Morto in Perugia il Pontefice Innocenzio, tosto in questa medesima
città unitosi il Collegio de' Cardinali, crearono per successore
Cincio Savello Cardinal di San Giovanni e Paolo ch'era stato prima
Cancellier di S. Chiesa, ed il quale nella fanciullezza di Federico per
quattro anni era stato in Palermo suo Ajo, che _Onorio III_ nomossi. Fu
osservazione de' più diligenti investigatori de' costumi e delle azioni
umane, appoggiata sopra antichi e moderni esempj, che i Pontefici
maggiori nemici, che hanno avuti i Principi, sono stati quelli, che in
tempo della lor privata fortuna furono di lor famigliari, e domestici:
Innocenzio IV essendo Cardinale fu grand'amico di Federico: ma questi
quando intese la sua elezione se ne accorò, e previde quanto accadde
a lui di male. Il Re Alfonso d'Aragona sperimentò lo stesso con
Calisto III ed a Carlo V Imperadore pur intervenne il medesimo. Non
altramente accadde al nostro Federico; poichè Onorio nuovo Pontefice
non guari dopo la sua elezione tornato a Roma, e con sommo onore, come
lor cittadino, da' romani accolto, la prima cosa, che pensasse, fu
di significare a Federico per sue lettere, senza molta consolazion di
parole, che lasciasse la possession de' Regni di Sicilia e di Puglia
a sua disposizione, perciocchè non voleva, ch'essendo Imperadore, e
Re di que' Regni si giudicasse, che andasser uniti con la Imperial
dignità, e non fosser Feudi della Chiesa, tanto maggiormente, che gli
Imperadori d'Occidente, e fra gli altri ultimamente Ottone IV, aveano
questa pretensione, che almeno il Regno di Puglia fosse dipendente
dall'Imperio d'Occidente.
Federico a tal dimanda rispose col maggior rispetto e riverenza; che
per ubbidirlo, se così gli fosse piaciuto, avrebbe emancipato il suo
figlio Errico, e cedutigli i Reami di Sicilia e di Puglia, ed in cotal
maniera sarebbero cessati tutti i sospetti; e mandò suoi Ambasciadori
in Roma per tale affare, e per dargli ubbidienza. Onorio raccolsegli
onorevolmente, e non potendo non accettar la giustificata, e ragionevol
offerta di Federico, gli rispose, che avrebbe destinato un Legato
in Sicilia, acciocchè avesse dato compimento a tal negozio, e che in
questo mentre, come doveva, fosse stato fedele, ed ubbidiente al romano
Pontefice.
Intanto Ottone dopo la vittoria, che riportò di lui il Re Filippo
di Francia, fuggendo col misero avanzo de' suoi in Sassonia, uscito
già di ogni speranza di ritornar nella perduta grandezza, s'ammalò
in Brunsuich, ove in quest'anno 1218 fu da mortifera febbre tolto a'
mortali. Federico vedendosi libero, e senz'alcuno ostacolo in Alemagna,
fece convocare in Magonza una Assemblea di tutti i Principi e Prelati
dell'Imperio, e racchetate del tutto quelle regioni, cominciò a
maneggiar con Onorio la sua coronazione in Roma. Ma il Pontefice non
così volentieri venne ad accordargliela, volendone esiger da lui pur
troppe gravi e pesanti ricompense, siccome in fatti assai caro costò a
Federico questa cerimonia; poichè siccome narra il Fazzello[259], non
volle concedergli, che venisse a Roma per riceverla, se prima non gli
promettesse il Contado di Fondi; e fattosi ciò promettere, si contentò,
che venisse a prenderla; onde Federico ricevuto tal avviso cominciò ad
apparecchiarsi, ed unire un conveniente esercito per passare in Italia;
e scrisse intanto a Giacomo Conte di S. Severino, che carcerasse
Diopoldo ch'era suo suocero, il qual venuto nel Reame cagionava
nuove rivolture e rumori, siccome colui eseguì, tenendolo custodito
in stretta prigione. Inviò ancora lettere in Sicilia all'Imperadrice
Costanza sua moglie, che venisse in Alemagna, la quale partendosi da
quell'isola passò per mare a Gaeta, e di là in Lombardia ed in Verona,
ed in altre Città amiche, con sommo onor ricevuta, e giunse in questo
nuovo anno 1219 in Germania, ov'era suo marito.
