'eroe
Gli anni suoi segnalava.
Ugo, insultando
Delle città, de' vescovi e de' forti
Itali castellani a' privilegi
E schernendo i trattati ed impunita
La libidin lasciando e la rapacia
De' suoi baroni, acceso avea nel regno
Di civil guerra la esecranda face.
Dal furor della plebe i regii messi
Lacerati venian: le inesorate
Lance del sire offeso alla vendetta
Trucemente scagliavansi. Ammucchiati
I cadaveri ingombrano le strade,
Nè v'ha chi li sotterri: il pellegrino
Riede al natio villaggio, e indizio appena
Del loco ov'ei sorgea songli i mezz'arsi
Rottami delle pietre e pochi teschi--Forse
del padre e dei fratelli i teschi!
Tal de' Lombardi era lo stato. Adello
De' depredati borghi e monasteri
In difesa accorrea: di lui, nemico
Più formidabil non avea il tiranno.
Ma in breve queste guerre han tratto all'imo
D'ogni miseria la contrada: il mese
Della messe venia, ma il sol versata
La sua virtù feconda avea ne' semi
Dell'ortica e del cardo; e da lontano
Il fuggiasco villan piangea sul brando
Che a' dì più lieti gli falciava i campi.
Ride Burgundia. «Or tempo è di riporre
I nostri ferri agl'Itali divisi!»
E già possente esercito calava
A sicura vittoria. Allora Adello
Vede la gran rovina: ad impedirla
Non v'è che la concordia, e alla concordia
Città rivali stringer sol può un scettro.
Del nome suo l'autorità sopisce
Gli odii: ei radduce le cosparse insegne
Appo la regia insegna. Or la salute
Dell'itala corona oprisi, e il guardo
Sulle colpe ond'è tinta uom non sollevi.
L'impulso dell'eroe quasi un novello
Spirto ne' pria diversi animi ha infuso.
Ugo, con maraviglia, in sua difesa
Color vede morir cui dianzi ha raso
Le castella o i tugurii: il crudo petto
A forza inteneriasi: ambir la gloria
Parve di scancellar co' benefizii
E con la giusta signoria le cieche
Ire sue prime. Adello, e altri guerrieri
D'onesta fama, sedi ebbero somme
Nel consiglio del re--ma quando piena
Fu de' Burgundi la sconfitta e saldo
Novellamente il trono, ecco, al tiranno
Ombra fa il nome del suo prode, e al dritto
Favellar suo magnanimo la taccia
Dassi ben tosto di ribelle orgoglio.
Dicon vetuste cantiche il giudizio
Scellerato ch'espulso ha dalla patria
Chi la patria avea salva.
Andò il ramingo
Del veneto leone agli stendardi
E lor sacrò la spada sua.--I superbi
Isolani, già tempo, avean le spiagge
Di Dalmazia predate e con la frode
Tolto di là tal venerando oggetto
Che da secoli e secoli a fraterno
Pellegrinaggio i Dalmati adunava
E fea d'un ricco monister la gloria:
Era la lancia d'un antico eroe
Che dal giogo pagano in molte pugne
Sottratto avea le natie valli. Il grido
Degli eccelsi miracoli, operati
Dalla reliquia di quel santo, al furto
I mal devoti veneti sospinse.
Ma intanto rotte più fiate, e sempre
Rinascenti nell'ira e più tremende,
Di padre in figlio le tribù selvagge
Con giuramento avvinconsi al racquisto
Dell'onorata lancia o a eterna guerra.
Un feroce lor capo, Adeoniro,
Col manto di pio zelo, infesta il mare
D'incessanti, audacissime, inaudite
Piraterie. Sui piccioli sui legni,
Di ladroni invincibili una turba
Ei radunò che d'uom, fuorchè l'aspetto
Null'altro serban; fama appo i lontani
Sparse ch'uomin non erano, ma mostri
Prodotti dai nefandi abbracciamenti
Delle dalmate streghe e de' demoni.
Niuna legge li stringe altra che un voto--
Pronunciato col rito abbominando
Di libare in un calice una stilla
Di caldo ancor veneto sangue--e il voto
È d'assalir qualsiasi veleggiante
Pin di San Marco, o scompagnato corra
O a torme, o debol sembri o poderoso,
E dalla pugna non ristar ch'o estinti
O vincitori. A queste anime atroci
Ogni pietà verso i nemici è ignota,
Ma tra loro mirabile è una gara
D'assistenza e giustizia e comunanza
Di beni e mali. Adeonir divide
Il bottin, nè maggior parte a sè dona
Che al più abbietto compagno. In gozzoviglie
E in limosine sprecan, non curanti
Tutti del pari, ogni tesor soverchio,
Quand'armi e barche e attrezzi hanno, ed ai figli
E alle donne e a' feriti han provveduto.
