LIBRO DUODECIMO

Il Regno di Guglielmo I non tanto per le forze d'esterior nemico,

quanto per l'interne rivoluzioni dei suoi Baroni, fu tutto perturbato

e sconvolto, e si rese memorabile più per le congiure e sedizioni

contro la sua persona, e de' maggiori personaggi della sua Corte, che

per guerre e battaglie. Cagione di tanti mali fu l'aver voluto questo

Principe dispregiare le azioni dell'ottimo padre, e permettere che lo

stato della Corte, con tanta industria da colui riformato in meglio,

andasse in ruina, avendo egli que' personaggi, che Ruggiero avea tenuti

per suoi famigliari, parte condennati in esilio, e parte imprigionati.

Ma assai più che conveniva, avendo innalzato Majone di Bari a' primi

onori del Regno, e fattolo suo Grand'Ammiraglio, pose anche in sua mano

tutto il governo del Regno: e gli fu sì caro, che dove agli altri era

cupo ed austero, a costui solo era aperto e trattabile: di che offesi

i principali Baroni s'alienarono da lui in maniera, che gli posero

sossopra il Regno, come di qui a poco diremo.

Egli, morto il padre, ancorchè poco men, che quattro anni avesse

regnato in sua compagnia, fece tosto convocare tutti i Prelati e Baroni

del Regno, e si fece di nuovo solennemente incoronare in Palermo nel

giorno di Pasqua di quest'istesso anno 1154. E non guari dopo tanta

celebrità, succederono le pompe e le feste per la nascita di Guglielmo

suo secondo figliuolo, natogli in questo medesimo anno dalla Regina

Margherita sua moglie, figliuola che fu di Garzia II Re di Navarra;

poichè Ruggiero suo primogenito era nato già in vita dell'avolo[1].

Così nella Casa regale non v'erano altri Principi del sangue, che

Ruggiero e Guglielmo II ancor lattanti. Costanza loro zia, postuma di

Ruggiero, ancor era bambina. Tancredi e Guglielmo figliuoli di Ruggiero

Duca di Puglia ancor giovanetti, erano per ragion di Stato tenuti

carcerati e custoditi nel regal palazzo in Palermo: restò adunque solo

Guglielmo in età di 34 anni, senz'appoggio di parenti al governo, non

meno de' Regni di Puglia e di Sicilia, che dell'altre province e città

della Grecia e dell'Affrica.

S'aprì pertanto largo campo al Grand'Ammiraglio Majone di porsi in mano

il cuore del Re, e di governare con assoluto arbitrio i suoi Reami,

essendo egli dotato di tutte quelle prerogative, che possono innalzar

un privato al Principato. Egli era di pronto e vivace ingegno, ed abile

a qualunque più dura e difficile impresa: assai facondo nel dire,

dotato di liberalità regia, simulatore e dissimulatore espertissimo

ed avidissimo di dominare; per la qual cosa rivolgea continuamente

in se stesso varj pensieri divisando, come giunger potesse al sommo

delle dignità e degli onori; ma celava il tutto con una gran serenità

e allegrezza di volto: trattava col Re gl'interi giorni degli affari

del Regno, ed escluso ogni altro, a lui solo si comunicavano i

secreti più riposti di Stato, e le sue parole, e suoi consigli erano

solo fedeli ed accettati. Nè mancava egli, per l'autorità che avea,

d'acquistarsi da per tutto amici e partegiani, donando a suo talento i

governi delle province, le guardie delle Fortezze, ed i carichi della

milizia, essendogli Guglielmo tanto alla mano, che mai cos'alcuna,

ancorchè grande e malagevole, purchè da lui gli fosse chiesta, non gli

negò: corruppe ancora (per torsi via ogni ostacolo, che aver potesse)

l'onestà della Regina, di cui si finse innamorato, e trasse parimente

dalla sua parte tutti gli Eunuchi saraceni custodi del palazzo reale.

In breve egli era il Moderatore del Regno, e seppe cotanto ingrandir la

sua Casa, che un suo fratello, ed un suo figliuolo, chiamati ambedue

Stefani, innalzò a' primi gradi della milizia, ed il figliuolo d'una

sorella, nominato Simone, lo fece Gran Siniscalco del Regno; ed una

sua figliuola la casò con Matteo Bonello uno de' principali Baroni

del Regno; e Lione e Curazza suoi parenti, persone per l'innanzi

vilissime, vennero a sì fatta grandezza, ch'essendo morti in vita del

figliuolo, da' Monaci di Monte Cassino furono registrati i giorni de'

loro transiti in un libro, nel quale notavano solamente la morte de'

Papi, Imperadori, Re, Duchi di assoluto dominio e simili personaggi,

con quelle parole: _Curazza mater Madii Magni Admirati Admiratorum

obiit VII. Kal. Aug. Et Leo pater Admirati Admiratorum obiit VI. Id.

Septembris_[2]. Ed il Cardinal Laborante, che in questi tempi era

riputato il più dotto, ed uno de' migliori Letterati, che fiorisse in

Roma, avendo composto un libro _de Justi, et Justitiae rationibus_,

che ancor oggi si ritrova diviso in quattro parti, lo dedicò a questo

nostro Majone, come ad un personaggio in questi tempi il più illustre

e rinomato in tutta Europa.

