Senonchè, le frontiere tra la mediocrità e il cretinismo, come tra
questo e la follìa e tra la follìa e il genio, non sono così precise
e distinte da tògliere ogni perìcolo di sconfinamento a chi volesse
esclusivamente occuparsi dell'uno o dell'altro tema. È quindi
probàbile che, tra i bozzetti che abbiamo sommariamente citati,
qualcuno non appartenga veramente alla classe in cui lo si collocò;
come è possibile che al nostro occhio di dilettante ne sia taluno
sfuggito i cui pazzeschi caràtteri, quantunque meno appariscenti degli
altri, sarèbbero di non minore importanza e forse più degni di nota.
Disgraziatamente, il rimedio non è più in nostro potere; e però bisogna
che il caro lettore si accontenti con noi di fermare la sua attenzione
— màssime per quanto riguarda la forma, i sìmboli e il commento che
li costituìscono — sovra i progetti più spiccatamente mattòidi che or
passeremo in rassegna.
Il primo posto va serbato alla scienza. Essa è rappresentata dal n. 86
(_Ove speme di gloria agli animosi — intelletti rifulga ed all'Italia
— quinci trarrem gli auspici_) cioè da un professore di matemàtica nel
R. Licèo Virgilio di Màntova, certo dott. Giuseppe Tezza. _I monumenti
destinati a vivere i sècoli_ — scrive egli — _dèbbono essere robusti,
grandiosi per mole, sorprendenti per l'ordine_. Per conseguenza,
il suo monumento è _d'òrdine toscano benchè possa èssere effettuato
anche in qualsìasi altro òrdine_. Si compone di una colonna attorniata
da quattro obelischi, da quattro scalinate, e da quattro triàngoli
circondati, ciascuno, da dòdici agugliette; in complesso, quarant'otto
per qualità. Tutto spira matemàtica e simetrìa. Sulle agugliette
poggeranno i busti, sulle colonnine le statue dei grandi italiani.
Sei statue però saranno solamente precarie, con riserva di mutarle in
perpetue alla morte delle illustrazioni che rappresèntano, (come Sella,
Mamiani ed altri da destinarsi) qualora si troveranno degne di _salire
sul piedistallo_. Si vede che il _purus mathemàticus_ intèrpreta alla
lèttera i translati poètici. Per timore poi che qualche bell'umore
prenda quella sua gagliarda concezione per quel che sembra, ossia
per un giuoco di birilli, e vi faccia occasionalmente alle palle, il
prof. Tezza si dà premura di osservare che, _se il monumento non sarà
guardato da costanti sentinelle, dovrà èsser protetto da una grande
cancellata di ferro_.
[Illustrazione: _Ove speme di gloria agli animosi — Intelletti
rifulga ed all'Italia, — Quinci trarrem gli auspici._]
Anche il n. 88 predilige gli edifici sèmplici e sodi e prende esempio
_dalle rudi ma pur maestose costruzioni dei prischi quiriti che sfìdano
la eternità_. L'autore, _convinto_, perciò, _di avere trovata la
vera ed appropriata ìndole del monumento che deve concretinizzare la
gloriosa apoteosi del risorgimento italiano_, propone _di estòllere
in cima dei sette colli_ una gran cassa _quadrata di pietre_, senza
cornici nè altri risalti, una specie di bigattiera o di gabbia
per uccelli di sasso, ch'egli chiama _torre retto-quadrangolare_,
destinata _a trasportarvi e collocarvi le preziose spoglie del Re al
sicuro dai voraci flutti tiberini_. Tutto, in questa mole, è quadrato
e cùbico; ciò nonostante, l'autore confida che _le statue e i busti
innùmeri in marmo bianco e i dòdici candelabri per l'illuminazione e
i blasoni delle città d'Italia col rispettivi colori e le iscrizioni
in bronzo dorato, romperanno la moltèplice uniformità delle continue
rette, facendo risaltare il fondo roseo della nuova Tarpèa granìtica e
rilevare la voluta mesta impressione monumentale_.
