Applicazioni letterarie.
Chi credesse un inutile passatempo erudito questa ricerca dell'anomalie
psichiche del Manzoni, se ne dissuaderà subito quando pensi che
essa illumina molta parte della sua opera letteraria e filosofica:
la improvvisa e temporanea decadenza all'epoca degl'inni sacri e la
loro origine, la contraddizione filosofica di metà della sua vita,
i frequenti bisticci, i paradossi così discordanti col fine buon
senso che domina in tutti i suoi libri; essa ci dà anche la chiave di
certe note che vi predominano: la strana frequenza, in ispecie, delle
allusioni a quella che fu uno dei sentimenti più intensi in lui — la
paura.
Il Puccini (_Il romanzo psicologico_, 1856) ed il Graf nel mirabile
studio _Foscolo, Manzoni, e Leopardi_, 1898, ebbero a dire che un
esempio delle sue smanie paurose "lo lasciò egli stesso nei Promessi
Sposi, quando descrisse lo spavento di Renzo, solo, nel bosco...,
le ansie di Lucia..., il terrore dello stesso Innominato e di Don
Abbondio." E l'eruditissimo Bellezza, che nella citata opera ne dà
sette pagine intere di prove, ricorda non esservi vizio o virtù,
passione o sentimento che abbia parte più larga o più importante
nell'opera manzoniana, della paura: non essere quasi personaggio nel
romanzo, che non ne sia preso, un momento o l'altro (op. cit.).
Sfuggito all'unghie della giustizia, Renzo si sente addosso "quella
paura di dar sospetto cresciuta allora oltremodo, e fatta tiranna di
tutti i suoi pensieri". S'inoltra poi nel bosco "pieno di fantasie, di
brutte apprensioni", che diventano ben presto "terrore"; e nell'altra
sua gita a Milano un monatto gli grida: "hai avuto una bella paura"
(Bellezza).
Lucia teme ad ogni istante le ire dello sposo all'avventura notturna;
"il terrore, l'angoscia di lei", accorata, affannata, atterrita,
quando è condotta al castello dell'Innominato, durano per quasi tutta
"la notte della paura". E "costernazione" e "terrore" la prendono al
ricordo del voto fatto e al momento d'infrangerlo; per "varî timori"
non fa parola di esso alla madre; la storia di Geltrude la riempì di
"paurosa meraviglia" (Bellezza).
E poi abbiamo la paura: di Ambrogio, desto di sopprassalto dello
sgangherato grido di don Abbondio; di Menico, acciuffato dai bravi;
quella dei bravi stessi ai rintocchi della campana a martello del
vicario di provvisione; dei bravi dell'Innominato, i quali in fatto
di religione, eran stati soliti a prevenir con le beffe la paura che
gliene sarebbe venuta, "ma che al vedere l'effetto che una tal paura
aveva prodotto nel loro padrone, chi più, chi meno, non ce n'era uno
che non gli se n'attaccasse". L'Innominato medesimo prova "quasi un
terrore" nel mettere le mani su Lucia, e i terrori della notte per poco
non lo portano alla disperazione. Persino "quel bestione di Rodrigo"
non ne esce netto d'"apprensione" che la profezia di fra Cristoforo gli
ha messo in corpo, e si risveglia la notte nel sogno finchè lo invade
"il terror della morte".
Don Abbondio è "la personificazione della paura": ha paura di ogni
cosa, a ogni momento; anzi, gli avviene d'averne addosso due nello
stesso tempo, come durante il colloquio con Renzo: di provocare questo,
tacendogli le cose, o di mancare alla ingiunzione fattagli (PETROCCHI,
_Dell'opera e della vita di A. Manzoni_). Nella spedizione al castello
dell'Innominato è in preda ad una "paura ecc.". Un'altra di diverso
genere, gli viene dalla paternale di Federico.
Alla calata dell'esercito alemanno, ha una paura classica; rifugiatosi
presso l'Innominato, circa la conversione del quale ha ancora i suoi
timori, il pensiero d'esser colto in una battaglia gli mette addosso
"uno spavento indistinto, generale, continuo", così da farsi dire da
Perpetua che ha "paura anche di essere difeso ed aiutato".
Si direbbe insomma che il Manzoni si sentisse attratto in modo speciale
da quelli tra i fatti umani in cui predomina questo sentimento. La
storia della Colonna Infame è una serie d'atrocità e di terrori che
si alternano e si collegano l'un l'altro. "Bisogna dire che il furore
soffocasse la paura, che pure era una delle sue cagioni." I motivi che
condussero i giudici a procedere così iniquamente, egli osserva, furono
appunto "la rabbia resa spietata da una lunga paura... il timore di
mancare _a un'aspettativa generale... di parer meno abili se scoprivano
degl'innocenti, di voltar contro di sè le grida della moltitudine... il
timore fors'anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire_".
