Cardano.
Quanto a lui, il grande scienziato, aveva testa abnorme, scafocefala,
gozzo, ernia; più patì di gotta, di erpete, diabete tra i 7 e i 12
anni, sonnambulismo; e come il padre sofferse due volte gravi traumi
nel capo.
_Pazzia morale_. — Egli descrive sè stesso, iracondo, lascivo,
imprudente, desideroso di vendette, quando anche non lo consentissero
le forze, prono ad ogni vizio, giocatore sfrenato, tenace
nell'ambizione e nell'ira, litigioso, sicchè durò alle liti dalla
morte del padre fino a 46 anni, e diceva di sè stesso, che egli troppo
giustificava il proverbio: La nostra natura esser incline al male.
Era infatti impulsivo fino al delitto; si sa che maltrattò il grande
suo maestro Tartaglia; strappò un orecchio al figlio minore. "Non vi
è (confessa egli) cosa che più mi piacesse, quanto il dire cose che
tornassero spiacevoli a chi mi ascoltasse: Portavo vitupero a chi
avrei voluto lodare". Passione strana aveva per gli animali, sicchè
riempivangli la casa lepri, conigli, capre e cicogne. E noi sappiamo
che è questo un carattere dei degenerati (Vedi: L'Uomo Delinquente, VI
ed. Vol. 1.).
Della grande sua surrecitazione sono prova le veglie quasi continue che
sofferse dai sette ai dodici anni, l'algore delle estremità, quando si
poneva a letto, l'impotenza che durò fino a 34 anni, e quell'eccessiva
sensibilità che unita alle sue cognizioni mediche (sì dannose agli
ipocondriaci), faceva in guisa, che non vi era morbo ch'ei non avesse
sofferto, nè istante in cui non credesse soffrirne. _Tunc maxime
sanum me existimo cum raucedine laboro; nam cum ad ventriculum defluit
fluxus ventris, abominationem cibi efficit, nec semel credidi veneno me
tentatum, e postridie salvus eram._
Ne è una bellissima prova quel singolare piacere che ei dichiarava
di provare nel comprimersi i muscoli brachiali e mordersi le labbra
fino alle lagrime, nè tanto per la voluttà leggerissima del contrasto
lasciato dal dolore, a tutti comune, quanto per il bisogno non mai
saziato di energiche sensazioni. "Cause di dolore, — ei dice nella
propria vita, — se non ne aveva, ne cercava, per godere del piacere
della cessazione del duolo, e perchè io esperimentai che non posso far
senza di dolore, e se mai mi capitasse (_modo contingat_) mi assalta
l'animo un impeto sì molesto e sì grave, che molto meno è il dolore che
la cagione di dolore". Non può dare questo brano curioso la spiegazione
di quel fenomeno, che appare anche in alienati non stupidi o idioti,
del ricercar essi più che fuggire le abbruciature, i geli, le ferite,
le contusioni, quasi che nello stato patologico particolare del sistema
nervoso sieno quelle sensazioni dilettose piuttosto che atroci?
_Paranoia persecutiva ed ambiziosa_. — Si disse dai contemporanei,
ch'egli era più saggio di tutti gli uomini e meno savio di un bimbo.
Certo, presentò molti sintomi di paranoia persecutiva ed ambiziosa.
Come Byron, Alfieri, Wagner ecc., protesta che non è ambizioso; ma
viceversa; ammette che trova sempre fallaci le scoperte altrui e sempre
migliori le sue; e disse di sè nell'arte medica, non comparire che ogni
10 secoli un grand'uomo, ed essere egli il settimo (Capitolo VIII);
ed afferma nella sua _De Vita_ d'aver fatto 40,000 scoperte e 200.000
(_sic_) piccole pubblicazioni; tra i suoi schemi genetliaci comprende
quello di Gesù Cristo; più volte dichiarò essere protetto dalla Beata
Vergine e da S. Martino, che lo avvertivano coi sogni dell'avvenire
della vita, dei rimedi da somministrare ecc. Tutto il mondo gli sembra
ora congiurato contro di lui, ora genuflesso estimatore dei suoi
talenti; ei si crede invulnerabile agli strumenti umani. La megalomania
si rivelò certo nelle opere _De Vita, De libris propriis, De Somniis_,
che lungi dell'essere, come vorrebbero Baillarger e Burdach, una
mirabile prova dell'attenzione analitica di sè stesso, non sembrano
altro che sintomi ed effetti di quell'impulso morboso, colorati
dall'eloquenza del genio, quali si vedono nei numerosi scartafacci dei
paranoici.
