CAPITOLO XXII.

La signora Morse non dovette stentar molto a capire, dal contegno

di Ruth quando fu a casa, che qualche cosa era accaduto. Il rossore

persistente del volto e soprattutto gli occhioni lucidi rivelavano un

gran turbamento di felicità.

— Che è successo? — domandò la signora Morse, con labbra tremanti.

E senza attendere la risposta, la madre la cinse con le braccia e le

accarezzò dolcemente i capelli.

— »Non ha parlato, — proseguì Ruth disperatamente. — Io non me lo

aspettavo, e non l’avrei mai lasciato parlare... ma non ha detto nulla.

— Ma se non ha detto nulla, nulla è dunque accaduto, non è vero?

— Ma... sì, appunto.

— Dio mio, figliola, che mi racconti! — fece la signora Morse

disorientata. — Allora non ci capisco più nulla. Che è successo,

dunque?

Sorpresa, Ruth guardò sua madre. — Pensavo che avessi capito. Ebbene

siamo fidanzati, Martin ed io.

La signora Morse diede in uno scroscio di risa incredule.

— No, egli non ha detto nulla, — spiegò Ruth. — Mi amava, ecco. Sono

rimasta stupita come te: non ha detto una parola: mi ha soltanto

passato il braccio adorno alla vita e... e io non sono stata più io. E

mi ha abbracciata e io l’ho abbracciato, senza poter resistere; era una

forza superiore alla mia volontà. Allora ho capito che l’amavo.

Lei s’interruppe, sperando nell’assoluzione materna, ma la signora

Morse si chiuse in un gelido silenzio.

— So: è una disgrazia imperdonabile, — proseguì Ruth con voce incerta;

— io non so come potrai perdonarmi, ma non ho potuto resistere. Non

immaginavo d’amarlo prima di quel momento. Dillo a papà... Io non ne

avrei mai il coraggio.

— È meglio non dir nulla a tuo padre. Io vedrò Martin Eden, gli

parlerò, gli spiegherò, egli capirà e ti libererà dalla promessa fatta.

— No, no! — esclamò Ruth sussultando. — Non voglio! L’amo, e l’amore è

dolcissimo. Voglio sposarlo!... se lo permettete, s’intende.

— Noi avevamo concepito diversamente il tuo avvenire, io e tuo padre,

cara Ruth, e io... oh! no, no! non è fissato nulla, non abbiamo

presente nessuno. Noi pensiamo soltanto al tuo matrimonio con uno della

tua condizione, con un uomo onorevole e perbene, che sceglierai tu

stessa e che amerai.

— Ma io amo Martin! — protestò Ruth, con voce piagnucolosa.

— Noi non ostacoleremo la tua scelta, in alcun modo: tu sei la nostra

figlia unica, e non potremmo ammettere che tu possa fare un matrimonio

simile. In cambio della tua educazione raffinata, di tutto ciò che

è fine e delicato in te, non ha altro da offrirti che rozzezza,

grossolanità. Non è un partito per te, in alcun modo. Egli non ha mezzi

per mantenerti. Noi non nutriamo pregiudizi stupidi circa la ricchezza,

ma una certa agiatezza è indispensabile, e nostra figlia deve sposare

un uomo che può darle perlomeno questo, e non già un avventuriero senza

un soldo, un marinaio, un contrabbandiere di Dio sa che, il quale,

inoltre, è, come se non bastasse, uno scervellato e un irresponsabile.

Ruth rimase muta, riconoscendo la verità di ogni parola.

— Egli perde il tempo con la letteratura, tentando di fare, a furia

di cocciutaggine, ciò che ottengono di rado i geni e qualche raro

uomo dotato d’una perfetta cultura universitaria. Un uomo che voglia

sposarsi deve prepararsi al matrimonio; ma lui! Come ti ho già detto,

— e so che tu sei del mio parere, — egli è irresponsabile. E come non

lo sarebbe? Ha il temperamento di marinaio; non ha mai imparato a fare

economie o a diventar sobrio; la sua folle giovinezza gli ha lasciato

l’impronta per sempre. Non è colpa sua, s’intende, ma la sua natura

non muterà per questo. E hai riflettuto agli anni di scostumatezza che

è stato costretto a vivere? Hai pensato mai a questo, figliola? Tu sai

che significa il matrimonio?

Ruth rabbrividì e si strinse a sua madre.

— Ho riflettuto. — E attese un po’ per chiarire il suo pensiero. — Ed

è terribile: solo il pensarlo mi fa ammalare. Te l’ho detto: il mio

amore per lui è una orribile disgrazia... ma non posso, impedirlo. Tu

hai potuto rinunziare all’amore per mio padre? Ebbene! per me, è la

stessa cosa. C’è qualche cosa in me, in lui, che ignoravo sino a questo

giorno; ma è una cosa che esiste e che mi costringe ad amarlo. Io non

ho mai pensato di poter amarlo, eppure l’amo! — concluse lei, con un

leggero accento di trionfo.

Parlarono lungamente senza giungere ad altra conclusione, se non a

questa, che bisognava aspettare un tempo indeterminato, senza far

nulla.