Le cause e gli effetti molteplici della paura, le varie forme e
manifestazioni, nonchè la natura specifica di essa, trovano la massima
illustrazione nell'opera manzoniana. È magistralmente descritto il
combinarsi di essa con altri sentimenti; così don Abbondio s'accorge
della gran collera che aveva in corpo, e che era stata fin allora
"nascosta e involta nella paura"; il conflitto di perplessità e di
terrori nell'animo di Don Abbondio; lo stato d'animo nell'intervallo;
l'irragionevolezza e il carattere paradossale del sentimento stesso.
"_Il timore opera... sulla evidenza, portando talvolta a negar fede
alle cose minacciate, e talvolta a prestargliene più di quella che
si meritino". — "Il sentimento che porta il timoroso a ingrandire o a
immaginarsi il pericolo, è quello stesso che lo fa fuggire dal pericolo
reale... e leva la tranquillità della mente_"; la conseguenza ch'esso
di frequente produce, di suscitare in chi ne è preso l'impazienza, o un
sentimento affatto contrario, l'ardire.
"_Mi struggo e temo di vederti". — Don Abbondio aspetta Renzo "con
timore e, ad un tempo, con impazienza". — Menico... comandava "con la
forza d'uno spaventato". — Lucia "rinvigorita dallo spavento". — Agli
occhi del padre, Gertrude quantunque ne avesse paura, o... risoluta per
paura, con la stessa prontezza con cui avrebbe preso la fuga dinanzi un
oggetto terribile_".
"_Ora temeva il giorno... ora lo sospirava_." — Renzo "_era ansioso
insieme e timoroso di veder qualcheduno_".
Anche nella Tragedia e negli Inni del Manzoni Bellezza troverebbe una
varietà infinita di "paure": dal "terrore" onde son presi i tiranni, a
quello dell'"anima" impaurita d'Ermengarda; dai signori romani, _Irsuti
per tema le folte criniere_, e dai Franchi tenuti sotto le Chiuse "ad
una scola di terror", a Marco senatore, _Il rio timor che a goccia a
goccia ei fea — Scender sull'alma mia_. E il "turbamento leggero... che
si mostra di quando in quando sul volto delle spose"; e la "paura del
fanciullo, che trema nelle tenebre, senza sapere di che".
Nelle paure della veglia bruna
Te noma il fanciulletto.
"Il terror della caccia" che traluce negli occhi del lupo; "il timore
che nasce anche negli animi più determinati e li rende crudeli"; "il
timor santo e nobile per gli altri"; il "timor veramente nobile e
veramente sapiente, di commetter un'ingiustizia"; il "terror che ispira
il coraggio, avvezzando chi lo sente a nulla temere degli uomini"...
(Bellezza).
Vero è che testè il Bertani[29] pur confermando che tutte le opere
poetiche e romantiche di Manzoni sono zeppe di paura, pretende
spiegarlo con ciò, che di paura è piena la natura umana, di cui Manzoni
era fedel dipintore; ma E. Carrara giustamente gli risponde: che la
scienza moderna dimostra profondo il legame indissolubile fra la psiche
dell'artista e l'opera sua: ora l'esistenza di un profondo e profuso
senso di paura, di timidezza anormale in Manzoni è confermata da tutti
i suoi biografi. A chi obbiettasse che egli deride nel suo romanzo
questo sentimento, si può rispondere che un critico come Manzoni sa
analizzare sè stesso e sa scherzare sui propri difetti; anzi, solo a
questo patto poteva trasfonderli nei suoi personaggi. (E. Carrara).
E poi, aggiungeremo noi, anche la vanità, anche la vendetta, sono
sentimenti e passioni diffusissime agli uomini: eppure egli non ne
abusa negli scritti, quasi anzi non ne usa, come invece fa della paura.
Si notò dal Bellezza, op. c. pag. 234, e dal Graf che anche la
frequenza dei caratteri deboli, abulici, come di Lucia, di Renzo, del
grande Romanzo ha una prima fonte nella sua stessa debolezza d'animo.
E così l'eccessiva incertezza e pigrizia di don Ferrante
_schivafatiche_, riprodurrebbe, secondo Graf, le analoghe sue tendenze
(v. s.) e così si spiegano pure le frequenti incertezze e i dubbi dei
suoi personaggi, di Renzo, p. es., se troverebbe Lucia o no, se Lucia
rinunzierebbe o no al voto; — fino l'Innominato e fin Federico, fin
don Rodrigo son sospesi per più giorni tra il sì e il no, l'uno più
dell'altro; e così si spiega la perplessità di Geltrude, e fin quella
dei bravi dell'Innominato.