Vedutosi perciò in tanta sublimità vennegli pensiero, come finalmente

potesse giungere al disegno di usurpare il Regno; e scorgendo non

restargli ora altro che fare, se non torsi dinanzi tutti coloro, che

potevano impedire il suo disegno, a questo solo drizzò tutti i suoi

talenti ed i suoi pensieri.

Temea egli più degli altri in tal impresa Simone Conte di Policastro

figliuolo bastardo, come si disse, del Re Ruggiero, Roberto di

Bassavilla Conte di Loritello consobrino di Guglielmo, ed Eberardo

Conte di Squillace, la cui virtù era assai nota a ciascuno, e sapea

certo non potersi nè con premio, nè con fraude corrompere la lor fede,

e conoscea, che salvi costoro, egli s'affaticava indarno. Incominciò

adunque a maneggiar la lor ruina, e conoscendo essergli mestiere

aver per compagno de' suoi consigli Ugone Arcivescovo di Palermo,

acciocchè col suo ajuto potesse recar più agevolmente a fine il suo

intendimento, essendo l'Arcivescovo uomo avveduto e di grande animo,

ed atto a qualsivoglia grande affare, ed anch'egli avido di comandare:

cominciò primieramente l'Ammiraglio, a scoprirgli pian piano il suo

pensiere, dandogli a vedere, che tolta la vita al Re, come uomo non

atto al governo e malvagio, sarebbe poscia agevolmente venuta in lor

potere la cura de' piccioli figliuoli, per la qual cosa sarebbero

essi stati Signori del tutto, insin che que' fanciulli fossero a

perfetta età pervenuti. Non volle scoprirgli l'animo, ch'egli avea di

usurparsi il Regno, acciocchè colui non si smarrisse per la grandezza

della malvagità, sperando, se potesse divenir Tutore de' figliuoli del

Re, non potergli niuna cosa più impedire il suo desiderio. Strinse

per tanto l'amistà con l'Arcivescovo con strettissimo giuramento

d'ajutarsi l'un l'altro egualmente in ogni fortuna, e fece sì che egli

divenne prestamente amico e famigliare del Re, acciocchè approvasse, e

difendesse appo lui qualunque cosa, ancorchè scellerata, ch'ei facesse.

Questi furono i fondamenti, che gettò Majone per dovervi sopra

appoggiare le fabbriche eccelse della sua ambizione: intanto surser

nuove occasioni, delle quali seppe l'Ammiraglio opportunamente valersi

per ruinare i suoi emoli, e coloro che potevano fargli ostacolo nel

suo disegno. Era, come s'è detto, morto in Roma Papa Anastagio, e

creato in suo luogo Adriano IV inglese. Questi offeso, che Guglielmo

erasi fatto incoronare Re in Palermo senza richiedernelo, secondo ciò

che i Pontefici pretendevano nelle nuove incoronazioni de' Principi

loro Feudatarj, avendogli il Re, intesa la sua elezione, mandati suoi

Ambasciadori per confermar con lui la pace, che avea avuta col suo

predecessore, egli glieli rimandò in dietro senza conchiuder niente.

Onde passato poi Guglielmo da Palermo a Messina, e di là a Salerno,

avendogli Adriano, mentre dimorava in questa città, mandato il Cardinal

Errico con sue lettere, non solo il Re non volle riceverlo, ma gli

fece ordinare, che tantosto sgombrasse dal suo Regno, ed in Roma ne

ritornasse; irritato ancora perchè nelle lettere, che a lui recava, il

Papa non gli dava il titolo di Re, ma solo di _Signore di Sicilia_,

pretendendo che non potesse egli nomarsi Re, essendosi dopo la morte

di suo padre fatto incoronare senza sua concessione ed autorità[3].

Ma Guglielmo riputando a suo scorno, che dovesse richiedere da lui

ciò ch'era in suo arbitrio, fieramente sdegnato, dopo aver celebrata

la Pasqua in Salerno in quest'anno 1155, avendo creato suo Gran

Cancelliero Asclettino Arcidiacono di Catania, gli diede il governo

della Puglia, con ordine di ragunare un grosso esercito per campeggiare

Benevento, e dar il guasto al suo territorio, e di sorprender quella

città ad onta del Pontefice. All'incontro Adriano scomunicò il Re,

il quale, oltre d'aver comandato al Gran Cancelliere l'assedio di

Benevento, ordinò ancora, che niun Vescovo de' suoi Regni riconoscesse

il Papa, nè che alcuno ricercasse da lui più la consecrazione. Indi

partissi da Salerno, e con Majone in Palermo fece ritorno.

