(_Con una tavola_)
È cosa notissima che i contemporanei di Colombo (ripeto le parole del
miglior suo storiografo, il De Lollis), tanto i dotti che gl'ignoranti,
non s'erano potuto rendere una chiara ragione del modo con cui egli
era giunto alla grande scoperta. Né meglio vi approdarono i posteri
per quante indagini vi accumulassero; sicché giustamente Correnti
(_Discorso su Colombo_, Milano 1863) sentenziava: che né la storia né
la filosofia valsero finora a risolvere degnamente quel quesito.
Né anche ora vi si riuscirebbe, senza l'aiuto della psichiatria; — il
che credo poter qui dimostrare. Vediamola in opera:
Cristoforo Colombo nacque da un lanaiuolo, non solo povero, ma inquieto
e intrigante che, a quanto pare da documenti ora usciti alla luce
(_Vita di Cristoforo Colombo_, di Cesare De Lollis, 1895), era una
specie d'affarista, se non un completo imbroglione.
Contro il costume dei buoni operai d'ogni tempo e paese, specialmente
della Liguria, tenaci nel lavoro ed amanti della quiete e della
stabilità, egli girava continuamente, vendendo e comprando terreni,
locando talvolta al venditore il podere comprato, e terminando qualche
volta con non pagare i creditori e lasciarsi strappare a pezzi e
bocconi la dote che doveva alla propria moglie.
Il figlio suo, il grande Colombo, da giovane non dimostrò nulla di
geniale: era, anch'egli, lanaiuolo, anch'egli commerciante in piccolo,
e poco fortunato, di vini e formaggi.
Nel 1470, a 24 anni circa, si fece capitano di una nave mercantile che
trasportava vini; più tardi, pare, pirata; né potè attendere (checché
si pretenda da male informati biografi) ad altri studi che a quelli
a cui poteva accedere un povero operaio di quei tempi nelle scuole
popolari di Genova o di Savona, certo inferiori alle moderne, che pure
valgono sì poco. Navigò molto; ed apprese mirabilmente la tecnica
marinaresca; sbarcato in Portogallo, dopo un naufragio, v'intese
discorrere, con molta precisione di dati, da un Fiorentino, del
progetto del Toscanelli, già noto alla Corte portoghese, di raggiungere
per la via di mare, e movendo da ponente, quelle terre d'Asia alle
quali i Portoghesi ostinatamente cercavano un passaggio lungo la costa
occidentale d'Africa; si entusiasmò del progetto, scartato da quel
Governo per gli errori di cui era infarcito e si mise in comunicazione
(dandosi, si badi bene, per Portoghese) col suo autore, Paolo
Toscanelli, fiorentino.
_Caratteri antropologici_. — Si possiedono più di 20 ritratti di lui,
ma nessuno sicuro; però i lineamenti, di cui ci tramandarono notizia
abbastanza esatta, scrittori che lo conobbero da vicino, attestano
riccamente i caratteri più propri agli psicopatici: Las Casas,
infatti, che appunto lo conobbe personalmente, lo descrive: "con la
statura lunga, naso aquilino, occhi azzurri, capelli rossicci, presto
incanutiti"; e il figliuolo, don Fernando, la cui descrizione il Las
Casas ebbe presente e parafrasò, gli attribuisce in più "guance un poco
alte", che vogliono significare zigomi molto pronunziati.
Nel ritratto di Giovio (_Raccolta di documenti Colombiani_, III. vol.
I), poi che si vuole il più autentico, troviamo: "Mandibola grande,
assenza di barba, fronte sfuggente".
In quello, pur pregiato, di Capriolo, vediamo: "Rughe anormali e arcate
sopracigliari grandi" (Id. pag. 108). In complesso predominerebbero i
caratteri frequenti nei degenerati e nei nevropatici.
_Grafologia_. — Spiccati caratteri psicopatici ci presenta la sua
scrittura (Vedi Tav. 1, 2, 3 e 4 coi facsimili dei suoi autografi
tolti dal vol. III, e supplementi, della parte I della _Raccolta
Colombiana_): Notiamo p. es., nella 2ª e 4ª uno strano cambiamento,
presentando due tipi assolutamente diversi fra loro e differenti
dallo stile dell'epoca, che era simile alla calligrafia dei num. 1
e 3, questo ultimo però sospetto nell'autenticità, e per la sigla
incompleta, e perché troppo differente dalla scrittura solita di
Colombo quale si vede p. es. nel numero 2, e specie del n. 4. Questa
poi ha: caratteri di una mente molto conturbata; la direzione infatti
della scrittura è contraddittoria, ora curva a destra, ora curva a
sinistra; ora raddrizzata, con quelle vocali ora chiuse ora aperte in
alto che usano i mistici, e con ricchezza strana di quelle parentesi
che sono frequenti nei paranoici. Quella del numero 2, invece,
è tutta curva a sinistra, ma tutta piena di sgraffe, di lettere
aggrovigliate, come nei truffatori e monomani ambiziosi, con delle
aste e degli occhielli enormi, tanto più significativi, in quanto
lo stile calligrafico dell'epoca era in ciò eccessivamente sobrio,
senza punti né virgole. In tutte mancano le forme caratteristiche
della forte volontà, che pure emergerebbe nella sua vita, segno che le
manifestazioni di questa dipendevano più dalle convinzioni deliranti
che da vera energia. Non vi troviamo infatti nessun taglio energico nel
_t_, nelle finali nessuna lettera finisce netta e recisa, e, meno nella
3ª, tanto sospetta, nessuna verticale vi è tracciata diritta e con
energia[5].
