I Svevi, Popoli della Germania, che abitarono quella parte di qua
del Reno tra la Franconia e la Baviera e la Valle dell'Eno, e da'
quali il Ducato di Svevia prese il nome, non vennero a noi a guisa di
assalitori, come i Longobardi, o come peregrini, ed a truppe a truppe,
come i Normanni; i quali non altro diritto ebbero di conquistarci, se
non quello, che lor somministrava la spada, e la ragion della guerra;
ma vi comparvero sotto il lor Duca Errico Imperadore, il quale avendo
presa in moglie Costanza, ultima del sangue legittimo de' Normanni,
portò per successione questi Regni al suo figliuolo Federico. Trae la
sua origine questo invitto Eroe da _Federico Stauffem_ di famiglia
nobilissima tra' Svevi, e Cavaliero valorosissimo, al quale per la
sua nobiltà e valore, non disdegnò l'Imperador Errico IV dare la
sua figliuola _Agnesa_ per moglie, e con lei il Ducato di Svevia per
dote[201]. È fama che la Svevia ne' tempi antichi fosse Regno, ma che
da poi fosse stata ridotta in Ducato; ed a' nostri dì pur perdè questo
titolo, poichè ora in Alemagna niun Principe s'adorna del titolo di
Svevia; perchè parte è aggiunta alla Casa d'Austria per eredità, e
parte ne occupa il Duca di Wirtemberg; e le città che vi sono, molte
sono libere ed imperiali, e molte al Duca di Baviera sottoposte. Giunge
ella a' gioghi dell'Alpi, ed in parte è recinta da' Boarj, Franconj
ed Alsatensi. Da Federico con Agnesa nacque Corrado II Imperadore,
da cui nacque Federico I detto Barbarossa, e da costui Errico, il
quale, avendosi sposata Costanza figliuola del Re Ruggiero, diede al
Mondo Federico II che per retaggio materno, Re di Sicilia e di Puglia
divenne. Per questa cagione, fra tutte le Nazioni, vantano i Svevi
il più legittimo e giusto titolo sopra questi Reami; ed a ragione si
dolsero, che per la potenza e disfavore de' romani Pontefici fossero
stati a lor tolti, e trasferiti a' Franzesi della Casa d'Angiò.
Il Pontefice Innocenzio III calcando le medesime pedate de' suoi
predecessori, avea per la sua eccellente condotta fatti progressi
maravigliosi sopra questi Reami; ed oltre al diritto dell'investiture,
pretendeva esser riconosciuto come diretto Signore di quelli, non
altramente che gli altri Principi fanno sopra i Feudi de' loro Baroni e
Vassalli; ed in conseguenza di ciò esercitare in quelli le più supreme
regalie. Egli apertamente nelle sue epistole dichiarò, che la proprietà
di questi Reami s'apparteneva alla Sede Appostolica, e perciò, mettendo
da parte il testamento di Costanza credette, che independentemente
da quello a lui si dovesse il Baliato del picciolo Re, e de' suoi
Regni. Ma nel principio, a cagion di Marcovaldo e de' Siciliani,
tenne celati questi pensieri, e simulò prenderne la cura come Balio in
vigor del testamento di Costanza; per la qual cagione saputa la morte
dell'Imperadrice, ed il suo testamento, accettò con allegria la tutela,
ed immantenente si pose ad esercitarla, scrivendo all'Arcivescovo
di Palermo, ed a quelli di Reggio e di Monreale, ed al Vescovo di
Troja famigliari del Re, che egli non tanto colle parole, quanto
co' fatti, avea accettato il Baliato a lui lasciato dall'Imperadrice
Costanza[202]. Ma i fatti furono tali, che dopo la morte di Costanza
si conobbe, _che non tam tutelae nomine_, come dice il Nauclero[203],
_quam sui juris tuendi causa_, _Siciliam et Apuliam administrabat_.
Mandò per tanto Innocenzio per suo Legato in Sicilia Gregorio da
Galgano Cardinal di S. Maria in Portico, acciocchè con Riccardo della
Pagliata Vescovo di Troja, e Gran Cancelliero di quel Regno, con
Caro Arcivescovo di Monreale, e con gli Arcivescovi di Capua e di
Palermo, che dall'Imperadrice erano stati lasciati per famigliari del
picciolo Re, avesse preso il Governo dell'isola; ed il Cardinale colà
giunto prese da' famigliari suddetti il giuramento di fedeltà in nome
d'Innocenzio. Ma ciò non molto piacendo al Gran Cancelliero Riccardo,
ed agli altri del suo partito, i quali non volevano colà superiore
alcuno, vennero tantosto a scoverta nemicizia col Legato, e trattando
i proprj comodi, non l'utile del Re, furon cagione, che di là a poco il
Cardinal Gregorio facesse ritorno in Roma, avendo prima inviato ordine
per tutta la Sicilia e la Puglia, che ciascun riconoscesse il Pontefice
per suo Governadore, e Balio del Re fanciullo.
