Quanto gravi fossero le anomalie nervose e psichiche in Petrarca avevo
tentato di mostrare nell'_Uomo de Genio_ p. 22, 60, 142, 157, 180, 194,
218, 244, 414.
Godo di vederlo confermato con ben maggiore precisione e saldezza
dal Cesareo[32] e più accuratamente dal Finzi, che, come E. Carrara e
Squillace s'accosta non solo alla combattuta teoria della nevrosi del
genio, ma vi apporta nuove e importanti dimostrazioni[33].
"A me pare, scrive Finzi, che in molte anomalie psichiche del Petrarca
possa offrirsi qualche piccola materia di studio ai maestri della nuova
dottrina." — E noi possiamo, seguendolo letteralmente dimostrarlo.
_Melanconia_. Infatti, secondo la sua erudita monografia, se anche
lasciamo stare l'eccentricità e il misticismo intermittente, troviamo
quella costante condizione patologica del suo spirito, che egli stesso
confessò nel _Secreto_, quando a Sant'Agostino che lo apostrofa: "Tu
sei tormentato da una funesta pestilenza, detta _acedia_ dai moderni e
_malinconia_ degli antichi", — egli risponde: "Lo confesso: dominato da
siffatta tristezza, io vedo tutto aspro, tutto misero, tutto orrendo;
mi sembra di essere sempre sulla via della disperazione". E continua
affermando che questo travaglio lo opprime per interi giorni e per
intere notti; e che nondimeno si trova spesso condotto al termine
di pascersi delle proprie angosce, assaporandole con una specie di
acuta voluttà. Certamente poi quand'egli si fa ad indagare le cagioni
di questa sua malinconia, esse appaiono molto sproporzionate a così
triste effetto. Ma gli è che a lui medesimo non si mostrava ben chiara
l'indole del suo male, ch'era tutto interiore; e ne cercava le cause
fuori di sè, nell'opinione pubblica, che pure lo accarezzava con
tanta parzialità, che sarebbe stata bastevole ad appagare qualunque
più superba ambizione; nella fortuna, che in effetto non gli fu mai
matrigna; nella sentina Avignonese, dove in sostanza egli stava perchè
gli piaceva e gli conveniva di starvi.
_Abulia_. — ... "Da ciò infine gli abbattimenti, spesso confessati
fin dalla sua giovinezza, e la mancanza d'energia nel mantenere i
propositi, anzi la perpetua irresolutezza fin nel concepirli. Tante
volte si mette in cammino per un lungo viaggio, non senza aver
preparato gran bagaglio e fatti tutti gli allestimenti necessari a
non breve assenza; nullameno per il più piccolo accidente, o torna
indietro, o muta direzione, o scappa via appena giunto.
"E confessa egli stesso di soffrire assai per questo suo perpetuo
dibattersi nell'incertezza, alla quale talora gli riesce di sottrarsi,
non tanto perchè con un atto energico della volontà abbia saputo
prendere coscientemente una ferma deliberazione, quanto perchè sì
grande è in lui l'angoscia dello stare un pezzo in fra due, che si
risolve una buona volta, non per altro che per uscirne e provare il
sollievo proprio di chi non ha più il rovello di pensarci su. Ma non
sempre l'espediente gli giova, perchè continua ad essere posseduto
da un'agitazione, da un'irrequietezza indomabile, per la quale
rassomiglia sè stesso ad "un malato che si rivolta per il letto senza
trovare riposo", e confessa di essere sempre in lotta con sè medesimo
"come se la sua volontà fosse divisa in due parti contrastanti l'una
all'altra", e si compiange come sopraffatto dalla difficoltà di tutte
le cose e spesso costretto a "porre tutto da banda e possibilmente
nel dimenticatoio", appunto, e soltanto, per non aver l'energia
di appigliarsi ad un partito". — È proprio completa l'abulia del
melancolico.
