CAPITOLO IV.

_Origine dell'Inquisizione contra gli Eretici; e morte di Papa

INNOCENZIO III._

Il particolar uffizio dell'Inquisizione contra gli Eretici ebbe a

questi tempi il suo principio. Prima gli Appostoli per rimedio di

questo male non adoperavano altro, che d'ammonire una, e due volte

l'eretico; il quale se perseverava nell'ostinazione, era scomunicato,

e s'imponeva a' Cattolici, che si separassero dal suo consorzio. Nè

si passò più oltre, sino ai tempi, che Costantino Magno abbracciò la

religione cristiana. Allora tra le altre cose furono da' Padri della

Chiesa, Costantino e suoi successori ammaestrati, che portando essi due

qualità, l'una di Cristiani, l'altra di Principi, con ambedue erano

obbligati a servir Iddio. In quanto Cristiani, osservando i precetti

divini, come ogni altro privato; ma come Principi, servendo S. D. M.

con ordinar bene le leggi, indirizzando bene i sudditi alla pietà,

onestà e giustizia, castigando tutti gli trasgressori de' precetti

divini e del decalogo massimamente. Ma essendo quelli, che peccano

contra la prima Tavola, che riguarda l'onor divino, assai peggiori

di quelli, che peccano contra la seconda, la qual ha rispetto alla

giustizia tra gli uomini: perciò erano più obbligati i Principi a punir

le bestemmie, l'eresie e gli spergiuri, che gli omicidj e i furti.

Per questa cagione stabilirono diverse leggi contro gli Eretici, e

con maggior severità contro i loro Dottori, e contro coloro, i quali

eccitano perciò turbe e sedizioni nella Repubblica. _Costantino Magno_

ne fece due[242]. _Costanzo_ suo figliuolo non ne stabilì, perch'egli

fu eretico. _Valentiniano il vecchio_ una[243]. _Valente_ non ne

fece, perchè ancor egli era eretico. _Graziano_ ne promulgò due[244].

_Teodosio Magno_ quindici[245]. _Valentiniano il giovane_ tre[246].

_Arcadio_ dodici[247]. _Onorio_ diciotto[248]. _Teodosio il giovane_

dieci[249], e _Valentiniano III_ tre[250].

Le pene, che contro coloro stabilirono non furono uguali, ma secondo

le circostanze, ora il rigore era cresciuto, ora mitigato; nè vi fu

legge, che punisse di pena di morte tutti generalmente. I _Manichei_,

i _Priscillianisti_, i loro Dottori, ch'eccitavano turbe, erano più

aspramente puniti. Le più comuni ed usate erano d'essere sbanditi,

esiliati, dichiarati infami, privati della milizia, e di tutti gli

onori e dignità. Essere dichiarati _intestabili_, proibiti di donare,

di vendere e di far altri contratti. D'essere multati, e confiscate

le loro robe, o in tutto o in parte secondo le circostanze de' loro

delitti; la pena dell'ultimo supplicio in alcuni casi singolari era

solamente dagl'Imperadori minacciata, come contro i _Manichei_, i

concitatori di sedizioni e di turbe, e contro altri Eretici, secondo

la gravità delle circostanze, e loro protervia ne' casi rapportati

nel Codice Teodosiano[251], e noverati da Giacomo Gotofredo ne' suoi

Paratitli in quel titolo.

Ma poichè in ogni giudicio criminale sono considerate tre parti, che lo

compongono: la cognizione della ragione del delitto; la cognizione del

fatto; e la sentenza; perciò nel giudicio dell'eresia, la cognizione

del diritto, cioè se tal opinione sia eretica o no, fu riputata

sempre ecclesiastica, nè per alcun rispetto apparteneva al Magistrato

secolare; onde a que' tempi quando nasceva difficoltà sopra qualche

opinione, gli Imperadori ricercavano il giudicio de' Vescovi, e se

bisognava, congregavano Concilj. Ma la cognizione del fatto, se la

persona imputata era innocente o colpevole, per darle le pene ordinate

dalle leggi, siccome la sentenza d'assoluzione o condannazione, tutta

apparteneva al Magistrato secolare.