Diamo quì sotto il profilo del robusto edificio:
[Illustrazione: _Le rudi ma pur maestose costruzioni dei
prischi quiriti insegnano che le opere semplici e sode sfidano
l'eternità._]
Un'altra mole faragginosa è messa innanzi dal n. 82 (_Una idèa_ 1ª__),
il quale però ci avverte che _la sua idèa e forse troppa americana
per questa parte di mondo ma storicamente lògica_. E domanda: _chi
ha fatto l'Italia? Il progresso: di progresso deve dunque la nuova
Italia farsi banditrice al mondo_. L'autore si limiterebbe a pigliare,
_per base_ del suo monumento, Castel Sant'Angelo, e nel monumento, da
chiamarsi _Gloriaedum_, porrebbe le effigi degli uòmini illustri di
qualunque età e paese. Tra essi, la statua di Cristo, _colle spalle
vôlte al Vaticano_. A giustificare poi la statua equestre del Re sul
cùlmine della ex mole Adriana, l'autore, per mostrarsi anche in ciò
ragionèvole, propone di usufruire l'antica interna salita a spirale,
rendèndola non solo accessìbile ai cavalli, ma anche ad un pìccolo
tram.
Se il n. 82 ha progettato un _Gloriaedum_, il 38, ossìa il sig.
Francesco Vallònica, propone un _Meganthropon_. Consiste in una
fortezza con su un tempio toscano. Nella fortezza gira un androne
da ospedale coi busti di tutti gli uòmini celebri. L'artista non
si accontenta di esporre il suo progetto (che è, come altri non
pochi, roba vecchia riutilizzata per l'occasione) ma vi còlloca
tutt'intorno una serie di quadri, nei quali, sotto il vetro, si
lèggono i lusinghieri giudizi che di lui hanno dato parecchi riputati
giornali italiani, quali il _Diritto_, il _Bersagliere_ e la _Gazzetta
d'Italia_. Vero servizio da amico che egli rende a que' crìtici!
Una fiera di uòmini cèlebri è pure l'idèa che ha provocato il
bozzetto n. 168 (_Dante, Vittorio Emanuele e l'Unità italiana_). Quì
si tratta di un tavolone, càrico, come quelli che rècano in capo pel
mondo i figurinài di Lucca, di statuette di gesso, nane e sciancate,
equidistanti tra loro. Rappresèntano tutte, salvo rade eccezioni, un
personaggio medèsimo, non avendo l'artista _potuto per ragione di
tempo e di salute modellarle tutte. In questo archetipo_ — così si
esprime l'autore — _non vi si trova niente di tuttociò che chiàmasi
decorazione e che è la vernice con che si abbellisce una composizione:
la impressione che se ne ricava è quindi l'effetto di linee in cui
l'occhio si riposa saporitamente, essendo quelle linee la natura
stessa in tutta la sua nuditezza_ (sic). In ogni modo, il concorrente,
affinchè non si dùbiti che egli abbia trasandato quegli abbellimenti
per incapacità, crede suo òbbligo di dichiarare, 1º che, _vìttima
della più fiera prepotenza di gente ingorda e maligna oramài sotto
l'impero della giustizia, egli non ha potuto, suo malgrado, fare nella
esecuzione del progetto il voler suo, bensì quello del potere al quale
poco mancò a mètterlo nella dura necessità di rinunziare al concorso e
pèrdere così un pensiero cotanto carezzato e che può darsi sarà quello
che più splenderà nel concorso_ — 2º _che egli prega la Commissione di
crèdere la verità delle sue parole, le quali, del resto, pòssono èssere
autenticate da fatti legali e giurìdici indistruttìbili che hanno
avuto luogo_, ecc. — La figura principale del monumento è naturalmente
quella di Vittorio Emanuele. Il Re, in mezzo a un loggiato dal quale
si scende per due gradinate semicircolari, _è in atto di chiùdere la
Divina Commedia e di prendere una grande risoluzione_, proferendo una
lunga filastrocca che si trova consegnata nel manoscritto esplicativo
e che comincia: _Sì, pòvera patria mia, tuttora tu duri frantumata_...
ecc. — _Quanto non è grande il pensiero dell'artista!_ — soggiunge con
convinzione l'artista stesso.
