_Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto il duodecimo
secolo, insino al Regno de' Svevi._
Lo Stato ecclesiastico si vide in questo secolo in un maggior splendore
e floridezza. I Pontefici romani innalzati sopra tutti i Re della
terra stendevano la lor mano in ogni Regno e provincia: ed i Re istessi
rendevansi a sommo favore dichiararsi loro ligi, e rendere i loro Regni
tributari alla Sede Appostolica. Stabilirono in questo secolo la loro
sovranità in Roma, e la lor independenza dall'Imperadore; e fecero
valere la lor pretensione di concedere la Corona imperiale. Roma erasi
renduta la Reggia universale, dove si riportavano non solo tutti gli
affari delle Chiese di Europa, ma ancora i più rilevanti interessi
delle Corone di quella, dipendendo i Principi con gran sommessione
da' cenni de' romani Pontefici; e sotto Innocenzio III il Ponteficato
si vide nella sua maggior grandezza. I Concilj per la maggior parte
erano convocati da essi, ovvero da' loro Legati, dove vi stabilivano
regolamenti, che giudicavano più confacenti per la loro grandezza; ed
a' Vescovi niente altro era rimaso, che di prestarvi il loro consenso.
Le appellazioni di tutte le sorte di cause e d'ogni sorta di persone
erano divenute tanto frequenti, che non v'era affare alcuno, che
subito non fosse portato a Roma. I Papi s'aveano appropriata gran
parte nel conferire i Vescovadi, perch'erano Giudici della validità
dell'elezioni, ancorchè queste si fossero lasciate al clero, e le
ordinazioni ai Metropolitani. A questo fine si proccurò innalzare la
dignità de' Cardinali, elevandogli a tal grado, che furono considerati,
non solo superiori a' Vescovi, ma eziandio a' Patriarchi ed a' Primati;
e sopra tutto ristringendo ad essi il potere d'eleggere il Papa. Per
mostrare maggiormente la loro sterminata potenza, e ricavarne insieme
profitto, non vi era cosa, che ricorrendosi in Roma, con facilità non
si dispensasse, onde la disciplina ecclesiastica venne ad indebolirsi;
ciocchè mosse S. Bernardo a declamare contro l'abuso di queste
dispense, come uno de' gran disordini introdotti nella Chiesa.
Ma quello che sopra ogni altro rendè il Ponteficato sublime, si fu
perchè non accadeva contesa fra' Principi d'Europa, nè controversia
d'ampj Stati e di grandi preminenze, che non si ricorreva a Roma, con
sottoporsi i litiganti alla decisione del Pontefice, di che ne possono
essere ben chiari documenti le tante epistole, e le tante decretali
d'Innocenzio III. I Re di Inghilterra, que' di Francia e di Spagna
rispettavano quella Sede con profondo ossequio: ed i nostri Re normanni
sopra tutti gli altri erano loro ossequiosissimi. Gli affari più grandi
de' loro Stati si maneggiavano da' Prelati. Si è veduto che ne' Reami
di Puglia e di Sicilia, gli Arcivescovi di Palermo, di Salerno, di
Messina, di Catania, e tante altre persone ecclesiastiche trattavano
i maggiori, e più rilevanti interessi della Corona. L'ambascerie più
cospicue ad essi erano appoggiate; e la Casa regale si reggeva da loro.
Essi erano del Consiglio regale, e nelle deliberazioni più serie e
gravi si ricercavano i loro pareri.
Le maggiori loro occupazioni non erano perciò più per lo governo
spirituale delle loro Chiese, ma tutti i loro pensieri erano negli
affari di Stato, ed indirizzati ad ingrandire le loro Chiese di
giurisdizione, di prerogative e d'onori, e sopra tutto di beni
temporali.