Dall'altra parte Marcovaldo, che, come si disse, era stato da Costanza
con tutti i suoi Tedeschi scacciato dal Reame, intesa la di lei morte,
ragunò prestamente un numeroso esercito di suoi amici e partigiani,
ed altri ch'egli assoldò; ed ajutato da alcuni Baroni regnicoli, e da
Guglielmo Capparone, Federico, e Diopoldo Alemano, e da altri Tedeschi,
a cui avea donato Errico Stati e Baronaggi in Puglia ed in Sicilia,
entrò ostilmente nel Reame, ed in prima assalì il Contado di Molise
(ove molte Rocche ancor per lui si guardavano) e senz'alcun contrasto
se 'l pose sotto il suo dominio. Inviò poi a richiedere a Roffredo
Abate di Monte Cassino, che si fosse con lui congiunto, riconoscendolo
per Balio di Federico, secondo ch'era stato, com'egli diceva,
lasciato dall'Imperador Errico; ma l'Abate scorgendo l'intendimento
di Marcovaldo essere non di custodire, ma di rapire l'eredità del
fanciullo, ributtò i suoi messi, nè volle far nulla di quel ch'egli
chiese, iscusandosi, che avea già prestata ubbidienza al Pontefice ed
accettatolo per Balio del Regno: il perchè sdegnato gli mosse aspra
guerra, ed entrato ostilmente nelle terre della Badia in quest'anno
1199, prese in un subito e bruciò molti luoghi della medesima, ed
indi venne a campeggiar S. Germano, alla cui difesa era accorso già
l'Abate Roffredo[204]. Avea intanto Innocenzio inviato in Terra di
Lavoro Giovanni Galloccia romano Cardinal di S. Stefano in Montecelio,
e Gerardo Allucingolo da Lucca Cardinal di S. Adriano con seicento
soldati condotti da Landone da Montelongo Governador di Campagna di
Roma, i quali avuta contezza, che Marcovaldo dovea assalir S. Germano,
raccolsero altro buon numero di soldati da Capua, e dalle circonvicine
castella per opporsegli; siccome uniti coll'Abate Roffredo, alla
difesa di quella Terra furon tutti rivolti. Ma venuto non guari
da poi Diopoldo con buon numero di Tedeschi in ajuto di Marcovaldo
occupando il monte, che sovrasta alla città, obbligò i difensori ad
abbandonar la difesa, ed a ritirarsi dentro il monastero di Monte
Cassino; per la qual cosa Marcovaldo entrato nell'abbandonata città,
incrudelì fieramente cogli abitatori, e bruciando la terra, e con varj
tormenti barbaramente affliggendo gli uomini e le donne, scorse poi
per gli altri luoghi di S. Benedetto, e quegli aspramente danneggiati,
cinse d'assedio l'istesso monastero di Monte Cassino, ed il vallo,
ove s'era fortificato Landone con gli abitatori, tentando a forza di
prendergli con assalir le mura e lo trincee; ma invano, perchè fu più
volte dall'uno, e dall'altro luogo con molto suo danno valorosamente
ributtato da' difensori.
Narra nella sua Cronaca Riccardo da S. Germano[205] autor di veduta,
che cangiatosi nel dì di S. Mauro l'aere di chiarissimo ch'era, in
torbido e tempestoso, venne in un subito così gran tempesta di pioggia
mista di gragnuola e folgori e tuoni spaventevoli, accompagnata
da impetuoso vento, che inondando sopra i Tedeschi attendati fra
quelle rupi alpestri del monte, e gittando a terra, e rompendo i lor
padiglioni, gli costrinse a torsi via frettolosamente dall'assedio; ma
Marcovaldo niente perciò deponendo del suo furore, nel discender giù
del monte bruciò il Castel di Plumbarola e di S. Elia, e ritornando a
S. Germano, vi fè abbatter le mura, le porte, e' migliori casamenti,
ch'erano rimasi in piedi, con usar strage grandissima in tutti que'
contorni, permettendo a' Tedeschi il sacco anche nelle chiese senza
niuna riverenza, e timor di Dio e de' Santi, a cui eran dedicate.