Segue poi una minuta descrizione di tutte le statue e gruppi e
basso-rilievi che attòrniano il simulacro del Re, e fra i nomi degli
uòmini cèlebri che vi s'incòntrano, si lèggono quelli di Cavour,
Ricàsoli, Galilèo, Colombo, Crispi, Bertani, misti agli altri di
Montezèmolo, Pianciani, ecc. Ventidue basi sono poi destinate alle
statue di _altrettanti ufficiali di grado superiore_.
Nòtisi che il monumento offre qua e là degli spiazzi da coltivarsi
a giardino, nonchè _quattro cafeaus_, i quali, _per il concetto
polìtico-militare dell'autore, hanno all'esterno apparenza di
alloggiamenti militari, ed all'interno sèrvono per alloggiarvi la
guardia che deve montare al monumento o per altri usi_.
Ma il monumento è un nulla in confronto della soddisfazione che
sente per le sue belle pensate il coscienzioso autore. _Dal fin qui
detto_ — egli scrive — _si vede che, il concetto non solo corrisponde
perfettamente al programma di concorso da non lasciare niente da
desiderare, ma che quest'ùltimo vi è svolto in modo che tutto il
monumento è una composizione artìstica_..... Di più, siccome ci
voleva un edificio che _non avesse nulla di quelli fàttisi dai greci
fino ai giorni che còrrono_, il medèsimo autore osserva che, _tanto
la maestosa grandezza che la novità si tròvano nel progetto del
concorrente_, il quale _ha una specie di convinzione che nello stile,
il suo progetto sarà solo tra gli altri, mentre egli è sicuro delle
proprietà scientìfico-artìstiche dello stesso progetto_...... Parlando
poi di una vasca da collocarsi nel centro del piano sottostante al
loggiato, vasca coi sòliti cavalli marini: _È fàcile_ — egli esclama
— _vedere l'effetto màgico che deve fare questa parte del monumento
poichè la vasca così fatta gli dà una grazia veramente incantèvole;_ ed
altrove: _l'artista arricchì il monumento del giardino nella maniera
che si vede, non a casaccio, ma a ragione veduta, imperocchè tutto il
monumento, così com'è nel progetto del concorrente, òbbliga chiunque,
qualunque sia la sua condizione sociale e finanziaria, nonchè la
sua coltura, la sua nazionalità ed anche il sesso, di dovervi andare
tutti i giorni_..... Tale monumento, _che sarebbe la delizia nel dì,
diverrebbe un'incanto nella notte, illuminato dal gas e animato dai
concerti delle bande musicali, nonchè dal mòversi, per lungo e traverso
di quei viali, di tutto un mondo di bellezza e di eleganza_ — ciò tanto
più, perchè i due «_kaffeehäuser_» sovracitati, a tergo del monumento,
_essendo ben disposti ed elegantemente messi, pòssono servire per
còmodo di quelle persone d'ambo i sessi che si tròvano a passeggiare
per tutto il monumento e ciò onde evitare a quelle persone la pena di
dover allontanarsi, pel soddisfacimento di un bisogno, da quel luogo di
delizia, nonchè di soffrire sino a che arrìvino a trovare un locale che
faccia per il fatto loro_.
Questa lodèvole preoccupazione pei bisogni dei visitatori, appare
anche, benchè meno apertamente, nel bozzetto n. 157. (_La nostra
propizia cometa_). Anzitutto, il suo autore espone, in gesso, una
_torre pentagonale di stile senza esempio_ — così egli c'informa —
_come fu il modo della costituita nostra nazionalità_. E i dieci giri
di cui si compone la torre _rappresèntano gli anni impiegati per la
costituzione della nazione. Nelle fermate havvi per ogni piano due
finestre ed una porta che mette in comunicazione colla scala interna ed
una càmera per qualunque evento potesse giùngere ai visitatori_. — Alla
torre pentagonale, l'autore aggiunge un bozzetto, parimente di gesso,
raffigurante Vittorio Emanuele _che, giunto all'apice, si arresta dando
il segno dall'alto: sotto il cavallo, la Discordia si ròsiga il dito_.
