NOTIZIA

In quest'epoca così sinceramente democratica, come sa il lettore, nella

quale non c'è calzolaio che non arrossisca dell'antica insegna

ciabattinesca del padre suo, appena Mastro Andrea, a furia di lavoro e

di privazioni, è riuscito ad avviare benino la bottega, od ha messo

assieme un poderello, c'è da scommettere che invece di fare del

figliuolo un valente artigiano od un buon agricoltore, lo manderà a

farsi avvocato in una delle troppe e troppo inutili Università. Una

volta cotesti spostati li facevano preti e riuscivano quello che

riuscivano, meno che di decoro e di lustro al clero: ora li fanno

avvocati; vedremo con quale risultato.

Il ragazzaccio fin dall'infanzia mal avvezzo e senza esempio e

consiglio, pretensioso e villano a faccia fresca per natura, nove su

dieci riesce una forca. La bella e fragrante campagna in cui è cresciuto

e il trionfo dei colli ubertosi non gli hanno messo addosso un solo

brivido di febbre poetica, e così, a diciotto anni, non trasuderebbe una

stilla di entusiasmo per qualsiasi cosa più bella o generosa, neanco a

pigiarlo sotto lo strettoio. Nessuna meraviglia quindi ch'egli non abbia

che un ideale ed uno scopo, se stesso.

Al primo arrivare nella grande città, sebbene abituato a sentirne

motteggiare le usanze come è costume nei borghicciattoli fuori d'ogni

movimento e d'ogni istoria, prova una sensazione di scoramento, quasi

una mortificazione. Si sente piccino quanto è a corto di quattrini. Ma

poi sono tanti i compagni ed è tanta la tacita tolleranza per gli

scolari pari suoi, che si rincora presto e in meno di otto giorni

ricomincia a vociare e ad impacciare in iscuola e fuori, come se stesse

ancora per le strade del villaggio cogli altri monelli o nelle aie coi

vaccari ed i carrettieri. Non ha che una scusa: ed è che nelle

Università manca tuttora la più indispensabile delle cattedre, quella

che insegnerebbe a vivere. Il suo è un turbine di parole e di gesti più

che meridionali, nel quale si trovano, quand'è possibile tenerci dietro,

sciocchezze marchiane ma clamorose, paradossi scuciti ma sfavillanti, un

pochino di logica borghese, e in compenso molte assurdità. Sugo?

Presunzione a tutto spiano e rispetto di nulla. Poverino! La mamma lo ha

sempre tenuto per un genio e glie lo diceva, e il babbo, sentendo che

sono avvocati il deputato, il prefetto e il sindaco, sogna in lui ad

occhi aperti qualche cosa di grosso.

Nella grande città, di cui non piglia come i compagni modesti e garbati

i modi e la misura, ma soltanto il vizio più a buon mercato, non c'è

chiasso o prosopopea che basti a levarci dal basso, bisogna pur sentirsi

inferiore a molti in nascita, in influenza ed in coltura; ma questo

sentimento che nelle anime semplici e forti si fa emulazione ed

ambizione feconda, in lui non suscita che una stizza, un dispetto che

Dio sa che itterizia gli darebbero, se la grande creditrice, la società,

non gli permettesse qualsiasi sfogo contro di lei, che pure da lui non

sarà mai pagata. Egli si rivolta adunque contro la società, che non se

ne dà per intesa, e per fare tutto un fascio ed un conto anche contro la

natura e gli Dei, che proprio non c'entrano per nulla, sopratutto nella

magrissima pensione cui lo danna lo scarso assegno della famiglia, e che

ha tanta parte nella segreta ragione di sì fiera ribellione.

Questa ribellione sistematica, e perciò ridicola, ha tuttavia questo di

buono per lui che gli conquista l'apparenza d'un giovane d'ingegno:

adesso non costa di più. Ma per quanto questo battesimo, in un paese

come il nostro, dove l'ingegnaccio saltella e corre e diguazza anche fra

i vicoletti più miserabili e poltigliosi, abbia tutta l'aria di un

battesimo d'acqua senza sale, per quanto studente possa ancora valere il

fusinatesco giovane che non studia niente, c'è tuttavia nell'ambiente

delle Università più chiassose, nella fama dei professori più discussi,

nelle vaste sale delle biblioteche più polverose, un non so che di

misterioso, di imponderabile, ma di indiscutibile che avverte i più

ribelli che colla sola scintillaccia e senza un lungo durissimo

travaglio non s'arriva davvero in nessuna onesta maniera a conquistare

la lode di tutti i buoni e di tutti i valenti, a conquistare l'austera

matrona inflessibile, la gloria, quella dagli occhiali che leggono

attraverso ai panni quanto si sente, si sa, si può e si vuole.