In questo mentre, avutisi nuovi avvisi della necessità che vi era in
Soria di soccorso, scrisse Onorio a Federico ed a tutti gli altri
Principi e Popoli crocesignati, che s'apparecchiassero tantosto al
passaggio di Terra Santa. Federico ricevute queste lettere confermò
il giuramento fatto d'andar in Soria, e scrisse al Pontefice, che
seguita la sua coronazione in Roma, avrebbe intrapreso quel viaggio.
Il perchè Onorio mandò a richiedere ad Errico Conte di Brunsuich, ed
al Duca di Sassonia (li quali col pretesto che Federico non fosse
stato legittimamente incoronato, ritenevano tuttavia la corona, la
lancia, e l'altre insegne imperiali) che subito sotto pena di censure
gliele restituissero. Federico, lasciato in Alemagna il suo figliuol
Errico sotto la cura di Corrado suo Coppiero, essendo ancor fanciullo
di undici anni, calò coll'Imperadrice Costanza sua moglie in Italia,
e richiesti invano i Milanesi, antichi nemici della Casa di Svevia,
e gran partigiani del morto Ottone, di poter esser coronato in Monza
della Corona di ferro, secondo il costume degli antichi Imperadori,
proseguì il viaggio, e giunto a Mantova fu incontrato dal Legato del
Pontefice, il quale prima di farlo passare innanzi, non parendogli
di perdere sì opportuna occasione, per mezzo di questo Legato volle
esiger da lui quanto potette; prima gli fece giurare di difender la
giurisdizione della Chiesa romana, d'ubbidire a quella, ed a' suoi
Ministri, e di cedere i Reami di Puglia e di Sicilia al figliuol
Errico.
(La promessa di questa cessione fatta da Federico, si legge presso
Lunig[260]).
Da poi proccurò che annullasse tutte le Costituzioni, e consuetudini
contro la libertà ecclesiastica introdotte: indi gli fece restituire
il Ducato di Spoleto, le Terre della Contessa Matilda, Ferrara,
Villamediana, Monte Fiascone, e le città di Toscana appartenenti al
Patrimonio. Fecegli far ordini rigorosissimi, che si prendessero gli
Spoletani, e i Narniesi ribelli della Chiesa; e volle, che con effetto
gli donasse il Contado di Fondi, che nell'anno 1218 s'avea fallo
promettere.
(La pretensione del Papa sopra il Contado di Fondi nasceva dal
testamento di Riccardo Conte di Fondi, il quale in gennaro dell'anno
1211 ne avea disposto per suo testamento in beneficio della Chiesa
romana; ed in aprile del seguente anno 1212 il Papa ne avea proccurato
anche assenso da Federico. Così il testamento di Riccardo, come
l'assenso di Federico si leggono presso Lunig[261]).
Da Mantova passato da poi in Modena, accompagnato dagli Ambasciadori
di quasi tutte le città, entrò coll'Imperadrice sua moglie in Roma,
ed a' 22 novembre di quest'anno 1220 nella Chiesa di S. Pietro fu da
Onorio con magnifica pompa insieme colla moglie incoronato Imperadore,
e nell'istessa messa papale in mano del Pontefice giurò di difender
la giurisdizione e Stato della Chiesa, e di passare con potente armata
in Soria alla conquista di Terra Santa; e nell'istesso punto per mano
d'Ugolino Cardinal e Vescovo d'Ostia, che fatto poi nell'anno 1227
Pontefice, fu detto Gregorio IX, fu segnato colla Croce. Intervennero
in questa incoronazione molti Prelati e Baroni del nostro Reame,
Stefano Abate di Monte Cassino, Ruggieri dell'Aquila Conte di Fondi,
Giacomo Conte di S. Severino, e Riccardo Conte di Celano, ed altri
Baroni noverati da Riccardo di S. Germano.