Passiamo ora rapidamente dinanzi il n. 280 (_Fannomi onore e di ciò
fanno bene_) che propone una fontana con tritoni e nerèidi, _avvegnachè
le principali battaglie della indipendenza furono combattute sui
fiumi_; diamo un fuggèvole sguardo al n. 282 (_Tricolor_) che vorrebbe,
a materiali di un suo infelice tempietto, adoprare per lo zòccolo
il granito rosso di Baveno, per le colonne il marmo bianco e per
la copertura il bronzo leggermente ossidato, allo scopo, dice, di
raffigurare i gloriosi colori d'Italia; e, medesimamente, non più
di una occhiata al manoscritto del n. 251 (_Epopèa_) che gravemente
comincia: _L'opera sapiente del Fattore dell'Universo, incombendo
agli elementi tutti la loro divisione, volle che il nostro suolo
configurasse di sua natura l'unità..._; e soffermiamoci invece qualche
istante dinanzi al bozzetto n. 32 del professor Pietro Montani.
Questo signor Montani, membro della Società imperiale russa
d'archeologìa, membro del Sìllogo ellènico, architetto in capo
della Romelia Orientale, già architetto e decoratore dei palazzi dei
sultani, cavaliere e commendatore di più òrdini equestri ed allievo
dell'Accademia di Milano — com'egli si qualifica — ha disegnato
11 tavole, di cui le prime cinque riguàrdano il monumento da lui
progettato, che è in sostanza il Pandrosio sul quale s'impernia il
tempietto di Lisìcrate, guasto il tutto da aggiunte del concorrente,
e le altre sei si riferiscono alla _struttura geomètrica della
razza italiana appresso Raffaello_ — alla _struttura della razza
dominante in Italia ed a quella della sua minorità risultante
dalla legge di atavismo_ — alla _struttura geomètrica della razza
ellènica_ — finalmente, alla _colorazione dello spettro solare e
tuoni corrispondenti rilevati dalla colorazione di un tapetto_ (sic)
_persiano di magnìfico aspetto_.
Il professor Montani principia la sua relazione pienamente in possesso
della facoltà ragionatrice, osservando che per Vittorio Emanuele non
si può erìgere un monumento individuale, giacchè la sua personalità si
confonde con quella dell'Italia intera[9]; passa poi alla descrizione
particolareggiata delle pitture e delle statue allegòriche del
monumento, che sono le sòlite Prudenza, Concordia, Vittoria, Diritto,
Valore, Giustizia, ecc.; quindi, entrato in considerazioni sullo
stile da esso prescelto, il quale stile dovrebbe èssere esclusivamente
italiano (in che modo lo faccia italiano, il signor Montani, s'è visto)
si mette a commentare Vitruvio, diffòndesi negli argomenti delle
cùpole emisfèriche e parabòliche, degli archi di cerchio parabòlici
ed a ciclòide, delle volute a spirale geomètrica ed a curve generate
da una lama che si ripieghi, della risoluzione delle diagonali che
risùltano in pianta... e vie via, si estende a parlare della legge
del ritmo, alla quale dee sottostare l'opera d'arte destinata a far
parte integrante di un monumento. Come si vede, il signor Montani,
ha già fatto assài strada per dilungarsi dal tema del concorso. Ma
non par che gli basti. La camminata gli rende sempre più spedite
le gambe, ed èccolo ch'egli scantona a discùtere dell'òbbligo che
incombe all'artista _di rispettare la struttura angolare della razza
che imprende a rappresentare._ E qui l'egregio architetto della
Romelìa Orientale, agitando la sua «marotte»: _L'animale_ — scrive
— _trovàndosi nel suo stato di stazione naturale, la projezione
ortogonale del suo profilo, fatta su di un piano che dividerebbe il
corpo in due parti simètriche, rappresenta un polìgono i di cui lati
agiacente sono fra loro riaccordati parabolicamente_. Ora, egli è dalla
forma e dalla misura di questo polìgono che si riconosce, secondo il
professor Montani, la diversità delle razze. Naturale quindi che il
disserente venga a trattare delle caratterìstiche delle varie speci.