Allora, non sentendosi il coraggio di buttarsi eroicamente a capofitto

nella voragine senza fondo dello studio per rifarsi del perduto e

precorrere a perdivista gli altri, trova che è assai più comodo dir

corna della scienza come ha fatto della società: quanto a lui, sarà

studente giusto quel tanto che occorre per essere laureato — oh la

strana parola sopra siffatto cerebro! — e quanto alla gloria, poichè è

tanto difficile essere corrisposto dalla matrona, ebbene, ci si

contenterà della sgualdrinella che ha un sorriso ed un bacio per tutti,

la nomèa. E per costei recita, scrive, pianta giornaletti politici e

letterari, dice lui, si batte in duello, si picchia colle guardie e

chissà dove domine arriverebbe in questa correntina per la scesa delle

puerilità, se non arrivasse il momento di raccomandarsi alla

pappagallesca memoria perchè non lo tradisca nella prova suprema e

questa non muti la laurea nel ponte dell'asino. È laureato come tanti e

troppi altri, e il suo nome, non importa come, venne già stampato più

volte su per le gazzette: per uno studente come lui sono due belli

scalini!

Ma che farà ora? Degli avvocati ogni anno, grazie a Dio, le Università

ne scodellano su per giù un migliaio: pochi sono i vocati proprio sul

serio, anche meno quelli chiamati per la magistratura. Il resto, dopo di

essersi pattullato un pochino colle cieche lusinghe della famiglia, si

dissemina lungo le interminabili mangiatoie della burocrazia, ben lieto

che il titolo poco sudato gli renda più facile la conquista della

cavezza.

Il meglio sarebbe ritornare a casa per soccorrere il babbo colle braccia

potenti, per ritemprarsi nella vita onesta e proficua dei campi; ma e la

nomèa? e tutto quello che gli bolle nel cervello? e i destini del mondo?

Ci deve pur essere un'avvocatura che gli dia il mezzo di spendere tanta

esuberanza di forze, che gli permetta di gittare dalla tribuna quel

grido dell'anima che raccoglie tutti gli odj, tutte le smanie di

vendetta degli oppressi..... cominciando da lui, tanto oppresso dalla

vanità?

Sicuro che c'è: è _l'avvocatura delle cause perse_, come la chiamano in

Tribunale; quella che non costa dottrina ed ha per arringo il patrocinio

di ogni cosa che solletichi la curiosità oziosa e plebea, dagli scandali

di alcova alle mattate tragicomiche della piazza; quella che può

conservare le emozioni istrioniche del dilettante, e trasformarlo ora in

mitingaio ed ora in tribuno improvvisato.

Ma non è facile esordire bene neanche in questa palestra. E poi fra i

nuovi colleghi ed i magistrati le sue alzate d'ingegno non trovano mica

più l'eco compiacente del caffè; e neanche i bisticci e gli epigrammi

con cui saettava i professori, e i chiapparelli e le fole inventate lì

per lì a canzonare i compagni, destano la risata d'una volta: anzi c'è

chi risponde al paradosso provando che ha la barba più lunga di Mosè, e

altri dimostra come l'utopia non abbia gasse nè ali per alzarsi da terra

quanto un tacchino, neanche aiutata dalle supposizioni più indulgenti e

dalle ipotesi più iperboliche. Queste piccole disillusioni nuovissime e

frequenti gli mandano sossopra fiele e nervi, e così nasce in lui il

disprezzo più cordiale per gli altri avvocati e l'odio più intenso per i

magistrati, i quali pigliano così, come di dovere, nel suo cuore il

posto lasciato vuoto, ma ancora caldo, dai poveri professori.

Eppure questo atleta che vuole scendere nel circo con armi sì meschine,

che ha più debiti che idee, più invidia che emulazione, che non ha che

la stoffa d'un comico di second'ordine, che è appunto l'ordine di chi

non ne ha, deve pure riescire qualche cosa in quell'aristocrazia di

farabutti, fra avvocati ingrassantisi di veleni, affaristi e cortigiane,

al cui benefizio più d'un pessimista afferma, speriamo bestemmiando,

avere l'aristocrazia dell'ingegno, del valore e della virtù fatto

l'Italia; e riescirà per tre ragioni una peggiore dell'altra: prima

perchè il governo rappresentativo è fatto apposta per gli avvocati, ma

più per i pessimi che per i buoni; poi perchè per valersi di tutti gli

equivoci e le contraddizioni che corrono fra l'uso e l'abuso della

libertà è proprio necessario un frutto bacato come gli è lui; perchè

infine egli che non ha studiato nè nelle scuole nè dopo, che consuma più

vino che olio di lucerna e quale lettore assiduo di giornali e di

romanzi non può che abborrire da ogni serietà di studio e di

meditazione, ha però osservato e studiato con attenzione il suo tempo e

i suoi concittadini.