Crebbe perciò, per lo favore de' Principi, la loro conoscenza nelle
cause; poich'essendo i Vescovi per lo più assunti per Consiglieri del
Re, fu cagione di accrescere in immenso l'autorità del Foro episcopale;
ed abbiam noi veduto, che l'Arcivescovo di Palermo ottenne dal Re
Guglielmo di potere i Giudici ecclesiastici conoscere del delitto
d'adulterio e l'Imperadrice Costanza, Regina di Sicilia, drizzò un
editto ai Conti, Giustizieri, Baroni, Camerarj ed a' Baglivi della
diocesi del Vescovo di Penne, nel quale espressamente proibisce
loro di procedere ne' delitti d'adulterio, ma che lascino procedere
in quelli la Giustizia ecclesiastica; e quando accadesse che negli
adulterii, si fosse usata violenza, il Giudice ecclesiastico conoscerà
dell'adulterio, ed il Magistrato secolare della violenza, siccome
si legge nell'editto dato in Palermo l'anno 1197, e rapportato
dall'Ughello nella sua Italia sacra[176]. A questo s'aggiunse, che
gli Ecclesiastici, come quelli che meglio de' laici s'intendevano di
lettere, erano riputati migliori, e più sufficienti ad amministrar
giustizia, onde con facilità s'inducevano ad avergli per Giudici, e di
vantaggio, non potendo la Chiesa condennare a pena di sangue, nè anche
all'ammenda, ciascuno, per essere più dolcemente trattato, non solo
non sfuggiva, ma desiderava sottoporsi al giudicio di quella. Ma sopra
ogni altro si accrebbe la loro conoscenza, perchè i Re e i Signori
temporali, ed i loro Giudici non badavan molto allora a mantenere la
lor giurisdizione nelle cause, le quali non erano lucrative, e di gran
rendita per essi, com'è oggi, ma più tosto eran loro di peso, perchè
le loro cariche erano esercitate gratuitamente, e senza poter dalle
Parti esigere emolumento alcuno. Ed oltre a ciò quando s'entrava in
contenzione di giurisdizione con gli Ecclesiastici, le scomuniche
fulminavano, di che eravi presso di noi vestigio, che tutte le
domeniche ne' sermoni delle Messe parrocchiali si scomunicavano coloro,
che impedivano la giurisdizione della Chiesa.
Questo accrescimento dell'autorità del Foro episcopale, e
l'applicazione de' Vescovi in cose maggiori e più rilevanti, fece che
quando prima per ufficio caritatevole erano essi impiegati per via
d'amicabile composizione a decidere i piati tra' Fedeli, e vennero poi
ad acquistare per privilegio de' Principi la giurisdizione, esercitando
da se stessi la giustizia a' litiganti: finalmente se n'esentarono
in tutto, e cominciarono a crear Ufficiali per amministrarla; onde
eressero Tribunali con particolari Giudici, ed in decorso di tempo a
crear anch'essi Notaj, che avessero il pensiero, e la cura degli atti e
de' processi. Quindi sgravandosi ancora del peso d'insegnare i misterj
della nostra fede, stabilirono Professori di teologia per insegnare
nelle Chiese cattedrali la teologia, e tenendo a vile gli esercizj
delle cose sacre, tutta la loro applicazione era nelle cose del
secolo, e negli affari politici e di Stato. Da ciò nacque, che bisognò
provvedere il Foro episcopale d'un nuovo Corpo di leggi ecclesiastiche,
onde surse il decreto di Graziano, per istabilir meglio la giustizia
ecclesiastica, e la grandezza Pontificia.
§. I. _Nuove collezioni de' canoni, e del decreto di GRAZIANO._
Le raccolte, che si fecero nel precedente secolo, furono delle prime
dove i canoni si videro distribuiti per via di materie; ma quasi tutte
furon contaminate dalle varie cose suppositizie d'Isidoro, che in
quelle furono inserite. _Burcardo_ Vescovo di Vormes ne distese una
divisa in venti libri, che intitolò _Magnum Canonum Volumen_[177]. Ad
_Anselmo_ Vescovo di Lucca se ne attribuisce un'altra; ma quantunque
porti il suo nome, si vede altri esserne stato l'Autore, poichè vi
sono racchiusi alcuni decreti d'Urbano II, e d'altri Pontefici suoi
successori, li quali vissero dopo Anselmo[178]. Ve n'è un'altra
di _Adiodato_ Cardinale del titolo di S. Eudossia fatta intorno
l'anno 1087 per comandamento di Vittore III.[179] L'altra del Prete
_Gregorio_, intitolata _Policarpus_; siccome quella di _Bernardo_
di Pavia, che s'intitola _Populetum_, non han mai veduta la luce del
Mondo, ma manuscritte si conservano nella Biblioteca Vaticana[180]. Ma
quella che compilò _Ivone di Sciartres_ nel fine del precedente secolo,
oscurò tutte l'altre. Egli la divise in diciassette parti, e l'intitolò
_Decretum_. Dell'altra intitolata _Pannomia_ ovvero _Panormia_
attribuita al medesimo Ivone, sono alcuni, che ne fanno autore _Ugone_
catalano[181]. Queste Collezioni erano a quei tempi le più rinomate,
e delle quali valevansi le nostre Chiese, insino che surgesse quella
cotanto famosa di _Graziano_, che tolse lo splendore a tutte l'altre,
e che ricevuta con applauso da' Canonisti, meritò d'essere insegnata
nelle pubbliche Scuole, ed in poco tempo ebbe tanti Commentatori, che
fu riputata la principal parte della ragion canonica.