_Epilessia ambulatoria_. — E si può sorprendere in lui il germe della
epilessia propulsiva. "Questa condizione abituale, scrive Finzi o.
c., dell'animo, che dappertutto gli faceva parere insormontabili le
difficoltà della vita, dappertutto spaventosi e fatali anche i più
piccoli contrattempi e inconvenienti, fu lo sprone che del continuo
lo incalzò a mutar di sede. Il fuggire i luoghi delle sue simpatie
e debolezze erotiche, il cercar libri, il veder paesi nuovi e nuove
cose, il visitare amici, l'adempiere incarichi, saranno stati a volta a
volta cause occasionali dei suoi viaggi; ma la ragione vera, la ragione
generale è da cercare proprio nell'anima sua irrequieta, indocile, che
non sapeva trovar posa in un luogo e fuggiva, o almeno avrebbe voluto
continuamente fuggire se stessa, non sentendosi capace di niuno sforzo
di adattamento. Cominciato per singolari circostanze fin dall'infanzia
e durato sino agli ultimi anni, proprio fino a che le forze mancanti
non lo cacciarono giù di sella negandogli di più risalirvi, questo
perpetuo vagabondaggio è una delle più significanti espressioni di
quello stato quasi patologico dell'animo che nel Petrarca si manifesta
per così numerosi e diversi aspetti.
"Curioso che, sempre in moto com'egli è, e confessando molto spesso la
sua irrequietudine e instabilità, ogni tanto ammonisce sè medesimo a
mutar registro. "_Abbiamo girato abbastanza di qua e di là: è tempo di
riposare_", sentenzia ancora nel '52; eppure "seguiterà altri vent'anni
a rincorrere la sua quiete per tanti luoghi, senza trovarla mai".
_Bugia_. — E peggio, egli era un classico bugiardo, nota Cesaro;
mentiva ai superiori la causa del suo viaggio in Germania (Epistola
_ad posteros_); e appunto in questa lettera egli dissimulò ai figli la
propria paternità; dichiarava di aver abbandonato ogni oscenità, a 40
anni, e poi ne troviamo il catalogo fin passati i 46; scrive sonetti
per Laura viva, quand'era morta; giura che quell'amore era purissimo e
nel _Secretum_, III, confessa che l'amore per Laura sua non era onesto.
_Turpe igitur aliquid interdum voluisti_. Pretendeva con Boccaccio di
non aver mai letto Dante, mentre invece l'aveva studiato profondamente
ed anzi imitato. (Giornale Dantesco — Anno VIII)
_Contraddizione_. — "... La contraddizone è anch'essa abituale in lui;
anzi è un altro carattere singolare del suo stato psicologico. In tutta
la gran mole delle sue opere egli affetta sempre un austero stoicismo;
ma non gli riesce mai di metterlo in pratica, e con ingenuo candore
se ne confessa. Esorta gli amici a sostenere serenamente la sventura,
ma de' suoi propri e men gravi fastidi mena scalpore infinito; predica
la vanità dell'orgoglio e dell'ambizione, ma guai a chi lo punga o gli
attraversi la via; biasima il lusso nei costumi e perfin negli arredi
sacri, ma dal lusso egli stesso non sa difendersi mai, così nel culto
della persona come nelle abitudini della vita; condanna l'avarizia
ed usa liberalità, ma pur si mostra avido di prebende. Scrive parole
infocate contro i rei costumi del tempo, e chiama i principi tanti
Dionigi e Demetri Falerei; ma vive nelle loro corti la maggior parte
dei suoi anni migliori. Si professa adoratore della verità e afferma
ad essa sola dovuto tutto il culto dell'anima e della mente; ma si
lascia andare volentieri all'adulazione; e si direbbe persino che gli
piaccia adulare sè medesimo, presentandosi ai posteri interessante,
reverendo ed ammirabile per la magnificata nobiltà degli affetti e per
l'ostentazione dell'austera virtù. Disprezza le donne e inveisce contro
di loro sul tenore dei più arcigni misogini del medio-evo; ma, giovine,
ne cerca le grazie; vecchio, ne gradisce la compagnia, e giovine e
vecchio le canta con insuperata squisitezza di sentimentalità. Si
dà gran faccenda per ottenere la laurea poetica e poi la predica una
_vanità_; condanna l'amore della gloria e se ne strugge per tutta la
vita. (Finzi, o. c.).
"Dopo che ha lavorato a martello con lungo amore d'artista le sue
liriche più belle, egli le condanna come opera risibile e riprovevole,
e apparentemente se ne vergogna; ma non per questo le distrugge; anzi
con carezzevole e pertinace sollecitudine fin presso ai sessant'anni
seguita a pur correggerle e perfezionarle. Innalza al cielo i suoi
Colonnesi e poi, come appare Cola di Rienzo, piglia tale una caldana
patriottica, da gridar quasi il _crucifige_ contro i magnificati
benefattori d'un tempo. In prosa e in verso si lasciò andare a facili
rampogne contro i tiranni; ma alle prime blandizie mutava tono e si
profondeva in adulazioni, che oltrepassavano certamente i termini di
quella relativa necessità che le circostanze potevano portare.