Raccogliendo qualche pensiero dal suo dotto fascìcolo, troviamo che
_le speci dei brutti_ (sic) _sono uniformi, mentre la specie umana è
polimorfa... La caratterìstica italiana e il triàngolo equilaterale...
Negli accoppiamenti eterogenei, la caratterìstica dei prodotti è
rappresentata da una caratterìstica risultante dal prodotto degli
ìndici delle caratterìstiche degli individui accoppiati. Così l'ìndice
della caratterìstica trìgona essendo 3 e quello della pentàgona
essendo 5, il loro prodotto sarà 15, indice di una caratterìstica
quinquepentagonale_......... Indicati poi diversi àngoli particolari
e generali delle razze e ricordato il dovere di ogni buon artista di
porvi mente: _i greci_ — soggiunge il signor Montani — _dàvano alle
loro òpere la caratterìstica decapentagonale, pur si trattasse di
effigi di cavalli. Gli egizi_, però, _riuscìvano meglio nei leoni che
non i greci, avendo con essi identità di caratterìstica... Così, la
caratterìstica encagonale_ (sic) _è fortemente accusata dai giapponesi,
l'eptagonale dagli atzechi_, ecc.
Tanto poi per camminare un altro tantino fuor di propòsito, il signor
Montani accenna _alle opere di pittura, le quali oltre alla servitù
del ritmo ed alla legge di struttura, sono anche astrette all'armonìa
del chiaroscuro ed a quella del colorito_. E però entra a parlarne,
dichiarando di non voler cangiare la sua memoria in un volume — e
va a finire _nello spettro solare che si divide in 12 intervalli, i
quali raffigùrano la colorazione che si trova in uno splèndido tapetto
persiano_; concludendo di aver scritto la sua diffusa e confusa
spiegazione _per obedire al dettame della legge di concorso, ove è
detto che i concorrenti dèbbono chiaramente spiegare quanto intèsero di
fare_.
Impigliàmoci ora nel mare algoso delle allegorie.
Il signor Romaniello, che è quell'impiegato telegràfico cui già abbiamo
accennato, _benchè dilettante, ardisce presentare una colonna ottàgona_
tutta sìmboli (bozz. 147). Su questa colonna — così ci spiega l'autore
— _il Genio della Indipendenza preme col piede un gioco d'aratro rotto
e quasi consumato dalla sua fiàccola; ha nella sinistra un globo; ai
polsi i ceppi spezzati; sulla fronte la stella intorno, l'alloro; e sul
cucùzzolo un'àquila.... Sotto, la Sfinge, che rappresenta la scienza
polìtica_.
Quanta roba!
La colonna è pure la forma preferita dal n. 7, che ha per motto del suo
lavoro queste vispe strofette:
_Fisò in seno all'avvenire_
_I suòi sguardi rilucenti,_
_Pesò il carco degli eventi,_
_Corse, infranse e trionfò;_
_E l'Italia in suo desire_
_Nella pompa riaquistata,_
_Ossequente, lieta e grata_
_Il suo serto a Lui donò._
Il n. 7 ci disegna dunque una colonna, che quì appresso riproduciamo.
Secondo il concetto dell'autore, rappresenta l'unità della patria[10].
Gli stemmi di tutte le città italiane ne rivèstono il càndido fusto
dorati e colorati e sono incatenati ciascuno con tre anelli (Concordia,
Amore e Prudenza). Lo zòccolo è di marmo rosso, come la balaustrata; il
capitello è verde. Su i quattro gradini del piedistallo, sei leoni di
marmo giallo _da 1400 libre l'uno_, non un'oncia di più nè di meno.
La macchinosa colonna è poi circondata da altre quattro minori,
dedicate _ai quattro genii degli ex regni d'Italia_. Nella decorazione
predòminano amorini, urne del plebiscito ed orologi. Questi ùltimi
_ìndicano l'ora del trionfo in ciascuna città che formava la capitale
di ogni ex Stato_.
