Il dottor Harding fece assai buona accoglienza a Laurence Wilmer, e
anche la temibile Jessie, messa al corrente di tutto, lo salutò con
molti sorrisi.
Il dottore non volle che si parlasse di lasciarlo ripartire quella sera
stessa, e gli fu preparata una cameretta gaia e imbiancata alla calce,
da cui, per fargli posto, Jessie portò via molte provvigioni di mele, di
pere e di cipolle.
La colazione fu assai allegra. La zia Marianna, come le fanciulle
continuarono a chiamare il loro ospite, aveva molte cose divertenti da
narrare riguardo alle sue molteplici attività giornalistiche. Parlò
brevemente della sua giovinezza, dei suoi sogni d'arte troncati dalla
morte di suo padre — tragica ed improvvisa morte che lasciava senza
risorse la madre delicata e sofferente. Parlò delle sue speranze per
l'avvenire.... quell'avvenire di cui, ormai, poteva dirsi sicuro....
Dati questi brevi ragguagli biografici, la zia Marianna non parlò più di
sè, ma riuscì a far parlare tutti: la timida Myosotis, il riservato
dottore, e Leslie, ridente e ritrosa. Anche la bisbetica Jessie,
portando il caffè, si attardò a prender parte alla conversazione
generale.
Dopo colazione le fanciulle lo condussero sull'aia a far conoscenza
delle otto galline — gonfie e immobili pel freddo — e dei tre conigli
bianchi e neri scampati alla truculenza di Whisky e di Soda e alla
ferocia culinaria di Jessie....
Quindi gli venne presentato anche un piccolo maiale, convalescente
dall'influenza, sdraiato sotto un mucchio di paglia dorata.
— È stato molto male, poverino, — sospirò Leslie colla sua dolce voce di
colombella; — bisognava vederlo! Era tutto rosso per la febbre!...
allora papà ha ordinato che gli si facessero due tagli nella coda, per
cavargli il sangue.
— Sventurato! — disse Wilmer scotendo il capo con gravità.
— Sì, era terribile, — disse Leslie. — Figuratevi che i tagli glieli ha
fatti Jessie, colle forbici. E lui gridava tanto che faceva star male
tutti. Allora papà ha pregato Myosotis di suonare il pianoforte, perchè
non si udissero quegli strilli.
La zia Marianna rise. — E che cosa ha suonato, signorina? — chiese,
rivolto a Myosotis.
— L'inno reale, — disse Myosotis, tutta arrossente; e rise anche lei.
— Con molto pedale! — soggiunse Leslie.
Allora tutti risero; e il convalescente grugnì, rallegrato da quel
piacevole suono.
In quell'istante passò accanto all'orecchio di Wilmer un insetto,
volando con sonoro ronzio.
— Oh, guarda! un «fioralato!» — esclamò Leslie.
— Che cos'è? — domandò Wilmer.
— Ma, veramente, — spiegò Myosotis, — il loro nome giusto non lo
sappiamo. Sono delle strane bestiole, che quando sono ferme sembrano dei
fiorellini verdi. Perciò le chiamiamo così.
— Pensate, — disse Leslie, congiungendo infantilmente le mani in atto di
pietà, — che non possono fare che un volo, uno solo! in tutta la loro
vita! Appena hanno volato, muoiono.
— Già. — soggiunse Myosotis, volgendo a Wilmer gli sguardi luminosi: —
le abbiamo tanto osservate: stanno dei giorni e dei giorni ferme, o
quasi ferme, su un sasso o sul muro, come se pensassero: «Adesso....
dove volerò?», E si muovono appena, adagio, adagio, come piccoli bruchi
senz'ali. Poi, d'improvviso si decidono e spiccano un gran volo!... E
appena si posano, sono morte.
— Strano destino, — osservò Wilmer.
— Voi, — chiese Leslie, col suo dolce sorriso di bambina, — al loro
posto che cosa fareste? Volereste? O stareste fermo per non morire?
Wilmer riflettè un istante.
— Credo che volerei subito, — dichiarò.
— Anche noi! — dissero insieme le due chiare voci giulive....
Oh, dolci, miti discorsi! A Wilmer pareva di tuffare lo spirito in una
fresca fonte d'acqua montanina....
Il dottor Harding, da tanti anni esule volontario da ogni consorzio
sociale, udendo quelle voci allegre uscì e si accompagnò a loro.
Un po' più tardi le fanciulle rientrarono in casa, chiamate dalla severa
Jessie per qualche faccenduola domestica; ma i due uomini rimasero
insieme a discorrere su molti e svariati argomenti.
Il dottore condusse Wilmer nel suo laboratorio e, lieto di avere un
ascoltatore intelligente, gli espose ampiamente le sue teorie sulla
profilassi e la cura della lebbra. L'enciclopedico giornalista che aveva
una conoscenza superficiale anche degli argomenti prediletti dallo
scienziato, s'interessò vivamente agli studi e alle esperienze di lui.
Con anche maggiore curiosità ascoltò le drammatiche narrazioni che il
dottor Harding gli fece riguardo ai temibili serpenti velenosi dei
tropici.
— Guardi — diceva il vecchio scienziato, curvo sopra una grande boccia
di spirito che una enorme cobra riempiva dei suoi sinuosi avvolgimenti:
— è questa la più formidabile e la più funesta delle colubridi; questa,
la subdola e silente apportatrice di morte, dal bel nome femmineo:
«_Naja Tripudians!_». Guardi che meravigliosa grazia sinuosa, che forma
simmetrica, pura nelle sue curve come la voluta di un violino.... «_Naja
Tripudians...._» — E la voce del dottore si attardò quasi con voluttà
sulle sillabe che, nei ricordi, lo riportavano alla sua giovinezza nelle
Indie, allorquando, invocato e adorato dagli indigeni come un dio, aveva
creduto alla sua missione, aveva sognato di poter alleviare tante
sofferenze, aveva sperato di liberare l'umanità da un mostruoso
flagello....