_Stile pazzesco_. — È stato notato l'uso della continua ripetizione
delle stesse lettere, delle stesse frasi (De Lollis, _Raccolta_,
vol. II). Harrisse nota che nel _Libro delle Profezie_ settantacinque
linee sono rimate; ed è notorio l'abuso della rima negli scritti dei
paranoici (Vedi _Uomo di genio_, 6. ed., Torino, 1896). Ma il fenomeno
più caratteristico del paranoico si raccoglie dalla firma, che egli usò
dal 1494 in poi, come si vede nei numeri 2 e 4:
. S .
. S . A . S .
.XMY.
----
: Xro FERENS//.
Quella sigla è così strana, che invano, vi si sbizzarrirono attorno
i biografi e i paleografi; eppur si ripete sempre con tale identità
di particolari, che la mancanza d'uno di quelli che si ritrovano,
sempre, negli originali come nel n. 3 che noi anche (v. s.) per
altre ragioni grafologiche crediamo sospetto, è stata dai competenti
ritenuta indizio sufficiente per sospettare trattarsi di falsificazioni
come in tanti altri pretesi autografi colombiani, pullulati da ogni
parte, specialmente in occasione del IV centenario della scoperta
dell'America.
Ceradini (_Due globi_ "MERCATORES", p. 299) pretende spiegarla così:
"Savonensis Suarum Altitudinum Servus — dec. mil. insula — Cristo
ferens", alludendo così ad essere savonese, il che non era vero; e ad
avere scoperte 10,000 isole, che avrebbe portate a Cristo, mentre egli
stesso, che non peccava certo di modestia, dopo il secondo viaggio
diceva di averne scoperte solo 700; anche pretende che egli intendesse
dire: "Porto al Cristo le genti", mentre è noto, e don Fernando e
il Las Casas v'insistono, che Colombo, così poco colto nella lingua
latina, traduceva, sbagliando, il suo nome per: "Portatore del Cristo":
"Certo cominciò, — egli dice, — a firmare con questa sigla dopo la
scoperta"; ed infatti cominciò ad adoperarla solo dopo il 1494.
Reille (_Columbus und seine vier Reisen_, 1892) con altrettanta
verosimiglianza spiega la sigla: "Servidor de sus altezas sacras Iesus
Maria Joseph, — Portatore di Cristo".
Marguerite (_Navigation Francaise_, 1892) la spiega così: "Supplex
servus Altissimus servatoris Christus Maria Joseph — Christum Ferens".
Ruge opina che la sigla sia l'effetto d'una inutile... pedanteria.
Non sarà ardito l'alienista, che, invece di lambiccarsi il cervello in
istrambe interpretazioni, pretenda che fosse invece una di quelle grafe
simboliche così speciali ai paranoici, sopratutto quando si preoccupano
del proprio nome, da cui cavano i più strani auguri o promesse; e che
sono per questi esseri stranamente egocentrici, il punto di partenza di
tutta una complicata impalcatura delirante.
Così io vidi una stiratrice pretendere di esser figlia di Maria Luisa,
perchè si chiamava... Maria Luigia; e un povero ferroviere pretendere
di essere promosso al trono d'Italia; e sparare sui compagni d'ufficio
poco di lui adeguatamente rispettosi, perchè si chiamava Savoia.
Ricorderò, anche Cola di Rienzo che usava firmarsi: "Umile creatura,
candidato dello Spirito Santo, Nicola Severo, Clemente liberatore
della città, zelante d'Italia, amante del mondo, che baciò i piedi dei
beati".[6]
Fra i miei malati di Pesaro eravi un prete, paranoico-ambizioso,
che si credeva papa, ed intestava l'arma papale nelle sue lettere,
e le firmava: "Sono Sisto I, unico creatore e signore e padrone e
commendatore e Spirito Santo e grande Iddio, che sono in questo mondo,
vivo Imperatore d'Italia, romano e vero nativo Senigagliese. Nicola
Palota".
Un altro firmava: "Ambasciatore, direttore delle strade ferrate
mondane, direttore commendatore dei tranvai d'Italia, tenente generale
delle Potenze mondane, commendatore del Consiglio dei falegnami".
Uno, forse il più strano di tutti, firmavasi con un'aquila.
Un povero portiere, ventenne, megalomane, che si crede scopritore di un
nuovo mondo filosofico, si firma così:
[Illustrazione]
in alcune anzi N. A. son sostituiti nientemeno che da _Nuovo
Aristotele_. Sigla proprio similissima a quella del grande scopritore
dell'America.
Un operaio ch'era stato semplice caporale, divenuto paranoico
ambizioso, vagabondava per tutti i confini d'Italia, facendosi
arrestare e condannare una ventina di volte per fare gli schizzi
assolutamente grotteschi dei luoghi fortificati d'Austria e di Francia,
onde preparare, a suo credere, l'Italia per la futura guerra, — e
firmava: _Generale G. Godi generalissimo di Cristo, di Crispi e del Re
di Italia_.
E nell'Atlante dell'Uomo Delinquente ho portato delle firme o sigle
ripiene fra le graffe di centinaia di parole, sigle che occupavan delle
intere pagine, — e ne ho fatto un carattere speciale dell'epilettico e
del paranoico.