Intanto il Cancelliero, dopo aver dato il guasto al territorio di

Benevento sino alle mura della città, tentò di sorprenderla: ma difesa

con molto valore da' Beneventani, i quali uccisero il lor Arcivescovo

per averlo scoverto amico e partegiano di Guglielmo, obbligarono il

Cancelliero a cingerla di stretto assedio; il quale tuttavia durando,

alcuni Baroni mal contenti del governo presente, istigati ancora dal

Papa, si ribellarono da lui, ed entrarono dentro Benevento, ed altri

senza tor commiato si partirono dal campo; per la qual cosa dividendosi

l'esercito, si tolse l'assedio[4]. Il Conte Roberto di Bassavilla pieno

d'ira e di mal talento ritornossene a dietro in Puglia, poich'essendo

stato, mentr'era il Re in Salerno, per visitarlo, fu per opra di

Majone sì mal veduto ed accolto, che il Re nè meno volle parlargli.

Onde il Cancelliero con la gente che gli era rimasa, e con altra che

assoldò nuovamente, passossene in Campagna di Roma, dove prese e brugiò

Cepparano, Bacucco, Frusinone, Arce, ed altri luoghi vicini; e poscia

ritornando nel Regno fece abbattere le mura d'Aquino, Pontecorvo, ed

altre Castella de' Padri di Monte Cassino[5] partegiani del Papa, e

cacciatine altresì tutti i Frati, eccetto dodici, che vi lasciò alla

cura della Chiesa, fece ritorno in Capua, ove fermossi in compagnia del

Conte Simone, con intenzione di star colà in guardia del Regno, così

per impedire ogni movimento, che avesser potuto fare i Baroni, i quali

eran da pertutto fieramente turbati dalla potenza dell'Ammiraglio, non

ben discernendo se egli, o Guglielmo era Re di Sicilia; ma più ancora

per impedire un nuovo turbine di guerra, che soprastavagli, poich'era

precorsa voce, che l'Imperador Federico Barbarossa con grande oste di

Alemagna calava in Italia.

§. I. _L'Imperador FEDERICO I, fa lega con EMANUELE COMNENO Imperadore

d'Oriente, e move guerra col Papa al Re GUGLIELMO._

Era Federico non altrimenti, che i suoi Predecessori inimico

implacabile de' Normanni, e non meno che furono Lotario, Errico e

Corrado contro Ruggiero, così egli avea drizzati i suoi pensieri

per discacciar Guglielmo dalla Puglia e dalla Sicilia, riputandolo

come usurpatore delle province dell'Imperio. Niun Imperadore ebbe sì

alti concetti dell'Imperio restituito da Carlo Magno in Occidente,

quanto costui: egli si reputava un altro Ottaviano Augusto; e che

tutte le province, ch'erano prima di quel vasto Imperio, fussero pure

nell'Asia, o nell'Affrica, o in qualunque altra più remota parte del

Mondo, appartenessero al suo Imperio, e che perciò avesse bastante

dritto di cacciarne gl'invasori; e si vide chiaro, quando avendo il

Saladino occupati molti luoghi della Siria, non si ritenne, prima di

movergli guerra, di minacciarlo se non restituiva que' luoghi, con

una terribile lettera, che volle scrivergli, rapportata negli Annali

d'Inghilterra di Ruggiero e di Matteo Paris, nella quale fra gli altri

vanti e rodomontate gli scrisse: ch'egli non poteva dissimular di

sapere, come ambedue l'Etiopie, la Mauritania, la Persia, la Siria,

la Parzia, ove Marco Crasso (che lo chiama suo Dittatore) morì, la

Giudea, la Samaria, l'Arabia, la Caldea e l'istesso Egitto, ove Antonio

effeminossi con Cleopatra, l'Armenia ed innumerabili altre province,

erano soggette al suo Imperio. Ma il Saladino gli rispose con non

minor arroganza ed orgoglio del suo, siccome si vede dalla risposta,

che vien anche rapportata da' medesimi Scrittori. Conobbesi ancora,

che niun'altro Imperadore prima di lui ebbe quella fantasia di creare

tanti Re onorari, come fece egli, il quale inviò la spada e la Corona

regale a Pietro Re di Danimarca, attribuendogli il nome di Re, al Duca

d'Austria, ed al Duca di Boemia, come abbiam narrato nel precedente

libro.

E fu cotanto a lui perniziosa questa boria di credersi Signore di

tutto il Mondo, anche delle città e luoghi particolari, che per aver,

secondo queste idee (fomentate ancora dal lusingator Martino nostro

Giureconsulto) voluto imporre leggi e condizioni molto rigorose

alla Nobiltà ed alle città d'Italia, se gli ribellò contro tutta la

Lombardia, onde nacque la ruina di Milano, come qui a poco vedremo.

