_Il PRESIDENTE, QUATTRO GIUDICI, ed il CANCELLIERE al banco di
prospetto, l'USCIERE fra i Magistrati e la galleria; i GIURATI fra cui
GIUSEPPE e GEREMIA al loro posto; PROSPERA e LUIGIA sedute fra i Giurati
e il Pubblico Ministero; SILVESTRI al suo posto; VALORI seduto fra
Silvestri ed il centro della scena alla ribalta; TULLIO al suo posto di
avvocato della difesa; BOBI sulla scranna dell'accusato fra due
CARABINIERI; MARCOLINI e PETRONIO nella galleria affollata di curiosi._
SILV. _(in piedi, continuando il discorso)_. — Signori Giurati, la
concorde unanimità delle testimonianze rende breve e facile il mio
compito. — La sorte ha dato all'accusato quanto è necessario per rendere
la vita felice ed onorata, poichè egli ebbe dalla famiglia
quell'educazione del buon esempio che possono dare ricchi e poveri,
dalla società tutti gli agi d'istruirsi che la civiltà diffonde ora
nelle classi meno agiate, e dalla natura infine quella robustezza che
dopo la volontà del lavoro è il più prezioso tesoro del popolo. Dalle
informazioni raccolte dalla Sezione d'accusa noi vediamo invece che
l'obbligo della coscrizione lo trova a vent'anni nemico della casa,
della scuola, del lavoro. Ma la scuola del soldato potrebbe forse avere
qualche effetto sopra un essere che il vizio e la beffa triviale di ogni
cosa rese insensibile ai sentimenti della famiglia e della patria? Non
c'è quindi da fare le meraviglie se la sua vita militare passa quasi
tutta fra l'ospedale e la sala di disciplina; se appena congedato egli
cerca subito in uno dei cento mestieri senza fatica con cui si maschera
presso di noi la mendicità, un pretesto al suo beato non far nulla.
Vivere in istrada equivale ad avviarsi al banco di un tribunale, e noi
ve lo abbiamo già trovato sotto l'accusa di essersi appropriato un
oggetto prezioso.
BOBI. — L'aveva trovato!
PRES. — Aspettate a parlare che siate interrogato.
SILV. _(continuando, mentre Tullio piglia di quando in quando un
appunto)_. — Liberato dal carcere per mancanza di prove sufficienti,
egli muta aria, non vita, e chiede l'elemosina fingendosi vittima del
lavoro. Il cavaliere Valori ne ha compassione, e ne fa un operaio. Ma il
lavoro non migliora, anzi irrita e rattrista l'accusato, il quale alla
prima parola di rimprovero si ribella al suo benefattore, lo minaccia e
coglie l'occasione d'uno sciopero provocato da un industriale perfido ed
invidioso, per spingere i compagni ad un delitto. Cacciato invece
dall'officina, voi avete sentito come egli approfitti di quei momenti di
disordine per penetrare di notte tempo dal magazzino dei legnami nello
studio del principale con iscalata ed effrazione di una finestra, per
rubarvi la cospicua somma di lire settemila, che questi aveva a sua
saputa ricevuto nella giornata dallo zio cavaliere Egisto Vespucci; come
sorpreso dal principale istesso, in luogo di fuggire, chiudendo a
catenaccio la porta, egli lo aspetti al varco per colpirlo con una
sbarra di ferro coll'evidente intenzione di ucciderlo; e infine come
egli dia il fuoco al magazzino dei legnami sia per compiere la sua
infernale vendetta, sia per nascondere sotto le rovine dell'officina i
suoi delitti. Ma al subitaneo divampare delle fiamme accorrono gli
operai, i quali non giungono ad arrestare l'accusato, ma lo riconoscono
tutti. — Signori Giurati! Poichè le informazioni della Sezione di accusa
e le concordi deposizioni di tutti i testimoni non lasciano dubbio sulla
sua reità, io concludo. La disciplina civile, malgrado la diffusione del
sapere, è scossa nelle sue fondamenta, e mentre i più reputano che la
libertà sia licenza, un'indulgenza malintesa minaccia di far smarrire il
criterio del bene e del male. Solo argine resta, o signori Giurati, la
legge, sicura guardiana di quell'ordine che è la libertà di tutti; e
perciò io faccio appello alla vostra coscienza ripetendo coi Romani
della repubblica: _lex, suprema lex_, e coi democratici dell'antica
repubblica fiorentina: _Chi rompe, paghi!_ _(siede)_
MARC. _(sottovoce agli altri spettatori)_. — Debole, debole...