Queste calamità afflissero sì fattamente il Pontefice Innocenzio,
che per darvi alcun rimedio, scomunicò prima solennemente Marcovaldo
con tutti i suoi seguaci[206], e scrisse poi agli Arcivescovi di
Reggio, Capua, Montereale e Troja, che ragunassero esercito bastante
per opporsi a Marcovaldo, ed impedire i mali, che commetteva,
descrivendogli in queste sue lettere minutamente. E lo stesso scrisse
al Clero, Baroni, Giudici, Cavalieri, ed al Popolo di Capua, dicendo
loro di più, che avea inviati suoi Legati con molta moneta a Pietro
Conte di Celano, del lignaggio dei Conti di Marsi, a Riccardo Conte di
Teano, e ad altri Baroni regnicoli, ch'assembrasser soldati per tal
cagione; e che se d'uopo ne fosse stato, avrebbe bandita la Crociata
contro di lui, acciocchè tutti coloro, che gli prendean l'armi contro,
avessero il general perdono de' lor peccati, come se gissero oltre
mare a guerreggiare con Turchi; e lo stesso scrisse a' Vescovi, Abati
e Priori di Calabria; ordinando ancora, che ciascheduna domenica ed
altri giorni festivi, si maledicessero pubblicamente Marcovaldo, e i
suoi seguaci e parimente a' Vescovi, e ad altri Prelati di Sicilia, ed
a tutti gli altri Baroni, Conti e Popoli d'amendue i Reami.
Ma non finivano per questo i soldati di Marcovaldo di far continui
danni a' luoghi di Monte Cassino, e di porre a saccomanno le chiese,
e rubare gli ornamenti degli altari: il perchè l'Abate Roffredo,
non parendogli dover più soffrire tante calamità, avendogli offerto
una buona somma di moneta, alla fine concordossi con lui, il quale
ricevuto denaro uscì dalle sue Terre senza dargli più noja, e n'andò a
guerreggiare altrove.
Nell'istesso tempo Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi, veggendo
di non poter in altra guisa difendere il suo Stato, si concordò
co' Tedeschi, non ostante quello, che gli avea in contrario di ciò
scritto Innocenzio, dando per moglie una sua figliuola al fratello del
Conte Diopoldo nomato Sigisfredo, a cui avea commesso Marcovaldo la
guardia di Pontecorvo, S. Angelo e Castelnuovo, luoghi importanti a'
confini del Reame. Ma non guari passò, che Diopoldo, mentre discorrea
per lo Reame procacciando di accrescer partigiani a Marcovaldo con
minor cura della sua persona, che conveniva, fu fatto prigione da
Guglielmo S. Severino Conte di Caserta, il quale, così avendogliene
scritto Innocenzio, non volle mentre visse, rimetterlo mai in libertà.
Nondimeno venuto egli tra poco a morte, il di lui figliuolo nomato
anch'esso Guglielmo, concordatosi co' suoi il trasse di prigione
prendendo una sua figliuola per moglie: la qual cosa recò gravissimo
danno agli affari del Regno per le malvagità, che poscia Diopoldo per
lungo tempo commise.
Avea intanto Marcovaldo (secondo che si legge in una Cronaca d'incerto
Autore, che si conserva nella libreria del Duomo della città di Fois
in Francia, ridotta in istampa, ed unita col registro dell'Epistole
d'Innocenzio) tentato di concordarsi col Papa per opera di Corrado
Arcivescovo di Magonza, il quale nel ritorno di Terra Santa era
capitato in Puglia, promettendo, pur che non l'avesse molestato nella
conquista, ch'egli intendeva fare del Regno, ventimila once d'oro, col
dovuto giuramento di fedeltà solito a farsi da' Re di Sicilia a' romani
Pontefici, significandogli ancora, che non dovea essergli d'impedimento
a far ciò l'aver preso sotto la sua protezione Federico; perciocchè gli
avrebbe fatto veramente toccar con mani, che quel fanciullo era stato
supposto, nè era altramente nato di Costanza e di Errico.
Ma l'accorto Pontefice conoscendo l'ingordigia di regnare, e la
malvagità di Marcovaldo, non diede fede alcuna alle sue menzogne; il
perchè Marcovaldo senza far più menzione di tal fatto, tentò con altri
mezzi pacificarsi con Innocenzio, e d'esser assoluto dalla scomunica.