In Colombo, a tutto ciò si aggiungeva, come in Tasso[7] l'ubbia
religiosa, comune in quei tempi, ma esageratissima in lui, che si sa
essere stato fervente Terziario, sicchè non cominciava a far nulla
d'importante, se prima non aveva invocata la Santa Trinità, e ogni
lettera intestava colla formola: "_Jesus cun Maria sit vobis in via_",
e volle morire in abito da francescano.
_Ignoranza_. — Gli ultimi studi su Colombo, specialmente l'esame dei
suoi autografi maggiori e minori, hanno rivelato in lui una enorme
ignoranza ed incoltura: certo egli non si mise a leggere libri
scientifici che a 31 anno circa. I libri che solo studiò, se non
possedette, si riducevano alla _Historia di papa Pio II_, 1475; a
un _Tolomeo_, 1478; ai _Trattati di Pietro d'Ailly_, 1480-83; alla
_Historia_ di Plinio, trad. in italiano, 1489; alla _Vite_ di Plutarco,
tradotte in castigliano, 1491; al _Marco Polo_, in latino, 1485. (Il
Marco Polo, nota il De Lollis, è costellato di note così primitive per
forma e sostanza, da mostrare essere di un novellino che apriva per
la prima volta un libro. Par certo ch'egli non si dié alla lettura che
dopo il 1485).
Scriveva un latino quasi maccheronico, pieno di errori, nel quale
la declinazione latina era ricalcata su quella spagnola, sicché,
cosa incredibile, _os_ e _as_ sono normalmente le terminazioni dei
nominativi plurali (_Ebreos dicunt_, p. es.)[8]. E ciò in pieno
Rinascimento, e sotto la penna d'un italiano del Rinascimento!![9]
Anche di cosmografia sapeva assai meno di qualunque colto
contemporaneo, come vedremo dagli errori dei gradi; benché qualche
coltura avesse in cartografia, se si vuol credere a don Ferdinando ed
al Las Casas; il primo dei quali ne fa, del resto senza provarlo, anche
un geometra e un astronomo! — Infatti, pretendeva di essere stato in
Islanda, all'ultima Tule, e aver osservato distare la parte australe
dalla equatoriale di 73° e non di 63°; e qui commetteva un errore di
9° e ½, poichè la costa meridionale dell'isola cade sotto il parallelo
boreale di 63° e ½. Ma probabilmente raccontava una fola, perocché
quando poi nel suo _Giornale di bordo_ precisò (V. De Lollis, op. cit.)
gli estremi a nord e a sud da lui toccati, accenna all'Inghilterra e
alla Guinea e non mai all'Islanda; e il Goodrich (_A history of the
character and achievements of the so called Christofer Columbus_) nega
la possibilità di questa navigazione al nord, allegando che Colombo,
nella sua qualità di pirata, non avrebbe avuto ragione per affrontare
l'Atlantico, tanto meno ricco di bottino del Mediterraneo; e osserva
che egli mai fa menzione della nave che lo portò, né del porto da cui
salpò, ecc., ecc., il che prova che, anche nelle menzogne buttate
là senza neppure curare la parvenza della verosimiglianza, era uno
squilibrato; e di lui ben si può dire che avesse l'abito della menzogna
scientifica. Così scrive: "India est in estrema terra, in Oriente, in
Hispania, cum Etiopia in Occidente; intermedio est mare!": credeva che
la distanza fra le isole del Capo Verde e l'Estremo Oriente (per lui
l'America) fosse al più, di otto giorni; errore questo che fu la prima,
forse l'unica causa della sua recisa risoluzione di giungervi e quindi
della sua gloria!
E non bisogna dimenticare che Colombo, allorché ebbe qualche momento
di completa sincerità (effetto invero delle catene del Bobadilla)
pur rinnovando le vanterie di aver studiato "e istorie, cosmografia,
croniche e filosofia e altre arti", riconosce poi, come a lungo
vedremo, che "tutte quelle scienze a nulla gli giovarono" e che la sua
scoperta fu mera ispirazione dello Spirito Santo! (Nella lettera p. es.
ai Re cattolici unita al _Libro de las Profecias_, di cui parleremo).
L'applicazione letterale, come era la sua, del progetto Toscanelliano,
includeva la possibilità, in quell'epoca, praticamente almeno
inammessibile, o solo con spese e pericoli troppo grandi, che una nave
staccatasi dalle coste di Spagna potesse scivolare sulla superficie
del mare fino a trovarsi in posizione opposta al punto di partenza,
fatto spiegabilissimo ora che si conoscono le leggi della gravità,
impossibile a spiegarsi allora che quelle non si conoscevano.
La sua immaginazione, dice il De Lollis, lo trascinò a considerare
vero il verosimile e sicure le conclusioni del Toscanelli, che egli
si era procurate, notisi, in Portogallo, scrivendogli _in portoghese
e fingendosi tale_, e che egli non fece che copiare, decalcare
letteralmente, senza coglierne la parte erronea, che giustamente aveva
destato la incredulità dei veri cosmografi d'allora; compresi quelli
della Corte portoghese, cui Colombo stesso ricorda con un'ammirazione
che non può essere adulatrice, poichè era riposta nelle note intime che
apponeva sui margini dei libri; eppure egli ne era convinto con una
evidenza tale, _che gli pareva_, dice il Las Casas, _di aver dentro,
nella propria camera, quelle terre sognate dal Toscanelli_.
Nel tratto di mare che separava la costa occidentale dell'Europa e le
orientali asiatiche, Toscanelli, infatti, non sospettava intercedesse
un Continente; e perciò Colombo, credette esser approdato all'estremità
dell'India quando era giunto invece a... Cuba.