"Certamente anche la sua professione d'infelicità sente dell'esagerato.
Il dire che fin dall'infanzia la sua vita fu un ordito di travagli,
di lagrime, di gemiti, com'egli fa in un'epistola poetica; il dire
che quand'egli è posseduto dalla sua indefinibile _acedia_ si trova
come piombato nelle tenebre dell'inferno e soffre la più crudele delle
morti, come fa nel _Secreto_, parrebbe soverchio anche per uno che non
avesse avuto tanta prosperità di fortuna come il Petrarca.
"Si direbbe che la contraddizione è la forma perpetua del suo sentire
e del suo operare. Quando si procura un'agiatezza, un piccolo piacere,
sia pur l'innocente soddisfazione di una comoda casetta o di un modesto
giardinetto, un'ombra lugubre gli attraversa la mente: è il pensiero
della brevità e inanità delle cose umane. Quando si trova a deliziarsi
dei più magnifici spettacoli della natura, gli sorge nell'animo una
dolorosa tetraggine di asceta. Se il calore del temperamento gli fa
scordare nell'ebrezza del senso l'austerità canonicale, a sterile
ammonimento di sè stesso ne tiene misterioso e lamentoso ricordo nelle
pagine d'un libro appassionato".
_Erotismo eccessivo_. — "Nè è da passare sotto silenzio una serie di
memorie registrate sopra una pergamena contenente le lettere d'Abelardo
ed Eloisa, a cui il poeta fece delle "note assai curiose". Eccone
un saggio, senza però le sigle convenzionali, che non si possono
riprodurre a stampa:
1344 Aprilis 21 mer.
nocte proxima.
Jouis, prox. nocte.
Junii 8º... nocte.
Mercurii, prox. nocte.
Jouis, prox. nocte.
Domini. prox. nocte, 13 Junii.
Martis, prox. nocte.
Domini. 20 Junii. nocte.
Martis, 22 nocte.
Veneris, 25 nocte.
Junii 7° Mercurii, nocte.
Jouis proxima nocte.
Heu. 1348 Hon. pu... plurima, sed que in
ca... exci... patuerint h.
Maii 30. Veneris. die (heu, heu
Junii 8. Domini. Penthecoste. die.
Martis. prox. Junii 10. die.
Jouis. prox. 12 Junii. die.
Domini. prox. 15 Junii. die.
Domini. prox. 22 Junii. die.
Mercurii. prox. 25 Junii. nocte.
Veneris. prox. 27 Junii. nocte
Lune. prox. 30 Junii nocte.
Domini. prox. 6 Julii. die
Domini. Prox. 13 Julii. die, ecc.".
Il Finzi non può spiegare queste note che come registrazioni di
imprese... erotiche evidentemente poco sentimentali.
_Influenza meteorica_. — Quanta fosse l'influenza meteorica sopra
i movimenti del suo spirito "s'intravvede, scrive Finzi, sol che ci
riduciamo alla memoria quante volte nell'epistolario egli si fermi a
descrivere uragani ed acquazzoni."
"Così è anche della primavera, e particolarmente dell'aprile, rispetto
alle circostanze più interessanti della sua vita di poeta. Non dirò
nulla di quel che si connette col _Canzoniere_, per ricordare soltanto
quel _venerdì santo_ che girovagando per i colli di Valchiusa,
concepisce l'idea dell'_Affrica_, e quell'altro giorno _d'aprile_ che
girovagando per i colli di Selvapiana si sente inspirato a riprendere
il poema interrotto. Laura veduta e perduta nel medesimo giorno;
l'_Affrica_ incominciata e ripresa quasi nelle medesime circostanze
di natura e di tempo! Sarà stata proprio una combinazione di fatti
reali, o piuttosto una particolare simpatia di date e di stagioni? Par
difficile credere che in ciò non sia un che di suggestivo; comunque, il
fatto sta che da quando egli lascia Bologna nel 1326 a quando riceve
nel 51 la visita del Boccaccio (ed egli dice che fu _il 6 aprile_) a
quando fa nel '73 il suo testamento, il mese d'aprile è quello che
ritorna più frequentemente nel complesso delle sue memorie"; come
insieme al Maggio, Giugno e Luglio vedemmo il mese che corrisponde al
maggiore numero delle creazioni geniali (V. mio Uomo di Genio, VI ed.).
