Arturo aprì la porta ed entrò, seguito da un giovane che si tolse,
con gesto goffo, il berretto. Costui indossava un rozzo vestito da
marinaio, che stonava in mondo singolare con quell’_hall_ grandioso.
Il copricapo lo imbarazzava molto, e già egli se lo ficcava in tasca,
quand’ecco Arturo toglierglielo dalle mani, con un gesto così naturale,
che il giovanotto intimidito ne apprezzò l’intento: «Si capisce!... —
disse fra sè, — mi ha aiutato a trarmi d’impaccio.»
Camminava sulle calcagna dell’altro, ondeggiando colle spalle e
inarcando le gambe sull’impiantito, senza volerlo, come per resistere
a un rullìo immaginario. Quelle sale spaziose sembravano troppo
anguste al suo cammino, ed egli era addirittura spaventato dal timore
di collusioni delle sue larghe spalle con gli stipiti delle porte o
con i ninnoli delle mensole. Si scostava bruscamente da un oggetto
per isfuggirne un altro e si esagerava i pericoli che in realtà erano
solo nella sua immaginazione. Fra il pianoforte a coda e la grande
tavola centrale sulla quale erano accatastati innumerevoli libri,
avrebbero potuto procedere di fronte una mezza dozzina di persone;
eppure egli vi s’arrischiò con angoscia. Non sapeva dove tener le
mani e le braccia che gli pendevano pesantemente lungo i fianchi, e
quando nell’immaginazione atterrita gli si prospettò la possibilità di
sfiorare col gomito i libri della tavola, egli scartò così bruscamente,
che mancò poco non rovesciasse lo sgabelletto del pianoforte.
L’andatura disinvolta di Arturo lo colpì, e per la prima volta egli
s’avvide che la sua differiva da quella degli altri uomini. Una punta
di vergogna gli strinse il cuore, ed egli si fermò per asciugarsi la
fronte dalla quale gocciava il sudore.
— Un momento, Arturo, ragazzo mio! — fece egli, tentando di dissimulare
la sua angoscia. — Francamente! tutto questo in una volta è troppo
per me!... Datemi il tempo di rimettermi. Sapete bene che non volevo
venire, e penso che la vostra famiglia non morrebbe dalla voglia di
vedermi!...
— Va bene! — fu la risposta rassicurante. — Non abbiate timore; noi
siamo gente alla buona... Toh! una lettera per me.
Arturo s’avvicinò alla tavola, lacerò la busta e incominciò a leggere,
dando così modo al forestiero di riacquistare la padronanza di sè. E
il forestiero capì e gliene fu grato. Questa simpatia intelligente gli
tolse il disagio; egli s’asciugò nuovamente la fronte madida e lanciò
sguardi furtivi attorno a sè. Il suo viso era diventato calmo, ma gli
occhi avevano l’espressione degli animali selvatici presi in trappola.
Era circondato da mistero, pieno di preoccupazione per l’ignoto,
ignaro di ciò che dovesse fare, conscio soltanto del suo impaccio, e
temeva che tutto in lui potesse essere ugualmente spiacevole. Egli era
eccessivamente sensibile, e così deplorevolmente compreso della sua
inferiorità, che gli sguardi di persona che se la gode lanciatigli
dall’altro di sulla lettera, lo ferivano come punte di spilli; ma
egli non fiatava, giacchè aveva appreso, tra le altre cose, ad essere
padrone di se stesso. Poi, quei colpi di spilli ferirono il suo
orgoglio; pur maledicendo all’idea che gli era venuta di andar là,
decise di resistere a quella prova, a qualunque costo. I lineamenti
del viso gli s’irrigidirono e negli occhi gli s’accese un chiarore
come di chi si prepari a una lotta. Egli si guardò intorno con maggior
libertà, osservando tutto con acume, in modo da imprimere nella mente
ogni particolare di quella bella casa. Nulla sfuggì alla vista de’
suoi occhi spalancati; i quali, a mano a mano che si rendevano conto
dell’ambiente, perdevano quel bagliore combattivo per cedere il posto
a una calda luminosità. C’era della bellezza intorno a lui, ed egli
sentiva la bellezza.
Un quadro gli attira e trattiene lo sguardo. Rappresentava uno scoglio
assalito da una mareggiata furibonda, sopra la quale della nuvolaglia
d’uragano copriva il cielo basso; oltre lo scoglio, uno schooner dalle
vele serrate e così sbandato, che mostrava tutti i particolari del
ponte, spiccava su un tramonto drammatico. Era una bella cosa, che
l’attraeva irresistibilmente. Egli dimenticò le sue movenze impacciate,
si accostò di più al quadro... e ogni bellezza scomparve dalla tela.