Egli si è accorto anzitutto che l'istrionismo lascia i comici per

dilagare nella società, penetrando poco a poco nei costumi, nella

conversazione, nelle lettere e peggio che mai nella politica, sia perchè

il popolo è incorreggibilmente vago di saltimbanchi, sia perchè la

politica meno che il ridicolo può scusare ogni più buffa e rea

azionaccia. Cyrano De Bergerac asseriva or sono più di due secoli, gli

italiani nascere tutti comici; e alle volte pare veramente che noi

rappresentiamo in ogni sfaccettatura della vita un complesso di così

squisita e perfetta commedia, da spiegare in quale guisa il nostro

teatro non sia all'altezza della nostra gloria letteraria ed artistica,

poichè una tale eccellenza di simulazioni deve necessariamente togliere

ogni speranza al commediografo di arrivare ad emularla.....

Comunquesiasi, l'avvocatino ha intanto notato che l'istrionismo

preferisce alle espressioni schiette e semplici le studiate e sonanti,

alla passione sentita e forte la sfuriata declamatoria, ai caratteri

fieri la gente superficiale e poltrona e bracona, al fare cose grandi e

feconde le comode e fugaci fiammate d'un breve entusiasmo. E ha pure

notato che la coscienza latina è cosifatta che mentre non mostra che un

po' di stima platonica per i galantuomini, sente invece la più viva

simpatia e sollecitudine per le canaglie matricolate.

Finalmente ha osservato che la mediocrità scettica, ignorante e superba

che si è quasi infeudato ogni movimento della vita italiana, ed ha

riempito, per quanto le è stato possibile, ogni Consiglio di omiciattoli

che non si sa capire come riescano a star ritti, tanto è il vuoto del

loro cervello, ci ha in tal modo intontiti e resi indifferenti sopra

ogni riguardo, che la sfacciataggine diventa ogni giorno più l'arte

sicura di arrivare dovechessia, e dieci pagliacci potrebbero di leggieri

imporsi a centomila cittadini. Alle volte si direbbe, scorati, che i

cittadini che sentono la libertà essere la giustizia, non abbiano poi

attitudine alcuna ad unirsi per difenderla, o che disperino di far

giungere ad una vera emancipazione le classi che ancora guaste dalla

servitù sono già corrotte dalla licenza.... Ma questa indifferenza

spiega ad ogni modo l'insanabile furore di avvilimento e di disprezzo

che c'invade, e rivela all'osservatore la noia, il castigo delle

generazioni senza ideali, e, per sua conseguenza, la disposizione

morbosa ad accogliere meglio il disordine che non l'appello sempre più

uggioso del dovere.

L'avvocatino fa tesoro, gongolando, di queste brutte rivelazioni; ride

degli antichi gloriosi patriarchi della giurisprudenza italiana, ride

dell'avvocatura così bella nel suo esercizio e così nobile nel suo fine,

e si prepara alla battaglia: tre o quattro volumi fra alienisti,

socialisti e pessimisti bastano per fornire le armi; non importa come

traditi. Nè importa che la sua sia giusto la caricatura della scuola

positivista, la quale non ha mai inteso sparare che il delitto sia

_sempre_ un'aberrazione o l'effetto di una provocazione, la ribellione

il solo mezzo di risolvere le questioni più intricate, e che corruzione,

doppiezza ed ogni altra più trista vergogna non siano imputabili che al

clima e ad altre cause non volitive.

Noi non seguiremo, come ha fatto l'autore della commedia, l'avvocatino

in tribunale, nè ci meraviglieremo che quella sua furia insolente e

vertiginosa abbia colpito la platea sucida e feroce della Corte e meglio

ancora il branco pecorino e sbadigliante dei Giurati, nè che quelle

schidionate di menzogne e di vituperj possano essere gabellate quali

saggi di nuovissima eloquenza: se ciascuno avesse, non diciamo una

convinzione, ma almeno un'opinione, il pallone pieno di vento

schiatterebbe sotto le risate più clamorose; ma l'opinione, dai più, si

preferisce di comprarsela bell'e fatta, purchessia, pur che non costi,

s'intende, più di un soldo.

Inutile dire che il bel metodo riesce anche meglio quando l'avvocatino

si fodera del mitingajo o del saltimbanco per le campagne elettorali.