_Vanità_. — "Senza dubbio la debolezza francamente confessata di
volersi dare a credere più giovane che non fosse, di guastarsi la
fronte a furia di scottature per arricciarsi i capelli, di storpiarsi
i piedi per portare calzari stretti, di nascondere, aggiungo io, il
difetto del piede zoppo rivelatoci dal Canestrini dopo 500 anni, ci
mostrerebbe un animo assai pieghevole alla vanità, anzi alle piccole
vanità. Quando poi si leggono nell'epistolario gli accenni ch'egli
fa, tra il modesto ed il pretensioso, agli elogi ed onori che gii
vengono tributati; quando esprime talvolta con ingenuità e talvolta con
sicumera il desiderio di essere conosciuto e lodato, e il sentimento
del proprio merito, anzi della propria grandezza, si direbbe che anche
la vanità, la grande vanità, entri per qualche poco nell'indole sua.
Nè si dette pensiero di dissimularla. Fu ingenuità o inconsapevolezza?
Quando si ricorda quella curiosa letterina da lui indirizzata a
Francesco dei Santi Apostoli circa il tardato arrivo del vescovo
Acciaiuoli, c'è da pensare all'inconsapevole vanità dell'orgoglio
esagerato.
"Con che sprezzatura egli affetta di non invidiare a Dante il plauso
dei tavernieri e dei lanaiuoli, egli corteggiato ed ammirato dai
principi e dalle dame! In quell'espressione è tutta la vanità, tutto
il piccolo orgoglio dell'anima sua, troppo debole, troppo malata perchè
potesse concepire un forte odio. Non è anomalia psichica ancor questa?"
si chiede l'egregio biografo.
_Poca affettività_. — "Era affezionato agli estranei, ma assai poco
ai suoi. Che facesse del figliuol suo Giovanni, richiamato da Verona,
non si sa; ma contento di lui non era, giacchè appunto in quell'anno
'57 al suo Guido Settimo scriveva amare parole sulla riluttanza del
giovane alle fatiche dello studio; lo mandò poi ad Avignone, e di là
il suo Lelio gli riscriveva lodandosene di molto "per il pudore, la
modestia e la promettente indole giovanile". Egli poi lo richiamò; e
nel '59 Giovanni doveva essere a Milano, se del furto che patì in sua
casa mentre villeggiava a Linterno, il padre suo potè incolpare lui
appunto, scacciandolo di casa e lasciandone poco edificante ricordo
alla posterità. Anche nei momenti che lo rimpiange morto, non mostra
alcun affetto, così:
"Il mio Giovanni, nato a mio _peso e dolore_, e che vivendo mi diede
gravi e continui fastidi, e morendo mi recò aspro cordoglio, dopo aver
veduti in sua vita pochi giorni felici, morì nell'età di anni 24".
Così registrò il suo lutto il poeta. Con l'amico Simonide si lagnò
poi ch'egli morisse proprio quando "accennava a diventar migliore",
e scrivendo a Guglielmo da Pastrengo, lodava Iddio d'essere stato
"_liberato da un lungo travaglio, non senza grave dolore_".
"Forse neanche alla figliuola Francesca, che almeno dal 1353 in poi
egli tenne a convivere seco e che poi accasò con un amico, fu benevolo,
se il marito, affettuoso, nell'epitaffio che le fece scolpire sulla
tomba, e che tuttavia si legge nei chiostri inferiori del duomo di
Treviso, dove essa morì, potè alludere, con un riserbo che pur non
dissimula interamente l'amarezza, all'equivoca sua nascita e alle poche
consolazioni della sua esistenza. "Non so, vi dichiara ella stessa,
se io fui più fedele al marito, o _sottomessa al padre_, o ignara di
esterna felicità. In vario modo la mia sorte mi perseguitò negli anni
giovanili; qui è per me quiete duratura, qui _certa domus_...".