Toscanelli pose a base della sua teoria un calcolo sbagliato, per cui
la circonferenza della Terra veniva ad essere di molto impicciolita, e
veniva quindi ad essere pochissima la distanza da percorrere partendo
da ponente, per venire a levante: aveva ridotto di un grado le coste
della China, che figurano come una linea che tagliasse il meridiano
dell'attuale Terranuova: e così credette Colombo (De Lollis, op. cit.).
Ma nemmeno (indizio assai più sicuro della sua grande ignoranza),
nemmeno dopo il 1º e il 2º viaggio comprese di avere sbagliato: fedele
alla falsariga di Toscanelli, non vede nell'isola Cubana, poverissima
allora di oro e droghe, che oro, spezie, cotone, aloe e fiumi in
cui scorresse oro; e fu solo nel 1498 che cominciò a dire che l'oro
bisognava cercarlo nelle miniere come le spezie negli alberi: egli,
infatti, giunse a chiamare il fiume Iachi "_fiume dell'oro_" per
pochi grani che vi aveva veduto o, meglio, creduto vedervi; e fondò
nell'isola Isabella, nella seconda sua spedizione, un forte, che che
denominò San Tommaso, per satireggiare coloro che si ostinavano a non
credere all'esistenza dell'oro, di cui (come diceva Michele da Cuneo,
che prese parte alla spedizione) _non fu mai trovato nemmeno un grano_.
E ancora nella seconda spedizione, malgrado che la circumnavigazione
avesse chiaramente dimostrato essere Cuba un'isola, sicché un
cosmografo, e buon pilota (Juan de la Cosa) che era al suo seguito,
ritraevala come isola, malgrado che gli indigeni dichiarassero Cuba una
grande isola, non solo egli seguitò a credere e dire che essa fosse
un continente, ma, davanti a notaio, fece giurare ai suoi marinai e
ufficiali, _sotto pena di perdere una mano_ (strano modo questo per
una dimostrazione geografica) che quella era terraferma e che mai lo
smentirebbero.
Impose agli indigeni, malgrado le numerose prove del non esservi oro,
di fornirgliene una data quantità ogni mese; e quando uno dei capi,
il Guarionex, sensatissimamente, proposegli di coltivare a grano
una estensione di 45 leghe, purchè non gli si chiedesse ciò che non
potevagli dare, l'oro, non accettò; mentre economicamente era quello
un eccellente equivalente; né smise dalle pretese neppure quando
vide quegli infelici indigeni lasciare, disperati, ogni coltura nella
speranza che così la fame cacciasse lui e gli invasori dall'isola.
Peggio: quando nella terza spedizione si trovò poi, davvero, in
terraferma in vicinanza della punta di Ikakos, egli pretese di essere
in un'isola che chiamò "Isla de Gracia"; e neppure cambiò idea quando
vi scoprì lo sbocco di un immenso fiume, l'Orenoco, il quale certo
non poteva venire che da un gran continente. Solo notava: _Sono tante
terre, che sono altro mondo_. Due volte, spinto dal vento propizio
verso il Messico, invitato dalla fortuna a precedere Cortes, vi si
rifiutò, ostinandosi dieci mesi, fino al disfacimento del naviglio,
in mezzo a correnti pericolosissime, mentre era a due passi da un
Continente che ostinavasi a non vedere, o almeno a credere fosse
ancora... Asia.
Nell'ultimo viaggio a Costarica e Veragua, egli non solo non presentiva
la vicinanza dei due grandi Imperi, ma raffiguravasi l'America
centrale come una penisola del Continente Asiatico, protendetesi a sud
nell'Oceano Indiano e paralello, simmetrico a quella di Cuba.
Si è voluto sostenere, è vero, da molti: che nella quarta spedizione
Colombo presentisse l'esistenza del Pacifico, allorchè egli cercava
ostinatamente un passaggio lungo l'istmo di Panama. Ma questo non fu;
a meno di volergli riconoscere uno spirito fatidico: in realtà egli si
lasciava anche allora guidare dai dati falsi o incerti, che lo avevano
condotto alla scoperta dell'America; ché, se veramente egli cercava
uno stretto là dove ai nostri giorni si tentò di scavare un canale,
egli aveva probabilmente in mira quello stretto del Catai, di cui
fa menzione Marco Polo! (Cfr. De Lollis nella _Revue des Revues_, 15
gennaio 1898).
Del resto egli trovò sempre modo di persuadere a sè stesso di non avere
scoperto un nuovo grande Continente. Le grandi masse d'acqua dolce
che trovava, egli se le spiegò col passo del libro (che è apocrifo)
d'Esdra, dove si legge che "sei parti del mondo sono asciutte e la
settima è d'acqua". E non basta: ma vi aggiunge poi del suo una altra
ipotesi spropositata; per spiegare cioè la gran massa d'acqua dolce che
si trovava colà, pretende che essa procedesse dal Paradiso terrestre,
donde, secondo la Bibbia, derivano il Tigri, il Nilo, ecc.; e che il
mondo, invece di essere sferico fosse conico, _col Paradiso in cima al
cono_: e che la conicità cominciasse colà... dove egli era.
E propriamente nella relazione ai Re del suo terzo viaggio, egli
afferma che il mondo non era rotondo, ma della forma di una pera, che
si prolungava molto là dove si trova il picciuolo; o di una palla a cui
si sia sovrapposta una mammella "intendendosi (son sue parole) che la
parte del mondo corrispondente alla parte della pera verso il picciuolo
sia la più alta e la più vicina al cielo e si trovi al disotto della
linea equinoziale e in questo mare l'Oceano, in fine dell'Oriente".