Allora fu, che Federico, per gratificare ad Onorio, promulgò in
Roma dopo la celebrità della sua incoronazione quelle sue augustali
Costituzioni, che leggiamo oggi nel libro secondo de' Feudi, secondo
la volgare ed antica divisione, sotto il titolo _de statutis, et
Consuetudinibus contra libertatem Ecclesiae, etc._ continenti più
capitoli, rivocandosi nel primo tutti gli Statuti e Consuetudini
introdotte contro la libertà ecclesiastica; stabilendosi nel secondo
gravi pene contro i Gazari e Patareni ed altri Eretici; e negli
altri dandosi alcuni provedimenti sopra l'ospitalità e testamenti de'
peregrini, e sopra la sicurtà degli agricoltori; i quali si veggono
confermati da Onorio. Nè dovrà dubitarsi, che in tal occasione, ed
in quest'anno si siano promulgate queste Costituzioni in Roma da
Federico; poichè oltre il testimonio di Riccardo da S. Germano[262],
l'istesso Federico, nel proemio delle medesime, dice averle promulgate
_in die qua de manu sacratissimi Patris nostri summi Pontificis_
(intendendo d'Onorio) _recipimus Imperii diadema_. Tre capitoli
delle quali furono da poi inseriti nel Codice di Giustiniano sotto il
titolo _de Haereticis_[263]; ed un altro sotto il titolo _de Sacr.
Eccles._ dal quale se ne formò l'_Auth. Cassa, et irrita_. Ciò che
abbiam voluto avvertire, affinchè queste Costituzioni augustali non si
confondano coll'altre, che promulgò da poi Federico per li soli Regni
di Sicilia e di Puglia, com'è quella che comincia _Inconsutilem_, e
l'altre, che si leggono nelle nostre Costituzioni del Regno. Queste
sono le Costituzioni regie, non augustali, ovvero imperiali, e furono
promulgate da poi per questi Regni, quando i Patareni erano penetrati
in queste nostre parti, ed in Napoli particolarmente, dove Federico
nell'anno 1231 ne fece molti imprigionare e punire, come diremo più
innanzi.
Ma non perchè Federico avesse con tanto suo svantaggio e diminuzione
delle ragioni dell'Imperio e del Regno, proccurato soddisfar il
Pontefice, fu ciò bastante per averlo amico; poichè, come scrive
Orlando Malavolta nell'Istoria di Siena, dimorando ancora Federico
in Roma, s'avvide, che gli ordini, ch'egli avea dati per mettere
in assetto le cose di Lombardia, erano mal eseguiti dalle città
Guelfe aderenti alla Chiesa, e ciò avveniva per opera di Onorio, che
voleva che gli fosse resa così poca ubbidienza da' suoi partigiani,
studiandosi di tener così irreconciliabili e divise queste fazioni, per
tema, che non passando queste città nel partito di Federico, egli poi
non fosse sopraffatto dalla sua potenza.
§. I. _Delle fazioni Guelfe e Ghibelline._
Qui bisogna per maggior chiarezza della istoria ricordare da capo il
principio e la cagione di queste divisioni di Guelfi e Ghibellini,
delle quali dovrà molto spesso favellarsene, per essersi in esse
sovente intrigati i Re del nostro Reame.
(Delle varie opinioni intorno all'origine di queste fazioni, son da
vedersi que' Scrittori, che raccolse _Struvio_[264]; dove rapporta
la più vera, ch'è quella scritta da _Andrea_ Prete, nella Cronaca di
Baviera pag. 25, di cui ne adduce le parole).