[Illustrazione: _Fisò in seno all'avvenire — I suoi sguardi
rilucenti, — Pesò il carco degli eventi,_]
Per la forza delle allegorìe, il n. 7 è però vinto dal n. 142 —
ossìa dal sig. Luigi Gatteschi, il quale ha fatto un grosso arco di
cartapesta e di trionfo, guidato dai seguenti concetti:
_Nel piano della parte superiore s'innalza la grande massa di nùvole in
cristallo, opaco in buona parte, e naturale ove occorra lumeggiare le
nubi, e sopra, la statua equestre in bronzo del gran Re...._
_Il pensiero predominante in detta parte del monumento, che è la
principale, è stato quello di rappresentare il Re Vittorio Emanuele,
che, posato su di un focoso destriero, trasvola nelle regioni celesti,
avvolto in un manto di gloria._
Che l'abuso dei translati e dei sìmboli non sia — in ogni modo — un
privilegio del poètico pòpolo della penìsola itàlica, ce lo pròvano
molti bozzetti venuti dall'èstero, e, tra gli altri, questi:
Il n. 162 (_Per aspera ad astra_) che, a giudicare dal manoscritto,
è lavoro di un tedesco, dividerebbe il monumento in tre parti, da
costruirsi in tre differenti riprese. La prima ricorderebbe l'imàgine
di Vittorio Emanuele, nella sua migliore età (45 anni), abbigliato
da cacciatore, con cane e fucile, ed _in marmo nero, per raffigurare
il lutto degli italiani_. La seconda sarebbe costituita da un'altra
statua di pari grandezza e di pari colore, da porsi spalla a spalla
con quella di Vittorio: cioè la statua di Umberto I in uniforme di
generale, coll'elmo in pugno. La terza infine, da collocarsi tra i due
sovrani in modo da far con essi un triàngolo (comechè figura perfetta
e che ricorda la divinità) rappresenterebbe il principino di Napoli,
anch'esso della stessa grandezza e nel medèsimo marmo del padre e
dell'avo, vestito di frac e in cravatta bianca, e colle tàvole delle
leggi sulle braccia.
Molto più ardito del tedesco, è però l'inglese n. 296 (_U.S.A._), che
ci disegna un obelisco zeppo di simboli nella elegantìssima forma che
quì a lato riproduciamo.
[Illustrazione: _U.S.A._]
Quadrata è l'ara che sopporta la guglia ottagonale e rappresenta, su di
una faccia, _la coltivazione della mùsica presso gli italiani_; nelle
altre tre, _la coltivazione della pittura, le bèlliche disposizioni
dell'època, e la luce dell'intelletto che fonde le catene delle
prigioni_. Il marmo è di un grigio chiaro, _emblema di giorni lieti_.
Sotto l'ara, giàciono quattro grossi calepini incatenati: Galilèo,
Boccaccio, Petrarca e Dante. Indicano _the chained conditions of
thought_ ai tempi di que' quattro scrittori. _Marble of the block to
be dark, heavenly clouded, with sudden streaking of white, running
thorough. Represents the dark days of thought lighted by irreprensible
intellect._
Sotto poi ai libroni, un gran tronco di albero con corteccia _growing
on Rome. Represents the growth of Italy on the fall of Rome_. Intorno
al tronco una viva vite forma la parola «Italia». La vite è un emblema
della prosperosa vita italiana. _The stump is Italy._
Nè basta; ma otto grandi radici si innàlzano dagli àngoli dello zòccolo
ottagonale inferiore; quattro di esse dispàjono subitamente: le altre
quattro si svilùppano fin quasi alla cima dell'obelisco, decorato da un
pupazzetto di stile cinese.
Intorno allo zòccolo, otto scene allegoriche ricòrdano, in marmo scuro,
i tristi giorni di Roma[11].
Torniamo ora tra i nostri concittadini. Vi ha chi ci chiama per
proporci un affare.
E questi è il n. 98, che, coerentemente, si fregia per epìgrafe
delle parole «_ad onore di S. E. il ministro Magliani_». Il suo
monumento è una delle sòlite colossali puddinghe, sovra la quale si
eleva un gruppo rappresentante _il buon senso di Vittorio Emanuele_.