Così spiegava la deviazione che notò ivi dell'ago magnetico, e perchè
la stella polare descrivesse un più largo giro nel cielo, e perchè
l'aria vi fosse più temperata.
Giustamente osservava Humboldt, che pure abbiam visto ammirarne
erroneamente la coltura letteraria: queste false ipotesi dedotte da
sbagliate misure, indicare in Colombo una deficienza di conoscenze
matematiche e uno strano imbizzarrimento di fantasia; noi diremo:
provarne la pazzia.
Ma nulla meglio prova l'incoscienza di Colombo, rispetto ai risultati
dell'opera propria, che le parole sue stesse.
In una lettera scritta ai Re cattolici nell'ottobre del 1498, egli
afferma che la terra ferma scoperta da lui era stata benissimo
conosciuta dagli antichi, e non ignorata "come vogliono sostenere gli
invidiosi o gli ignoranti" (De Lollis, _Revue des Revues_, 15 gennaio
1898). Egli, dunque, non si riconosceva, non sapeva riconoscersi altro
merito che di aver raggiunto per altra via i paesi dell'Asia Orientale,
già scoperti da Marco Polo!
_Senso morale. — Crudeltà_. — Come accade ai psicopatici, egli
difettava più assai dell'uomo medio anche dei suoi tempi, nel senso
morale; ed una causa, non ingiusta, delle sue persecuzioni fu che, non
avendo trovato oro e volendone ricavare dalla vendita degli indigeni,
sia pure col pretesto che fossero idolatri, impediva si desse loro
il battesimo; certo egli, fin da quando mise il piede a San Salvador,
contò il mercato delle vite umane come uno degli introiti più sicuri
delle sue nuove conquiste.
E la prima volta che scrive alle loro Altezze accenna: "Vi è aloe
quanto ne vorranno, e _schiavi pure scelti_ fra gli idolatri" e 500
infatti ne mandava sul mercato di Spagna, fin dal 1495.
Né si dica che queste erano abitudini medioevali; perchè dal medio-evo
s'era già fuori, e il Las Casas, contemporaneo di Colombo, che, come
religioso, delle superstizioni medioevali avrebbe dovuto essere
imbevuto, propugnò strenuamente l'abolizione dei mercati di carne
umana; né il Las Casas, né la regina Isabella, né i molti altri che si
erano ribellati alla triste sua speculazione erano superiori ai loro
tempi. Ricordiamo pure che Colombo nel suo secondo viaggio giunto ad
Haiti, dà ordine (V. _Istruzioni di Colombo a Pedro Margarite_) che
se fosse stato trovato alcun indiano in atto di rubare, gli fosse
tagliato il naso e le orecchie; _perchè sono membri che non potranno
nascondere_; il che prova quale carità avesse per costoro: ricordiamo
che quando egli aveva meditato di render schiavi gli indigeni, essi
ch'erano di carattere mitissimo, non solo non gli si erano ancor
ribellati, ma non avevangli manifestato che una incondizionata
adorazione; ed erano pronti a cambiare di fede; e quindi prima di
liberare, a indefinita scadenza, il Santo Sepolcro, avrebbe potuto
convertire subito costoro, il che dal lato religioso sarebbe stata la
più sicura e la più utile impresa.
E dopo che, conosciuto ch'ebbe la Corte di Spagna le tristizie dei suoi
seguaci, usi a maltrattare gli indigeni, a tenerne concubine le donne,
schiavi i giovani, e dei vecchi servirsi a bersaglio, scoppiò in una
giusta reazione, Colombo non solo non vi si associava; ma apertamente
chiedeva ai Re la continuazione di quello stato di cose: "Supplico
le Altezze Vostre di voler permettere che questa gente faccia il suo
vantaggio per un anno, fino a che tutto si accomodi per il meglio".
Come a chiaro indizio della sua impulsività, sarà bene, pure, ricordare
che durante i preparativi del terzo viaggio, davanti a molta gente
di mare e ad uomini di Corte, egli malmenò, gittandolo in terra, e
calpestandolo, Ximene de Briviesca, un personaggio autorevole, il cui
giusto risentimento per l'affronto fu poi una delle principali cause
per cui Colombo cadde in disgrazia dei Sovrani.
Ed anche fu poco delicato verso la sua concubina Beatrice Enriquez,
da cui ebbe Fernando, poichè lasciolla vivacchiare miseramente
con 296 lire di pensione, del che si pentiva troppo tardi, nel
testamento, scrivendo al figlio che la mettesse in posizione di vivere
onoratamente, e aggiungendo: "Per alleggerire così la mia coscienza,
perchè ciò pesa gravemente sulla mia anima". Evidentemente egli aveva
dunque mancato alla morale e alla religione anche di quei tempi,
trascurandola. E così quando si tenne il premio di 10,000 maravedis
per chi prima segnalava la terra in America, mentre pare che Rodrigo
de Triana l'avesse prevenuto. E certo è poi che egli non segnalava mai
in alcun modo, in alcuna delle sue lettere, come tutto il merito della
scoperta dell'America rimontasse a Toscanelli.
_Menzogne_. — Giova pur ricordare l'impressione che Colombo fece su
Giovanni II di Portogallo, quando gli presentò il suo progetto: Quella
d'un "chiacchierone ampolloso", secondo ne scrisse il Barros, il Tito
Livio portoghese. Né invero a torto; infatti egli affermò, sia pure
facendo una di quelle transazioni di coscienza, non rare nel medio-evo,
di non essere il _primo ammiraglio_ della sua famiglia, mentre così
fresche nella sua memoria dovevano essere le sue origini più che
modeste.
