Come si esce da Genova. Gerolamo Costa e Giovan Battista Parodi. Dalla
“bella Ninin„.
Queste sono note di viaggio, non vogliono essere altro che note,
tirate giù alla buona, frettolosamente, finchè la memoria aiuta, per
non perdere il filo delle cose vedute, per aggiungere qualche ricordo
personale, col suggello del vero, a più nobili e più ordinati racconti.
Si va a Roma, lettori, o si tenta di andarci. Il viaggio, come sapete,
prima del Settanta era piuttosto difficile. C’erano troppi, e potenti,
che non volevano andar essi, e lo proibivano con tutte le forze loro a
chi ne aveva voglia; donde stiracchiamenti, urti, malumori, guerre in
famiglia; insomma, una vita da cani. Rallegriamoci che le cose si siano
un bel giorno mutate, o non ci fermiamo a ragionarne di più.
Per le necessità del racconto vi dirò solamente che nella estate del
’67, tra coloro che non volevano lasciarmi partire da Genova per andare
a Roma, c’era il conte Nomis di Cossilla, prefetto, e il cavalier
Verga, questore; due ottime persone, ma cocciute a quel modo. Sui primi
giorni dell’ottobre, quando in me si era fatta più forte la voglia, il
cavalier Verga, incontrato in una casa di amici, mi aveva detto col suo
solito garbo signorile, ma con altrettanta sicurezza di accento:
— Lei non andrà, e i suoi amici nemmeno. Del resto, che cosa andrebbero
a fare, senza Garibaldi? —
Infatti, la prospettiva non era punto allegra. Il Generale, arrestato
a Sinalunga, portato di là in Alessandria, era stato ricondotto nella
sua Caprera, dove il governo lo custodiva con due navi da guerra.
Intanto, di là dal confine Umbro, su quella terra che san Pietro non
sognò mai di possedere (egli a mala pena padrone di una paranzella sul
lago di Galilea) erano incominciate le busse. Ma i nostri volontarii, i
così detti insorti dell’Agro romano, erano pochi, assai pochi, male in
armi e peggio in arnese. Non c’era modo di andare in grossi drappelli
ad aiutare quei pochi, che avevano passato il confine quando era meno
diligente la guardia, e lo stato della insurrezione poteva compendiarsi
in questa frase, che le bande stancavano il nemico, ma più ancora
sè stesse. La prodezza e la costanza erano ammirabili; ma pur troppo
quelle due belle virtù non potevano tener luogo di scarpe, di coperte
di lana, di cartucce e di pane; quattro cose altrettanto necessarie al
soldato.
“Roma o morte„ si gridava frattanto, nelle dimostrazioni quotidiane,
per tutte le città maggiori del regno. Bisognava andare in aiuto
ai compagni, per tener vivo il fuoco. Garibaldi sarebbe un giorno o
l’altro venuto in campo, a rinnovare i suoi prodigi; Stefano Canzio, la
cui rara energia di propositi doveva meritargli l’appellativo di “noto„
nei carteggi governativi, si adoperava intorno a un disegno di fuga,
con affetto di congiunto, con devozione di soldato, e nessuno dubitava
che l’impresa, quantunque difficile, avesse a sortire buon esito.
Bisognava andare, andar subito; ma come?
Alla spicciolata, sicuramente. Ma anche alla spicciolata, bisognava
indovinare la strada buona. Per Alessandria e Bologna si andava
speditissimi, aiutando il vapore: ma alla stazione di Genova vigilavano
guardie e carabinieri; le facce garibaldine erano presto riconosciute
e cacciate indietro senza misericordia. “Lei non andrà, e i suoi amici
nemmeno„; lo aveva detto il cavalier Verga, e manteneva la parola.
Quanto alla via di mare, le stesse difficoltà; ogni visita a bordo
dei vapori in partenza per Livorno e per Napoli, rimetteva a terra i
viaggiatori sospetti. Per uscire da Genova restava la via più lunga,
quella di Chiavari, dove non si andava ancora in istrada ferrata. Ma le
diligenze avevano l’ufficio e lo scalo in piazza San Domenico: ad ogni
partenza la questura visitava il registro dei viaggiatori, assisteva
all’imbarco, fiutava la sua gente, e non c’era verso d’ingannarla con
barbe finte, con parrucche gialle, con occhiali verdi, o con altre
invenzioni dell’antico repertorio.
