(Raccolti da _A. Provenzali_ — Livorno, G. B. Zecchini, 1874.)
_Matrimoni e vescovati son dal Cielo destinati_, questo già si sa, ma
in Corsica non si contentano, come i babbi e le mamme in generale, di
dare una mano al destino; vorrebbero rendersene padroni addirittura, e
tenaci negli amori come negli odii, il desiderio di perpetuare i
primi, muove talvolta i genitori a fidanzare fino dalla culla i loro
figliuoli. Seduta presso la culla della sua bambina, la madre còrsa
vagheggia col pensiero il giorno in cui la vedrà sposa felice, e
cantandole la ninna-nanna descrive i costumi nuziali del suo paese.
Recherò qui alcuni versi di una di queste canzoni singolari, che ne
compendia i principali, e mi servirà quasi di testo.
Quandu anderetti sposata
Purteretti li frinèri[501]
N' anderetti incavalcíata
Cun tutti li mudracchèri[502]
Passeretti insannicciata[503]
A caramusa imbuffata.[504]
Lu sposu n'andrà davanti
Cu li sò belli cusciali
Vi saranno tutti quanti
Li sò cugini carnali
Alla Zonza di Tavèra[505]
Vi faranu la spallera[506].
Quand'arrivate a lu stazzu[507]
Duve avete poi da stani,
Surterà la suceroni,
E bi tuccherà le mani;
E bi sarà presentatu
Un tinedru di caghiatu[508].
Frequenti sono i matrimoni fra consanguinei e si considerano come i
meglio auspicati: — _L'equa core e lu sangue strigne_, sogliono dire,
e: — _Fra i nemici la spada, fra i parenti l'amore._
I costumi patriarcali dell'isola favoriscono queste unioni. In molti
paesi i giovinetti e le fanciulle si dilettano de' giuochi che
simboleggiano le nozze o almeno l'amore. Non soltanto come altrove
nella stagione quando il cuore sembra aprirsi ai dolci affetti, ma in
ogni lieta solennità si porta in giro un albero fronzuto, si pianta
dinanzi alla casa delle belle, e lì canti e suoni senza fine. Altre
volte, e specialmente per S. Giovanni, invece di piantare _lu
macchiu_, si brucia un tronco e spesso un albero intiero, fanciulle e
giovinetti intrecciano le danze intorno alla grande _fucaraja_, e
prima di separarsi si abbracciano cordialmente salutandosi col nome di
compari e comari di _abruschiu_[509].
Questi ed altri simili giuochi amorosi sono più frequenti nella valle
del Tàravo e nei monti del Coscione ove è maggiore la innocenza dei
costumi, e dove i matrimoni si sogliono contrarre in più tenera età.
Appena una ragazza tocca i sedici anni, se è niente niente belloccia
e non le si conosce alcun amoretto, le comari brontolano queste od
altre parole: — _Ogni scuffiaccia bole la sua barittaccia, e
quest'occhiu di sole, questo specchiu d'e zittelle non avrà il suo
innamuratu!_ — E i poveri genitori si sentono rintronare il poco
gentile proverbio: — _Donne e vinu sbruglia magazzinu._ — E la mamma
che si strugge di trovare un buon marito alla figliuola, intanto che
lo cerca, le ricorda i sacramentali proverbi: — _Donna di finestra,
donna disonesta_ — _Donna di specchiu distrughie la casa_ — _Alla
donna pazza piace più lu cembalu che lu frenu_.
Nè dal canto suo il babbo si dà pace, finchè non vede il figliuolo
colla sua brava sposa al fianco e gli va ripetendo: — _Dona bona, bale
più che uno casale_ — _Dona da bene val più di ogni bene_ — _Dona bona
bale una corona_ — ed altre massime simili, tanto che, persuaso alfine
che _Senza moglie a lato l'uomo non è beato_, e che — _Chi ha la dona a
lu locu ha vinto lu jocu_[510] — si decide a scegliere una compagna.
Nulla dirò dei pronostici, giudizj e pregiudizi che guidano questa
scelta, nè del modo di fare la domanda, o del ricambio dei doni
nuziali, chè ciò menerebbe per le lunghe, correndo grande varietà fra
i diversi cantoni e, come dicono gli stessi isolani: — In Corsica tanti
paesi e tante usanze.