Nelle sue corrispondenze ufficiali continuò sempre a mentire, dicendo
d'aver trovato abbondanza di spezie e fiumi da cui si traeva l'oro;
e mentì quando affermò aver navigato tutto il Ponente ed il Levante:
mentiva quando affermava che per 7 anni tutto il mondo l'aveva
respinto, che fu l'oggetto delle risa di tutti, che solo un povero
monaco ebbe pietà di lui, mentre il Duca di Medina aveva disposto
di fornirgli 4000 ducati e 2 navi, ma sospese la spedizione per far
piacere alla Regina che voleva esserne l'iniziatrice, come prova una
lettera del Duca al Re[10]; anche Diego de Deza, vescovo di Zamora,
precettore dell'erede del Re, lo protesse continuamente, e così
Faraveggia Quintane, Talavera, come dimostrò assai bene l'Harrisse
(_Cristophe Colomb devant l'histoire_).
E questo suo abito della menzogna spavalda ed ignorante era
diventato proverbiale nel Portogallo; tantochè, quando egli approdava
dall'America la prima volta, non vi credettero affatto; e il Re stesso
di Portogallo, diffidandone, volle, con un ingegnoso espediente, sapere
dagli stessi indigeni la verità.
_Delirio_. — La nettezza, dice giustamente il De Lollis, con la
quale egli aveva formulato il suo progetto, la costanza più che
decennale, nel sostenerlo, la cura minuziosa nel redigere i capitolati
dell'impresa col Principe, la ostinazione con la quale egli ricusò
sempre di modificare, pur leggermente, le condizioni da lui poste,
tutto ciò dimostra più che la convinzione dell'uomo medio, la visione
materiale della meta, come solo, aggiungo io, il _paranoico_ può
averla.
Del resto, il delirio alla prima occasione grave si manifestò
chiaramente. Tornato dall'ultimo viaggio, i mali trattamenti del
Bobadilla e le disgrazie enormi della traversata e della dimora alla
Giamaica, dove si trovò su due magre caravelle quasi abbandonato ed
in pericolo di morire di fame, acutizzarono la paranoia persecutiva
e insieme anche religiosa. E l'acutizzarsi del delirio provocò una
allucinazione in cui, come nei sogni dei paranoici, alle immagini di
dolore presente ed urgente subentrano altre, rosee e lusinghiere. Egli
racconta che mentre tanto soffriva, quando stava ancorato presso al
fiume Betlen, sulla costa di Veragua, ebbe una visione che lo mise in
comunicazione con Dio e lo sollevò all'altezza di Mosè e di Davide, i
prediletti servi del Signore d'Israele.
Una voce divina gli gridò: "O stolto e tardo a credere e a servire
il tuo Dio, Dio di tutti, che cosa fece egli di più per Mosè o per
Davide, suo servo? dacchè nascesti, sempre egli ebbe gran cura di
te. Quando egli ti vide giunto all'età che gli apparve conveniente,
meravigliosamente fece risuonare il tuo nome pel mondo. Non temere,
tutte queste tribolazioni rimangono scritte sul marmo e non senza
causa". Questa voce non poteva, a suo credere, esser che quella
di Dio: quantunque egli non osi confessarlo troppo chiaramente: e
misteriosamente scrivesse: "_Così finì egli di parlare chiunque, poi si
fosse_".
Meglio ciò si vede nelle lettere a donna Giovanna della Torre, quando
sbarcò a Cadice incatenato: "Del nuovo cielo e terra che prefetizzarono
Isaia prima e poi S. Giovanni nell'Apocalisse, _nostro Signore_ mi fece
messaggero additandomi la loro postura".
Ma dello acutizzarsi di quella convenzione psicopatica lasciò un più
completo documento nel _Libro de las Profecias_, compilato nel 1501,
dove, certo trascinato come tanti paranoici, dal bisticcio col suo
nome, (v. s.) riavvicina la propria sorte a quella di Cristo, che
sofferse la croce per l'umanità redenta, così come egli subì l'onta
delle catene per avere reintegrato l'umanità nel possesso del nuovo
mondo.
Nella prima parte del _Libro de las Profecias_, si trovano riuniti
i passi delle Sacre Scritture nei quali è profetizzato il trionfo
universale del Dio d'Israele: e son raccolti tutti i passi della Bibbia
dove si parla di isole che in remote plaghe dell'oceano attendono la
voce del Signore.
Nella seconda: trovi tutti i passi che descrivono le tragiche
vicende di Gerusalemme; nella terza i vaticini della fine del mondo e
dell'avvento dell'Anticristo; nella quarta le sfolgoranti allusioni ai
tesori dell'Oriente, ai blocchi d'oro e d'argento di Tarsi o di Ofir.
"Con la medesima cura (scrive il De Lollis) che durante le sue
navigazioni egli poneva a rivelare ogni minimo fatto, ogni minimo
indizio che giovasse a regolarle, con la medesima cura Colombo trae
dalle pagine della Bibbia tutte le vaghe allusioni alle lontane isole
che aspettano la voce del Signore.
