Giorni per le nozze e loro durata.
Nel capitolo intorno ai cibi e banchetti nuziali, vedemmo come a Riva
di Chieri e nell'Albese si banchetti tre giorni, ma al terzo giorno
soltanto si mangi il tacchino. Con ciò s'intende che la giornata vuol
essere grassa; grassi i cibi, grassi i discorsi, grasse le opere; lo
spirito è vinto dalla carne; o, in una parola più esplicita, il
matrimonio si consuma. Ma, perchè tre giorni d'attesa? Perchè l'uso
indo-europeo è questo. E perchè sia tale l'uso indo-europeo, Gobhila,
antico autore indiano, ci mette in via d'indovinarlo. «Dopo tre notti,
egli scrive, ha luogo la copula, dicono gli uni; tempo opportuno per
la copula è il momento in cui alla sposa che si trova nel mese è
appena cessato il sangue.» Il mese lunare e il mese delle donne
facendosi corrispondere, si comprende ancora perchè dagli antichi si
preferisse per la celebrazione de' matrimoni il plenilunio e il
novilunio, e la luna o Lucina ne fosse la proteggitrice. Celebrandosi
poi i matrimonii, appena la fanciulla divenisse matura, si capisce
perchè si ponesse tanta attenzione a que' tre giorni famosi, e
all'indomani soltanto de' tre giorni le nozze si consumassero.
Col tempo, serbandosi l'uso, se ne dimenticò la ragione; l'uso
medesimo, per questo stesso obblio della sua origine, a capriccio de'
preti si abusò, qual mezzo di penitenza, imposto agli sposi. Così,
nell'India stessa, secondo il commentatore Pàraskara, si danno già,
oltre all'astinenza delle tre prime notti, astinenze di sei, di dodici
notti ed anche di un anno. Così il professor Cristoforo Baggiolini mi
scrive che un certo parroco del Vercellese imponeva per ordinaria
penitenza ai nuovi maritati di astenersi per dieci, quindici ed anche
venti giorni dal far letto comune; a Gallarate e Turbigo gli sposi
rimangono divisi per otto giorni; in Valtellina usano fare omaggio
alla Vergine de' gaudii maritali ritardati per tre notti. Così una
misura semplicemente igienica, al modo stesso che il divieto assoluto
di ogni carne nell'India e della carne porcina presso gli Ebrei, e pel
venerdì e sabato, della carne grassa presso i Cristiani, divenne un
comandamento religioso. Nel medio evo, in Italia, era generale l'uso
tra gli sposi di fare un po' di astinenza, ma, come rilevo dal
Muratori, non tanto per conformarsi all'uso oramai invecchiato, quanto
per obbedire al precetto della Chiesa[416]. In Grecia, passavano pure
generalmente tre giorni prima che gli sposi consacrati si
unissero[417]; e lo stesso avveniva in Roma[418]; il cristianesimo vi
mise di suo una nuova superstizione; lasciò credere, cioè, come in
Germania[419] si crede, che le tre notti di astinenza siano necessarie
per iscacciare il Diavolo e salvare la povera anima. Nelle _Edda_,
«Gerd piglia tempo nove notti prima d'acostarsi a Frey. Frey risponde
al messaggio: una notte è lunga, due son più lunghe; come passarne
tre?» È noto come, nelle _Edda_, il numero simbolico nove, tiene quasi
sempre il posto del tre. Nel Belgio la stessa usanza; e presso i
Turchi ancora lo sposo si unisce con la sposa solamente il quarto
giorno[420].
In Italia, noto la presenza di quest'uso a Riva di Chieri, ad Alba
Monferrina, nel Milanese, nella Valtellina, nel Pesarese, nel Fanese,
nell'Osimano, nell'Umbria, nel Teramano, e nell'Arpinate. Nel
Genovesato lo osservava fin dal secolo decimoquarto il Sacchetti[421].
Ma se gli sposi acconsentono a darsi tanta mortificazione, cercano poi
la via di alleviarla, occupando i tre giorni di astinenza con feste.
Ed ecco, per qual motivo le feste nuziali sogliono in parecchi paesi
durare più giorni; ecco per qual motivo, se incominciano il lunedì,
finiscono il giovedì, se incominciano il giovedì, finiscono la
domenica, se incominciano il sabato, finiscono il lunedì; esse hanno
da durare da tre a quattro giorni; ma non è caso che alcuna festa
nuziale, fatta secondo il rito, s'incominci in Italia di mercoledì o
di venerdì.
Il venerdì essendo giorno di magro, non è possibile che in detto
giorno si pensi ad un connubio; per il mercoledì, alle Langhe di Alba
Monferrina, corrono due proverbi: _sposa mercorina è peggiore della
brina, e sposa mercorina fa andare il marito in rovina._ Il lunedì in
vece, ossia il giorno sacro alla luna, il giovedì, ossia il giorno
sacro a Giove tonante, e la domenica o il giorno del Signore, giorno
del sole, sono considerati come propizii. Quanto al venerdì, sembra
sia stato escluso dal solo ricordo cristiano della passione di Cristo,
in memoria della quale si impose il digiuno; poichè, al contrario,
come giorno sacro a Venere dovea esso preferirsi nelle nozze; e di qui
spieghiamo perchè il venerdì, o giorno di Freia, sia ancora in
Germania uno de' giorni prescelti per le nozze[422], ed anzi
precisamente il giorno in cui gli sposi si uniscono[423].
Detto de' giorni, può giovare il conoscere quali stagioni l'uso
indo-europeo preferisca per la celebrazione delle nozze. E qui pure è
sorprendente come la razza indo-europea palesi la sua unità.
Nell'India, in Grecia, in Germania si designava come tempo propizio
alle nozze quello che passava fra l'equinozio d'autunno e quello di
primavera, ma specialmente l'inverno.
Presso i Romani, secondo Macrobio[424], erano funesti alle nozze i
quattro giorni dopo le calende, le none e le idi. Nella Francia
medievale, si celebravano i matrimoni dopo il Natale[425].
In Italia, il maggior numero di matrimonii si fa in carnovale, o sia
nell'inverno. Tra gli altri mesi dell'anno, si sfugge particolarmente
il maggio, per il proverbio siciliano che dice: «_La spusa majulina
nun si godi la curtina_», variante del proverbio latino che diceva:
_maio nubunt mala_[426].
In Sicilia, si evita ancora il mese d'agosto, come nefasto per le
nozze; uso superstizioso oggi, ma in origine fondato, senza dubbio,
sovra alcuna ragione naturale.
In Persia tutti i tempi dell'anno son buoni per le nozze, eccetto il
mese del _ramazan_, e i dieci giorni dell'Ashur, ne' quali si celebra
la morte di Hussein.
Sovra i quali usi particolari nondimeno corre spesso l'uso generale
del buon senso, il quale permette nozze a qualsiasi stagione
dell'anno, ove la necessità lo porti; e vi è necessità, osserva
l'indiano commentatore di Âçvalàyana, e pecca anzi quel padre che non
riconosca una tale necessità, ogni qual volta ei «non mariti la
figliuola, appena è diventata donna.»