Sbalordito, egli fissò quel che gli pareva ora uno scarabocchio
qualsiasi, e indietreggiò. Ed ecco riapparire quel magico splendore.
«È un dipinto che illude,» fece egli fra sè, e non vi pensò più che
tanto, pur risentendo una certa indignazione pel fatto che tanta
bellezza potesse essere soggetta a un inganno. Egli non aveva mai visto
dei quadri; la sua educazione artistica s’era formata su oleografie
e litografie, i cui contorni netti e definiti, visti da vicino o da
lontano, erano sempre gli stessi. Vero è che aveva visto delle pitture
a olio nelle mostre dei negozî, ma i vetri gli avevano impedito di
osservarle da vicino.
Egli lanciò uno sguardo verso l’amico che seguitava a leggere la
lettera e vide i libri sulla tavola; allora nei suoi occhi risplendette
la luce d’un desiderio vivissimo, simile a quello d’un uomo che muoia
di fame, alla vista di un pezzo di pane. D’un passo, fu vicino alla
tavola, dove incominciò a maneggiare i libri con mano quasi tenera. Con
occhi carezzevoli diede uno sguardo ai titoli e ai nomi degli autori;
lesse qua e là qualche brano, e a un tratto riconobbe un libro che
aveva già letto un tempo. Poi, capitatogli un volume di Swinburne,
incominciò a leggerlo attentamente, dimentico del luogo dove si
trovava. Aveva il viso raggiante; due volte egli girò il volume per
leggere il nome dell’autore... «Swinburne». Non avrebbe dimenticato
quel nome. Quell’uomo aveva il dono dell’osservazione; quale senso del
colore! che luce!... Ma chi era quel Swinburne? forse era morto da
secoli, come tanti poeti? oppure viveva ancora? scriveva ancora?...
Scorse nuovamente il titolo; sì, aveva scritto altri libri. Ebbene,
la mattina dopo sarebbe andato alla biblioteca popolare per cercare
di trovare un’opera di quel genere. Poi s’immerse nel testo e vi si
abbandonò al punto che non s’accorse neppure di una giovane che era
entrata. Se ne avvide solo quando udì la voce di Arturo che diceva: —
Ruth, ecco il signor Eden...
Il suo dito segnava ancora la pagina del libro chiuso, quando la
sua persona, già prima di voltarsi, sussultò, non tanto, forse,
per l’apparizione della giovane, quanto per le parole pronunziate
dal fratello di lei. Quel corpo d’atleta nascondeva una sensibilità
straordinariamente sviluppata. Al minimo urto, pensieri, simpatie,
emozioni, balzavano in lui, insorgendo come fiamme vive. La sua
immaginazione meravigliosamente ricettiva, sempre desta, tendeva senza
requie a stabilire rapporti fra le cause e gli effetti. «Il Signor
Eden». Queste parole lo avevano colpito, giacchè, durante la sua
vita, lo avevano sempre chiamato «Eden» o «Martin», semplicemente.
«Signore»!... che stonatura! Nel suo cervello, mutato in un’ampia
camera nera, sfilarono innumerevoli quadri della sua vita, camere di
macchine e castelli di prua, accampamenti e sponde, prigioni e bettole,
ospedali e viuzze sordide, che gli si associavano nella mente a seconda
del modo come era stato pronunziato il suo nome in quei luoghi diversi.
Poi si volse, e quelle fantasmagorie del cervello scomparvero. Era
una creatura eterea, pallida, aureolata di capelli d’oro, dai grandi
occhi immateriali. Egli non vide com’era vestita; vide soltanto che la
sua veste era meravigliosa come lei. E la paragonò a un fiore d’oro
pallido, su uno stelo fragile. No! era uno spirito, una divinità,
un idolo!... Una bellezza tanto sublime non era di questa terra.
O poteva darsi che i libri avessero ragione, e che ce ne fossero
come lei nelle sfere superiori della vita. Swinburne avrebbe potuto
cantarla: forse egli pensava a un essere così fatto quando descrisse
la sua «Isotta». Visioni, sentimenti, pensieri in grande abbondanza
gli affluirono insieme nella mente. Egli vide lei stender la mano e
guardarlo fissamente negli occhi, dandogli uno schietto shake-hand
un po’ mascolino. Le donne ch’egli aveva conosciute non davano la
mano a quel modo, anzi, di solito, non la davano affatto. Fu inondato
da un fiotto di ricordi ch’egli però respinse lontano, e la guardò.