Appartenendo dunque al Magistrato secolare la cognizione del fatto,

quindi fu, che gl'Imperadori stabiliron molte leggi prescrivendo alcuni

mezzi, e ricerche per questo fine. Dichiararono l'eresia delitto

pubblico, e perciò ammisero tutti ad accusargli, particolarmente

quando il giudicio criminale era indirizzato contro i Manichei, i

Frigj ed i Priscillianisti. Ammisero i delatori; ed in alcuni casi,

per iscoprire gli Eretici occulti, ed i loro Dottori anche ordinarono

gli _Inquisitori_. E Gotofredo[252] osserva, che l'istituto di dar

in questo delitto _Inquisitori_ fu prima introdotto da Teodosio Magno

imitato da poi da Arcadio ed Onorio; ma soggiugne questo Scrittore, che

gl'_Inquisitori_ non erano dati comunemente contro tutti gli Eretici,

ma ne' casi più gravi, e che meritavano maggior asprezza e rigore,

come contro i Manichei, i Dottori, ed Autori delle Sette, contro gli

_Eunomiani_, ed altri Cherici autori di esecrande superstizioni ed

eresie. Per maggiormente favorir la pruova di questo delitto permisero

a' servi accusare i loro padroni[253]; non si perdonò nè alle mogli,

nè a' proprj figliuoli; ed in fine i processi erano dal Magistrato

secolare fabbricati secondo il prescritto delle leggi degl'Imperadori;

nè i Vescovi dopo aver dichiarato l'opinioni eretiche, e separati dalla

Chiesa come scomunicati ed anatematizzati quelli, che tali opinioni

tenevano, s'intrigavano più oltre, nè ardivano darne notizia a'

Magistrati, temendo che fosse opera di non intera carità.

Ma alcuni altri vedendo, che il timor del Magistrato vinceva la

pertinacia degli ostinati, ed operava ciò che non poteva far l'amore

della verità, riputavano che fosse debito loro di denunciare a' Giudici

secolari le persone degli Eretici, e le loro operazioni cattive,

ed eccitargli ad eseguire le leggi imperiali. Ma poichè alle volte

occorreva di doversi procedere contro qualche Dottore eretico, il quale

per la sua perversa dottrina cagionava turbamenti e sedizioni, ovvero

a procedersi in qualche altro consimil caso, ove la pena, per le gravi

circostanze del delitto, poteva stendersi all'ultimo supplicio: gli

Ecclesiastici in questi casi s'astenevano di comparire al Magistrato,

anzi sempre facevano ufficj sinceri co' Giudici, che non usassero

co' delinquenti pena di sangue. S. Martino, in Francia, scomunicò

un Vescovo, perchè avea accusati certi Eretici a Massimo occupatore

dell'Imperio, i quali da lui furono fatti morire: e S. Agostino

ancorchè per zelo della mondezza della Chiesa facesse frequentissime,

e molto sollecite istanze a' Proconsoli, Conti ed altri Ministri

imperiali in Affrica, che eseguissero le leggi de' Principi, notificava

loro i luoghi, dove gli Eretici facevano conventicoli e scopriva

le persone; contuttociò sempre che vedeva alcun Giudice inclinato a

procedere contro la vita, lo pregava efficacemente per la misericordia

di Dio, per l'amor di Cristo, o con altri simili scongiuri, che

desistesse dalla pena del sangue; ed in un'epistola a Donato Proconsole

dell'Affrica gli dice apertamente, che se egli persevererà in castigar

gli Eretici nella vita, li Vescovi desisteranno di denunciargli, e non

essendo notificati da altri, resteranno impuniti, e le leggi imperiali

senza esecuzione; ma procedendo con dolcezza, e senza pene di sangue,

essi avrebbero vegliato a scoprirgli, e denunciargli per servizio

divino, ed esecuzione delle leggi.

In questa maniera furono trattate nella Chiesa le cause d'eresia

sotto l'Imperio romano sin all'anno della nostra salute ottocento;

quando diviso l'occidentale Imperio dall'orientale, questa forma

rimase nell'orientale sino al suo fine, com'è manifesto dal Codice

di Giustiniano, e dalle Novelle degli altri Imperadori d'Oriente suoi

successori.

Ma nell'occidentale fu tutta variata, così perchè non fu bisogno, che

i Principi facessero leggi, ovvero avessero molto pensiero a questa

materia, atteso che per trecento anni, che passarono dall'800 sino

al mille e cento, rari Eretici si trovarono in queste parti; come

anche perchè, quando avveniva caso alcuno, i Vescovi vi mettevan

mano; poich'essendosi la loro conoscenza nelle cause molto stesa per

non curanza de' Principi, il delitto dell'eresia come Ecclesiastico

se l'appropriarono, e siccome procedevano contro gli altri delitti

ecclesiastici, come contra violatori di feste, trasgressori di digiuni,

ed altri tali, giudicandogli, e castigandogli essi medesimi in que'

luoghi dove da' Principi era loro concesso esercitar giurisdizione, e

dove non l'aveano invocavano il braccio secolare, che gli castigasse:

così ancora, e per le medesime vie, e forme ordinarie procedevano ne'

delitti d'eresia contra gli Eretici.