Per queste massime egli reputava Guglielmo invasore, ed ingiusto

usurpatore non meno della Puglia, che della Sicilia, proccurava

perciò tutti i mezzi, ed impiegava tutti i suoi sforzi per discacciar

questo inimico della sua sede; ma considerando che per se solo non

poteva conseguirlo; poichè se bene per la conquista del Regno di

Puglia potesse unire un conveniente esercito, e far l'impresa per

terra; nulladimanco, non avendo armate di mare, era impossibile

tentar l'impresa di Sicilia: perciò sin dall'anno precedente 1154,

dopo aver intimata una Dieta a Ratisbona, avea mandati Ambasciadori

all'Imperador Emanuele Comneno, affinchè conchiudesse con esso lui la

lega contro Guglielmo[6]. Questi non meno che Federico mal soffriva

l'ingrandimento de' Re normanni, i quali non contenti d'avergli tolta

la Sicilia, ponevan anche nella Grecia il lor piede; ed insino alle

porte di Costantinopoli s'erano stesi. Guglielmo si vide in mezzo a

due potenti inimici insieme uniti e collegati. Ed era cosa veramente

da ammirare, che Federico da un canto millantava al suo Imperio

d'Occidente appartenersi i Regni di Guglielmo; e dall'altra parte

Emanuele minacciava, ch'egli ed i suoi Romani non si sarebbero mai

astenuti di portar guerra in Italia, insino che quella e l'intera

isola di Sicilia non saranno restituite al suo Imperio, donde furon

divelte[7]. Proccurò ancora Federico collegarsi co' Pisani potenti

allora in mare, che parimente contro Guglielmo si mossero; il qual

implicato ancora nella guerra, che avea mossa al Papa, ed insospettito

della fedeltà dei suoi Baroni, si vide in tanta costernazione e

malinconia, che abborrendo chiunque veniva da lui, stava sempre solo

racchiuso nel suo palazzo, trattando solamente con Majone e con

l'Arcivescovo, da' quali intendeva gli affari del Reame, non come

conveniva, ma come meglio a' loro disegni si confaceva. E Majone

intanto vedendo non potersi aspettar miglior tempo, che quello che

correa per condurre a fine i suoi lunghi divisamenti, fece credere al

Re, che il Conte erasi ritirato in Puglia pien di mal talento, non per

altro, se non perchè aspirava al Regno in virtù di certo testamento

di Ruggiero, ove dicea che succedesse costui in caso che il figliuolo

Guglielmo non fosse stato atto a governare i suoi Regni; e perciò

scrisse ad Asclettino, che lo chiamasse a Capua, e giuntovi il facesse

prigione, inviandolo sotto buona custodia a Palermo. Ma insospettito

prima il Conte di tal chiamata, e poi avvedutosi dell'inganno, resistè

al Cancelliero, che in nome del Re gli comandava, che avesse consignati

tutti i suoi soldati al Conte Boemondo, dicendogli tutto cruccioso,

che quel comandamento era di matto o di traditore, e non volendone far

nulla, si partì di Puglia, e con tutta la sua gente n'andò in Apruzzi.

Proccurò ancora Majone nell'istesso tempo, non bastandogli questo, che

il Conte Simone parimente ruinasse; poichè fatta ad arte insorgere

tra lui, ed il Cancelliere gara, e nato tumulto fra i soldati,

tal avvenimento in Corte non com'era stato, ma come a lui piacque,

descrisse, aggiungendovi, che il Conte era cagione di que' disturbi,

e che ei trattava negozi di molta importanza col Conte Roberto, a cui

egli mandava perciò secreti messi: queste lettere bastarono a Majone

di far credere al Re che il Conte Simone insieme col Conte Roberto

con molti altri congiurassero contro la sua persona per torgli il

Regno; onde Guglielmo, ch'era sempre in sospetto de' suoi più stretti

parenti, chiamò il Conte in Palermo, e senza dargli tempo da potere

addurre cosa alcuna in difesa della sua innocenza, lo fece imprigionare

con indignazione di tutti contro l'Ammiraglio, per opera di cui ogni

malvagità si vedeva avvenire.

Accadde in questo medesimo tempo, che il Re, o per grave infermità

sopraggiuntagli, o per altra cagione, si racchiuse in modo nel regal

palazzo, che per alcuni giorni non si faceva nè vedere, nè parlare da

niuno, se non dall'Arcivescovo e da Majone: il perchè si sparse fama

per li suoi Regni, ch'egli fosse morto avvelenato dall'Ammiraglio.

Questa fama divolgata in Puglia cagionò sì gravi movimenti, che si

videro in un subito molte province sconvolte; poichè Papa Adriano

non si lasciando scappar tal congiuntura sollevò tosto i Baroni della

Puglia contro il Re, e quelli che Guglielmo avea discacciati[8]. Nel

che, per l'alienazione ed abborrimento che aveano col Re per cagion

di Majone, non vi volle molta industria per tirargli alla ribellione.

Si videro perciò in un subito ardere la Calabria, la Puglia e Terra di

Lavoro in una crudelissima guerra, e piene di tumulti e di sedizioni.

Il Conte Roberto, avendo tosto ragunato un numeroso esercito ne'

contorni d'Apruzzo, sorprese molte città della Puglia poste in riva

del mare, insino a Taranto: e presa Bari, fece, col consentimento dei

suoi cittadini, spianar la Rocca fattavi non molti anni prima edificar

dal Re Ruggiero; ed avendo altresì insieme col Pontefice allettato

l'Imperador Emanuele ad accompagnare le sue forze contro Guglielmo,

ponendolo in sicura speranza di ricuperar la Puglia, e sottoporla

come prima al suo Imperio d'Oriente, ne ottenne molta gente guidata da

nobilissimi Capitani, e molta moneta, che gli inviò sino a Brindisi,

a' quali si rese quella Piazza assai considerabile pel suo porto, ove

Emanuele designava mandar più numerosa armata.