Si faceva trascinare in Bologna da un cocchio a cui aveva... fatto
togliere una ruota: credeva a continui complotti contro lui dai
colleghi che l'aveano eletto membro dell'Accademia degli Affiliati....
per farlo morire; infatti il dì dopo che vi entrava, inciampò in una
trave e per poco non ne morì; sicchè il furbo per prevenire l'opera
dei sicari, andava all'Accademia o prima o a mezzo della seduta. —
Nessuno dei cospiratori gli sopravvisse, tanto ne lo proteggeva il suo
santo. Più volte pretendeva avere lo spirito profetico (_De Vita_, Cap.
XXXXII), avere una luce speciale nell'anima (XXXVI), avere appreso per
forza d'incanto le lingue (cap. XLIII), aver guarito malati di lebbra e
di tisi; aver perduto un solo malato fra 300 curati dalle malattie più
gravi; avere avuto la premonizione della morte di persone sanissime,
che all'epoca preveduta morivano.
Pare intervenissero veramente intorno a lui dei fenomeni medianici e
spiritici; certo in questo: Una mattina sente battere forte un colpo
al muro, che si ripete una seconda volta; egli apprende che allo stesso
momento moriva un Galeazzo suo cliente.
Pretendeva aver avuto premonizioni della morte del figlio. Nell'estate
del 1557 sogna che il figlio suo minore stia male; in quel momento
accorre la serva per chiamarlo, poichè veramente quello stava per
morire.
Allucinazioni soffrì dai quattro ai sette anni; vedeva in aria
anelli, cavalli, trombe, campi, soldati, fiori. Subì dai sette fino
ai dodici anni l'allucinazione costante di un gallo che gli parlava
e lo spaventava con voce d'uomo, e della vista tremendamente animata
del Tartaro ripieno d'ossa. "Svanite queste allucinazioni, mi successe
sempre da poi, — scrive egli stesso, — che alzando il capo dopo una
lieve meditazione vedeva la Luna. A diciotto anni ove fosse chi di me
ragionasse a qualunque distanza, sentiva nell'orecchio uno strepito
particolare dal lato onde si parlava; se si ragionava in favore,
nell'orecchio destro, e viceversa, nel sinistro."
Dal 1532, cioè a 26 anni, fino al 1567, ebbe la prerogativa non poco
singolare della rivelazione del futuro o per mezzo di sogni simbolici,
o per la voce diretta di un genio.
Tutti i suoi meriti e le sue scoperte deve ad uno spirito, che gli
si rivelava per sogni e strepiti e gli mostrava 3 soli e 3 lune a
mezzogiorno.
Passò nel 1567 ogni soccorso soprannaturale (_destitutus numine a quo
impellebar_), restandogli una crescente lucidezza di mente; ma non
è men vero che nel 1572 ebbe un'allucinazione d'un contadino che gli
disse "_Te sin casa_"; di un altro che gli passeggiava a fianco nella
strada, e poi svanì alla soglia dell'abitazione; che più? nel 1570 una
ricetta per il cardinale Morone salì dalla terra al suo leggio, senza
spirare di vento, dimenticandosi delle leggi di gravità, per avvertirlo
del pericolo che ei correva commettendola all'illustre cliente, lui che
fu sì felice indagatore delle leggi del moto!
Quanto alla varietà dell'allucinazione, noi lo vediamo ora credere che
le sue carni putano di zolfo, che sieno i vasi ed i piatti pieni di
vermini, che la stanza e l'aria senta odore di ceri spenti; ora udire
il grugnito dei porci, ora essere balzato da violenti terremoti, ora
vedere fiamme e fantasmi, mentre di nulla s'accorgono i suoi familiari,
privi, come erano, del suo genio benefico; ora, ipocondriaco, si crede
avvelenato, cinto di nemici e di congiurati, affetto da uresi, da
ernia, da podagra, che dispaiono meravigliosamente senza cura, e spesso
con qualche prece al B. Girolamo od alla Vergine.
Ma nel sonno principalmente sembra che la pazzia di questo grande
prendesse una forma precisa e degna di grave attenzione. Abbiamo veduto
come credesse poter provocar l'estasi a volontà; ma solo nel letto,
poco prima o poco dopo del sonno, egli possedeva questa nuova virtù, o
piuttosto ei ne era posseduto. Una volta, p. es., essendo colto verso
il mattino, in letto, dall'estasi, ed egli destato e postosi eretto,
l'estasi sparve; tornato a giacere, riapparve; e fu allora che ei
si credè precisarne la sensazione, e la disse un lieve spiro che non
proprio nel cuore, ma più sotto gli palpitava, ecc. Anzi sembra che
alcuni sogni eccitanti gli lasciassero una specie di estasi.