Tal delle imprese loro è la ventura,
E con tali atti di barbarie han tinto
Di stragi l'onde, che il nocchier più ardito
Nell'adriaca laguna inoperose
Tien le sue sarte, e unanime la voce
Dell'atterrito popolo s'innalza
Perchè il furto s'espii ch'a furor tratto
Ha de' Dalmati il santo, e a' loro altari
Con doni la fatale asta si renda.
Il senato assentì: ma col ritorno
Della reliquia, pur mutar natura
Non potè l'indomato avido spirto
De' bugiardi pirati: e con più angoscia
Pianse Vinegia le nuove onte, e mosse
Con alte navi e prodi capitani
Ad estirpar di que' malnati il seme.
Ahimè, che de' suoi prodi il morir forte
Non giovò alla repubblica! In tai giorni
Di lutto universale, uno straniero
Sorge e il linguaggio degli eroi parlando,
Radduce nelle curve alme il coraggio.
Quello stranier pugnato avea sui pini
Della sconfitta armata, e al valor suo
De' pochi avanzi si dovea lo scampo.
Era Adello! Il magnanimo senato
Plaude all'ardir del cavaliero; un novo
Armamento decreta: Adel le prore
Capitanando, alla vittoria corre,
E sepolcro i pirati ebber nell'onde.
Favorita canzon del marinaro
Divenne questa istoria, e tutti i liti
D'Italia l'impararono, e ne' gioghi
Più segregati d'Apennino--allora
Che un sir bandisce all'ospite il festino--
Dice al suo vate: cantaci il bel nome
Del vincitor de' dalmati pirati.
Memoria non restò delle sciagure
O degli affronti perchè Adel partissi
Dalle bandiere del leone. Amalfi
Diede ospizio e onoranza al capitano,
E per lui prosperò; la terra e l'acque,
Più d'una volta, del suo sangue intrise,
Ma invitto il vider sempre e più tremendo.
Tacerò quelle pugne e dirò il giorno
Che--tempo era di pace e vincolato
D'Amalfi all'armi il brando ei non tenea--
Adel coll'oro suo recossi ai Mori
Che in Tunisi avean sede, e quanti schiavi
Potè redense. Il sacrificio ei compie
D'ogni suo aver, perocchè morti entrambi
Son gli adorati genitori, e il pio
Figlio all'anime lor schiudere il cielo
Spera con opre che al Signor sien grate.
Un dì, secondi egli aspettava i venti
Per la reddìta, ed ecco entra nel porto
Con festive urla un predator; parecchie
Sbarca gementi vittime, e fra quelle--Oh
sorpresa! oh sciagura! Adel ravvisa
Un cavalier troppo a lui noto, è desso,
D'Eloisa lo sposo!
Ai primi amplessi
(Ed oh quanti dolori in quegli amplessi
Squarcian d'Adello il nobil cor! qual misto
D'antica gelosia, di riverenza
Per le virtù del sir, di generosa
Compassïon, d'affanno immaginando
Le pene d'Eloisa in udir preda
Ai scellerati masnadier lo sposo!)
Ai primi sfoghi di pietà, succede
L'interrogar sollecito dell'uno
E il racconto dell'altro.
«Oh Adel compiuta
È la sventura mia! Tu vedi il figlio
Del felice Usignan, già di castella
Sì ricco e d'armi, cui possenti trame
Di perfidi congiunti han da sei lune
Rapito ogni dominio. I figli miei
E lor misera madre (ah, poich'al duolo
Il tuo signore e mio, Giorgio soggiacque!)
In salvo a Nizza appo mia suora addussi.
Ivi una notte una masnada irrompe
Di Saracini. Io d'Eloisa, e quanti
Dolci pegni m'avanzano, la fuga
Combattendo proteggo: oh, almen per loro
M'arrise il ciel! Ma cinto, disarmato,
Carco di ferri io vengo. Anzi il mattino
Salpan le collegate arabe navi:
Quai di Spagna eran, quai del Sardo e quali
Di quest'africo lito; a me la somma
Lontananza toccò!»
Frenava Arnaldo
Con viril forza il pianto: Adel, compreso
Da tanta folla d'infelici e cari
Pensieri, il volto si copria e lasciava
Alle lagrime sue libero sfogo.
