Sulla soglia.
Le soglie della porta, nella dimora dello sposo, si ornavano pel
ricevimento della sposa. In Grecia, secondo Plutarco, le si coprivano
di rami d'ulivo e di alloro; in Roma, con bende di lana e fiori, dopo
averle unte con grasso di lupo e di porco. Lo sposo indiano, giunto
con la sposa alla casa maritale, le diceva: «_Io sono IL, e tu sei LA,
io sono il Saman e tu sei la Ric', io il cielo, tu la terra; uniamoci
e facciamo figliuoli_[374].» Presso i Romani, già notammo come la
sposa con la formola: _ubi tu Gaius, ibi ego Gaja_, che recitava pure
alla soglia della casa maritale, intendesse significare la sua parte
di dominio; e si cita presso la _Zeitschrift_ del Wolf[375], l'antica
formola tedesca, che diceva: «_Dove io sono l'uomo, là tu sei la
donna, e dove tu sei la donna, là io sono l'uomo._» È notevole poi
l'uso comune fra Roma antica e l'India, che lo sposo o chi per lui
sollevava di peso sopra il limitare della casa la sposa, la quale non
doveva nè toccare le soglie, nè esserne toccata. Per l'India vedica,
ricordano quest'uso l'_Atharvaveda_ e il _Kàuçikasütra_; per Roma
antica, Plauto[376], Catullo[377], Lucano[378].
Non ripetendosi la medesima cerimonia per le vedove, parrebbe quasi
che le soglie toccate dalla sposa dovessero toglierle quello che le
rimaneva di più prezioso; gli antichi tuttavia preferivano vedere in
tale cerimonia un nuovo simbolo del rapimento; e ad essi si accosta
Augusto Rossbach, il dotto illustratore degli usi nuziali di Roma
antica[379].
Nella Grecia moderna, il signor Zecchini osservò l'uso seguente:
«Quando la giovane è giunta alla porta, su d'un crivello distendesi un
tappeto, e sopra esso la si fa camminare nell'atto che si approssima
al marito. Se il crivello non si rompesse sotto i suoi piedi, ned essa
manca di pesarvi con tutto il suo corpo, nutrirebbesi in suo danno
alcuni sospetti che allarmerebbero lo sposo.»