Il Valery ne cita una singolarissima. Egli afferma che a Bastèlica
fino al 1817 non si soleva celebrare nozze in chiesa se non per la
Madonna di agosto, lo che non impediva che in ogni tempo, e più
specialmente durante la vendemmia, si facessero solenni promesse di
matrimonio, suggellate da una festa domestica detta dell'_abbraccio_,
perchè tutti gli astanti avevano diritto di abbracciare la sposa, la
quale dopo il ballo se ne andava a convivere collo sposo, aspettando
l'agosto seguente per santificare l'unione.
Quasi tutte le spose còrse vanno fornite di un compiuto abito
nazionale, del quale noterò le _faldette_[511], il _telu_ e il
_mandile_. Le _faldette_ o _fallette_ sono un'acconciatura di seta o
di filo nero o celeste scuro che copre il capo a guisa del velo
comunemente chiamato _mesere_. Si attacca alla vita con delle
cordelline, è piuttosto ampio, tanto da poter ricoprire le braccia e
le mani. Il _telu_ è una specie di faldetta, ma più piccolo, e non
essendo attaccato alla vita somiglia più al mesere. Il _mandile_ è un
fazzoletto che le popolane portano, come le donne di Procida,
attorcigliato al capo ed annodato con bel garbo da parte. In casa lo
tengono talvolta anche le signore. E di _toilette_ basti. Ho voluto
far cenno delle _faldette_ perchè tengono frequentemente luogo del
velo nuziale e della cuffia bianca arricciata che portano le novelle
spose.
Veniamo ora al giorno solenne, giorno di gioia pura, di universale
allegrezza, nel quale anche le inimicizie talvolta cessano, o per lo
meno fanno tregua, perchè nulla turbi la santità del rito.
In molti villaggi la sposa trova sui gradini dell'altare un cestello
ricolmo di fiori e di frutte che suol tenere in mano durante la
benedizione.
Salutati dagli spari dei _masculi_ (mortaletti) e dalle acclamazioni
del popolo, gli sposi escono di chiesa, e nei paesi più ricchi di
cereali, lungo la via si suol gettare in capo alla sposa riso, grano e
farro, come augurio di fecondità.
Oltre quest'uso che ricorda le cerimonie nuziali indiane, greche e
latine ve ne sono altri parimente di origine antichissima. Tutte le
volte che la sposa passa vicino ad un torrente vi tuffa le mani e
prega il Signore che le mantenga l'anima e il corpo puri come quella
limpida onda.
In alcuni villaggi dei distretti di Ajaccio e di Sartène, nei monti di
Coscione, e nella Valle del Niolo si suol fare lungo corteggio alla
sposa. Gli uomini che spesso a cavallo l'accompagnano al villaggio
dello sposo, sono chiamati nel dialetto oltramontano _Mudracchèri_ e
nel cismontano _Mugliacchèri_ (da _mulier_). Arrivati a mezza strada,
s'incomincia una bizzarra pantomima. I parenti della sposa si fingono
corrucciati e risoluti di riportarla seco; ella stessa mostra di non
voler proseguire il cammino. Lo sposo domanda il perchè. Si risponde
che la fanciulla deve ritornare alla casa paterna. Egli allora la
prende bravamente per un braccio, e, forte dell'autorità del Vangelo,
le comanda di seguirlo. I parenti cercano opporsi, gridano,
minacciano, si dà mano ai bastoni e alle schioppette. La sposa si
mostra perplessa, frattanto vengono i _paceri_: la pace è presto fatta
e ricomincia l'allegria con forti grida e schioppettate all'aria.
Talvolta il contrasto è mosso dalle parenti e dalle amiche della
sposa, e non occorre dire che in tali casi il baccano è maggiore, come
infiniti sono i dispettucci che la malizia di tutte quelle donne
immagina per far disperare il povero sposo.
Anche presso i Romani i genitori della sposa si fingevano pentiti di
lasciare la figliuola partire dalle pareti domestiche per andare in
altra casa. Alcuni viaggiatori narrano di aver trovato una simile
costumanza presso gli abitatori della Polinesia. Ma non allontaniamoci
tanto.