Graziano fu un Monaco dell'Ordine di S. Benedetto, il quale nel
Ponteficato d'Alessandro III insegnò teologia in Bologna. E' nacque in
Chiusi città della Toscana, e fu fama che fosse procreato d'adulterio
insieme con _Pietro Lombardo_ chiamato il _Maestro delle sentenze_,
e con _Pietro Comestore_ Scrittore dell'Istoria Scolastica, creduti
suoi fratelli; narrasi ancora, che la loro comune madre non potè mai
ridursi ad aver pentimento degli adulterj commessi quando gli generò,
dicendo esserne ben paga, per aver dato al Mondo tre preclari e grandi
uomini; e corretta dal suo Confessore, non potè ridurla, imponendole
alla fine, che almeno si pentisse di questo suo non potersi pentire. Ma
Guido Pancirolo[182] rifiutò come favole questi racconti, massimamente,
perchè non fu una la patria di coloro, essendo Graziano di Chiusi,
Pietro Lombardo di Novara, e 'l Comestore fu Franzese.
Compilò egli questa Raccolta in Bologna nel monastero di S. Felice
intorno l'anno 1151 nel Ponteficato d'Eugenio III[183], e l'intitolò
_Concordia discordantium Canonum_. La divise in tre parti. La prima
contiene i principj, e ciò che riguarda il diritto canonico in
generale, ed i diritti e ragioni delle persone ecclesiastiche, sotto
il titolo di _Distinzioni_. La seconda, la decisione di diversi casi
particolari, coll'occasione de' quali si risolvono molte quistioni; ed
è intitolata le _Cause_. La terza ha per titolo _della Consecrazione_
perchè riguarda quanto appartiene al ministerio ecclesiastico, a'
sacramenti, a' riti, alle ordinazioni, e consecrazioni. La presentò
egli a Papa Eugenio, ma non costa, che ne avesse da costui ottenuta
conferma alcuna: ma non perciò che da' Pontefici non si fosse con
pubblica legge approvata, rimase ella senza autorità e vigore. Fu
ricevuta con tanto applauso, che gl'istessi romani Pontefici se ne
valsero, e tacitamente per innalzare la loro autorità, ed abbassare
quella dell'Imperadore e degli altri Principi la promossero; quindi
sotto Federico Barbarossa sursero i _Decretisti_ di fazione Guelfa, i
quali difendendo le ragioni del Papa, si opponevano a' Ghibellini[184].
Ed ancor che quest'opera contenesse infiniti errori, fosse fatta
senz'ordine, ed in una somma confusione, in guisa che fu d'uopo
poi emendarla, nè bastò l'industria e la diligenza di tanti insigni
Professori per poterla affatto pulire[185], con tutto ciò acquistò
tanta autorità, che tirò a se tutti i Letterati, i maggiori Teologi di
que' tempi ad impiegarvi i loro talenti in farvi glosse e commenti;
e nel Foro ebbe gran peso la sua autorità nelle decisioni delle
cause; tanto che Graziano era comunemente appellato il _Maestro_; e
nell'Accademie il suo _Decreto_ era pubblicamente insegnato, e coloro,
che l'insegnavano erano decorati col titolo di _Dottore_, prendendo tal
dignità per mezzo d'una bacchetta, onde si dissero _Baccellieri_[186].
Accrebbe ancora la sua autorità la fama dell'Accademia di Bologna,
la quale in que' tempi sopra tutte l'Accademie d'Italia e di Francia
teneva il vanto; ed il gran numero de' Glossatori.