La confessione sincera dell’insuccesso del suo esperimento, fatta dalla

signora Morse a suo marito, dopo, ebbe la stessa conclusione.

— Era quasi fatale, — giudicò il signor Morse. — Quel giovane marinaio

era il solo uomo col quale lei aveva contatto. Un giorno o l’altro,

lei doveva svegliarsi, in tutti i modi; e s’è svegliata, e siccome

quel marinaio era presente e senza rivali, lei s’è sentita spinta

ad innamorarsi subito o a credere di esserne innamorata; il che è lo

stesso.

La signora Morse si dichiarò pronta a influire indirettamente su Ruth,

senza farlo apparire, anzichè contraddirla apertamente. C’era il tempo

di farlo, giacchè Martin non era in condizioni di potersi ammogliare.

— Lasciaglielo vedere sinchè vorrà, — consigliò il signor Morse. — Più

lo conoscerà e meno lo amerà, scommetto. E falle fare dei confronti.

Circondala di signorine e di giovanotti — d’ogni sorta di giovanotti

intelligenti che abbiano fatto qualche cosa o stiano per affermarsi; di

uomini del nostro ambiente, insomma, di gentiluomini!

Lei sarà costretta a far dei paragoni, che le mostreranno chi è lui:

un marinaio! D’altra parte ha vent’un anno appena, è quasi un ragazzo;

e anche Ruth è una bambina. Sono amori da _nursery_, che passeranno

subito.

Le cose rimasero a questo punto. Rimase inteso in famiglia che Ruth e

Martin erano fidanzati, ma non ufficialmente; si pensava giustamente

di non giungere a questo. E fu tacitamente inteso che il fidanzamento

sarebbe durato a lungo. Non essendovi alcuna voglia d’incoraggiare

Martin a mettersi sulla buona strada, non gli fu chiesto nè di cercare

una sistemazione, nè di cessar di scrivere. Ed egli seguì a occhi

chiusi questi subdoli disegni, giacchè non pensava neppur per sogno a

sistemarsi.

— Io mi domando se approverete ciò che ho fatto, — diss’egli a Ruth

alcuni giorni dopo. — Siccome la pensione presso mia sorella costa

troppo, voglio abitare da solo. Ho fittato perciò una cameretta nel

quartiere nord di Oakland, un posto tranquillo, che va benissimo, e ho

comperato un fornelletto a petrolio per cucinare.

Ruth ne fu entusiasta: il fornello a petrolio, specialmente, le piaceva.

— Così ha cominciato il signor Butler, — fece lei.

Martin non apprezzò come meritava quell’allusione ai meriti del degno

gentiluomo, e proseguì:

— Ho affrancati tutti i miei manoscritti, e li ho spediti a nuovi

editori. Oggi ho sgomberato e domani mi metto al lavoro.

— E non me l’avevate detto! Di che si tratta? — Una sistemazione! —

esclamò lei, e tutta beata gli si strinse addosso, e gli prese la mano

sorridendo.

— Voglio dire: mi rimetto a scrivere. — Vedendo l’amara delusione

di lei, egli s’affrettò ad aggiungere: — Capirete bene che non mi

metto all’opera, questa volta, con idee stravaganti; ma ne faccio un

affare, freddamente, prosaicamente. Meglio questo, anzichè riprendere

la navigazione, tanto più che mi darà quanto il mestiere che potrei

esercitare a Oakland, senza competenze speciali.

— Vedete, il riposo che mi son preso, mi ha dato un senso di

prospettiva: non ho affaticato il corpo e non ho scritto, per

pubblicare, almeno. Non ho fatto altro che amarvi e riflettere. Ho

letto anche un po’ di giornali illustrati. Ho ripensato a me, al mondo,

al posto che vi occupo, alle possibilità di conquistarvi un posto degno

di voi; ho letto anche la _Filosofia dello stile_ di Spencer e vi ho

trovate molte notizie interessanti. E il risultato di tutto questo,

delle mie riflessioni, delle mie letture e del mio amore, è il fatto

che mi sono stabilito in via Grub. Metto da parte i capolavori per fare

«del lavoro commerciale»: articoli allegri, ritratti, versi umoristici,

versi da declamare in società, tutte sciocchezzuole che vedo molto

richieste. Poi, ci sono i sindacati dei cronisti, e i sindacati dei

supplementi della domenica. Io fornirò loro ciò di cui hanno bisogno

e guadagnerò discretamente. Voi sapete che vi sono dei pubblicisti

indipendenti che guadagnano due o tremila lire al mese. Io non tengo

a diventare uno di questi; ma posso guadagnarmi da vivere in un modo

conveniente e avere un bel po’ di tempo disponibile; ciò che sarebbe

impossibile con qualsiasi altro impiego.