_Epilessia psichica_. — Il Finzi non trova prova chiara dell'epilessia
psichica, ma io ne vedo nella sua stessa monografia. Cacciatosi dentro
alla storia romana, che designava di scrivere, almeno da Romolo a
Tito, gli si ravvivò nell'animo l'antica predilezione per Scipione
Africano, a tale che narra egli stesso come il venerdì santo del
'39, passeggiando a sollazzo per i monti, concepisse l'idea di un
poema per celebrarne le gesta. E ci si mise con tanto ardore e con sì
ostinata intensità d'applicazione _da trovarsi presto rifinito dalla
fatica_; la qual cosa vedendo il suo amico vescovo di Cavaillon, si
fece promettere da lui che avrebbe aderito a un suo desiderio. Egli
promise, e l'altro: "Dammi le chiavi del tuo armadio". Il Petrarca, un
po' sorpreso, le dette, e il vescovo, raccattati libri e carte e quanto
serviva a scrivere, rinchiuse tutto nell'armadio, dicendo: "Ti do dieci
giorni di vacanza, durante i quali mi devi promettere di non leggere nè
scrivere". E se n'andò. Il poeta da quell'ozio forzato ebbe men riposo
che pena. _Quel giorno gli parve un anno_; la mattina seguente si destò
con un gran _mal di capo_, che l'oppresse tutto il dì; _il giorno dipoi
s'alzò coi brividi_ della febbre; onde l'amico, saputa la cosa, vedendo
che il rimedio era peggiore del male, gli riportò le chiavi, ed egli
risanò, e si rimise al lavoro con "_tanto impeto e sì fervido estro_",
che in pochi mesi condusse molto innanzi il poema.
Ma più la vedo da queste pagine in cui è chiaro lo _status epilepticus_
prolungato più giorni.
"... Intorno alla metà d'aprile si mise finalmente in viaggio per
Roma; ma giunto a Ferrara fu colpito da una _sincope, che lo tenne per
trent'ore_ come morto. Gli furono intorno _i medici con energici rimedi
per farlo riavere, ed egli non se n'accorse_, e come riprese i sensi,
si trovò ospitato dai signori di quella città, che lo circondarono di
cure sollecite. Corse novamente la fama della sua morte; e gli amici
di Padova e Venezia se ne commossero; onde lo risalutarono poi con
assai gioia mista a grande stupore quando, giacente sopra una barca,
lo videro ritornare dopo che, per la prostrazione delle forze, egli
dovette comprendere che non era più in grado di proseguire il viaggio
per Roma." Poiché se fosse stato quello un colpo apoplettico, avrebbe
lasciato dietro se la paralisi ecc.
_Genialità_. — Eppure con tante anomalie era un vero genio, od almeno
uno di quegli ingegni sommi che raggiungono il _maximum_ del livello
dei loro contemporanei, e qualche volta lo sùperano. "Con molta
indipendenza di spirito, egli, uomo di chiesa, seguì una direzione
intellettuale e si formò una cultura essenzialmente laica, in un tempo
che anche i laici ricevevano dalla Chiesa gli elementi del sapere e
l'indirizzo del pensiero.
"Con larghezza di vedute e forza d'intuizione nuove e mirabili egli
abbracciò, il primo, l'antichità classica in tutto il suo insieme,
e volle rifarsene l'anima. Dall'alto della sua dottrina classica
egli sentì un acre dispregio per tutto quello che costituiva il
fondo del pensiero medioevale, mortificato in tanta ristrettezza di
nozioni e fallacia di postulati. Tradizioni e leggende, pregiudizi
e superstizioni si trovano, fin dalla sua giovinezza, fuori del
circolo delle sue idee. Quel che era il fondamento della cultura e le
condizioni del sapere al suo tempo egli ebbe in aborrimento, cosicchè,
filosofo, sdegnò la scolastica; asceta, la teologia; uomo di mondo e
spirito utilitario, la giurisprudenza. Con la mente libera dal rigido
convenzionalismo proprio degli studi dell'età sua, egli esplorò con
baldanza d'uomo nuovo tutte le regioni del sapere antico, e in presso
che tutte s'industriò di esercitare o di provare almeno le proprie
forze. Epico e lirico, bucolico e drammaturgo, storico e geografo,
moralista e politico, polemista ed oratore, disegnatore e musico,
adoratore della sapienza e dell'arte, egli preluse a quell'università
di intelletto ed a quella signorile genialità, che poi furono un
privilegio del secolo di Leonardo e dell'Alberti.
"Mentre i contemporanei esalavano il nativo sentimento dell'arte
innalzando con trepido entusiasmo le volte aeree delle loro cattedrali,
il Petrarca, con un gusto che doveva parere barbaro, cercava e ammirava
i monumenti dell'antichità. Dilettante di musica, altra nota di
modernità, ne raccomandava lo studio ai giovani e i principi esortava a
diffonderne il culto, mostrandone la civile efficacia" (Finzi).
Ho tracciato questa monografia sulla falsariga di un egregio letterato
estraneo, se non avverso alla mia scola — perchè sia più sicuro il
lettore sull'imparzialità della conclusione, che è completamente
conforme a quella che essa darebbe.