In sogno ei dichiarava avere ideato e composto alcune delle sue
opere, p. es. quella sì voluminosa _De varietale rerum_ e quella _De
subtilitate_. Un dì nel 1557, narra egli nei _Sommiis Synesiis_, c. IV,
parvemi udire delle armonie più soavi; destatomi tosto, mi trovai in
capo risolto un mio problema su le febbri (perchè ad alcuni letali, ad
altri no), a cui invano aveva pensato per venticinque anni. È notevole
qui l'associarsi ed il precedere dell'eccitazione del senso a quella
dell'intelletto.
Impotente fino a 34 anni, un sogno gli restituisce la maschile virtù,
e gli addita, nè troppo felicemente, l'oggetto delle sue cure, la sua
futura moglie, una figlia di scherano, che prima del sogno ei non ebbe
"dice" non che ricordata, nemmeno veduta! Che più, se spingeva la sua
sciagurata follia a tanto, da regolare dietro i sogni suoi i consulti
medici, come si vanta egli stesso di aver usato per il figlio di
Borromeo?
Noi potremmo ancora citare degli esempi ora ridevoli, ora strani, ed
ora tristi della sua fede nei sogni; ma per dirne uno che insieme ne
raccolga tutti i caratteri, diremo del suo sogno della gemma.
Era il maggio 1560, cinquantaduesimo della sua vita. Il figlio gli
era stato dannato pubblicamente per veneficio; niun'altra sventura
poteva colpire più al vivo l'anima, già sì poco temperata di Cardano;
egli che l'amava per tenerezza paterna, come ne sono prova quei versi
sublimi _De morte filii_, in cui il gelido lutto della vera passione
ha un'imagine sì tristamente, perfetta, l'amava anche per ambizione,
perchè ne sperava un nipote che lo somigliasse, in fine in quella
condanna vie più acceso dalla sventura nelle sue idee lipemaniache,
credeva vedere il dito di quelli che si erano congiurati contro di lui
(_De Vita_).
"Balestrato in tal guisa, invano io cercava distrarmi, — vi narra
egli stesso, — con lo studio, col giuoco, e con morsi e battiture
alle braccia ed alle gambe, (era questo uno strano ed antico suo
divertimento); era la terza notte ch'io non potea prendere sonno; e due
ore appena mancavano all'alba; e vedendo ch'io avrei dovuto morire od
impazzire, pregava Dio che volesse togliermi affatto da questa vita.
"Ed ecco improvviso mi prende il sonno, e ad un tempo sento
ravvicinarsi persona di cui le tenebre nascondeanmi le forme, che mi
dicea: "Che ti duole del figlio....? La pietra che tieni appesa al
collo, portala alla bocca, e fin che ve la terrai, non ti sovverrà
più di lui". Desto dal sogno, pensava qual mai rapporto potesse
esservi tra lo smeraldo e l'oblivione; ma poichè null'altra via mi
restava, io ricordandomi le parole sacre: _Credidit et reputatum ei
est ad justitiam_, abboccai lo smeraldo. Ed ecco che, fuori d'ogni mia
aspettazione (_et ecce quod supra fidem omnem est_), ogni cosa che
spettava al figlio svaniva dalla memoria; così allora che di nuovo
ricaddi nel sonno, come per tutto un anno e mezzo da poi; e solo
quando, mangiando, o professando in pubblico, non poteva tenere la
gemma alla bocca, io ritornava in braccio al primo dolore."
Questo sogno accenna ad alcune leggi non poco notevoli per la storia
psichiatrica.
È evidente in questo racconto quella legge che, facendo del sogno
l'espressione più esagerata del desiderio, serve come di valvola di
sicurezza, per cui passioni troppo eccitate possano rimettere della
loro violenza fatale, e porre, direi, per qualche tempo in equilibrio
la macchina scomposta. Che se la causa impellente perduri, e le forze
dell'individuo non bastino alla reazione, allora la valvola non si
chiude più; ed abbiamo quelle forme di pazzia sì comuni, che sono al
sogno nel rapporto di un morbo cronico ad un morbo acutissimo.
Ma è curioso il processo d'autosuggestione che segue qui la natura per
conseguire codesto scopo. Si direbbe che i fenomeni vengano eseguiti
dall'individuo a sua insaputa, come per altrui comando. Sembra che la
volontà, tesa dal desiderio e dalla passione ad un dominio violento,
acceleri tanto in questi casi la serie dei movimenti della memoria, da
non lasciare campo all'attenzione, di esaminarne li edotti e l'origine,
per cui l'uomo non s'accorge che il sogno e l'allucinazione non furono
che una fattura rapidissima della memoria sua per opera di una volontà,
che quasi precedeva il desiderio.
Così il nostro Cardano sapeva già prima del sogno quello che con tanto
mistero ei sentì rivelarsi dal Genio.