"_In omnem terram exivit sonus eorum, et in fines orbis terrae verba
eorum_. Questo passo del salmo XVIII, nel quale i cieli si tramandano
gli echi della gloria del Signore, ricorre più e più volte sotto la
penna di Colombo: _Deus Deorum dominus locutus est et vocavit terram
a solis ortu usque ad occasum..... Sit nomen Domini benedictum ex hoc
nunc, et usque in saeculum, a solis ortu usque ad occasum laudabile
nomen Dei_".
Da queste ultime frasi Colombo, che cercò il Levante per la via di
Ponente, pretende essere i termini del suo itinerario già fissati
nei passi della Bibbia. Accanto a quella di Isaia e di Geremia sta
l'autorità di S. Agostino, di Pietro d'Ailly; ma tutto l'insieme è
coordinato a provare che la voce del Cristo dovrà correre attraverso a
tutto l'Oceano ed echeggiare nelle più remote isole del mare prima che
la fine del mondo abbia luogo.
È un libro come tanti se ne vedono nei manicomi.
"Le vedute mistiche", nota il De Lollis, "soppiantavano così quelle
cosmografiche nella mente e nell'animo di Colombo; e mentre, in
origine, sull'autorità di Aristotile e di Strabone, la Spagna gli
era apparsa, per la sua posizione geografica, come il punto di
partenza naturale per una navigazione alle terre transatlantiche, egli
preferiva oggi considerarla come la Nazione che la volontà Divina
aveva specialmente predestinata ad agevolare il trionfo completo
del Cristianesimo, con la cacciata degli Ebrei e dei Mori dal suo
seno e con la riconquista della Santa Casa. Anche l'anima profetica
dell'abate Gioacchino (che pure influì, aggiungo io, su Cola di Rienzo
e su Lazzaretti), s'era espressa in questo senso". L'abate Gioacchino
Calabrese, notava Colombo aver profetato che "doveva uscire di Spagna
colui che avrebbe riedificata la casa del Monte Sion".
Egli vedendo in sè l'uomo vaticinato da Dio per... _portare_ (ed
ecco di nuovo l'esagerata importanza del bisticcio col suo nome
_Christo-ferens-Cristoforo_) il _nome_ e la gloria _di Dio_ agli
estremi del mondo, raccolse dai profeti e dalla Bibbia tutte le pretese
allusioni alle sue scoperte.
Egli è fiero di dimostrare che ha operato sotto l'influenza dello
Spirito Santo; e si gode a mettere in evidente contrasto la propria
ignoranza col sapere di quelli che risero del suo progetto.
"Per l'esecuzione dell'impresa, non mi valse né ragione, né mate
matica, né mappamondi, ma semplicemente si compie quel che predisse
Isaia".
Egli fu prescelto, non per attitudini speciali, ma perchè grande era
sempre stata la sua fede. S. Pietro, saltando in mare, si resse sopra
l'onda, perchè fu ferma la fede sua. "E non sapete" ripete con Cristo:
"che dalla bocca dei fanciulli e degli innocenti (e noi aggiungeremo
dei pazzi) esce la verità?".
In una lettera che accompagna al Re il _Libro de las Profecias_,
egli stesso dichiara d'averla scritta per dimostrare come egli fosse
predestinato a compiere la restituzione della Santa Casa alla Santa
Chiesa militante; ribadisce questi argomenti con le ricchezze che egli
avrebbe scoperto; e questo diventa lo scopo esclusivo dei suoi viaggi;
anzi pretende che Iddio gli avesse inspirato l'impresa delle Indie solo
per questa nobile meta.
Il tutto è completato con un ragionamento perfettamente... paranoico: I
santi padri della Chiesa affermarono che la durata del mondo non poteva
andare oltre ai 7000 anni; ora siccome, stando alle Tavole Alfonsine
erano decorsi 6845 anni; in breve, in 155 anni, l'ombra nefasta
dell'Anticristo avrebbe velata la luce del sole e l'Eterno avrebbe
disperso negli abissi del suolo il mondo.
Dunque il nuovo mondo sarebbe perito fra un secolo e mezzo; ma siccome
è scritto nelle sacre carte che prima che il mondo finisse, la voce del
Cristo sarebbe pervenuta ai più lontani confini, era chiaro che egli,
Cristoforo, era scelto ad esserne il banditore.
Solo un secolo e mezzo di vita egli assegna al Nuovo Mondo da lui
tratto alla luce della civiltà; né per questo la sua opera gli par
caduca: Non era forse scritto: che prima della fine del mondo la voce
di Dio avrebbe raggiunti gli estremi confini?
Così Cristoforo Colombo, che con l'opera propria aveva definitivamente
chiuso il medio evo, rievoca in una forma concreta, pressoché
matematica, le più umilianti superstizioni del più tenebroso medio evo.
Egli scriveva questa lettera nel 1501, quando aveva già subita —
conseguenza diretta delle sue crudeltà e delle esagerazioni e menzogne
con cui aveva eccitato l'avidità di Re Ferdinando, — l'onta delle
catene, gli insulti del Bobadilla; pure non ne appare scoraggiato: e
torna a ripetere ai Sovrani, che egli, vecchio cadente, non altri che
egli, provvederà alla ristaurazione della Santa Casa: "Geruselemme e il
Monte Sion han da essere riedificati per mano di un grande Cristiano.
Chi debba essere costui lo predissero i profeti, e più precisamente
ancora l'abate Gioacchino", il quale asserì che tale uomo doveva uscire
di Spagna... reticenza facile a supplire.
Non si sa poi se attribuire al suo abito della menzogna o al delirio,
l'iperbolica rappresentazione ch'egli fa nella lettera alla nutrice
del Principe Don Giovanni (fine del 1500), dei poveri Indiani quasi
"popoli innumerevoli e bellicosi" da lui soggiogati (De Lollis, _Nuova
Antologia_, 16 agosto 1892).