Pure l’amico mio Antonio Burlando, con cui avevo fatto conto di
partire, non disperò di trovare una gretola. — Vedrai che si va, — mi
disse, — e per la via di Chiavari, in barba al signor Verga. Lascia
fare a me; ho il mio piano in testa.
Il piano del mio maggiore non istette molto a venir fuori. La mattina
del 12 ottobre, due amici suoi, saviamente scelti con due cognomi
dei più comuni a Genova, un Costa e un Parodi, andavano ad iscriversi
per due posti di _coupé_ nella diligenza di Chiavari. All’ora della
partenza, sotto gli occhi dei vigili, capitavano con le loro valigie,
che erano poi le nostre, e le facevano caricare sull’imperiale.
Noi, proprio allora, passeggiavamo in piazza San Domenico, per dare
un’occhiata al giuoco, ma non senza riceverne un’altra, abbastanza
canzonatoria, da un delegato di pubblica sicurezza, che aveva l’aria di
dirci: “passeggiate, voi altri; da Genova non si esce.„
E noi passeggiavamo, chetamente muovendo per via Carlo Felice
fino alla piazza delle Fontane Morose. Ma là, presa una vettura da
nolo, ordinavamo al cocchiere di condurci per Santa Caterina agli
archi dell’Acquasola, in via Serra, in via Galata, a porta Romana,
all’inferno, purchè si facesse alla svelta.
Gerolamo Costa e Giovan Battista Parodi, i due amici del _coupé_,
dovevano trovarci in Bisagno, al ponte della Pila, o più lontano,
secondo i casi; al colmo della salita di San Martino, a Sturla, o più
in là, pronti a prendere i loro posti in diligenza. Si adattavano anche
a fare un viaggio più lungo; per render servizio a noi sarebbero andati
magari a Nervi, a Recco, a Rapallo; fino a tanto non ci vedessero in
mezzo alla strada provinciale, avrebbero continuato, anche col rischio
di giungere a Chiavari. Gran rischio, finalmente! La città era così
bella, e si stava così bene all’albergo della Fenice!
A noi parve che Sturla, col suo ponte sul fiumicello omonimo, nè
troppo vicino nè troppo lontano da Genova, fosse il luogo più adatto
per aspettare la diligenza e darle l’assalto. Perciò, avevamo detto
al vetturino di condurci fin là, ma al galoppo, senza perdere un
minuto. La diligenza, tardigrada di sua natura, non poteva averci
preceduto; a San Martino si seppe che non era ancora passata; ma noi
volevamo giungere molto prima di lei al punto indicato, per aver tempo
ad assumere un’aria di gente quieta, e sopra tutto non farci vedere
discesi da un cocchio, per salire in un altro. I cospiratori, si sa,
sono un po’ tutti così. E correvamo, a gran forza di frustate, per la
via polverosa, col massimo desiderio di allontanarci presto, di fuggire
da Genova, da quella Genova per la quale più tardi si ha da patire il
mal del paese; cosa che a me accade di sicuro dopo quindici giorni di
assenza.
Certe nuvole vagabonde, di cui non è mai penuria in autunno e in
vicinanza del mare, s’erano addensate sul nostro capo, spremendo
un’acquerugiola che prometteva di mutarsi poco stante in acquazzone;
ed io stavo pensando tra me dove avremmo potuto metterci al riparo,
se in una botteguccia di tabaccaio che ricordavo esser là, passato
il ponte, o sotto un arco del viadotto della strada ferrata, allora
in costruzione. Pioggia o non pioggia, del resto, il luogo mi pareva
di buon augurio, sotto la collina di San Giacomo, dove un anno prima,
finita la campagna del Trentino, ero stato in felicissima villeggiatura
tre mesi. Già la carrozza era entrata sul ponte; ma eccoti, mentre io
dico al vetturino di fermarsi, l’altro tira via di galoppo, rispondendo
a bassa voce e quasi senza voltarsi: non vedono?
Guardammo infatti, e vedemmo. Due guardie di questura, della più bella
specie, fiorivano come due bei tulipani neri in capo al ponte, presso
l’angolo di quella medesima casa dov’era l’appalto.