Nè minori sconvolgimenti cagionò la fama della morte del Re in Terra

di Lavoro; poichè il discacciato Principe di Capua Roberto, che sinora

avea menati i suoi giorni in Sorrento in vita privata, dissimulante

Ruggiero, onde per ciò lo dissero ancora Roberto di Sorrento[9], non

avendo bisogno che il Papa lo stimolasse, subito se ne venne in Capua,

ed occupò tantosto la sua antica Signoria, e poco da poi non solo

interamente si sottopose tutti i luoghi del suo antico Principato, ma,

passato anch'egli in Puglia, avea soggiogato quasi tutto il rimanente,

eccetto Melfi e Troja. E ne' Picentini ed in Terra di Lavoro andaron

le cose del Re così male, che non era rimasto in sua balia altro,

che Amalfi, Napoli e Salerno, ed alcuni altri pochi forti e muniti

castelli; perciocchè Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi avea presa

Sessa e Tiano, e 'l Conte Andrea da Rupe Canina il Contado d'Alife.

S'accrebbe il timore di disordini maggiori; perchè in quest'istesso

tempo Federico Imperadore di Alemagna era giunto in Roma, ove era stato

da Papa Adriano ricevuto con molta pompa, ed in S. Pietro solennemente

coronato; ed il Papa, prima della sua coronazione, s'avea da lui fatto

promettere, oltre di calar in Puglia contro Guglielmo, che senz'il suo

invito per sua propria inimicizia che avea con lui lo avrebbe fatto,

di deporre ancora i Senatori in quella città creati, e di ridurla,

come prima, all'ubbidienza del Pontefice. Ma Federico per nuove

cagioni non potè eseguirlo; perchè sopraggiunta nel suo esercito una

gran pestilenza, bisognò tornarsene in Alemagna, e fu d'uopo partirsi

ancora, per sedare nel passaggio i disordini nati in alcune città di

Lombardia, senza che, dopo essere stato coronato, avesse voluto far

nulla di quanto al Papa avea promesso; se non solo di aver affrettato

il soccorso e spinta l'armata de' Pisani contro Guglielmo.

Il Papa, ancorchè deluso da Federico, non per questo volle perdersi

d'animo ora che il tempo era a lui cotanto favorevole; poichè avendo

ragunato, come potè meglio, un grosso esercito, postosi alla testa

di quello, entrò nel Regno, e tosto s'unirono a lui il Conte Andrea

di Rupe Canina, e i mal soddisfatti Baroni: se gli unisce ancora

Roberto, che poc'anzi avea occupato il Principato di Capua, il quale

giunto in Terra di Lavoro, passò poi a Benevento, ove fu a grande

onore ricevuto da' Beneventani: dall'altra parte l'Imperador Emanuele

volendosi vendicar dell'ingiurie ricevute da Ruggiero, nel figliuolo

Guglielmo, avea mandati in Puglia Paleologo, Cominato, Sebasto ed altri

illustri e valorosi Capitani con grosso stuolo di armati, e con molta

moneta in soccorso del Conte Roberto; ed avea altresì mandato a dire

al Pontefice, che l'avrebbe aiutato a disfare interamente Guglielmo,

purchè avesse poi lasciate in suo potere tre città poste in riva del

mare di quella provincia, con li cui soccorsi il Conte Roberto faceva

aspra guerra in Puglia, e n'avea già buona parte occupata[10].

Ecco in quale stato deplorabile si ridussero queste nostre province

in quest'anno 1155 ed in quanti sconvolgimenti; la novella de' quali

pervenuta a Palermo, non bastò a scuotere l'infingardaggine del Re,

il quale rincrescendogli d'uscir dagli agi del palazzo, avea data

occasione alla falsa voce della sua morte; perchè Majone coprendo con

la tranquillità del volto l'interno affanno, non fece accorgere nè il

Re, nè altri del suo timore, onde reputò allora non esservi di bisogno

d'altro se non che il Re scrivesse a coloro, che ancor duravano nella

sua fede, ch'era stata falsa, ed inventata da' suoi rubelli la fama

uscita fuori della sua morte, e che fossero con gente armata usciti

contro di loro.