Il monumento è denso di allegorìe e di strafalcioni. Vi si scorge,
ad es., _un ardito giòvane (il 1848) che strappa un velo con modo
sdegnoso dalle mani di una vecchia dal volto grinzoso ed ipòcrita (la
calunnia)_, vi si tròvano parecchi gradini che condùcono alla sommità
e sono posti di fianco _perchè la Rivoluzione dovette divèrgere ed
usare per raggiungere la meta, spesso, mezzi soltanto legittimati
dall'indiscutìbile necessità_. Quanto però dà maggiormente nell'occhio
è la proposizione con cui si chiude il manoscritto illustrativo.
«_Edificando il monumento_ — scrive l'artista, ammiratore di Magliani,
— _L'Italia darebbe una somma ad usura alla curiosità mondiale. Il
monumento entrerebbe cioè nel nòvero di quelli per visitare i quali
è stabilita una tassa d'ingresso. Da ciò conseguirebbe che in breve
corso di anni, lo Stato avrebbe dalla tassa ricavato, oltre le spese
di custodia e di manutenzione, la somma sborsata, rimanendo poi sempre
fonte di lucro_.»
Ma affrettiamoci alle gemme della collezione.
Sono tre.
La prima reca il n. 163 ed il motto: _hanc ratus sum partem meam_.
Il suo autore _non è nè ingegnere nè architetto ma ha sempre avuto
trasporto per l'architettura_. Scusatosi per _la temerità della sua
fatica_, propone l'erezione, in mezzo ad un lago, di un tempietto
di forma quadrata che figurerà un galleggiante. Nel tempietto, le
cèneri di Vittorio Emanuele. Il lago, tutt'intorno, sarà rotondo ed
_ottusangolato_. Il tempio poggierà su quattro piloni a ciascuno de'
quali sarà attaccata _una barchetta di pietra_, e, sovra il ponte di
ciascuna barchetta, un leone pure di pietra, _adagiato col corpo ma con
testa alta e maestosa_. Nel tempietto si leggeranno quotidianamente
messe. Non si aprirà al pubblico che qualche volta nell'anno, in
occasione di feste nazionali od altre solennità, e il pùbblico vi
accederà per mezzo di un ponte di ferro che rimarrà nascosto sotto il
lago, nell'acqua, durante il resto dell'anno e si alzerà mediante un
giro di manubrio. A capo del ponte, lungo la balaustrata che circonda
il lago, due pilastri con due statue, rappresenteranno l'una, l'Italia
che, _con una coppa in mano versa di continuo le sue làgrime nel lago_
(al quale scopo sarà praticato un opportuno canaletto nella schiena
della stessa Italia); l'altra, _suo_ figlio Umberto. I giardini che
fan corona al laghetto, verranno divisi tra le principali persone
domiciliate a Roma. Ciascuna avrà l'esclusivo uso del suo giardinetto.
_Naturalmente_ — soggiunge l'autore — _il monumento sarà collocato
dove ci sia dell'acqua_, non però troppo in vista, perchè il continuo
aspetto del medèsimo lo renderebbe _stucchèvole_. Non si dissìmula
che la sua idèa non possa venir presa in alcuna considerazione; spera
pur tuttavìa che la Casa Reale concorrerà nella spesa e conclude,
osservando che trova inùtile di presentare il modello del suo progetto
_essendochè, dalla lettura del manoscritto, ciascuno può dire di avere
dinanzi a sè il monumento_.
Ne offre, in ogni modo, la pianta che è questa:
[Illustrazione: _Hanc ratus sum partem meam_]
1. Casa per i custodi del monumento.
2. Pianta della chiesa.
3. Loggiato.
4. Gradinata.
5. Strada.
6. Piazzale.
7. Statua equestre.
8. Statue minori.
9. Giardini.
10. Marciapiedi.
11. Balaustrata.
12. Lago.
13. Barche.
14. Tempietto.
15. Ingresso.
16. Piazzale.
17. Strade.
_N. B._ — I punti isolati che sono in questa pianta, denòtano il luogo
ove si dèbbono piantare gli alberi.
L'altra preziosità del concorso è il sig. Arìstide Mariani (n. 197) il
quale ha rivestito di creta una faragginosa pignoccata, pinza di roba
allegòrica, che poi spiega partitamente in una voluminosa relazione.