Queste famose fazioni non nacquero, come si diedero a credere alcuni,
ne' tempi del nostro Federico, ovvero ch'egli ne fosse stato autore,
come a torto ne l'imputa il Fazzello; ma sursero molto tempo prima;
egli le trovò già introdotte in Italia, nella quale aveano messe
profonde radici. Cominciarono in Alemagna sino dall'anno 1139 ne'
tempi di Corrado III, Imperadore, e nel Regno di Ruggiero I, Re di
Sicilia[265]. I _Ghibellini_, che furon sempre Imperiali, presero il
nome da _Gibello_ città, ove nacque Errico figliuolo di Corrado. I
_Guelfi_, che furon sempre Papalini, presero il nome da _Guelfo_ Duca
di Baviera. Vennero da poi questi nomi da Alemagna in Italia, per un
accidente sopravvenuto in Firenze, che propagò in Italia le divisioni;
poich'essendo in quella città un gentiluomo, il cui nome fu Messer
Buondelmonte de' _Buondelmonti_, giovane vago, e molto avvenente,
costui avea promesso di torre per moglie una donzella degli _Amadei_,
nobili anch'essi; ma cavalcando un giorno per Firenze passò avanti il
palagio d'una gentil donna della famiglia Donati, la quale essendosi
invaghita delle maniere avvenenti del giovane, avea proposto di
dargli per moglie una sua figliuola, la quale, perchè unica era nata
al padre, avea redato una buona e ricca dote. Costei adunque fattasi
in su l'uscio della sua casa trovare, mentre di colà passava Messer
Buondelmonte ed amichevolmente salutatolo, incominciò donnescamente
a proverbiarlo della donna, che preso avea, dicendogli che non era
meritevole di così degno giovane, com'egli era, con soggiungere: io vi
avea serbata questa mia figliuola di voi assai più degna, che quella,
che presa avete; le cui parole udendo Messer Buondelmonte, e veggendo
la fanciulla di nobilissima presenza e di maravigliosa bellezza, di lei
incontanente innamoratosi, rispose, che sarebbe stato troppo sciocco a
rifiutar così cortese offerta, e tosto la prese e sposò. Significato
tal fatto agli _Amadei_, gli accese di grandissima ira contro Messer
Buondelmonte, che così schernendogli era lor venuto meno della promessa
del pattuito parentado, e mentre insieme uniti trattavano di che guisa
si dovessero di lui vendicare, se con batterlo, o con ferirlo, un
Messer Moscadi _Lamberti_, uomo, che di poca levatura avea mestiere,
disse che egli avrebbe trovato un miglior modo che tutti gli altri;
e non guari da poi la mattina di Pasqua di Resurrezione incontrando a
cavallo Messer Buondelmonte al Ponte vecchio dell'Arno, assalitolo con
alcuni altri suoi congiunti di sangue, e con molte ferite atterratolo
da cavallo l'uccise appunto a piedi del pilastro, che sosteneva la
statua di Marte antico Idolo de' Fiorentini. Sì fiera novella sparsasi
per la città, fu cagione, che si levasse tutta ad arme e a rumore,
dividendosi i Nobili di essa in due fazioni, che si chiamarono poi
_Guelfi_, e _Ghibellini_; dell'una delle quali parti furono in Firenze
Capi i _Buondelmonti_, insieme con molti altri, e si nomarono _Guelfi_;
e dell'altra, che si nomò de' _Ghibellini_ furono capi gli _Uberti_
collegati con gli _Amadei_, e con altre molte famiglie; la qual
fiera pestilenza si sparse poscia in breve tempo per la maggior parte
dell'altre città d'Italia con grande lor disfacimento e rovina. Poichè
nelle discordie nate tra Pontefici e gl'Imperadori, quelli del partito,
che seguirono l'Imperadore furon detti perciò _Ghibellini_, gli altri
del contrario, che seguirono le parti del Papa si dissero _Guelfi_; ed
i Papi proccuravano mantener le fazioni, per così deprimere, o almen
bilanciare le forze imperiali. Questo istesso intendeva fare Onorio
con Federico, non ostante d'esser stato così ben da lui corrisposto. Ma
questo Principe ciò dissimulando, lasciato in Toscana Corrado Vescovo
di Spira e Cancelliero imperiale d'Italia, acciocchè mantenesse in fede
i vecchi amici, e ne gli acquistasse altri di nuovo, partitosi di Roma
venne in Terra di Lavoro, richiamato anche per reprimere alcune novità,
che alcuni Baroni macchinavano nel Regno, e giunto a S. Germano fu a
grand'onor raccolto dall'Abate Stefano; indi tolse al Conte di Fondi
Sessa, Teano e la Rocca di Mondragone, che ne' passati tumulti avea
occupati.