PRES. — Accusato, alzatevi. Avete da dire qualche cosa in vostra difesa?
BOBI _(in piedi)_. — L'ha da sapere come qualmente io sia sempre stato
uno de' più benemeriti giuocatori di lotto. E lo faceva, come è vero...
me, per vantaggiare il governo, e quei denari con cui piantai il banco
dopo che mi licenziai dalla fabbrica, erano giusto la vincita d'un
terno... N'ebbi dispiacere davvero per il governo; ma d'altronde a non
riscuoterli poteva averselo a male.
PRES. — Così avete detto nell'istruttoria; ma c'è un guaio, ed è che s'è
riscontrato che quel terno non fu estratto da diciassett'anni.
BOBI. — Sarà stato un ambo.
PRES. — Colla vincita d'un ambo non si mette banco, o per dire come va
detto, non si fa lo strozzino.
BOBI. — Mi meraviglio, signor Presidente; cogli impiegati, e qualcheduno
di loro lo sa...
PRES. — Tirate via.
BOBI _(continuando)_. — ... mi contentava del tre per cento.
PRES. — Al mese.
BOBI. — Che doveva pretenderli al giorno?
PRES. — Basta su ciò. Dunque negate i vostri delitti? _(Tullio si soffia
il naso)_
BOBI. — Le dirò... sono innocente... in fondo. _(Tullio si soffia il
naso più forte)_ Ma si capisce, nei giorni di rivoluzione può capitare a
tutti di aprire una finestra credendo di entrare in casa sua... Nella
confusione si butta via uno zolfino acceso senza badare dove ti va a
cascare... Nei cambiamenti di padroni non si sa più quello che è il suo,
e si dà al Valori quello che era diretto al Faustini; quello che ci fece
fare lo sciopero e poi ci piantò, figlio d'un cane, senza salvare il
babbo!
PRES. — Badate come parlate e dove vi trovate!
BOBI. — Mi scusi; m'ha messo di malumore lo stare tante ore su questa
panca... (che venga il bene a chi l'ha fabbricata!) Dunque l'ha visto
che la colpa, con rispetto parlando, è del governo che ha lasciato fare
quella rivoluzione.
PRES. — Ma come potete avere scambiato il Valori se nell'atto di
assalirlo vi scappò di dire: ah! ti colgo finalmente cavaliere! Ciò che
fa anche premeditato il vostro delitto...
BOBI _(con vivacità)_. — Per premeditato no davvero, perchè fin dal
primo dì dello sciopero glielo dissi sul muso che me l'aveva da pagare!
_(sensazione nel pubblico e nei Giurati)_
VAL. — È vero!
BOBI _(guardando Valori)_. — Oh, scusi, non l'aveva visto... Mi pare
andato un pochino a male, sa?
PRES. _(a Bobi)_. — Volete tacere?
BOBI. — Gli era il mio principale, gua'!
PRES. — Il Pubblico Ministero crede di dovere aggiungere qualche parola
all'esplicita dichiarazione dell'accusato?
SILV. _(si alza)_. — Poichè l'accusato conferma da se stesso l'accusa e
le testimonianze, non solo crederei inutile ogni altra mia
considerazione, ma altamente offensiva al senno dei signori Giurati, i
quali non hanno più alcun motivo di esitazione nel giudizio de' fatti.
_(siede)_
PRES. — La parola è ora all'onorevole avvocato della difesa. _(Petronio
e Marcolini zittiscono per far silenzio)_
TULLIO _(in piedi)_. — Signori Magistrati! Signori Giurati!
PETR. — Che bel _timbro_!
TULLIO. — Non è senza una viva emozione che io faccio sentire per la
prima volta la mia voce in questo sacrario della giustizia. La prima
volta che un uomo trovò in sè tanta eloquenza da salvare il diritto
impotente ed oppresso, quell'uomo si chiamò avvocato. La troverò io per
difendere un imputato che è anche confesso? Sì, onorevoli signori; ma a
condizione che voi sappiate spogliarvi di ogni preconcetto sociale, non
restando altro che uomini di cuore. — Il Pubblico Ministero non poteva
fare che il suo mestiere, ed ogni sua parola, siccome convenzionale, non
può essere che un pretto non senso, per non chiamarla menzogna.
SILV. _(al Presidente)_. — Io la prego di richiamarlo all'ordine.
TULLIO. — Ma non l'ho chiamata menzogna, non la chiamo; e se incomincia
coll'interrompermi...
PRES. — All'ordine... all'ordine.