«E anche il mio antico sire è nel sepolcro!
Sì lunghi anni di gloria, e poi nel lutto
Morir miseramente! ecco, empia terra,
Il guiderdon che alla virtù largisci!--
Ma no, delle onorate opre la meta
Non è il sorrider di mortal fortuna:
Amaro a' giusti è il vivere, e beato
Solo quel dì che al mondo vil ti toglie!»
Così esclamava Adel, sazio de' giorni
Glorïosi, ma sterili di gioja
Ch'ei tratto avea, da quando allontanato
Erasi da Eloisa. E or par che tutta
Da mal estinte ceneri risorga
La giovenil sua fiamma: i detti, il volto
D'Arnaldo lo riportano ai remoti
Tempi del suo delirio. Ei vede i colli
Della Sonna fioriti--il santuario
Ove la pia fanciulla iva sovente
A lagrimar sulla materna tomba--
L'inghirlandata barca ove ella, assisa
Sulle ginocchia di suo padre, al canto
Talor sciogliea la voce; e talor l'inno
Era d'Adello; e allor della donzella
Più timido era il canto e più pietoso!
Che pensa, Adel, tua nobil alma? I campi
E le rocche d'Arnaldo andrai col brando
A racquistar pe' figli suoi? ma in ceppi
Ei qui rimansi: squallido, languente
È il suo sembiante: il duol forse e la dura
Servitù in breve troncheranno il filo
Di quella vita... Libera Eloisa?
Oh pensiero infernal! Ma nella mente
Anche de' giusti sfolgora i suoi foschi
Lampi l'inferno--e più son giusti appunto
Perchè talvolta eguali a' rei son quasi,
Ed allor non soccombono, e con arduo
Sforzo sopra il mortal fango s'innalzano.
D'altri schiavi al riscatto ogni tesoro
Già avea consunto Adello: al predatore
D'Arnaldo in cambio, egli offresi. Accettato
Venne il partito, perocch'egro il primo
Schiavo parea, e salute e forza spira
Del novel la persona. Il sir francese
Queste mosse ignorava, e i suoi voraci
Crucci addoppiava l'esser conscio, ahi troppo
Degli affetti d'Adello. Alta è la stima
Che la virtù dell'Italo gli desta;
Ma pur già scorge nel futuro, accanto
Alla donna (e ancor bella era Eloisa)
Il rival cavaliere, e quella stessa
Virtù che in esso ammira è il suo spavento.
Ma oh come in sè medesmo ei si vergogna
Di sì bassi concetti, allor che tolte
Vede a sè le catene, ed alle braccia
Poste d'Adel!
«Che fia? Non mai! Sublime
Insania, Adel, ma insania è questa! infermi
Giorni redimer di chi tutte ha tronche
Le vie di rimertarti e così all'imo
Cadde che d'ogni grande atto la speme
Da fortuna gli è tolta--e invece i giorni
Preziosi immolar di chi seconde
Tutte ha le sorti e per la gloria vive!»
«Arnaldo, i pregi tuoi taccio che sommo
Ti fer sempre a' miei guardi; or sol rammento
Quanta importanza i giorni han di chi i sacri
Titoli vesta di marito e padre:
Appo tal, nulla è la deserta vita
Di chi solingo passeggia la terra
(E tal son io), di chi, s'allegri o gema,
Niun bea il suo riso e niun piange al suo pianto.»
Volea soggiunger l'altro. Adel temendo
D'aver con triste voci intenerito
Il suo rivale e forse appalesato
Della stanca dolente alma il segreto,
Apre un gentil sorriso--Va', gli dice,
A consolar la tua dolce famiglia;
Cura nostra primiera esser de' questa:
Indi per me non t'affannar: lontane
Non son l'itale sponde, e ivi sì egregi
Cuori mi fean di loro amistà dono,
Che in me certezza è la lor gara al pronto
Riscatto mio.
«So, generoso Adello,
Che in sue nuove tempeste Ugo invocava
Il braccio tuo; so che anelò Vinegia
Di ritorti ad Amalfi, e che in ciascuna
Itala signoria ferve la brama
Di possederti a suo campion: ma esporti
Di fortuna a' capricci, ah no, non posso!
Sol crederei, se in mia balìa fosse indi
Il tuo pronto riscatto: oh, ma ti dissi
La mia piena miseria!»