La farsa finisce come deve finire con tanti personaggi da farsa nei

clienti delle dimostrazioni e dei comizj, negli elettori e nei

contribuenti: l'avvocatino arriva dove arrivano tanti altri liberali del

denaro altrui, a parer persona, ai Consigli del Comune, meglio ai

Consigli d'Amministrazione, e, peggio per lui, al Parlamento.

Perchè peggio per lui? Perchè il Parlamento è il magno strizzatore di

questi limoni senza sugo!

La favola necessariamente lieve in cui l'autore aveva incarnato questo

tipo, portava dapprima per titolo: LA NUOVA SCUOLA DEGLI AVVOCATI.

Rappresentata per la prima volta in Torino, al teatro Gerbino, la sera

del 24 maggio 1874, destò un indescrivibile tumulto nel pubblico

affollatissimo. La maggioranza, gradita la satira, rideva ed applaudiva

con tanto maggior calore quant'era evidente in un certo numero di

spettatori l'intenzione di troncare la recita fin dalle prime scene:

finì per trionfare la prima, ma non senza molto contrasto. Il

Bellotti-Bon, malgrado le risate frequenti e gli applausi e le chiamate,

era vivamente indispettito; nè valeva che l'autore gli dicesse che senza

quel contrasto probabilmente il suo lavoro non avrebbe ottenuto tanti

applausi.

— _Sì, sì_, quegli rispondeva; _puoi anche aggiungere che il contrasto

prova che la satira ha toccato, forse un po' troppo, ma giusto. Ma non

basta. I comici non vivono affatto della vita sociale e non possono

capire, apprezzare e difendere la portata di un lavoro studiato sul

vero: e perciò non hanno nulla del gladiatorio. Recitano tutto l'anno un

repertorio, per lo più straniero, quasi tutto accettato ad occhi chiusi!

I contrasti li paralizzano sempre; nè vale il dire che la fischiata è

soltanto diretta all'autore, e che l'autore si dovrebbe fischiare, se

questo gusto si confà coll'educazione, in fin d'atto; che la fischiata

ad ogni modo è sempre un atto in cui con molta sciocchezza entra un po'

di vigliaccheria: alla stretta dei conti la fischiata impedisce

all'attore di essere vero, piacevole, potente, artista. E io, come i

miei comici, mi domando se non c'è un rimedio per evitare nelle repliche

ogni contrasto, ed assicurare, per quanto è possibile, l'unanimità del

successo._

— _Sì che c'è, e l'ho bell'e trovato io!_ gridò un signore irrompendo

nel camerino del capocomico, colla disinvoltura di chi recitando ogni

giorno la commedia, conosce tutti i settemila segreti dell'arte. Il

Bellotti-Bon, volgendosi, presentò al signore i tre o quattro attori che

lo avevano seguito nel camerino, ma non l'autore rimasto inosservato in

un angolo fra il portacatino e l'attaccapanni, e poi nominò lodando

cortese il signore, uno dei più noti e facondi avvocati del foro

italiano. Se il fiero castellano di Brolio aveva detto agli italiani:

siamo onesti, Giuseppe Peracchi, l'elegante e gentile attore,

raccomandava ai comici di essere almeno garbati; ma Bellotti-Bon era

sempre onesto e cortese con tutti.

— _Dunque sentiamo il rimedio._ _Già_, aggiunse con quel suo sorriso

fine fine fra la bonarietà e la canzonatura, _già si sa che sei abituato

a trovare il modo di sciogliere ben altre difficoltà in Tribunale, in

Parlamento e nei Consigli del Comune..._

— _E della Provincia_, ripicchiò l'altro. _Anzitutto pigliatela pure col

pubblico, se pubblico abbiamo, che vorrebbe lavori italiani, dice, e poi

appena accennano ad uscire dall'andazzo, li stronca_, pollice verso,

_senza pietà: te lo dico subito perchè so che è tuo privilegio non

abbandonare in nessuna congiuntura lo scrittore. Ma cotesto pubblico è

qual'è, e tocca a te ricordarlo. Ma che ti gira, venire a far battezzare

una NUOVA SCUOLA DEGLI AVVOCATI a Torino che ha la invidiabile fortuna

di averne la bellezza di ottocento? Come si fa a sognare d'avere a

questi lumi di luna un pubblico così civile quale era l'Ateniese che

accoglieva a suon di risate le staffilate con cui Aristofane lacerava le

spalle al suo Cleone ed ai demagoghi «sempre cari alle taverne ed ai

lupanari?» Questa è per te e per l'autore. E uno e l'altro, ma tu più

dell'altro, dovreste conoscere i vostri polli. E i polli di coteste

stie, che dovrei forse chiamare capponaie, sono da un bel pezzo abituati

a non trovare nella drammatica che lo sfogo di ogni stizza più o meno

ragionevole contro la legge e le autorità. Sarà sciocco; ma il teatro è

giusto il luogo, non dico come dovrei il sito, dove si dicono più

sciocchezze in prosa ed in versi e più in versi che in prosa. Finezze?