Ringraziata la sorte per aver potuto _misurare le forze in così grande
arringo_, il sig. Arìstide comincia a distìnguere fra lavori obbiettivi
e subiettivi, disserta sui quattro sensi in cui si dèbbono intèndere
le scritture de' nostri antichi poeti, fà una passeggiatala tra i
Volsci, i Rùtuli, i Greci, i Latini, gli Etruschi, e, ripromettèndosi
compatimento _se le dèbol leve del suo ingegno non gli permìsero
di elevarsi quanto avrebbe meritato la natura dell'àrgomento_,
nonchè sperando che _gli sarà riconosciuta la schietta e calorosa
manifestazione dell'ànimo suo_, addita, come acconcio monumento, un
_tessuto ùnico e complesso, intricatìssimo, un vero intreccio dinàmico
di linee quale soltanto potrebbe riscontrarsi nella volta celeste, un
intreccio insomma da formare ciò che dìcesi una epopèa, il quale cùmolo
è il vero monumento da erìgersi al padre della patria_.
E, perchè maggiormente risalti la ragionevolezza della sua proposta,
egli osserva che _archi, templi, colonne_, tutto insomma si sfascia e
perisce: altro mezzo, quindi, non resta, per salvare nella perpetuità
il gran monumento, che di fabbricare addirittura una colossale rovina.
Riconoscendo però di _aver detto nebulosamente quanto nebulosamente
gli fermentava nella mente e dubitando di aver sognato come sognava
l'antica fàvola; — Omero — _egli scrive — _dice che dalla mente di
Giove procede il sogno_. Cita quindi i versi di Virgilio: _At Venus
aetheros inter Dea candida nimbos_, e quelli di Dante: _Dentro del
monte sta dritto un gran veglio_, con quel che segue; rimembra, sempre
a propòsito, l'avventura di Enèa e Didone, parla dell'odio che _è
antico quanto l'amore_, della caduta dell'impero romano, _causata
dalla Grecia_, fà una giaculatoria di una paginetta a Vènere (_E ora,
tu, o celeste idàlica Dea ecc._) e se la piglia colla _fiera_ Giunone
non sazia della distruzione di Troja, vede ad un tratto un _vecchio
antico_ nel mezzo di un arco trionfale e, domandato chi è, si sente
a rispòndere _dalla falce_ che è il Tempo, vede _ali d'àngelo e ali
di pipistrello, l'Italia del nord e l'Italia del sud_, la notte con
_veste coperta di stelle che regge due putti ossìa il giorno clic
nasce e il giorno che muore_, incontra il _radiante cocchio del sole,
il carro della libertà, e la quadriga del Cristianèsimo che esce dalle
catacombe_, si ferma a due acquedotti, con cascatelle di vetro, _ermi e
diruti, siccome le due arterie maggiori delle passioni umane_, scorge
pure _l'albero de' sogni, il serpe dell'Eternità_, poi Vestali che
consèrvano il fuoco sacro e _Clio che presiede alla storia_, e i nemici
della patria che precìpitano a capofitto nel _bujo di una spelonca,
l'Averno dei Greci, nato dal Càos e dalla Notte_. — _Il solo gruppo
dell'Italia risorta_ — soggiunge il sig. Mariani — _che pareggiasse
per la fattura il Laocoonte, basterebbe a tramandare epicamente alla
posterità l'autore del nostro risorgimento_. Fatta quindi un'altra
orazione _a Giove Statore_, si riassume dicendo: _nebulosamente ho
appena intuito il concetto complessivo del mio lavoro e con màssima
fretta impressi nella creta quel lampo di un'idèa forse grande che il
mio sogno dettava... Il tempo non mi ha consentito, per ora, di fare di
più, e, nel bisogno di calma e di riposo, torno a riveder le stelle_.
Intanto, acciochè il pubblico possa interamente comprènderlo, il
sig. Mariani, ha appiccicato al suo quintale d'incòndita creta alcuni
tabelloni dimostrativi, i quali ci danno il seguente inventario dei
sìmboli ch'egli sognò di abbozzare.