La vista dei due bravi di Don Rodrigo, nemici dell’ordine pubblico,
non fu ragione, io credo, di tanto turbamento al povero Don Abbondio
nella viottola campestre, quanto a me la vista di quei due custodi
dell’ordine sullodato. Mi posi io l’indice e il medio nel colletto
della camicia, tanto per darmi l’aria dell’uomo tranquillo, _integer
vitæ scelerisque purus_? Non ricordo; ma se non l’ho fatto, mettete che
sia stato un miracolo.
Si andò dunque avanti, seguendo il buon impulso del vetturino. Costui
ci aveva fiutati; e gli pareva che non dovessimo essere in troppo
buon odore presso il questore di Genova, nè presso i suoi delegati
suburbani. Ottimo vetturino!
Giunti a Pietra Roggia, ci fermammo finalmente. Non c’erano guardie,
laggiù; c’era invece un’osteria, la quale ci offriva un riparo, e al
bisogno un pretesto di scampagnata.
Quell’osteria, per chi la vede di fuori, ha l’aria di una casupola
che stia lì per fare ad ogni momento un tonfo nell’acqua: ma a chi la
guarda dentro, apparisce solidissima. Ai tempi andati dovette essere
una casamatta, e gli stretti spiragli, che la pretendono a finestra
dalla parte del mare, furono strombature di feritoie per allogarvi la
canna delle colubrine. Al tempo di cui racconto, non c’erano più arnesi
con cui rispondere alle ostilità di un naviglio nemico; c’era invece
un’ostessa, la “bella Ninin„, famosa per i suoi ottimi taglierini
e per il suo stufatino al dente. Era un’ora, bruciata, quella in
cui smontavamo: niente taglierini, adunque, e niente stufatino. Ci
contentammo di due gallette, che inzuppammo in un bicchiere di vin
bianco.
Era il tocco dopo il meriggio, e si doveva aspettare un bel pezzo.
Finito il nostro spuntino, ce ne andammo su d’un terrazzo, di fianco
alla casa, guadagnato a colpì di piccone sulla falda dello scoglio.
— È un ottimo osservatorio; — dissi all’amico. — _Hic manebimus
optime_; non ti pare?
— Sì, — mi rispose egli, — ma a patto che tu non incominci a parlar
latino.
— Lingua del Lazio, perbacco! e noi si va a Roma.
— Per intanto siamo ancora a Quarto.
— _Ad quartum lapidem_, — fui per soggiungere; ma mi trattenni in
tempo. Amavo il mio maggiore, e mi appigliai al partito di guardarmi
dattorno.
La riva di Quarto ha fama di aridità, e fama meritata; anzi, può dirsi
che sia tanto celebre per questo, come per la epica spedizione dei
Mille. Nè solo è arido il lido scoglioso; arida, o quasi, è la lista
di campicelli che corre tra la via provinciale e i monti vicini; i
quali, poi, per non dar ombra al Fasce, loro primogenito, si serbano
modestamente ignudi, non portando ombrello di pini, nè d’altra ragione
di piante.
Pure, al tempo degli Scienziati, e del loro famoso congresso in Genova,
la nudità di quelle montagne aveva impietosita un’intiera sezione
di dotti. La pietà, in un congresso, finì con un ordine del giorno;
l’ordine del giorno portò che quelle balze, di monte Fasce, di monte
Moro e dei loro compagni minori, ricevessero una larga seminagione di
pinocchi. Niente d’ambizioso, niente di esotico nella famiglia delle
conifere: pini, pini domestici a tutto spiano. Per quella seminagione
abbondante, e convenientissima al terreno, tutta quell’arida costiera
doveva inverdirsi in pochi anni, e quella sassaia diventar più folta
d’alberatura, che non fosse la selva incantata, donde il pio Goffredo
pensava cavar tante legna per uso di messer Guglielmo Embriaco, gran
costruttore di torri mobili nell’esercito crociato.
Si era nel ’46. I seminatori si misero all’opera: per una ventina di
giorni quei greppi furono corsi e ricorsi, sterrata ogni grillaia,
piantati da per tutto i bei pinòli dal guscio rossastro. Già si vedono,
cogli occhi della mente, sbucar da terra i preziosi germogli; la
fantasia salta a bisdosso del suo ippogrifo,
E dell’ombra ventura in cor s’allegra.