Non aveva visto mai una donna simile! Le donne da lui conosciute!...
Per un momento che gli parve eterno, egli s’immaginò trasportato in
una specie di pinacoteca piena di ritratti. Nel centro troneggiava
l’immagine di Ruth, tutte le altre erano assoggettate alla prova d’un
confronto. Egli vide clorotiche facce di operaie di officina e le
ragazze sciocche e rumorose di South-Market, le guardiane di bestiame
dei «ranches» e le femmine abbronzate del vecchio Messico che fumavano
la loro eterna sigaretta. Poi, in loro vece, le giapponesi, bambolette
leziose che trotterellavano sui loro zoccoli di legno; poi le eurasiane
dai lineamenti delicati e degenerati, e le polinesiane incoronate di
fiori, dai bei corpi bruni. Poi tutto ciò fu cancellato da un brulicame
grottesco e terribile, e furono le abbiette creature di White-Chapel,
che trascinavano le ciabatte, megere gonfie di gin, dei luoghi di
malaffare, e la teoria diabolica di quelle disgustose arpie dalla
parola sudicia che fanno la parte di femmine presso i marinai — preda
facile — e che sono il rifiuto dei porti e la feccia della più bassa
umanità.
— Non vuol sedere, signor Eden? — fece la giovane. — Desideravo vederla
dacchè Arturo ci ha parlato tanto di lei. Com’è stato coraggioso!
Egli fece un gesto negativo e mormorò che non aveva fatto proprio
niente e che chiunque si sarebbe comportato allo stesso modo. Lei
osservò che tutt’e due le mani di lui erano ricoperte di scorticature
non ancora guarite, che una cicatrice gli attraversava una guancia,
un’altra, attraverso la fronte, gli si perdeva fra i capelli, e una
terza spariva a mezzo sotto il colletto inamidato. Ella contenne un
sorriso alla vista della riga rossa prodotta dallo sfregamento del
colletto contro il collo abbronzato; evidentemente, quell’indumento
non era usato di solito da lui! Il suo occhio di donna osservò anche i
vestiti a buon mercato, dal taglio inelegante, le pieghe della giacca e
delle maniche che nascondevano male i bicipiti rigonfi.
Pur protestando che egli non aveva fatto nulla, intanto cedeva
all’invito di lei e si dirigeva in modo maldestro verso una poltrona
di faccia a lei. Con che disinvoltura vi si sedeva lei!... Ed ecco
una nuova impressione. In tutta la sua vita, egli non s’era mai
chiesto se fosse grazioso o goffo. Sedette con cura all’orlo della
poltrona, imbarazzatissimo dalle mani. Dovunque le mettesse, le mani lo
impacciavano. Così che quando Arturo uscì dalla stanza, Martin Eden lo
seguì con uno sguardo d’invidia. Si sentiva perduto, come abbandonato
in quel salotto, con quella donna spirituale, simile a uno spirito. Non
c’era lì, purtroppo!, neppur traccia d’un bar-man cui chiedere delle
bibite, neppure un piccolo groom da mandare al cantone per l’acquisto
d’una piccola birra, allo scopo di suscitare una corrente di simpatia
mediante una bevanda di quelle che rendono comunicativi...
— Che cicatrice ha sul collo, signor Eden! — esclamò la giovane. — Come
se l’è fatta? Certamente in seguito a un’avventura!
— È stato un messicano, col suo coltello, signorina! — rispose lui.
E inumidì le labbra inaridite e tossì per schiarirsi la voce. — Fu
un combattimento. Quando gli ho tolto il coltello, ha cercato di
strapparmi il naso con i denti.
Non era cosa ben detta, ma davanti ai suoi occhi passò la visione
sontuosa di quella calda notte stellata, a Salina-Cruz, con la lunga
spiaggia bianca, i lumi degli steamers carichi di zucchero, ammarrati
nel porto, le voci dei marinai ubriachi in lontananza, la calca degli
«stevadores», il bagliore degli occhi di carnivoro del messicano, e,
a un tratto, il morso dell’acciaio sul collo, il flottar del sangue,
la folla e le grida. I due corpi, il suo e quello del messicano,
avvinghiati rotolavano nella sabbia che volava, e, chissà da dove,
veniva un melodioso tintinnìo di chitarra. Tale era la scena, ed egli
vibrò evocandone il ricordo. Colui che aveva dipinto lo schooner,
laggiù sul muro, sarebbe stato capace di dipingere quella scena?...