Eccone le prove. Nel libro _De Subtilitate_, scritto quasi dieci anni
prima del sogno: _In annulo gemma vel collo appensa aut etiam sub
linguam retenta confirmat rei venturae opinionem_. Nel libro _De Gemmis
et coloribus_: "Lo smeraldo (che è precisamente la gemma di Cardano)
seda li affetti dell'animo ed è utilissimo a divinare".
Nel libro _De Somniis_: "Le gemme del sogno sono simboliche di figli,
di libri, di cosa insperata, delizia, jocondità. Significano allegria
non solo per la natura, ma per il nome italiano _giojre gioia_, che si
accorda con gioia."
Il che è bene una strana ragione, ma come lui la pensava tutta la dotta
plebaglia del medio evo; eppure in quel momento egli assicura non aver
mai compreso qual rapporto vi fosse tra lo smeraldo e l'oblio, e lo
pose solo alla bocca per le parole: "_Credidit et reputatum ei est ad
justitiam_"; e vedutone l'effetto, ne trasse alta meraviglia. Questo
fenomeno del dualismo è comunissimo nel sogno come in molte frenopatie;
ma nel sogno assume una doppia importanza e gravità; senza questo
apparente dualismo, per cui l'uomo cela sè a sè medesimo, ei ricadrebbe
nel dubbio ed il sogno non avrebbe raggiunto lo scopo; così succede
comunemente che chi richiede un consiglio circa un proprio progetto,
non cerca altro che di veder riprodotta e pòrtagli di nuovo per mano
altrui la sua opinione, onde meglio trovare modo di riconfermarvisi;
qui il dualismo è vero in apparenza, falso nel fondo; nel caso del
sogno manca e fondo ed apparenza, ma sono simili in ogni punto e la
causa e l'effetto.
La durata dell'influenza di questo sogno accenna la sua origine e
natura patologica, senza la quale niun sogno può lasciare tracce sì
lunghe e sì forti.
Ma più chiaramente che in tutti gli altri scritti ed atti della vita
di Cardano, nel libro _De Somniis_ si palesa quella singolare fusione
di genio e di pazzia, come pure l'influenza ipnotica su questa. È un
libro che parla al psichiatra come una pseudo-membrana parlerebbe al
patologo. Ivi da prima egli espone le più giuste e curiose osservazioni
su i fenomeni del sogno, per es. che i grandi dolori fisici vi agiscono
con minor energia e con maggiore i leggieri, fatto recentemente
confermato da M. De Sanctis (Dei sogni); che agli idioti non appaiono
mai sogni complessi, ma _idola_; che i pazzi sognano moltissimo; che
nel sogno come nella scena, in brevissimo spazio si percorrono serie
lunghissime d'idee; finalmente (e l'osservazione è piena di verità),
che li uomini tengono sogni o analoghi affatto, o affatto contrari alle
proprie abitudini, tornando ciò uguale nell'effetto. Ebbene, dopo sì
lucidi intervalli e tratti di genio egli rinnova una delle più meschine
e più assurde teorie dell'antiche età, secondo le quali il più breve
accidente del sogno deve essere rivelatore d'un futuro più o meno
lontano. Ei detta quindi con la convinzione più sincera e con esempi
di propria esperienza un infelice dizionario, identico nella forma
come nell'origine veramente patologica, a quei libriccioli di _Cabala
del Lotto_, che si gettano, unica e calcolata pastura, alla povera
plebe. Ogni oggetto, ogni parola, che può cadere nel sogno, vi è legato
ad una serie di allusioni che devono servire nell'interpretazione
l'una per l'altra. Il _Pater_ p. es. può significare autore, marito,
figlio, comandante; _Pedes_, fondamenta della casa, arti, operai, ecc.;
_Cavallo_, apparendo in sogno, può significare fuga, ricchezza, moglie;
_Calzolaio_ e _Medico_ valgono l'uno per l'altro: come se la natura
potesse non solo pensare, ma parlare con la lingua dell'uomo (ed anzi
in latino e raramente in italiano); sicchè non è già la concatenazione
e analogia dei fatti che vi prevale, ma quella delle parole, dei
suoni, che più....! delle rime. _Orior_ e _morior_ hanno un pronostico
uguale, perchè "_una tantum litera cum defferantur, vicissim unum in
alium transit_. Oh! ti prende proprio compassione della natura umana e
di te stesso, quando tu lo senti commentare il fatto che un cavaliere
calcoloso se sognava di cibi era preso al dì dopo dal male, e se di
materie indigeribili, pietre, ecc., il morbo gli durava più a lungo,
coll'osservazione "_Cibos enim ac dolore degustare dicimus_", come
se la natura bisticciasse in latino, proprio per la bocca di lui che
aveva divinato quelle stupende teorie che accennammo su le sensazioni
dolorifiche nel sogno.