I primi furono _Lorenzo da Crema_, _Vincenzo Castiglione_ di Milano
gran Canonista, ed _Ugone da Vercelli_. Seguitarono le costoro
vestigia _Tancredi_ da Corneto Arcidiacono di Bologna, il quale
intorno l'anno 1220 vi fece le chiose; _Sinibaldo Fieschi_, il quale
innalzato al Ponteficato fu detto Innocenzio IV e _Giovanni Semeca_
detto il _Teutonico_. Costui reformò tutte le chiose prima fatte ed
aggiungendo le sue, fece al _Decreto_, ciò che Accursio fece alle
_Pandette_[187]. Sursero da poi infiniti altri Glossatori, _Bernardo
Bottone_, _Goffredo_, _Egidio da Bologna_ ed altri; fra' quali
s'estolse _Bartolomeo da Brescia_ discepolo di Vincenzo Castiglione, il
quale intorno l'anno 1256 aggiunse le sue chiose a quelle di Giovanni
Teutonico, le corresse, le riformò ed in gran parte le mutò. Quando
Gregorio XIII ordinò l'emendazione del decreto di Graziano, i romani
Espurgatori ebbero molto che fare, non solo in pulendo il corpo del
decreto, ma anche per espurgarlo dagli infiniti spropositi ed assurdi,
che questi Canonisti Glossatori v'aveano aggiunti; tanto che surse quel
proverbio: _Magnus Canonista, magnus Asinista_[188].
Si credette a questi tempi, che il _Decreto_ di Graziano bastasse per
innalzare l'autorità pontificia al sommo dove potesse ascendere; ma in
decorso di tempo, mutate le cose, questa compilazione non fu riputata
sufficiente; onde al _Decreto_ successe il _Decretale_, che poi anche
non ha soddisfatto: ma secondo, che di tempo in tempo li Pontefici si
sono andati avanzando in autorità, si sono formate nuove regole, onde
ad emulazione del Corpo delle leggi civili, perchè si vedesse come,
ed in qual maniera dentro un Imperio potesse fondarsene un altro,
alle _Pandette_ opposero il _Decreto_: al _Codice_, il _Decretale_:
alle _Novelle_, il _Sesto_, le _Clementine_, e le _Estravaganti_; e
perchè niente mancasse, Paolo IV comandò a Gio. Paolo Lancellotto che
ad imitazione delle _Istituzioni_ di Giustiniano compilasse anche le
Istituzioni Canoniche, come fu fatto.
§. II. _Elezione di Vescovi ed Abati._
Ebbe in questo secolo grande incremento la potestà de' Pontefici romani
intorno alla creazione de' Vescovi ed Abati; ed ancorchè al Clero ed a'
Monaci si lasciasse l'elezione, nè apertamente s'impedisse a' Principi
il loro diritto che v'aveano per gli _assensi_; nulladimanco essendosi
i Pontefici resi Giudici della validità d'ogni elezione, inventò la
Corte romana altri modi, co' quali spesse volte la collazione de'
Vescovadi e Badie si tirassero a Roma. Furono stabilite perciò molte
condizioni da dover'essere necessariamente osservate prima di venirsi
all'elezione; altre nella celebrazione di essa; ed infinite qualità
erano ricercate nella persona dell'eletto; aggiungendo che quando
alcuna di quelle non fosse osservata; gli elettori fossero privati
allora della potestà d'eleggere, la quale si devolvesse a Roma.
Accadeva perciò e per diversi altri rispetti e cagioni, che sovente
nascevano difficoltà sopra la validità dell'elezione; il perchè una
delle parti appellava a Roma, dove per lo più si dava il torto ad
ambedue; ed era l'elezione invalidata e tirata la collazione del
Vescovado o Badia per quella volta a Roma.
Quando ancora si sapeva in Roma vacare qualche buon Vescovado o Badia,
era spedita subito una _Precettoria_, ordinandosi in quella, che non si
procedesse all'elezione senza saputa del Papa; e con onesto colore di
aiutare o prevenire i disordini, che potessero occorrere, si mandava
persona che assistesse e presedesse all'elezione, per opera della
quale con diverse vie e maneggi, si faceva cader l'elezione in colui
che dovea essere di maggior beneficio di Roma. Per queste cagioni
poche elezioni di Vescovadi e Badie erano celebrate, che per alcuni di
questi rispetti non fossero esaminate in Roma; onde i Pontefici romani
quasi in tutte s'intromettevano, coprendosi ciò con onesto titolo
di devoluzione per servizio pubblico: perchè gli elettori ordinari
mancavano di quello, ch'era debito loro. Questi modi usati variamente
secondo l'esigenza de' casi, non furono a questi tempi stabiliti in
maniera, che avessero forza di legge, ma più tosto di consuetudini o
di ragionevolezza; insino che Gregorio IX ridotti in un corpo tutti li
rescritti, che servivano alla grandezza romana, ed esteso ad uso comune
quello, che per un luogo particolare e forse in quel solo caso speziale
era statuito, cacciò fuori il suo _Decretale_, che principiò di fondare
e stabilire la Monarchia romana.