Non arrivano. Tirate? Tutte. Gli è, caro Gigi, che da noi è l'elemento

giovane che guida il pubblico in teatro: quindi è il sentimento non la

riflessione che giudica; quindi il poeta ha tanto maggior sicurezza di

riescire quanto più sono calde le botte e le apostrofi, non importa se

contro il senso comune. Io, se facessi il capocomico, non accetterei

oggi un lavoro che non fosse di scrittore anarchico, o almeno

socialista, o, alla peggio, repubblicano. E il solenne granciporro del

tuo autore sta tutto in questo, che invece di dirigere la satira contro

il Pubblico Ministero, dipingendolo assetato di condanne ad ogni costo,

e contro il Presidente del Tribunale, colorendolo quale un vecchio

odioso, inaccessibile ad ogni pietà, o magari parodiaco per sordità od

ebetismo, l'ha diretta contro l'avvocato della difesa. Sicuro, s'egli

meglio consigliato faceva proprio il rovescio, la sua commedia andava

alle stelle dritto dritto: informi il Brid'Oison, del MATRIMONIO DI

FIGARO,_ si licet parva componere magnis! _Sì, il Brid'Oison, per quanto

caricatura plateale, rispondeva allora fino ad un punto agli obblighi

d'una certa verosimiglianza; ma che deve importare ora al commediografo

se anche l'invertimento che gli propongo fosse artisticamente una

volgare riproduzione e moralmente un assurdo, un vero crimine di lesa

verità? Crede forse il tuo autore che il pubblico sappia discernere un

lavoro osservato e studiato dal vero da quello che è il frutto di

compilazioni, o di assimilazioni, quando non lo è di falsificazioni?

Allora mi sta fresco! Gli è giusto il contrario. Se il carro di Tespi

corre sopra una strada battuta, le cose vanno liscie. Ma per vie

inusate?_

_Ah! ah! che bel matto! Ma io ho bell'e capito, soggiunse ironico, gli è

anche lui di quelli punti dalla tarantola del nuovo: non gliene importa

un fico secco dei facili entusiasmi delle nostre platee; brama invece

ardentemente le acri battaglie contro la vecchia macchinaccia tarlata

del convenzionalismo, e non avrà pace se non quando poggerà vittorioso

sulle rovine del tempio antico, sui frantumi dell'ara e del Dio falso e

bugiardo! Bellino tanto! Fagli i miei rallegramenti! Ma se vuole invece

dar retta a me, faccia ridicolo non il suo avvocato della difesa, ma il

Procuratore del Re e il Presidente, e vedrà! Alle stelle! Addio, Gigi;

signori, buona notte... Diglielo, alle stelle!!_

E come era arrivato, quale una folata di vento, svanì.

Bellotti-Bon, che aveva in orrore i periodi lunghi, respirò a pieni

polmoni, guardò i suoi comici con un'alzata di sopracciglia che

equivaleva ad un: _Caspiterina, che talento! Il suo rimedio è proprio

infallibile!_ E poi, fra 'l serio ed il faceto, il più arguto e giocondo

_brillante_ che abbia avuto il nostro teatro dopo il Vergnano, disse

all'autore, tirandolo fuori per un bavero:

— _Senti. La tua commedia è una solenne birbonata, s'intende, e

quell'avvocato in fatto di drammatica è un genio, lo si vede al bujo. Ma

se dai retta a me, non mutare che il titolo perchè non serva di civetta

al paretaio. E sai perchè?_

Qui cominciò a sbottonarsi l'abito, quasi a far intendere che era venuto

il momento di levarglisi d'intorno...

— _Perchè_, aggiunse, _se lo scopo dell'avvocato nello studiare le

passioni e le ridicolezze umane è di sfruttarle, quello dello scrittore

di commedie, meno profittevole ma più bello, è di dipingerle quant'è

possibile vere e vive...._

Quanto alla commedia, è ben giusto dire che se è rimasta in repertorio,

lo deve anzitutto al valore di Giovanni Emanuel, l'attore così

proteiforme, coscienzioso e potente.

Un avvocato dell'avvenire Le Commedie, vol. 1 · 第 7 / 49 题