Egli pensò che la spiaggia bianca, le stelle, i lumi degli steamers
sarebbero apparsi uno spettacolo superbo, come pure quel capannello
fosco, sulla sabbia, attorno agli avversarî in lotta. Anche il coltello
avrebbe fatto un bell’effetto, così lucente al lume delle stelle! Ma di
tutto ciò, nulla trasparve dalle sue parole.
— Ha tentato di strapparmi il naso con i denti, — concluse.
— Oh! — esclamò la fanciulla, con voce fioca; ed egli osservò la
contrazione dei lineamenti delicati di lei. Egli stesso risentì un
urto; un rossore d’imbarazzo gli si diffuse sulle guance abbronzate,
e il viso gli scottò, come se fosse stato esposto alla fornace della
ferriera. Evidentemente, delle cose così brutte e sconvenienti,
delle risse a coltellate, non erano argomenti da trattare in una
conversazione con una donna. In quel genere di società, la gente di
cui parlano i libri, non s’occupa di argomenti simili, forse li ignora
persino. La conversazione ch’essi cercavano di avviare subì una piccola
sosta. Poi lei lo interrogò circa la cicatrice sulla guancia. Egli
osservò immediatamente che lei faceva uno sforzo per mettersi a livello
di lui, e decise: «Sarò io a mettermi al suo livello!»
— Fu per un accidente, — diss’egli indicando la guancia. — Una notte,
per una mareggiata, il buttafuori dell’albero maestro fu strappato, e
anche il paranco. Il buttafuori era di filo d’acciaio e s’attorcigliava
nell’aria come un serpente. Tutti gli uomini di guardia tentavano
di strapparlo. Allora, io mi ci sono gettato sopra, e mi son fatto
taccheggiare.
— Oh! — fece lei, stavolta con accento di comprensione, sebbene,
in fondo, quella spiegazione di lui fosse ebraico per lei, che si
domandava che cosa significasse un «buttafuori» e «taccheggiare».
— Quest’uomo, Swinburne, — riprese lui, seguendo il filo d’un’idea
fissa, — è morto da molto tempo?
— Ma non ho sentito dire che sia morto! — fece lei guardandolo con
curiosità. — Dove lo ha conosciuto?
— Io?... non so neppure come sia fatto. Ma prima che lei entrasse
leggevo alcuni versi di lui, in quel libro là, sulla tavola. Le piace
quella poesia?
Allora lei cominciò a parlare a suo agio, con vivacità, attorno a
quell’argomento lanciato da lui. Egli si sentì rinfrancato e s’affondò
un po’ di più nella poltrona, alla quale s’aggrappava con tutt’e due
le mani, per paura che non gli sfuggisse di sotto. Finalmente, egli
era riuscito a farla parlare, e mentre lei chiacchierava, egli cercava
di seguirla, meravigliandosi di tutta la scienza accumulata in quella
testa graziosa e impregnandosi della pallida bellezza di quel viso.
E gli riusciva di seguirla, sebbene turbato dalle parole sconosciute
che lei usava, dalle critiche e dal processo del pensiero di lei,
tutte cose nuove per lui, ma che però gli stimolavano la mente e la
facevano vibrare. «Ecco la vita intellettuale! — si diceva — ed ecco
della bellezza intensa e meravigliosa». Egli dimenticò se stesso e se
la divorò con sguardo d’affamato. Vivere per una donna simile!... per
meritarsela, per conquistarla, ah, sì!... e morire per lei. I libri
avevano ragione: donne simili esistevano: lei era una di quelle. Ella
dava ali all’immaginazione di lui, così che grandi quadri luminosi
gli si stendevano davanti, contesti di vaghi e giganteschi profili
d’amore, di poesia e di gesti eroici compiuti per una donna, per
una pallida donna simile a un fiore d’oro. E attraverso la visione
lucente palpitante, come attraverso un magico miraggio, egli guardava
avidamente la donna reale seduta presso di lui, che parlava di
letteratura e d’arte. La guardò febbrilmente, inconscio della fissità
del suo sguardo e del fatto che tutta la virilità della sua maschia
natura gli luceva negli occhi. Ma lei, che sapeva poco degli uomini,
sentiva il bruciore di quello sguardo. Mai un uomo l’aveva guardata
in quel modo, e ne rimase turbata. Si impigliò nel mezzo d’una frase
e si fermò lì, avendo perso di botto il filo delle idee. Egli la
spaventava, ma intanto provava piacere nell’essere guardata così. La
sua educazione la avvertiva d’un pericolo e d’una tentazione cattiva,
sottile, misteriosa. D’altra parte sentiva prepotente in tutta la
persona la voce dell’istinto che l’induceva a respingere lo spirito di
casta e a sedurre quell’abitante d’un altro mondo, dalle mani piene di
cicatrici, dal collo segnato a vivo dallo sfregamento d’un coltello, e,
in modo troppo evidente, insozzato, degradato da una vita grossolana.