Uopo ad Arnaldo
Il ceder fu. Partì sulla primiera
Cristiana prora: agl'Itali l'annunzio
Esso, con altri dall'eroe redenti,
Portar di questo fatto. Onor parea
Stringer più d'una terra alla salvezza
Del guerriero in catene: il sir francese
Non osò dubitarne; Adello stesso,
Benchè scevro d'orgoglio, aver sul grato
Animo altrui credea qualche dritto--
Tutti obbliaro il misero! quattr'anni
Le afriche solitudini l'han visto,
Con abbietti compagni ad opre abbiette
Sotto varii tiranni i suoi sudori
Spargere oscuramente--ed eroe ancora
Esser per gl'infelici, o alleviando,
Con gravarne sè stesso, i lor dolori,
O al rassegnato suo religïoso
Senso le svigorite alme estollendo.
Chi ai Saracini il tardo inaspettato
Prezzo portò del cavaliero? Un messo
Che dalle rocche vien d'Arnaldo. Il sire
Fedeli colleganze e alto valore
Ricondotto hanno a' suoi dominii e a tutta
La paterna sua gloria.
Adello è asceso
Sull'ospital naviglio: al marsigliese
Porto ei veleggia. Oh come dir la gioja,
La gratitudin che il bel cuore inonda?
Come i diversi palpiti, approdando?
Poi, sul corsier veloce alle castella
Del suo benefattore e d'Eloisa
Senza posa traendo?
«Ei giunge: incontro
Moveangli il sire ed Eloisa e i figli
(Figli di quell'imen; pur cari all'alma
Gentil d'Adello!) Mutui i commoventi
Detti suonano e i teneri singhiozzi
E la sincera nobil lode. Un riso
Del ciel parea per que' mortali eletti
Aver portato sulla terra il gaudio
Che dal suo trono Iddìo raggia ai beati!
Ma quel foco di vita che nel ciglio
Brillava ad Eloisa, insolito era.
Da lungo tempo in essa è illanguidito
Il fior della salute. Adel s'accorse
Ch'ella reggeasi con fatica; e intende
Che nella notte in che da Nizza a fuga
Ella errava co' figli, un dardo colse
Leggermente un di questi: ahi, velenato
Fors'era il dardo! Il bambinel da orrenda
Crescente piaga si struggea: la madre
Quella piaga lambendo al figliuol suo
Crede render la vita e, ohimè, s'illuse!
Sotterra è il pargoletto, e da quel tempo
A stento l'arte di Salerno e i voti
Appesi sugli altari e i benedetti
Maravigliosi farmachi al dolente
Sen dell'eroica madre addur novello
Sembran vigor.
Ben tosto Adel conobbe
Che sol gli affetti subitanei un breve
Ponean rossor su quelle guance. Il dolce
Soggiorno alcuni mesi ei protraèa
Appo gli ospiti amati, e con Arnaldo
Il timore alternava e la speranza
Per l'egra donna--Ahi lasso! inferocisce
Rapidamente il morbo!--Adel sul letto
Di morte la mirò. Tutta obblïava
Ei sua virtù: chiedea ragione al cielo
Dei mali onde a gran fiotti il mondo inonda
Ch'egli ha creato, e in quegli orrendi fiotti
Indistinto sobbissa e il buono e il reo.
«Oh Adel (rispose la morente--e furo
Questi gli ultimi accenti) oh Adel, ritraggi
La insensata parola! È il duol cimento
Ove Dio prova degli umani il core.
Te a egregi fatti i lunghi sacrifici
Portaron: nè t'incresca! e parver lunghi;
Ma, come stral per l'aer, fugge quest'ombra
Ch'uom vita appella e salda cosa estima!
Nè infelice è chi muor, ma chi morendo
Guarda gli anni volati ed alcun'orma
Da lui lasciata di virtù non trova!»
Voce a Eloisa allor mancò: sorrise,
Strinse al seno i figliuoli, all'onorato
Sposo si volse--e dir parea «Co' figli,
Adel ti raccomando»--e più non era.
Così passò la santa.
Incerte storie
Narrano d'un Adel ch'appo i Toscani,
Dopo quel tempo gli Ungari sconfisse:
Fors'era il nostro eroe; forse in più gesta
Ancor brillò la gloria sua. Ma il vate
Che del sepolcro suo cantò, non dice
Se non che vecchio Adel morì e mendico,
Perdonando agl'ingrati, e ripetendo
Que' detti d'Eloisa: «È il duol cimento
Ove Dio prova degli umani il core;
Nè infelice è chi muor, ma chi morendo
Guarda gli anni volati ed alcun'orma
Da lui lasciata di virtù non trova!»