Ma ohimè, passano i giorni, passano i mesi, passano gli anni, e
arrivederci coi pini. Fu detto allora dai savi del vicinato che quelli
non erano luoghi da alberi; che la natura li aveva fatti calvi, e che i
dottori di Genova ci avrebbero perso l’unguento. La ragione fu accolta
da principio per buona; che cosa non fu detto dei signori scienziati?
che erano capi scarichi, sognatori, buoni a imbrattar carte colle loro
teoriche, ma poi, venuti alla pratica.... Già, s’intende, la pratica
è il cavallo di battaglia di quanti sono che non sanno leggere nè
scrivere. Noi in italia abbiamo diciassette milioni di uomini pratici.
Ma ci fu uno che non si contentò della spiegazione degli uomini
pratici. Era un Garibaldi, medico condotto di Quinto. Volle andare
al fondo delle cose, saper tutto, vederne l’acqua chiara. Parlò coi
seminatori, giunse ai compratori dei pinòli, e seppe.... che quei semi
preziosi erano stati comperati dal droghiere. I pinòli, innanzi di
passar nelle mani dei seminatori, erano stati nel forno.
Ed ecco perchè, ad onta dei dotti congressisti e del loro pietoso
ordine del giorno, le nostre balze da Sturla a Sant’Ilario, da
Sant’Ilario a Bogliasco, a Sori, sono rimaste calve come il monte
Fasce a cui fanno da sproni, aride come la scogliera sulla quale me
ne stavo io con l’amico, ad aspettare l’arrivo della nostra diligenza
tardigrada.
Era una veduta malinconica, e mi svegliò nell’anima i più malinconici
pensieri. Il cielo, quantunque fosse spiovuto da un bel poco, si
manteneva rannuvolato. Tutt’intorno, il terreno appariva vestito di
colori smorti, come è naturale in luoghi rocciosi, dove non provano
che gramigne, cardi selvatici, con rari ciuffi di tamerici che pendono
polverose qua e là dai ciglioni sulla strada maestra. La scena non
era muta, per altro; aveva pure una voce, ed era quella del mare, che
mandava i suoi cavalloni ad infrangersi, con monotono fragore e larghi
sprazzi di schiuma, contro il macigno calcareo della riva scoscesa.
Genova era nascosta ai nostri occhi dai due promontorii di Sturla e di
Albaro; ma, come avviene qualche volta per effetto di allucinazione,
a me pareva di vederla. Le colline sparivano di mezzo; le mura si
facevano diafane; vedevo le strade, i vicoli, perfino le note facce dei
cittadini, i peripatetici di via Carlo Felice, gli stoici di piazza
Banchi, i cinici del Gran Corso, i socratici della Concordia, gli
aristofaneschi della libreria Grondona, e quelle altre creature che
non sopportano appellativi antichi ed antipatici, poichè il loro nome è
gioventù e bellezza; voglio dire le nobili e contegnose visitatrici di
botteghe eleganti, da Luccoli a Soziglia, dalle Vigne a San Siro.
Addio, Genova, addio bella, che amo con tutte le forze dell’anima.
Bella, sì, bella, più ancora che superba; bella di una certa bellezza
il cui tipo si va perdendo oramai, insieme col vecchio costume; non
madonna bisantina, impacciata nel manto grave d’ori e di gemme; non
civettuola sgallettante sul marciapiede, con un occhio ai suoi fronzoli
parigini e l’altro al colto pubblico, senza pregiudizio dell’inclita
guarnigione; giovane madre, piuttosto, sempre giovane madre, sorridente
e serena, il cui fascino costante, più che nello sguardo assassino,
si dimostra in una gaia corona di bambinelli ricciuti. Addio Genova,
addio città dove ho riso e pianto, dove ho amato e sofferto, dove mi
sento stretto da tutti i vincoli più sacri, sian dolci od amari, delle
rimembranze giovanili. Se io..... il che finalmente non sarà grave
danno, nè per me, nè per altri.... se io....
— Signori! — gridò la “bella Ninin„, affacciandosi all’uscio del
terrazzo, — la diligenza è lassù alla svolta. —
L’amico si mosse; io lasciai a mezzo un saluto che minacciava di
volgere al patetico, e lo seguii sulla strada.
Il maestoso carrozzone che doveva portarci a Chiavari e da Chiavari
alla Spezia, si fermò cortesemente davanti all’osteria: Gerolamo Costa
e Giovan Battista Parodi scesero prontamente, ci strinsero la mano,
augurandoci tante belle cose; noi saltammo dentro, a prendere i due
posti abbandonati; e fu un batter d’occhio.