La compilazione del _Libro de las Profecias_ cade nel periodo di
intervallo fra il terzo e il quarto viaggio: e lo scopo di quest'ultimo
era appunto quello di ammassare i tesori giacenti sin dai tempi più
remoti di Salomone nelle isole dell'Oriente, e impiegarli nella impresa
santa di Gerusalemme.
Nella Relazione che di quella disastrosa spedizione scrisse ai Re, il
7 luglio 1503 da Giamaica, Colombo è animato sempre dalla stessa fede
e dalle medesime intenzioni. Egli non aveva trovato lo stretto che
doveva condurlo sulla costa occidentale dell'istmo di Panama; dove si
immaginava accumulati i tesori delle leggende bibliche; ma questo non
gli impedisce di serbare la convinzione che dall'interno del Veragua,
da lui solo in parte esplorato, Davide aveva tratti i tre mila quintali
d'oro lasciati a Salomone per l'edificazione del Tempio, e che di lì
pure provenivano gli altri seicento sessanta quintali, che allo stesso
Salomone recarono i suoi messi.
Egli continua a sentire in sé qualche cosa di più che umano, e nel
descrivere la tempesta che lo colse sulla costa meridionale di Haïti,
e inghiottì il suo mortale nemico Bobadilla, ravvicina con vantaggio
proprio i suoi patimenti a quelli che misero a prova la pazienza di
Giobbe. "Qual uomo nato di donna" esclama egli con una formola che
poi rinnovava Lazzaretti, "non escluso Giobbe, non sarebbe morto di
disperazione?"
Ora chi fra gli alienisti potrebbe dubitare che non si tratti qui di un
paranoico religioso, ambizioso e allucinato?
Che egli in quel momento fosse in un accesso di melanconia religiosa è
molto chiaro: e che questo fosse l'esagerazione di tendenze esistenti
in lui fino dall'infanzia è anche certo, perchè sappiamo che a nessuna
azione egli si risolveva già fin da giovane senza rivolgere prima una
speciale preghiera alla Madonna, e perchè quell'opera, _Las Profecias_,
non è che la continuazione, ed insieme la caricatura delle idee che lo
dominarono in gran parte della sua vita.
Egli stesso, come vedemmo, afferma che non fu l'ingegno a condurlo
alla grande scoperta, nè la cognizione, benchè avesse pratica marina,
ma l'aiuto divino; e il De Lollis conferma che non fu il genio, ma la
fede che ve lo condusse. Noi sostituiremo alla fede e all'aiuto divino
l'autosuggestione paranoica, che lo acceca su tutte le difficoltà
vere, che gli fa credere di essere uno strumento di Dio, che sopra
fragilissime basi, come era l'ipotesi toscanelliana, gli fa abbracciare
e sostenere fin alla meta l'immenso problema che avrebbe spaventato
qualunque altro uomo d'ingegno normale.
La paranoia ambiziosa e religiosa, già in germe prima in lui fin da
giovanotto, giganteggiante poi sotto agli strazi della Giamaica, come
gli fa sopportare fatiche e dolori, che avrebbero abbattuto qualunque
uomo sano, così ispira nella maturità quell'uomo, che per coltura
di poco passava la media, e lo fa giungere lì dove appena una grande
genialità od una profonda dottrina sarebbero pervenute.
Nè si dica, col solito banale _clichè_ dei critici volgari, essere
stata così la ispirazione religiosa che tanto lo ingrandì, come molti
dei caratteri che egli offerse, scrittura, firma, un effetto dei tempi.
Prima di tutto i geni sono sempre superiori, sono i padroni, non gli
schiavi dei loro tempi, specie nelle cose che già appaiono a questi
assurde: d'altronde poi ogni paranoico assume il punto di partenza
dei suoi deliri alle condizioni ambienti; così ora si preoccupa dello
spiritismo e del magnetismo, della quadratura del circolo, come allora
dei diavoli, delle streghe, della fine del mondo e della liberazione
del S. Sepolcro. — D'altra parte quando l'interesse o la vanità, base
del delirio, erano in causa, Colombo passava sopra alle più precise
norme della religione, a quelle cui nessun uomo di media devozione
anche allor avrebbe trasandato; come quando mentiva, anzi spergiurava,
sulla ricchezza in oro dei nuovi paesi; e peggio quando impediva il
battesimo degli Indi. Era una religione dunque morbosa, la sua, quella
da cui fu invaso, almeno, negli ultimi tempi.
L'ambiente influiva sulla impalcatura delle sue fantasticherie
paranoiche anche per quell'altro lato che più qui importa: la scoperta
di nuove terre; in quell'epoca, infatti, se era viva la devozione per
Gerusalemme, l'era ancor più la passione per le scoperte geografiche,
le quali da ogni parte pullulavano. Anzi le stesse ipotesi di
Toscanelli, che ispirarono Colombo, erano state formulate dal Munzer,
che presentava a questo scopo Martin Behaim a Juan II di Portogallo,
proponendogli, con lettera, notisi, quasi contemporanea all'impresa
colombiana, del 15 luglio 1493, d'equipaggiar navi per andare al paese
delle sete e delle spezie, cogli stessi argomenti di Colombo, o meglio
del suo copiato Toscanelli: fondandosi cioè:
I. Sul detto di Aristotele, che l'estremo Oriente è più vicino
all'Ovest;