Ella era pura, e sentiva il suo senso morale ribellarsi, ma era donna e
cominciava a imparare i paradossi della donna.
— Come le dicevo... Ma che le stavo dicendo, dunque? — E lei si
interruppe a un tratto e rise della sua storditaggine.
— Lei diceva così che quell’uomo — Swinburne — non è stato un grande
poeta, perchè... E a questo punto s’è fermata, signorina, — fece egli
con premura. Sentiva, ad un tratto, una specie di fame, e piccoli
deliziosi fremiti percorrergli la spina dorsale, ascoltando il suono
del riso di lei.
— Come d’argento! — diss’egli fra sè. — Un accordo veramente: un
_carillon_ di sonagli d’argento! — E immediatamente, per un attimo
solo, si sentì trasportato in un paese lontano, dove, sotto ciliegi in
fiore, egli fumava una sigaretta ascoltando le campanelle d’una pagoda
puntuta che chiamavano alla preghiera i fedeli dai sandali di treccia
di paglia.
— Sì, grazie, — disse lei. — Swinburne ci delude, insomma, perchè,
Dio mio, manca di delicatezza. Molti poemi suoi non dovrebbero neppure
esser letti. Un poeta veramente grande non scrive neppure un rigo che
non sia pieno di magnifiche verità e che non sia rivolto alla parte
nobile e pura ch’è in noi. Non si dovrebbe poter togliere neppure
un rigo d’un grande poeta senza causare un’irreparabile perdita del
patrimonio comune!
— M’è parso bello. — fece egli esitando, — quel poco che ho letto.
Non pensavo neppure che potesse essere un così... cattivo soggetto.
Immagino che riesca meglio negli altri libri suoi.
— Nel volume che leggevate, ci sono tante cose che potevano essere
evitate, — disse lei con voce sicura, dommatica.
— Mi debbono essere sfuggite, — affermò egli. — Ciò che ho letto era
sorprendente. Era tutto chiaro e caldo, e mi ha penetrato, riscaldato
come il sole, e illuminato come un riflettore. Questo effetto ha
prodotto in me... Ma può darsi che io non capisca gran che, della
poesia, signorina.
E si fermò impacciato; era confuso, penosamente cosciente della sua
inettitudine a esprimersi. Egli sentiva la grandezza, l’intensità
di ciò che aveva letto, ma le parole sfuggivano al suo pensiero e
non poteva descrivere ciò che risentiva, e si paragonò a un marinaio
sperduto in una notte buia su un mare ignoto, che manovrasse alla
cieca. Ebbene! — decise egli fra sè —; spettava a lui avvezzarsi a quel
mondo nuovo. Non c’era cosa ch’egli non avesse ottenuta quando aveva
voluto, ed era tempo ch’egli imparasse ad esprimere ciò che sentiva
in sè, perchè Ella potesse comprenderlo. «Ella» riempiva già tutto
l’orizzonte di lui.
— Ora, Longfellow, — disse lei.
— Sì, l’ho letto, — interruppe egli vivamente, desideroso di far
valere il suo piccolo corredo letterario e di mostrarle che non era
assolutamente un imbecille. — Il _Salmo della Vita, Excelsior e..._
Credo che non vi sia altro.
Ella scosse il capo affermativamente, sorrise, ed egli sentì che il
sorriso di lei era accondiscendente, pieno di pietà. Era pazzo nel
tentare di farsi valere su quell’argomento! Quel Longfellow doveva
avere scritto una quantità d’altre cose.
— Scusi, signorina, se parlo a vanvera. Francamente non conosco
gran che di tutte queste faccende. Non sono cose familiari, del mio
mestiere. Ma farò il possibile perchè lo diventino.
L’affermazione risuonò come una minaccia; la voce di lui era risoluta,
i suoi occhi lanciavano lampi, i lineamenti gli s’erano induriti. Lei
vide che le mascelle gli si contraevano; gli angoli erano diventati
spiacevolmente aggressivi. Nello stesso tempo, una virilità intensa
parve emanare da lui, sommergendolo come un’onda.