TULLIO. — Chiarissimi signori Giurati, non occupiamoci adunque che del
ben più interessante individuo che vi sta dinanzi. Guardiamolo
coll'occhio della scienza. Il nostro celebre alienista ha dichiarato che
è un individuo degenerato: si capisce, è nato da padre bevitore e
stravagante. Aveva uno zio idiota ed un fratello morto probabilmente di
epilessia. C'è gente che assicura abbia avuto un cugino pazzo. Ad ogni
modo guardatelo: ha il cranio carenato cogli zigomi come i giapponesi e
un'assenza assoluta di ogni gibbosità frontale e parietale. Un vero
idiota microcefalo. Ama Valori e lo ferisce: amnesìa: pigrizia, primo
carattere dei delinquenti nati; mancanza di affetti, secondo; pensa ai
giornali, vanità delittuosa! Quest'uomo agisce adunque secondo l'istinto
naturale, e per lui non può esistere nè il bene nè il male. — E la prova
della mia asserzione, la prova della scienza sapete chi ve la favorisce?
Non par vero, lo stesso Pubblico Ministero! Difatti egli ci assicura che
fin da bambino Bobi sfugge la scuola, e adulto passa la notte in giro.
Ma perchè non ha voglia d'andare a scuola? Perchè intuisce che nella
scuola non si può imparar nulla, mentre ognuno può imparare dal sole che
la vita è luce e non ombra, e dalla natura che l'uomo vuol essere libero
e felice. Ah! sicuro, il Pubblico Ministero, nella ristretta cerchia
delle sue idee da pedagogo, preferirebbe ch'egli alla sera frequentasse
le scuole serali! Ma quale insegnamento possono esse dare che sia
superiore allo spettacolo delle armonie sideree, dalla stella che fila
alla nebulosa che svanisce? Nessuno, e perciò egli va coraggiosamente a
spasso, impiantando così le prime fondamenta al principio: _libero
scolare in libera ignoranza!_
PRES. — Un momento, signor avvocato. Mi duole di doverla avvertire che
se per caso volesse avviarsi a fare l'apologia della colpa, mi vedrei
obbligato a toglierle subito subito la parola.
TULLIO. — Oh! Dio me ne guardi, illustrissimo signor Presidente! Io mi
contento di schiarire colla scienza e colla filosofia i misteriosi e
fatali traviamenti dell'uomo, di far rilevare tutt'al più le aberrazioni
della legge. Così io domando al suo rappresentante: perchè avete
strappato ai suoi trasporti di vergine poeta il simpatico adolescente
ribelle? Per farne un soldato, per difendere la libertà e la patria, mi
risponde la legge! Ecco la sua logica; per difendere la libertà gli
toglie la libertà, ed a quest'uomo che ha per patria il mondo intero,
impone la sola Italia! E quando dal crepacuore di fare il soldato
ammala, lo mette in prigione, e quando ha ricuperato la sua libertà,
chiama vagabondaggio le inconscie divagazioni del corpo e della mente; e
quando oppresso dalla persecuzione china a terra la fronte e raccatta
macchinalmente ciò che la spensieratezza ha perduto o buttato, subito lo
accusa di essersi appropriato..... che mai?... la corona di Carlomagno?
BOBI. — Un pomodoro!
SILV. — Un pomo d'oro!
TULLIO. — Bella differenza! Un pomo d'oro! Come se chi fa i pomi d'oro
potesse mai riuscire a fare un pomodoro! Ma non vi basta calunniarlo,
tenerlo prigione senza prove, voi gli impedite di approfittare della
pubblica carità, per ridurlo così sfinito e disperato che gli paia unica
salvezza buttarsi a capofitto in quella negra bolgia che è l'officina!
PETR. e MARC. — Bene! Bravo!
USCIERE. — Silenzio!
TULLIO. — Egregi signori Giurati, credete forse che la società, che la
legge sia soddisfatta? Mai più! Non avete sentito che l'accusato aveva
poca voglia di lavorare? Come se ognuno di noi tutti, eccettuato il
Pubblico Ministero, tutte le volte che ha da mettersi al lavoro non
sentisse dal profondo dell'istinto una voce potente che lo avverte che
l'uomo non è proprio fatto per sgobbare, ma per godere, per andare a
spasso!
BOBI. — È vero, perdinderindella!
PRES. — Zitto!
TULLIO. — Eppure la bontà della sua indole è tanta che si piegava senza
fiatare a sproporzionate fatiche...
VAL. — Tirava il mantice, mi faccia il piacere!..
TULLIO. — ... e colla maestria della sua opera porgeva al suo principale
il mezzo di scialarla nelle orgie e nei tripudii.
VAL. _(scattando con impeto)_. — Io protesto!..