Dopo il mille e cento, per le continue dissensioni e contrasti, che per

cinquanta anni innanzi erano stati tra li Pontefici e gl'Imperadori,

e per quelli che durarono tutto il secolo seguente sino al mille e

ducento con frequenti guerre e scandali, e poco religiosa vita degli

Ecclesiastici, nacquero innumerabili Eretici, l'eresie de' quali più

comuni erano contro l'autorità ecclesiastica, chi attaccando i loro

corrotti costumi, chi la potenza, e la loro ricchezza, sostenendo

con gli _Arnaldisti_, che gli Ecclesiastici non poteano posseder

niente di proprio; e chi anche penetrando più addentro, condennava il

battesimo de' bambini, e ribattezzava gli adulti; faceva abbattere

le chiese e gli altari, e spezzava le croci; e chi non approvava la

celebrazion della messa, ed insegnava che le limosine, e le orazioni

nulla servono a' morti. Eran perciò a questi tempi cresciuti, gli

Eretici in gran numero, i quali o da' nomi de' loro Dottori, che

furono autori dell'eresie, ovvero da' luoghi ove più fiorirono, o dai

costumi che affettavano, presero varj e diversi nomi; ma nel secondo

tutti convenivano nel Manicheismo. E siccome sotto l'Imperio romano,

da Costantino Magno sino ai tempi di Valentiniano III ve ne furono

innumerabili, denominati per i loro Autori sotto i nomi d'_Ariani_, di

_Macedoniani_; _Pneumatomachi_, _Appollinariani_, _Novaziani_, ovvero

_Sabaziani_, _Eunomiani_, _Valentiniani_, _Paulianisti_, _Papianisti_,

_Montanisti_, _Marcianisti_, _Donatisti_, _Foziani_, e di tante altre

Sette, che possono vedersi nel Codice di Teodosio[254]: così ancora

a questi tempi si nominavano gli _Arnaldisti_ da Arnaldo da Brescia

lor famoso Capo, i _Leonisti_, gl'_Insabbataiti_, i _Valdesi_, gli

_Speronisti_, i _Pubblicani_, i _Circoncisi_, i _Gazari_, i _Patareni_,

che disposti ad ogni oltraggio e patimento, affettando incredibile

costanza, vollero esser chiamati _Patareni_, per opporsi a' Cattolici,

i quali siccome quando per la religione patiscono stragi e morti son

chiamati _Martiri_, così essi esponendosi per la loro credenza con

egual costanza a simili pericoli, vollero esser nomati _Patareni_[255].

Ma i più considerabili in questi tempi erano gli Eretici _Albigensi_

denominati così da _Albi_, luogo dove essi si ritirarono, i quali per

la protezione che aveano del Conte di Tolosa, aveano sparsa la lor

dottrina in molte province della Francia.

Ma all'incontro in questi medesimi tempi a favor della Chiesa romana

sursero que' due gran lumi _Domenico_ e _Francesco_, i quali colla

lor santità resisi chiari per tutto, fondarono le religioni de'