Ma se non bastarono i tumulti di queste province, per opra di Majone,

a torre il Re da quel sì lungo e profondo letargo, furono bensì

sufficienti que' che vide nella Sicilia, e nell'istessa città di

Palermo poco da poi: poichè ribellatosi il Conte Giuffredi, e scoverta

da lui la congiura di Majone, ancorchè il Re non la credesse; e per la

tirannia dell'Ammiraglio sollevatisi i Siciliani, occuparono Butera; e

tumultuando gravemente il Popolo della città istessa di Palermo contro

Majone per l'ingiusta prigionia del Conte Simone: tutte queste cose, ed

altre unite insieme, finalmente trassero il Re dagli agi del palazzo,

destandolo in maniera, che con impeto a' maggiori pericoli esponendosi

racchetò il tumulto di Palermo con far sprigionare il Conte Simone,

ricuperò Butera, ed avendo restituita quell'isola nell'antica quiete,

si risolvette di venire egli in Puglia a debellare i suoi ribelli, e

porre quiete a questo Regno; passò perciò immantenente a Messina per

valicar il Faro; e portatosi colà in quel mentre il Cancelliere, gli

furono date gravi querele dal Conte Simone, per non aver difesa come si

conveniva Terra di Lavoro; e volendo egli audacemente difendersi, non

fu inteso, anzi fu di presente chiuso in prigione ove di là ad alcuni

anni miseramente finì sua vita. Ragunata Guglielmo come potè meglio una

armata, partitosi da Messina, venne in Regno, ed a Brindisi accampossi

in questo nuovo anno 1156[11], ed avendo mandato l'Eletto di Catania al

Pontefice per chiedergli pace, con offerirgli vantaggiose condizioni,

fu per opra d'alcuni Cardinali partegiani dell'Imperador Federico

rimandato indietro senza conchiuder nulla; laonde il Re veggendosi

escluso d'ogni speranza d'accordo, senza far più parole, campeggiò

virilmente Brindisi, ove erano i Greci, ed ove s'eran ragunati la

maggior parte de' Baroni rebelli; e la strinse sì fattamente, che

Roberto di Bassavilla ch'era in sua difesa, sgomentato fuggì via a

Benevento; e travagliando il Re quella città con continui assalti, così

dal lato di mare, come da quello di terra alla fine la prese a forza,

facendo prigionieri tutti i Capitani più stimati de' Greci con molti

altri di minor conto, e buona parte de' Baroni di Puglia con altri lor

seguaci, de' quali molti fece morire impiccati per la gola, ed altri

fece abbaccinare, conquistando parimente tutte le ricche spoglie de'

Greci e grossa somma di moneta, che ivi avean condotta per gli bisogni

della guerra[12].

Passò poi il Re col vincitor esercito a Bari, ed i Baresi vedendo che

il Papa ed il Conte, che avean proccurata la ribellione, non mandavan

loro soccorso alcuno, pensarono di rendersi alla pietà del Re; e

per mitigar la sua ira gli andarono incontro disarmati a chiedergli

mercè; ma Guglielmo vedendo le ruine della Rocca, che colà il padre

Ruggiero avea edificata, la quale non guari prima i Baresi avean fatta

abbattere, rispose: _Io non perdonerò alle vostre case, non avendo

voi avuto rispetto alla mia_[13]; indi comandò, che fra due giorni

con tutti i lor beni si partissero; la qual cosa posta immantenente

in esecuzione, fece primieramente il Re diroccar le mura della città

sino dai fondamenti, indi disfar tutti gli edificj sì fattamente,

che ogni cosa fu ridotta in rovina, ed adeguata al suolo. Così rimase

affatto distrutta Bari, la qual città per la ricchezza e nobiltà de'

suoi cittadini, per lo numeroso suo Popolo, per la bellezza de' suoi

palazzi e per la fortezza delle mura, fra tutte le altre di Puglia,

era potentissima, e riputata un tempo la sede de' più gran personaggi

della Grecia. Quindi si convince l'error di coloro, che vogliono Bari,

in tempo della Regina Costanza e di Manfredi, essere stata riputata

sede regia, dove questi Principi furono incoronati; poichè Bari, dopo

quest'avvenimento, si ridusse in più ville, nè se non molto tempo da

poi riprese forma di città. E vedi intanto l'incostanza delle mondane

cose, e come tutte queste vicende servirono ad innalzar Napoli sopra

tutte le altre città di questo Reame; poichè, se allora vi rimase

Salerno, non dovranno passar molti anni, che vedremo ancora questa

città parimente ruinata e distrutta per l'ira ed indignazione d'Errico

marito di Costanza.

Prese da poi il Re Taranto con tutti gli altri luoghi di quella

provincia, che il Conte Roberto, ed i Greci aveano occupati; e di là si

condusse a Benevento, ov'era il Papa Adriano co' suoi Cardinali; e buon

numero d'altri Baroni, che v'erano fuggiti; e cingendola di stretto

assedio, afflisse di modo quella città, che il Papa, scordatosi affatto

de' Baroni del Regno, che avea posti in tanti travagli e pericoli,

veggendo il periglio, in ch'era incorso per non essersi in prima,

quando gli offeriva vantaggiose condizioni, pacificato con Guglielmo,

gl'inviò tre Cardinali per suoi Legati a chiedergli pace. Furono questi

Ubaldo Cardinal di Santa Prassede, Giulio Cardinal di S. Marcello, e

Rolando Cancellier di Santa Chiesa e Cardinal di S. Marco[14], i quali

non altrimente che fece Gregorio II quando scrisse tre lettere a Pipino

in nome di S. Pietro, così essi in nome del Principe degli Appostoli

gli chiesero, che cessasse dai danni, che faceva al romano Pontefice,

e che conservasse le ragioni della Chiesa di Dio.