§. II. _Della Corte capuana._
Non guari da poi Federico, da S. Germano, passò a Capua, ove formatosi
convocò un general Parlamento, nel quale diede molti provedimenti per
la quiete e comun bene del nostro Reame. Allora fu, che per consiglio
di Andrea Bonello da Barletta celebre Giureconsulto ed Avvocato
fiscale della sua Corte si ristabilì in Capua un nuovo Tribunale,
chiamato la _Corte capuana_[266], nella quale ordinò, che i Baroni
ed i Comuni delle città e terre, ed ogni altra persona, dovessero
presentare tutte le concessioni e privilegi delle lor castella, e di
altre cose, che tenevano da lui e da' passati Re suoi predecessori (ad
esclusion però di Tancredi e suoi figliuoli, che gli ebbe per intrusi)
per riconoscergli se stavan bene, o fossero stati illegittimamente
conceduti in tempo di turbolenze; ingiungendo, che coloro che non gli
presentassero, si tenessero caduti dalle concessioni, che in essi si
contenevano e s'applicassero alla sua Camera; rivocando altresì alcune
di esse, ch'erano state fraudolentemente estorte. Di che oltre di quel
che ne scrisse Riccardo di S. Germano[267], ne abbiamo anche nelle
nostre _Costituzioni_ del Regno un intero titolo: _De privilegiis a
Curia Capuana revocatis_. Ciò che abbiam voluto avvertire, perchè non
si creda, che Federico questa Corte l'avesse istituita in Napoli, come
si diedero a credere Camillo Salerno[268] e 'l Tutini[269], essendo
stata quella eretta in Capua, e perciò chiamata _Capuana_. Napoli fu da
poi da questo Principe innalzata sopra tutte le altre per l'Accademia
degli Studi, che vi fondò, e per lo Tribunal della Gran Corte, di che
più innanzi ci sarà data occasione di favellare.
Ma ne fu grandemente biasmato il Bonello nostro Giureconsulto autor di
tal Corte; poichè quella apportò danno gravissimo a molti, a' quali,
o i loro privilegi furon rivocati, o pure, perchè non presentati in
tempo, non fu di essi poi tenuto conto; onde i nostri _Commentatori_
sopra quella Costituzione mal sentono di questa istituzione, e ne
parlano con istrapazzo, come stabilita senza legge e senza ragione, e
che sappia di tirannide; ma Marino da Caramanico antico Glossatore ben
la difende contro tutti gli sforzi di costoro.
Ordinò ancora Federico in questo general Parlamento, che si
abbattessero tutte le Rocche e Fortezze, che novellamente alcuni Baroni
aveano edificate per lo Reame; di che l'istesso Federico in un'altra
Costituzione, che abbiamo sotto il titolo _de novis aedificiis_, ne
fece anche menzione[270]; e dopo aver dati altri provedimenti, che,
come dice Riccardo da S. Germano, in venti capitoli erano contenuti,
compita l'Assemblea, da Capua, essendo entrato l'anno 1221, se ne
andò a Sessa, ove fece torre a Riccardo fratel del morto Pontefice
Innocenzio il Contado di Sora, che in suo nome gli aveano donato i
Governadori del Regno, mentre era egli ancor fanciullo, come si è
di sopra narrato[271]. Comandò ancora a Ruggiero dell'Aquila, che
assediasse il castello d'Arce difeso da Stefano Cardinal di S. Adriano,
e l'ottenne; ed a preghiere de' Tedeschi sprigionò il Conte Diopoldo,
che sin dall'anno 1218 avea fatto carcerare.
Nel medesimo tempo concedette il Contado della Cerra a Tommaso
d'Aquino, e 'l creò Maestro Giustiziero di Puglia e di Terra di
Lavoro[272]. Passò poi sopra Bojano con molti altri Baroni, ch'erano
in sua compagnia, per reprimere la fellonia del Conte di Molise e
d'alcuni altri Baroni; ed avendogli abbassati e posta in tranquillità
quella provincia, discorse anche per la Calabria e per la Puglia, ancor
tumultuanti; poichè molti Prelati e Baroni, che per la sua fanciullezza
eran avvezzi a vivere a lor talento, non intendevano ubbidirlo, se non
quando lor piaceva: a reprimer queste rivolture v'accorse immantenente;
ed avendo discacciati alcuni Baroni, ed altri costringendogli alla
fuga, questi si ricovrarono in Roma sotto il presidio del Pontefice
Onorio; di che si doleva Federico, che Onorio accogliesse i suoi nemici
e ribelli, e fomentasse con ciò le ribellioni ne' suoi Stati, istigando
ancora molti Vescovi a far il medesimo; onde fu egli costretto per
sicurezza dello Stato discacciarne alcuni dalla Puglia, e sustituire
altri Vescovi in luogo loro; e, per sostenere il suo esercito, di
taglieggiare indifferentemente così le Chiese come i Cherici per li
suoi bisogni[273].