Il Pontefice gl'inviò Ottaviano Cardinal d'Ostia, Guidone di Papa
Romano Cardinal di S. Maria in Trastevere, ed Ugolino de' Conti suo
Nipote Cardinal di S. Eustachio; acciocchè comandandogli prima in
suo nome di ubbidire a tutto quel ch'egli avesse ordinato intorno a'
capi, per i quali era stato scomunicato, e fattogli di ciò prestare il
dovuto giuramento, l'avesse poscia assoluto dalle censure, ricevendolo
in grazia di S. Chiesa; ma quel Tedesco, che avea altro in pensiero,
tentò in varie guise di distorre con prieghi e con minaccie i Cardinali
di ordinargli tal cosa, adoperandovi per mezzo Lione di Montelongo
consobrino del Cardinal d'Ostia, ma invano; perciocchè il Cardinal
Ugolino, pubblicamente gli comandò in nome del Pontefice, ch'egli più
non molestasse i Regnicoli, nè tentasse intrigarsi nel lor governo,
come Balio di Federico: che restituisse tutti i luoghi occupati in
Puglia ed in Sicilia, e ricompensasse i danni avvenuti per opra di
lui alla Chiesa romana ed all'Abate di Monte Cassino; e che più non
travagliasse i Prelati, e l'altre persone ecclesiastiche. Alle quali
cose rispose, che non potea far per allora sì fatto giuramento, ma
che avrebbe di presenza nelle mani del Pontefice in Roma giurato di
osservare il tutto; ed accomiatati onorevolmente i Cardinali, ritornò
alle cattività primiere, procacciando per suoi Messi dare a divedere a'
Regnicoli, ch'era convenuto col Pontefice, e ch'egli l'avea confermato
per Balio del Regno.
Ma pervenuta ad Innocenzio tal novella, chiarì tosto per sue
particolari lettere esser ciò bugia, e ritrovamenti di Marcovaldo;
laonde veggendo essergli chiusa in Puglia ogni strada di recare il
suo proponimento ad effetto, conchiuse di passare in Sicilia, ove
giudicava poter più agevolmente, e con minor contrasto adoperare le sue
malvagità. Ma prima di ciò fare, assediò Avellino, la qual città non
potendo egli prender così presto per la valorosa difesa de' cittadini,
pago della molta moneta, che gli diedero per uscir di tal molestia,
si tolse via dall'assedio. Prese poscia a forza Vallata, e la diede a
sacco a' soldati, e procedendo a far danni maggiori gli venne incontro
Pietro Conte di Celano con buon numero di soldati da lui raccolto nel
Contado di Marsi, co' quali non volendo Marcovaldo venire a battaglia,
tornò nel Contado di Molise, ove per non poter difendere la città
d'Isernia, che allora avea in suo potere, tolse tutti i lor beni a'
cittadini, e passato sopra Teano per esercitar le sue forze contro
quella città, ne fu ributtato. Alla fine per mantener in fede i suoi
partigiani in Terra di Lavoro, ed in altri luoghi di Puglia, lasciato
Diopoldo, Ottone e Sigisfredo suoi fratelli, Corrado di Marlei Signore
di Sorella, Ottone di Laviano, e Federico di Malento, con buona mano
di soldati tedeschi, passò a Salerno, che seguiva la sua parte, e quivi
imbarcatosi su l'armata apprestata per tal effetto, navigò felicemente
in Sicilia.
Significata intanto a' Governadori del Regno di Sicilia la navigazion
di Marcovaldo, per reiterati Messi, chiesero soccorso di soldati
al Pontefice, e persona di stima per potersegli opporre, il quale
spedì a quella volta Cintio Cincio romano Cardinal di S. Lorenzo in
Lucina, e Giacopo Consiliario suo consobrino e Maresciallo con 400
cavalli assoldati a sue spese, e con essi Anselmo Arcivescovo di
Napoli, ed Angelo Arcivescovo di Taranto, uomini di molto avvedimento,
acciocchè si valessero del lor consiglio. Costoro passati in Calabria
ne scacciarono Federico tedesco, che quella provincia aspramente
travagliava, e poi valicato il Faro ne girono a Messina città
fedelissima a Federico, e che in que' tumulti di Marcovaldo seguitò
sempre costantemente il suo nome.