Avrò così il tempo di studiare e di lavorare per me. Finito il lavoro,

potrò allenarmi a una grande opera, e mi ci preparerò. Veramente, a

ripensarci, sono stupito del cammino fatto! Dapprima, non sapevo che

cosa scrivere, a parte alcune esperienze banali, mal comprese e peggio

analizzate. Non osavo pensare, e non possedevo neppure gli elementi

per questo; le mie esperienze personali erano quasi senz’anima. Poi,

accrescendo le mie cognizioni e il mio vocabolario, tutto ciò m’è

apparso diverso, e ho trovato il vero modo d’interpretare i miei

quadri. Ho cominciato a fare del buon lavoro scrivendo «Avventura»,

«Gioia», «La Marmitta», «Il Vino della Vita», «Lo scompiglio», «Il

Cielo dell’Amore», e i «Poemi del Mare». Ma ne scriverò altri come

questi, e migliori, durante le ore libere. Ora, i miei piedi poggiano

solidamente sulla Terra! Lavoro commerciale e danaro, prima di tutto!,

i capolavori, poi. Per mostrarveli, ho scritto ieri una mezza dozzina

di sciocchezzuole per giornali umoristici; in una mezz’ora ne avevo

ponzati quattro! Valgono cento soldi al pezzo! Venti lire guadagnate in

pochi minuti persi prima di prender sonno.

Naturalmente tutto ciò non ha alcun valore: è un lavoro fastidioso, che

accoppa. Ma non è nè più fastidioso nè più tedioso di quello di tenere

la contabilità a trecento lire il mese, sommando interminabili colonne

di numeri, sinchè si muore. E, d’altra parte, questo lavoro mi mantiene

in contatto col mondo letterario e mi dà il tempo di tentare cose più

grandi.

— Ma a che servono queste grandi cose, questi capolavori? — domandò

Ruth. — Voi non li vendete.

— Oh! sì che li venderò, — disse lui. Ma lei lo interruppe.

— Di tutte le opere che mi avete enumerate e che dite buone, non ne

avete venduta neppur una. Ora noi non potremo accasarci coll’aiuto di

capolavori invendibili.

— Allora ci accaseremo con delle canzonette che si vendono! — affermò

lui, con enfasi attirando a sè la prediletta molto poco entusiasta.

— Volete sentir questo? — continuò egli con finta allegria. — Non è

arte... ma è un dollaro!

«He came in

When I was out.

To borrow one tin

Was why he came in.

And he went without;

So I was in

And he was out.»[1]

L’allegra monelleria ch’egli mise nel declamare lo scherzo cedette a

un’espressione d’afflizione, quando egli vide che Ruth, non solo non

rideva affatto ma lo guardava con aria perplessa e imbronciata.

— Può darsi che sia un dollaro, questo, ma un dollaro falso, — fece

lei. — Non vedete che tutto ciò è umiliante? Io voglio che l’uomo che

amo e che stimo sia qualcosa di più d’un facitore di versi burleschi e

stupidi.

— Volete che rassomigli al... signor Butler, per esempio?

— So che il signor Butler non vi è simpatico, — disse lei, ma egli

l’interruppe.

— No, no: tutt’altro! Solo, non approvo la sua indigestione. Ma,

quanto a me, non capisco perchè non dovrei fare dei versi umoristici

o degl’indovinelli, anzichè scrivere a macchina, copiare o far di

conto, ottenendo, in fondo, la stessa cosa. Voi partite dal principio

che bisogna che cominci assolutamente coll’allineare delle cifre, per

diventare poi un bravo notaio o un uomo d’affari. Io voglio cominciare

in una forma di basso giornalismo per diventare poi un bravo scrittore.

— C’è una differenza, — obbiettò Ruth.

— Quale?

— Dio mio... voi non potete vendere la vostra buona letteratura, quella

che considerate buona. Avete tentato, non è vero? ma nessun editore ne

vuole.

— Datemi del tempo, cara, — pregò egli. — Questo giornalismo non è che

un mezzo, che non prendo per nulla sul serio. Datemi due anni. Allora

sarò riuscito, e gli editori saranno felici di prendere delle buone

opere. So quel che dico: ho fede in me; so quello di cui sono capace, e

so quanto vale la letteratura attuale; conosco a memoria tutta quella

prosa rancida che una quantità enorme di gente pretenziosa e fallita

ponza tutti i giorni; e so che in due anni sarò sulla strada del buon

successo. Quanto agli affari, non riuscirò mai, non avendo nessuna

passione per essi. Comunque, non mi adatterò mai a farne. Non potrei

diventar altro che commesso di notaio, e che faremmo, Dio buono, dei

miseri proventi d’un commesso?...

Io voglio che siate circondata di quanto v’è di meglio e di più bello,

in seguito. E l’otterrò, otterrò tutto. A confronto dei guadagni

d’un autore alla moda, quelli del signor Butler sono insignificanti.

Un autore alla moda guadagna facilmente dalle duecentomila alle

trecentomila lire l’anno, sia l’annata buona o cattiva, lo sapete?

Lei non rispose nulla; giacchè, evidentemente, non approvava.

— Ebbene? — interrogò lui.

— Io avevo altre speranze e altre idee. Avevo pensato, e penso ancora,

che la miglior cosa per voi sarebbe di studiare la stenografia, —

sapete già dattilografare, — e di entrare nello studio di mio padre.

Voi avete un cervello solido e quadrato, e son sicura che diventereste

un ottimo notaio.

Martin Eden(#73373) · 第 34 / 69 题