Questa medesima soprantendenza si pretese da' Pontefici romani
esercitare nelle nostre Chiese e monasteri, e metter mano a quella
parte che nell'elezioni s'apparteneva a' nostri Principi, e si
tentò escludergli anche dall'_assenso_ ricercato in quelle. Ma il
Re Guglielmo I nella pace fatta con Papa Adriano, volle ciò pattuire
con Capitolazione particolare, in vigor della quale, siccome altrove
fu narrato, fu l'assenso del Re stabilito per necessario in tutte
l'elezioni delle nostre Chiese, in guisa, che se l'eletto non fosse
piaciuto al Re, o perchè fosse persona a lui odiosa e che per qualunque
altra cagione non volesse assentire, non potesse quegli intronizzarsi
e consecrarsi[189].
Ma non mancarono in Roma di dire, che quelle Capitolazioni accordate
da Guglielmo con Adriano, fossero state estorte per violenza e colle
armi alle mani; tanto che quando lor veniva in acconcio, abusandosi
della bontà o debolezza di qualche Principe, sotto onesto colore di
prevenire i disordini o che i nostri Re s'abusassero di questa facoltà,
si facevano i Papi ben sentire, pretendendo di più, che riconoscendo
tal prerogativa per beneficio e privilegio lor conceduto dalla Sede
Appostolica, avvertissero a ben servirsene perchè altrimente sarebbe
stata lor tolta. E nel Regno di Guglielmo il Buono, essendosi questo
Principe valso di questa ragione nell'elezione del Vescovo d'Agrigento,
pure incolparono quell'innocente Principe d'eccesso; ed oggi giorno
si legge una epistola tra quelle di Pietro di Blois[190], dirizzata
al Cappellano regio di Sicilia, dove dolendosi che nella Chiesa
d'Agrigento, il Re, dissentendo il Capitolo, vi avea posto per Vescovo
il fratello del Conte di Loritello, l'inculca, che per l'ufficio suo
ammonisca il Re a non darlo a persona indegna.
Ma caduto il Regno di Sicilia in mano di femmina sotto la Reina
Costanza, allora parve ad Innocenzio III tempo opportuno di alterare
i patti accordati da Papa Adriano con Guglielmo I. Egli si dichiarò
in prima, che non avrebbe conceduta l'investitura del Regno, se non
si moderassero que' Capitoli, ed in effetto bisognò a Costanza di
contentarlo, e nell'investitura che diede a lei ed al suo piccolo
figliuolo Federico, ancorchè serbasse loro l'assenso, nulladimanco
quasi lor impose necessità di darlo, sempre che ne fossero ricercati,
e l'elezione si fosse canonicamente fatta[191].
Ma ciò non bastando ad Innocenzio, volle egli regolare e dar norma
all'elezioni che dovean farsi in questi Regni, prescrivendo per un
suo particolar Breve spedito a' 19 novembre dell'anno 1198 e drizzato
a Costanza il modo da tenersi, il qual era che nella sede vacante
il Capitolo denunzierà al Re la morte del Prelato, e congregatosi
insieme procederà all'elezione di persona idonea, la quale eletta, la
denunzieranno al Re, e ricercheranno da lui l'assenso; e prima che
il Re non sarà ricercato dell'assenso, non s'intronizzi l'eletto,
nè si canti la solennità delle laudi; nè avanti che dal Papa sarà
confermato ardisca d'intromettersi nell'amministrazione[192]. Consimile
Breve inviò poi a tutti gli Arcivescovi, Vescovi, Prelati e Cleri
delle Chiese del Regno, perchè stassero informati di quanto egli avea
stabilito sopra l'elezioni con Costanza, il qual Breve si legge pure
fra le epistole d'Innocenzio[193].
Morta Costanza nell'anno 1199 lasciando Federico suo figliuolo infante,
ed il Regno sotto il Baliato di Innocenzio stesso, unendosi nella sua
persona ambo le potestà papale e regia, dal suo cenno pendevano tutte
l'elezioni; ma non per ciò nel tempo del suo Baliato fu pregiudicato
all'assenso, perchè Innocenzio lo dava in tutte l'elezioni, spiegandosi
che lo faceva _vice regia_, cioè come Balio, ch'era del fanciullo
Re Federico, siccome si vede chiaro dalle sue epistole dirizzate
al Capitolo e Canonici di Capua per l'elezione del lor Vescovo: al
Capitolo di Reggio: al Capitolo di Penne e ad altri[194]. E finchè
Federico stette sotto il suo Baliato e quando ancor giovanetto cominciò
egli ad amministrare e che fu in pace con Innocenzio, si continuò il
medesimo istituto; anzi presso Rainaldo[195] si legge un suo diploma
dirizzato ad Innocenzio, ed istromentato a Messina nell'anno 1211
ove prescrive il modo dell'elezioni nell'istessa guisa appunto, che
Innocenzio avea prescritto a Costanza. Oltre Rainaldo, è rapportato il
Diploma suddetto anche da Lunig[196].