§. II. _Articoli di pace stabiliti con Papa ADRIANO, ed investitura

data dal medesimo al Re GUGLIELMO: e pace indi seguita coll'Imperadore

EMANUELE._

Furono i Legati dal Re cortesemente ricevuti, ed intendendo da essi

di buon animo le proposte di pace, destinò egli dal suo canto cinque

altri suoi Plenipotenziarj per accordare gli articoli di quella. Questi

furono il Grand'Ammiraglio degli Ammiragli Majone, Ugone Arcivescovo di

Palermo, Romualdo Arcivescovo di Salerno, Guglielmo Vescovo Calano e

l'Abate Cavense Marino; i quali unitisi con i tre Cardinali fermarono

gli articoli di pace, che nella maniera, che di qui a poco diremo, si

leggono presso il Baronio: nella qual pace non furon compresi i Baroni,

ma tutti esclusi, e sol fra il Papa ed il Re fu quella conchiusa.

Venuto poi Guglielmo alla chiesa di S. Marco posta fuori le mura

di Benevento, s'inchinò a' piedi d'Adriano, da cui essendo stato

assoluto dalle passate censure, egli all'incontro in presenza di molti

Cardinali e Baroni, ed altra gente in gran numero ivi concorsa, gli

fece l'omaggio del Regno, e giurogli fedeltà, recitando le parole

del giuramento Ottone Frangipane, ed il Papa ponendogli la Corona

l'investì, prima con dargli uno stendardo del Regno di Sicilia, e

poscia con dargliene un altro del Ducato di Puglia, ed un altro del

Principato di Capua.

L'investitura, che in quest'occasione fu dal Papa Adriano conceduta a

Guglielmo, fu la più ampia e di gran lunga vantaggiosa di quante mai

fossero dagli altri Pontefici concedute a' Principi normanni; fu non

solo del Regno di Sicilia, del Ducato di Puglia e Principato di Capua

con tutte le sue pertinenze, come furono le precedenti; ma ciò che

Gregorio VII e gli altri suoi successori non vollero in modo alcuno

fare, fece Adriano, perchè anche l'investì di Salerno, di Amalfi e di

Napoli colle loro pertinenze, della Marca e di tutte le altre terre

che possedeva. Questa investitura fu conceduta non pure a Guglielmo ma

anco a Ruggiero suo figliuolo, che nell'anno precedente 1155 mentr'era

di quattro anni l'avea il padre creato Duca di Puglia e di Calabria,

ed a tutti i suoi eredi; i quali per volontario suo ordinamento avrà

egli destinati per suoi successori nel Regno come sono le parole della

scrittura rapportata anche dal Baronio: _Profecto vos nobis, et Rogerio

Duci filio nostro, et haeredibus nostris, qui in Regnum pro voluntaria

ordinatione nostra successerint, concedetis Regnum Siciliae, Ducatum

Apuliae, Principatum Capuae, cum omnibus pertinentiis suis; Neapolim,

Salernum, et Malphiam cum pertinentiis suis; Marchiam, et alia quae

ultra Marsicam debemus habere, et reliqua tenimenta, quae tenemus a

predecessoribus nostris hominibus Sacrosanctae Romanae Ecclesiae jure

detenta, et contra omnes homines adjuvabitis honorifice manutenere._

All'incontro promise il Re pagargli il censo per la Puglia e per la

Calabria seicento schifati l'anno, e per la Marca cinquecento.

(Questa Bolla dell'investitura e concordato tra _Adriano IV con

Guglielmo I_ è rapportata anche da _Lunig_[15]).

Furono in quest'occasione accordati ancora molti articoli intorno

alle appellazioni, elezioni ed altre cose appartenenti alla politia e

governo ecclesiastico di questo Regno di Puglia. Per l'appellazioni

fu convenuto, che se alcun Cherico nella Puglia e nella Calabria e

nell'altre terre vicine, contro alcun altro Cherico avrà querela

intorno alle cause ecclesiastiche, e dal Capitolo o dal Vescovo,

Arcivescovo, o da altra persona ecclesiastica di quella provincia non

possa emendarsi, gli sia lecito, se vorrà, appellarne alla Chiesa

romana. Che se la necessità, o utilità della Chiesa lo ricercasse,

possano farsi la translazioni da una in altra Chiesa. Che la Chiesa

romana possa liberamente far le visite e le consecrazioni nelle città

della Puglia e di Calabria e luoghi adjacenti, eccetto però in quelle

città, nelle quali sia presente la persona del Re, o de' suoi eredi

senza volontà de' medesimi. Che nella Puglia e nella Calabria e nelle

regioni vicine possa la Chiesa romana liberamente aver suoi legati,

i quali però debbano portarsi con ogni moderazione senza invadere e

devastare le possessioni della Chiesa.