_Predicatori_ e dei _Frati minori_, e furono piante così fruttifere,

che i loro rampolli moltiplicarono in guisa, che in breve si vide

piena Europa di tanti valorosi commilitoni, i quali non risparmiando

nè fatica, nè travaglio esponendosi ad ogni periglio, combatterono

valorosamente per li romani Pontefici. _Francesco_ imitando la severa e

rigida povertà proccurò ad imitazion di Cristo ridurre la sua religione

e gli uomini, che a quella s'ascriveano, alla antica disciplina

ed a' suoi principj, e come fondata su l'umiltà e povertà pensò di

riportarla indietro, e vestirla di quegli antichi abiti; ed in cotal

maniera più coll'esemplarità della vita, che colle prediche e sermoni,

toglier gli errori. Dall'altra parte _Domenico_ di nazione Spagnuola,

della città di Calagorra, del chiaro, e nobil lignaggio de' Gusmani,

in altra guisa si rivolse co' suoi Frati ad abbattere le nascenti

eresie. I Vescovi non erano sufficienti ad estirparle, così per lo

gran numero, come perchè tanto essi, quanto i loro Vicarj erano poco

atti, e meno diligenti di ciò che li Pontefici Romani desideravano,

e sarebbe stato necessario; perciò Innocenzio III scorgendo il zelo

di questi nascenti commilitoni diede loro incumbenza che andassero a

predicare agli Eretici la vera credenza per convertirli: esortassero

i Principi ed i Popoli cattolici a perseguitare gli ostinati, e per

informarsi in ciascun luogo del numero e qualità degli Eretici, del

zelo dei Cattolici, e della diligenza dei Vescovi, e portar relazioni

a Roma; dal che acquistarono nome d'_Inquisitori_. Domenico sopra

gli altri si adoperò con tanto zelo contro gli Eretici _Albigensi_,

che fu dichiarato dal Pontefice Innocenzio _Inquisitor_ generale

contro di loro; il quale scorgendo non giovare con quegli ostinati

le dispute e le concioni, stimò più opportuno mezzo per estirparli

di ricorrere agli ajuti del Conte di Monforte, e di molti altri

Signori spagnuoli, tedeschi e franzesi, i quali uniti insieme con

grosso numero di Prelati, prendendo contro di loro la croce, nella

provincia di Narbona, ed in altri luoghi gli vinsero e distrussero.

Ma multiplicando essi sempre come idre, Domenico venne in Roma, e nel

Concilio, che in quest'anno si teneva in Laterano, in più sessioni orò

contro gli Albigensi, e fece condennar per eretica la lor dottrina.

Si condennarono ancora in questo Concilio que' libri che l'Abate

_Giovacchino_ avea scritti contro il _Maestro delle sentenze_ Pietro

Lombardo, e s'approvò la dottrina del medesimo, che tenne intorno al

mistero della Trinità. E furono parimente dati in quest'Assemblea molti

provvedimenti intorno la riforma de' costumi degli Ecclesiastici, che

per orrendi e sacrileghi venivano da' competitori eretici predicati,

ed in cotal maniera terminossi il Concilio; onde datosi perciò maggior

lena ai novelli _Inquisitori_ proseguirono con molta alacrità ed

intrepidezza d'animo la loro incumbenza. Non aveano però a questi tempi

Tribunale alcuno; ma ben alle volte eccitavano i Magistrati secolari

a sbandire, o punire gli Eretici che trovavano: sovente eccitavano

il Popolo mettendo una croce di panno sopra la veste a chi voleva

dedicarsi a questo, ed unendogli insieme talora, gli conducevano

all'estirpazione degli Eretici.

Fu da poi molto ajutata l'impresa di questi Padri _Inquisitori_ dal

nostro Imperadore Federico II, il quale nel 1224 in Padova promulgò

quattro editti sopra questa materia, ricevendo gl'_Inquisitori_ sotto

la sua protezione, ed imponendo pena del fuoco agli Eretici ostinati,

ed a' penitenti di perpetua prigione, commettendo la conoscenza agli

Ecclesiastici, e la condennazione a' Giudici secolari. E questa fu la

prima legge, che generalmente desse pena di morte agli eretici, di

che altrove ci tornerà occasione di ragionare: ma ancorchè Federico

avesse preso sotto la sua protezione gl'_Inquisitori_, non ebbero essi

però Tribunale alcuno. L'ebbero poi nel Ponteficato d'Innocenzio IV,

il quale rimasto per la morte dell'Imperador Federico quasi arbitro

in Lombardia, ed in alcune altre parti d'Italia, applicò l'animo

all'estirpazione dell'eresie, le quali avevano fatto gran progresso

nelle turbazioni passate. E considerate l'opere, che per l'addietro

aveano fatte in questo servizio i Frati di S. Domenico e di S.

Francesco con la loro diligenza, e senza aver rispetto a persone ed a

pericoli: ebbe per unico rimedio il valersi di loro, adoperandogli,

non come prima, solo a predicare e congregare Crocesignati, e far

esecuzioni estraordinarie, ma con dar loro autorità stabile, ed ergendo

per essi un fermo Tribunale, il quale d'altra cosa non avesse cura.

Ecco i principj del Tribunale dell'_Inquisizione;_ ma come poi ed

in queste nostre province avesse esercitata la sua autorità, e come

finalmente presso di noi fossesi reso cotanto odioso ed abborrito,

sicchè non si soffra nemmeno sentirne il nome, sarà a più opportuno

luogo lungamente narrato.

Intanto Papa Innocenzio terminato il Concilio, essendo partito da Roma,

e gito in Perugia, infermando quivi d'una grave malattia, dopo aver per

18 anni retto il Ponteficato, e nella fanciullezza di Federico questo

nostro Reame, passò di questa vita nel dì 16 luglio di quest'anno 1216.