— Credo che potrebbe riuscirci, infatti, — concluse lei ridendo. — Lei
è fortissimo!
Per un istante lo sguardo di lei fissò la nuca del torello
possentemente muscolosa, abbronzata dal sole, impressionante per salute
e forza. E, sebbene egli se ne stesse umilmente seduto, arrossendo
nuovamente, ella si sentì attratta verso di lui. Un pensiero folle le
attraversò la mente; le sembrò che posando tutt’e due le sue mani su
quella nuca, tutta quella forza e tutta quella salute sarebbero passate
in lei. E questo pensiero la urtò, giacchè le parve che rivelasse una
insospettata depravazione della sua natura, tanto più che sino a quel
giorno, la forza fisica le era apparsa come cosa brutale e volgare.
Il suo ideale di bellezza maschile era sempre stato un ideale formato
tutto da grazia e finezza. Eppure quel desiderio strano persisteva;
ella ammattiva pensando che potesse avere la voglia di posare le sue
mani su quel collo adusto. In realtà non si rendeva conto che era
l’istinto che la spingeva ad attingere la forza di cui il suo organismo
mancava. Essa non sapeva altro che questo, che mai alcun uomo l’aveva
impressionata come quello, che, pure, la urtava ogni momento con quel
suo impossibile modo di esprimersi.
— Sì, non sono uno stupido, — diss’egli. — Alla occorrenza, so digerire
ciottoli!... Ma, ora come ora, sono affetto da dispepsia morale!...
Non sono allenato, capisce? Mi piacciono i libri e la poesia e ogni
qual volta ho avuto del tempo libero, ho letto, ma la lettura non mi
ha fatto mai riflettere come lei. Ecco perchè non posso parlarne.
Sono come un navigante alla deriva, su un mare ignoto, senza carta
nè bussola. Ora voglio mettermici d’impegno. Forse lei potrebbe
aiutarmi... Come ha fatto a imparare tutto quanto mi ha detto sin qui?
— A scuola, evidentemente, e lavorando.
— Io sono stato a scuola che ero un marmocchio...
— Sì, ma parlo delle scuole superiori, dei corsi, dell’Università!...
— Lei è stata all’Università!
Egli era confuso dallo stupore; gli pareva che lei si fosse allontanata
da lui d’un milione di leghe perlomeno.
— Io ci vado sempre. Frequento i corsi superiori di letteratura inglese.
Egli ignorava che cosa lei volesse significare con ciò, ma si limitò a
rilevare mentalmente quella nuova prova d’ignoranza e passò oltre.
— Quanto tempo bisognerebbe lavorare per entrare all’Università? —
domandò egli.
Essa gli rivolse un raggiante sorriso d’incoraggiamento e rispose:
— Dipende dagli studi che lei ha fatti sinora. Non è mai stato al
liceo? No, naturalmente. Ma ha compiuto le classi elementari?
— Mi rimanevano due anni da fare quando le ho abbandonate, — rispose
lui. — Ma mi son portato sempre abbastanza bene, — s’affrettò ad
aggiungere. E subito, furioso per essersi così vantato, strinse il
braccio della poltrona con tanta violenza, che le punte delle unghie
ne formicolarono. Nello stesso tempo si accorse che una donna entrava
nella stanza. La giovane si alzò e corse a lei. Egli pensò che dovesse
essere la madre della signorina. Era una donna bionda, dalla persona
alta, sottile, maestosa, magnifica. Egli godette nel contemplarne
la linea armoniosa della veste che gli fece ricordare delle donne
viste sulla scena. Poi gli venne in mente d’aver visto delle grandi
dame simili, vestite nello stesso modo, entrando a teatro, a Londra,
mentr’egli guardava, in piedi, e una guardia di città lo respingeva
fuori del tendone, sotto la pioggia. D’un balzo, l’immaginazione lo
portò a Yokohama, dove, lungo la passeggiata, egli aveva incontrato
altre grandi dame. Come in un caleidoscopio, il porto e la città di
Yokohama gli sfilarono davanti agli occhi. Ma egli scacciò subito
quella visione, oppresso com’era dal richiamo urgente della realtà.
Sapeva che doveva essere presentato, dimodochè si alzò penosamente sui
piedi, con i calzoni segnati da ginocchielli, le braccia penzoloni, e
il viso contratto dallo sforzo di quella prova da sostenere.