Che anche nella Sicilia abbia la Chiesa romana le visite e le

consecrazioni; e che se il Re o suoi successori chiamerà dalla Sicilia

le persone ecclesiastiche, o per ricever la Corona o per altro bisogno,

debbano quelle ubbidir alla chiamata, e possa fargli restare e ritener

quelli che stimerà dover ritenere. Intorno all'altre cose, avrà la

Chiesa romana nella Sicilia tutto ciò, che tiene nelle altre parti del

suo Regno, eccetto che le appellazioni ed il poter mandar Legati, li

quali non si permetteranno, se non a petizione del Re e suoi eredi.

Nelle Chiese e monasterj del suo Regno possa ritenere la Chiesa romana

ciò, che ritiene nell'altre Chiese, come le solite consecrazioni e

benedizioni, alla quale pagheranno i soliti e stabiliti censi.

Intorno alle elezioni fu stabilito, che li Cherici ragunati debban

eleggere la persona che riputeranno degna, la quale terranno in

secreto, insino che al Re sarà palesata; il quale darà il suo assenso,

quando però non la giudicasse o del partito de' suoi traditori o de'

suoi nemici e de' suoi eredi, o pure non sia a se odiosa, o per altra

cagione, per la quale non la stimasse degna del suo assenso.

Tali furono gli articoli di questa pace firmati presso Benevento nel

mese di giugno dell'anno 1156, de' quali, come appartenenti allo Stato

ecclesiastico, ci tornerà altrove occasione di parlare.

I Baroni del Regno di Puglia, vedendosi contro ogni lor credenza

abbandonati dal Pontefice, e lasciati in preda all'ira del Re,

sbigottiti di tale avvenimento, prestamente fuggirono. Il Conte

Roberto da Bassavilla, ed il Conte Andrea da Rupe Canina, con alcuni

altri ne andarono in Lombardia, ricovrandosi colà sotto la protezione

dell'Imperador Federico, il quale gli adoperò nella guerra che allor

tenea co' Milanesi; ma Roberto Principe di Capua volendo anch'egli con

altri suoi partigiani uscir del Reame, essendosi avviato per lo Stato

di Riccardo dell'Aquila Conte di Fondi suo vassallo, per dove credea

poter sicuramente passare, fu per ordine del Conte insidiato, e con

tutti i suoi preso al valicar del Garigliano, e dato prigioniere in

poter del Re[16]; con la qual malvagità il Conte Riccardo ritornò in

grazia di Guglielmo, ma non potè fuggire l'infamia del tradimento. Fu

il Principe insieme con un suo figliuolo ed una figliuola, di volontà

dell'Ammiraglio, inviato prigione a Palermo ed ivi fu abbaccinato, ove

poco da poi in carcere morì. Ed ecco il fine di Roberto figliuol di

Giordano II Principe di Capua, nato di nobilissima schiatta di sangue

normanno, dopo aver tante volte perduto e ricuperato il suo Principato,

che in lui affatto s'estinse, rimanendo unito col Reame di Puglia,

come è ancora al presente; un altro suo figliuolo chiamato Giordano,

dopo questo infortunio del padre scappò in Costantinopoli, e sotto

la protezione dell'Imperador Emanuele si mise, il qual Imperadore lo

mandò da poi Legato ad Alessandro III nell'anno 1166 come di qui a poco

diremo[17].

Dopo le quali cose il Papa ne andò in Campagna di Roma, ed il Re avendo

vinti i Greci, e parte dei suoi nemici cacciati via dal Reame, e parte

posti in prigione, ed altri o fatti morire, o ritornati in sua grazia,

diede il governo della Puglia a Simone Gran Siniscalco cognato di

Majone, ed egli avendo in cotal guisa sedati i tumulti del Regno in

Palermo ritornossene.

Non minor felicità sperimentò Guglielmo nella guerra, che poco da poi

mosse all'Imperador Emanuele, poichè avendo ragunata una grande armata

sotto il comando di Stefano fratello di Majone, questi alle riviere

del Peloponeso combattè con tanta felicità quella del Greco, che

n'ottenne piena vittoria. Per la qual cosa sbigottito Emanuele proccurò

aver pace con Guglielmo, ed avendogli mandati suoi Ambasciadori, alla

fine l'ottenne, e furon riposti in libertà tutti i Greci, ch'erano in

Sicilia; ed Emanuele, ciò che prima egli ed i suoi predecessori non

vollero in conto alcuno mai fare, da questo tempo in poi riconobbe e

chiamò Guglielmo Re[18]; e fu fra di loro stabilita pace sì ferma e

costante, che da ora innanzi non si sentiranno più guerre tra i nostri

Re normanni e gl'Imperadori d'Oriente.

Così Guglielmo racchetati i tumulti del Regno, e pacificatosi col

Papa e coll'Imperador d'Oriente, si acquistò in questi principj

del suo Regno il titolo di Magno; e poteva sperarsi, che lungamente

durar dovesse questa pace, se Majone non la avesse turbata; perchè

attribuendo il Re tutti questi felici successi alla sua condotta e

prudenza, era giunto l'Ammiraglio a tanta potenza, che sembrava più

tosto egli il Re, che Ammiraglio di Sicilia; onde diessi nuovo fomento

a' mal soddisfatti Baroni di porre in campo quelle sedizioni e tumulti,

che più innanzi saremo a narrare.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 3 / 58 题