Fu la sua morte, per le cose, che qui a poco si narreranno, alla Chiesa

romana luttuosissima, e molto grave all'Imperadore Federico, il quale

co' suoi successori ebbe pur troppo avversa fortuna. Pontefice a cui

molto deve la Chiesa romana, perchè colla sua accortezza, e molto più

per la sua dottrina, la ridusse nel più alto e sublime stato, e che

avea saputo soggettarsi quasi tutti gli Stati, e Principi d'Europa, i

quali da lui come oracolo dipendevano. E cotanta era la riverenza del

suo nome, che ridusse Alfonso Re d'Arragona a rendergli tributario

il suo Regno, e di farsi uomo ligio della Chiesa romana, e volle da

lui essere in Roma incoronato, il che a sua imitazione fecero anche

altri Principi. Egli come dottissimo in giurisprudenza chiamò in

Roma i maggiori personaggi a comprometter a lui le lor differenze,

ed a contentarsi, che dal suo giudicio fossero terminate: quindi le

più gravi e rinomate controversie di Stati e di Prelature in Roma si

riportavano. Quindi abbiamo tante sue epistole _Decretali_, delle

quali sin da questi tempi ne fu fatta _Raccolta_, e data a leggere

a' studenti in Bologna[256]; onde potè da poi Gregorio IX fondare più

stabilmente la Monarchia Romana. Fu studiosissimo delle leggi romane,

e particolarmente delle Pandette; e fu perciò riputato uno de' più

grandi Giureconsulti di questi tempi, che fiorivano in molte città

di Italia, e particolarmente in Bologna, resa sopra tutte le altre

illustre per la famosa Accademia di leggi, e più per _Ugolino_ ed

_Azone_, che in questi tempi vi fiorivano. Affettava però soverchio

imitare i Giureconsulti antichi, e sovente, dalle leggi delle Pandette

volendo fondare le sue epistole _Decretali_, prese de' grandi abbagli,

molti de' quali ne furono da poi da Cujacio, da Ottomano e dagli altri

eruditi ripresi. Ebbe idea altissima del Ponteficato, e riputava non

altrimente di Gregorio VII, e di molti altri de' suoi predecessori, che

fosse in sua balia deporre altri, o innalzare al Trono imperiale, come

fece deponendo Ottone, ed innalzando Federico.

Governò nell'adolescenzia di questo Principe i Reami di Sicilia con

assoluto imperio e dominio, più di quello comportavano le ragioni

d'un Balio, come era stato lasciato nel testamento di Costanza; e per

questa ragione si rapportano di lui nel registro del Vaticano alcune

investiture fatte di Feudi nel nostro Reame, e quella del Contado

di Sora per suo nepote; ancorchè l'Autor delle gesta d'Innocenzio

scrivesse, che Federico l'investisse per mezzo di suoi Governadori che

reggevano la sua Corte, e Casa regale in Sicilia. Per questa cagione

ancora sovente Innocenzio nelle sue _Decretali_ parlando di Capua, di

Reggio, e di alcune altre città del nostro Regno, dice esser di lui

il governo delle medesime così nello spirituale come nel temporale; e

quindi s'intende ciò, che i nostri per l'ignoranza dell'istoria non

arrivarono a capir mai, come Innocenzio confermando l'elezione de'

Vescovi fatta dal Clero delle città del nostro Regno, e dandovi il suo

assenso, dice di farlo _Vice-regia;_ poichè quantunque, come altrove

s'è narrato, il medesimo Pontefice avesse con Costanza alterato molto

l'accordo fatto tra Adriano IV e Guglielmo I intorno all'elezione

de' Vescovi; nientedimanco, che dovesse nell'elezione de' Prelati

ricercarsi l'assenso del Re, non fu a questi tempi posto in disputa; e

l'istesso Innocenzio essendo Balio del Regno l'osservò inviolabilmente;

quindi è che scrivendo al Capitolo e Canonici di Capua, ch'eleggessero

per quella Cattedra persona idonea, lor dice ancora, che dopo eletta

mandassero da lui, perchè _Vice-regia_ potesse dargli l'assenso[257].

Il medesimo leggiamo, che fece quando si ebbe ad elegger il Vescovo di

Penne e quello di Reggio[258].

Non ebbe questo Pontefice, adulto che fu Federico, se non che leggieri

contese con lui, anzi proccurò sempre, per opporlo ad Ottone, i

maggiori suoi avanzi, ed all'incontro Federico fu di lui, e della

Chiesa romana così ossequioso e riverente, che Ottone suo emolo soleva

perciò chiamarlo il _Re de' Preti_. Ecco come durante il Ponteficato

d'Innocenzio era creduto e riputato Federico; ma questa fortuna non

ebbe dapoi co' Pontefici suoi successori, co' quali passò sì strane

e varie vicende, che partorirono avvenimenti tanto portentosi, che

bisognerà per la loro grandezza riportargli a' due seguenti libri di

questa Istoria.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 27 / 58 题