— Ah! è questa la famosa Naja egiziana! — esclamò Wilmer chinandosi per
meglio osservarla.
— Si, Naja Tripudians, — ripetè il dottore, — quel nome getta il panico
nelle popolazioni dei tropici. Ricordo il caso di un negro ch'era stato
morsicato da un rettile perfettamente innocuo, ma che, udendo
pronunciare da un mio marinaio quel nome, morì quasi istantaneamente di
terrore.
Wilmer Laurence, chino accanto al dottore, contemplava il sinistro
rettile.
— Il primo effetto del veleno, — continuò Harding, — è uno strano senso
di ubbriachezza; la vittima inciampa e traballa come se fosse ebbra. Poi
ammutolisce, per paralisi della lingua e della laringe.... Finalmente
cessa il respiro. E lo sventurato è morto. È morto; ma il suo cuore,
strano a dirsi, batte ancora....
E il dottore prese allora a parlare degli studi e delle ricerche che da
trent'anni gli riempivano spiritualmente l'esistenza; e quand'ebbe
finito di parlare dei veleni ofidici, tornò ad enumerare i suoi
esperimenti sui lebbrosi del Malabar.
D'un tratto si accorse che il suo interlocutore, pensieroso, non gli
rispondeva.
— Forse l'annoio con queste disquisizioni, — fece il dottore con un
piccolo sospiro. — È naturale che lei non si interessi soverchiamente a
questi argomenti.
E si accinse a rimettere a posto ogni cosa per lasciare il laboratorio.
— No — protestò Wilmer, — non è questo. Non è questo che pensavo....
Il dottore chiuse a chiave la porta del laboratorio e si avviò, a fianco
del suo ospite, per il viale del giardino, verso la casa. Davanti a loro
Whisky e Soda si rincorrevano traverso le sfiorite aiuole stellate
soltanto qua e là da margherite invernali, da asteri viola e pallidi
crisantemi.
— Che cosa pensava? — chiese finalmente il dottore sostando a guardare i
rami brulli e melanconici contro il grigiore del cielo.
— Pensavo, — disse Wilmer volgendo sul volto fine e stanco dello
scienziato i suoi occhi vividi, — pensavo che mentre noi cerchiamo i
rimedi alla lebbra e ai veleni di vipere in terre lontane, qui, nel
nostro paese, qui, nelle nostre città, infierisce un morbo psichico,
dilaga una infezione morale che contamina e corrompe tutto ciò che ci
sta intorno. Pensavo, mentre lei parlava della Naja egiziana, alle
vipere umane che amano mordere nelle carni pure, avvelenare le anime
innocenti! Pensavo alle «naie» sociali delle nostre grandi città, di cui
è tripudio il contaminare e corrompere ciò che ancora di candido, di
sano e di sacro è nel mondo....
Il dottore si era fermato in mezzo al viale e contemplava il compagno
cogli occhi ceruli un poco appannati; i suoi capelli bianchi e fini
ondeggiavano, mossi dal freddo vento autunnale.
— Noi, — continuò Wilmer, — noi viviamo oggi in mezzo a questa lebbra
morale e non ne temiamo il contagio; noi, ad ogni passo, sfioriamo un
rettile umano che sprizza il tossico e la morte, e non lo distruggiamo,
non gli schiacciamo la testa col piede. No. Passiamo oltre, cercando
rimedio a tutti gli altri mali: alle infermità fisiche, alla miseria,
alle rivoluzioni sociali, ad ogni guaio fisico e materiale.... Ma alla
contaminazione dello spirito, alla cancrena dell'anima che in
quest'epoca nefanda ci invade — chi porrà rimedio?... Questo io pensavo,
dottore.
Si erano fermati in fondo al viale; il vento dell'est, freddo e
rabbioso, faceva turbinare ai loro piedi le foglie morte dei roveri e
degli ontani.
Il vecchio dottore ebbe un brivido.
— È triste ciò che voi dite, — mormorò.
Poi, rivolto verso il ponente (e giù, lontano, in fondo alla valle la
nebbia si stendeva come una coltre sudicia sulle lontane città):
— Fa freddo, — disse. — Entriamo.
L'indomani all'alba Laurence Wilmer partì. Come egli stesso aveva messo
per condizione, nessuno — eccetto la vecchia Jessie, che sempre si
alzava all'alba — scese per salutarlo. Quando uscì dall'aia, pronto alla
partenza, vide che le finestre della casetta erano ancora tutte chiuse.
Whisky e Soda sbucarono da sotto un gran mucchio di fieno, stirandosi,
cogli occhi rossi, gli vennero incontro, scodinzolando, e lo
accompagnarono per un tratto di strada, giù per la ripida discesa. Indi
sparirono nella brughiera.
Ai suoi piedi il mondo dormiva, avviluppato nella nebbia.
Giunto all'ultima svolta, Wilmer si fermò e si volse indietro a guardare
Rose Cottage, addossato alla collina. Il cancello era aperto sul
giardino autunnale, coi suoi rosai spogli, i cespugli nudi, gli asteri e
i crisantemi.
E Wilmer pensò che in primavera vi sarebbero le rose....
Sorrise a quel pensiero.
Indi si volse e riprese la strada ripida che scendeva nella vallata.