Ma adulto Federico e reso più accorto di quello, che avrebbero voluto
i Pontefici romani, cominciò a conoscere l'alterazioni fatte da
Innocenzio a' Concordati stabiliti tra Papa Adriano con Guglielmo
I, e principiò a dolersi del torto fatto alle sue preminenze, e che
Innocenzio trattando con una donna, come fu Costanza e nel tempo del
suo Baliato, con un fanciullo, avea proccurato l'assenso ricercato
di necessità in tutte l'elezioni, di ridurlo ad una cerimonia e che
bastava che sol si ricercasse, perchè si dovesse dare, pretendendo di
dover'egli conoscere le cause, che si allegavano di non assentire.
Gli eccessi così d'Innocenzio e molto più de' suoi successori in far
valere queste loro pretensioni, come di Federico in pretendere il
contrario, di poter negare l'assenso quando gli piaceva, ed a suo
arbitrio rifiutar l'elezioni fatte, furono una delle cagioni, non
meno de' contrasti ed acerbe contese che insorsero poi tra questo
Principe e Gregorio, Onorio, Celestino e sopra tutti Innocenzio IV,
successori d'Innocenzio, che di gravi disordini nelle nostre Chiese;
poichè Federico abusandosi sovente di questa prerogativa, rifiutando
l'elezioni fatte, non si rimaneva fin che finalmente non quelle
cadessero sopra le persone da lui promosse. I Pontefici dall'altro
canto declamavano contro tali abusi e con molta acerbità biasimavano
Federico, che a modo suo voleva disporre delle Prelature del Regno,
quando l'elezioni doveano esser libere e non forzate; ed alcuni
resistendo apertamente a' desiderj del Re, s'opponevano con vigore e
quindi accadeva, che le nostre Chiese venivano lungamente a vacare:
altri Papi più arrischiati s'avanzavano, ad onta dell'Imperadore,
d'annullare l'elezioni fatte a suo modo, ed a provedere essi,
indipendentemente da lui le Chiese. Nel Ponteficato d'Innocenzio III,
vacando la Chiesa di Policastro, Federico rifiutò tutte l'elezioni
prima fatte, affinchè quella cadesse in persona di Giacomo suo Medico,
siccome dagli elettori già stanchi ed importunati ottenne. Ma avutosi
ricorso a Papa Innocenzio, questi dichiarò invalida l'elezione fatta
in persona di Giacomo, e fece restar ferma la prima sortita in persona
d'altri, scrivendo perciò sue lettere al Vescovo di Capaccio ed
all'Abate della Cava, che così eseguissero[197]. Papa Gregorio IX per
queste istesse cagioni con molta acrimonia riprendeva l'Imperadore,
e declamava con incessanti querele contro il medesimo[198]. Ma con
Onorio III le discordie sopra ciò maggiormente s'inasprirono; poichè
vacando molte Chiese di queste province, che lungo tempo erano per tali
contrasti rimase vedove, Federico volle in tutte le maniere provederle
di Pastori; se ne offese il Papa e gli scrisse riprendendolo con molta
acerbità ed acrimonia; ma l'Imperadore con pari vigore e fortezza
disprezzò sue lettere[199]; onde Onorio, senza tener conto di lui e
del suo assenso provide egli le sedi vacanti: a Capua e Salerno, vi
mandò per Arcivescovi, i Vescovi di Patti e di Famagosta: a Brindisi,
l'Abate di S. Vincenzo a Vulturno: a Consa, il Priore di S. Maria
della Nova di Roma: e ad Aversa, l'Arcidiacono d'Amalfi[200]. Federico
rifiutò costantemente i nuovi Prelati, non permise, che senza il suo
assenso fossero intronizzati, e gl'impedì il possesso delle sedi loro
assignate.
Quindi gli animi maggiormente s'inasprirono e proruppero poi in tanti
eccessi e disordini, ed in così strani avvenimenti, che saranno ben
ampio soggetto de' seguenti libri di quest'Istoria.