_Bisticci_. — E la psicosi spiega l'insorgere ogni tratto in una mente
così quadra, che fu giustamente detta da Graf peccante in rapporto
alla poesia d'eccesso nel ragionare, di quegli strani paradossi, che
molte volte basansi sui contrasti dei termini, qualche volta, come nei
ragionamenti dei pazzi, in quelli dei suoni.
Così "una guerra difensiva di chi ha ragione è buona; ma non può
esistere se non con la condizione d'una guerra ingiusta". Che fa l'arte
della guerra? — seguita ad argomentare; — "insegna a uno il mezzo di
fare una cosa, all'altro il mezzo di impedirla". "E però ha un intento
dubbio, anzi contraddittorio: aiutare e dirigere chi vuole una cosa e
chi vuole che la cosa non sia".
E dopo aver constatato che "le verità matematiche si contrappongono
sovente alle verità morali, come aventi una certezza di un genere che
non si può trovare in queste", sostiene e dimostra come la cosa stia
per l'appunto alla rovescia; e come, cioè, le verità morali abbiano,
nell'applicazione, il vantaggio d'una minore incertezza!! — E fa le
meraviglie del fatto che "v'ha uomini i quali negano le verità morali
astratte, mentre non ve n'ha che neghino le matematiche."
Ecco alcuna delle sentenze o bisticci che ci trasmise di lui il
Bonghi: "Gli _animali sono, eppure non son loro_"; _Noi siamo tra due
lacci scorsoi, o ci affoga l'uno o ci affoga l'altro_; e, che è più
strano, per non lasciarsi affogare nè dall'uno nè dall'altro, dobbiamo
stringerli _tutti e due_. — "Sovente si mette più presso, e più dentro
alla cosa medesima, chi se ne fa più lontano". (Stresiane).
Egli trova che "lo spirito storico del dramma è in molti punti
affatto opposto a quello che esce dalle più riputate storie moderne";
e che, mentre la tragedia antica si fondava sulla cognizione che lo
spettatore dovea avere dei soggetti, la moderna è costretta a fare
assegnamento sulla dimenticanza; che "le mutazioni nella lingua sono
un inconveniente, anche quando sono un vantaggio"; che "per essere
creatore in fatto di lingue, non c'è niente come il saper poco quella
in cui si parla o si scrive".
E questa tendenza paradossale si infiltra nelle frasi; e basti
ricordare solo alcune delle molte annotate dal Bellezza (v. c.), come
queste:
"Nemico mio carissimo, — indotto e sapiente contadino, — inconveniente
prezioso, — felice prepotenza, — irrisolutezza arrogante, — ammirazione
ingiuriosa, — umilmente altera, — dolce in vista ed umano, e insiem
feroce, — devoto suicida, — gentili masnadieri, — amabil terror, —
gaudio amaro, — vil trionfo, — tristo conforto, — tristo vincitore,
— squisiti digiuni, — lieto error, — lieto ribrezzo, — dolci ferite,
— povero signore, — giorno tanto temuto e bramato, — età sucida e
sfarzosa, — (sentimento), imperioso insieme e soave, — cenci sfarzosi,
— nome illustre e infame, — ignoranza coraggiosa e guardinga, — trista
allegrezza. — Pensò o piuttosto non ci pensò, — voglio andare avanti
o piuttosto tornare indietro, — l'effetto o piuttosto la mancanza
dell'effetto, — solo un bene di quel genere, o piuttosto quel bene
fuori d'ogni genere, — non badiamo alle parole, o, per dir meglio,
badiamoci bene, perchè proprio qui non ci abbiano a menar fuori di
strada." —
Ora questi bisticci, queste — come li chiamava egli stesso, — _trappole
di parole_ che si basano su contrasti di suoni, non si possono spiegare
senza lo influsso morboso in uno che le stigmatizzava così fieramente
nel _Dialogo dell'invenzione_, in uno che spesso ripeteva essere i
_traslati traditori_, e che le parole, "se non ci si bada bene, menan
fuor di strada". (Opere varie, pag. 829-1870).
Ora è noto che gli ammalati di ossessione hanno spesso tendenza a frasi
ed idee in contrasto col loro pensiero e fra di loro a dire p. e.,
"_Vi ho in c_.... invece: _Vi ho in cuore_" che pur pensano (Krafft,
Ebb. Trad. de Psych. 543). _Maledetto_ per _benedetto_ (Raggi, Archivio
Italiano per le Mal. Nevrose 1887) e Seglas — altrettanto vedremo qui
confessarci di Cardano (pag. 106).