Oltre i _Mudracchèri_ anche i _Frinèri_ fanno parte del corteggio
nuziale, anzi lo precedono. Si chiamano così alcuni giovani che
portano una conocchia (_Frenu_) ornata di nastri e fiocchi e con un
fazzoletto pendente dalla cima a guisa di banderuola.
Spesso si usa fare la _Travata_ e _Parrata_ detta anche _Spallèra_,
specie di siepe o serraglio, che s'inalza nelle vie per cui passa il
corteggio, e si fa dalla gente del villaggio in cui la sposa va a
prender dimora. Quello dei _Mudracchèri_ che riporta il _trionfo del
vanto_[512], cioè galoppando giunge primo alla _parrata_, ha il
diritto di offrire alla sposa su di un canestro pieno di fiori le
chiavi della casa coniugale, congratulandosi con poesie, come ad
esempio questa:
«Che mai cerchi, o peregrina,
In un lido a te straniero?
Non più oltre t'incammina,
Chè vietato t'è il sentiero.
Ma se sei la sposa amante,
Di colui che t'è dappresso,
Deh! t'arresta un solo istante
E avrai libero l'ingresso.
Ora accetta, o bella, in dono
Di bei fior questo mazzetto,
Fior che dolci pegni sono
Di un fraterno e puro affetto.
Poi del tetto conjugale
Prendi tu le chiavi ancora,
In cui scevra di ogni male
Possa far lunga dimora.
Ora il cielo benedica,
Cara sposa, il vostro imene
E con man prodiga e amica,
Vi ricolmi di ogni bene!»
Presi i fiori e le chiavi, la sposa ringrazia la comitiva, fa un
cenno, e la _parrata_ si leva, la gente dei due villaggi si ricambia
dimostrazioni di affetto e insieme unita accompagna la sposa fino alla
casa dello sposo.
Sulla soglia, per lo più adorna di fiori e ghirlande di lauro, sta la
suocera, non burbera in volto e colla mestola alla cintura, come in
tanti altri luoghi, ma raggiante di gioia dà la mano alla nuora e le
presenta il mazzo delle chiavi, per affidarle il governo della
famiglia, quindi le porge una conocchia ed un fuso ornati di
pimpinelle, e la saluta con questo canto che si chiama della _buona
ventura_[513]:
«Siate boi la ben venuta,
Cara sposa in questa casa,
Che boi siate bona e astuta
Ne so' certa e persuasa.
Diu vi dia qui bona sorte,
Longa vita e santa morte.
Ecce ormai la vossa rocca
Cu lu fusu e cu la lana,
Di accudì tuttu a boi tocca
Ch'e' so' becchia e pocu sana.
Ora entrate e Diu ci dia
Pace e gioia. E cusì sia!
Beninteso che molte suocere rivogliono subito le chiavi, e dopo
essersi date _pro forma_ il titolo di vecchie, a quattr'occhi colla
nuora parlano un altro linguaggio.
Una signora di Corte mi raccontava che la sua suocera, che fu per lei
una seconda madre, non appena si erano trovate sole le aveva detto: Di
grazia, voi che d'ora innanzi sarete chiamata la sposa, non permettete
che io sia detta dai servi la padrona _vecchia_.
Finita la canzone, la suocera presenta agli sposi un barattolo di
latte quagliato, essi ne prendono una cucchiaiata, quindi ne gusta
tutta la compagnia. Intanto la più stretta parente del nuovo marito
avvolge un lungo nastro color di rosa dietro le spalle della coppia
felice e la trae seco nella sala, ove è già apparecchiato il banchetto
nel quale non manca mai di figurare il piatto nazionale detto
_Fiadone_, torta fatta di uova e _brocciu_, che è una specie di
ricotta dolcissima composta di fior di latte, miele o zucchero.
Prima di sedersi a tavola, usa in alcuni luoghi che allontanati per un
momento gli uomini e i ragazzi, le donne fanno sedere la sposa su di
uno staio pieno di grano, e toltane ciascuna una manciata gliela
versano sul capo, girandole attorno e cantando in coro la seguente
_ballatetta_, cogli augurii espressi nella quale io termino ben
volentieri questa cicalata:
Dio vi colmi di ogni bene,
Figli maschi in quantità,
Senza duoli e senza pene.
Dio vi accordi lunga età,
Poi vi accolga in Paradiso,
L'un dall'altro mai diviso!