NOTE.
.... Sui colli
Della Sonna fioriti e sulla Rocca
Invisa dominava.
V'è presso Lione, sulle rive della _Saône_, una rupe che ritiene il
nome di _Pierre-Encise_.
In chi di giusti nacque è onnipossente....
Tutta la cantica sembra avere per iscopo morale queste verità:--che
uno de' più grandi stimoli alla virtù si è l'esempio di parenti
irreprensibili, e quindi il desiderio di consolare con bei fatti la
loro vecchiaja--che nelle passioni in lotta col dovere, quanto più il
sacrificarle a questo è doloroso, tanto più l'uomo che compie questo
sacrificio ha luogo in appresso di congratularsene, trovandosi
nobilitato ai proprii sguardi e più capace di grandi azioni--che
finalmente se sulla terra il premio della virtù è spesso
l'ingratitudine degli uomini e la sventura, al giusto sono abbondante
compenso la sua fama, il testimonio della buona coscienza, e la pace e
le speranze con cui egli solo può scendere nella tomba.
.... Io la grand'ombra
Di Berengario a vendicar mi reco.
Berengario I, dopo gli infelici successi della sua guerra con Rudolfo,
fu assassinato a Verona da alcuni congiurati, capo de' quali era
Flamberto. Tre giorni dopo Milone guerriero fedele all'infelice
imperatore ne fece la vendetta, vincendo i colpevoli e condannandoli
al supplizio: così le cronache. Ma secondo questa cantica uno d'essi
congiurati, Rasperto, riacquistò potere in Verona, ed ebbe in seguito
il favore del re Ugo, che gli lasciò il governo di quella città.
Che al novo italo sire, Ugo....
Rudolfo tenne poco tempo il regno d'Italia: ei dovette cederlo ad Ugo,
duca di Provenza, che segnalò il suo dominio con le crudeltà e la
perfidia.
.... La grande alma d'Otone....
Pare che debba essere Ottone di Sassonia, il quale circa 14 anni dopo
quest'epoca conquistò l'Italia.
Tolto di là tal venerando oggetto.
Leggasi la storia de' bassi tempi e si vedrà quanto fossero frequenti
i furti delle reliquie. Un popolo credeva d'appropriarsi la prosperità
dell'altro, togliendogli o il corpo o qualsiasi altra reliquia del
santo protettore del luogo.
.... Che il nocchier più ardito
Nell'adriatica laguna inoperose
Tien le sue sarte.
Che un piccol numero di pirati sparga tanto spavento parrebbe
un'esagerazione, se la storia non dicesse come nel secolo XVII i
filibustieri, ammasso di pochi audacissimi ladroni, divennero il
terrore dei navigatori europei, a segno dì tener talvolta interrotta
la comunicazione della Spagna colle colonie americane.
A stento l'arte di Salerno...,
Nel secolo X Salerno era già famosa per la sua scuola di medicina. (V.
il Tiraboschi.)
EBELINO
CANTICA.
L'idea di questa cantica non è tutta mia. Il tema vennemi fornito da
un romanzo storico tedesco, ch'io lessi già tempo, e di cui ignoro
l'autore. Il merito letterario di quel libro mi pareva debole, ma il
personaggio d'Ebelino vi spiccava con tratti forti, e mi rimase
vivamente impresso nella fantasia, come nobile modello di pazienza
ne' dolori. Ivi narravasi d'Ebelino, non so con qual fondamento,
ch'ei fosse un povero cavaliero scacciato nell'adolescenza con
atroci minaccie di morte da sette disumani fratelli, e divenuto uno
de' liberatori della regina Adelaide. Questo giovane prode passato
in Germania coll'illustre vedova di Lotario, allorch'ella sposò in
seconde nozze Ottone I, dipingevasi dal mio autore quale un nuovo
Giuseppe alla corte d'Egitto, potentissimo e sapientissimo; e a fine
di meglio somigliare al vicerè di Faraone, Ebelino scopriva anche i
suoi fratelli, venuti d'Italia a Bamberga senza che immaginassero
chi egli fosse, e perdonava loro. Conservata alcun tempo la sua alta
fortuna sotto Ottone II, cadeva poscia vittima d'un traditore
collegato a molti invidi rivali; ma il traditore stesso, agitato da
visioni spaventevoli, confessava indi a poco l'innocenza
dell'immolato Ebelino.
EBELINO.
_Si bona suscepimus de manu Dei, mala quare non suscipiamus!_
JOB. 2, 10.