Il rapimento della sposa.
Risaliamo qui ancora al mito, ed all'epopea che ne deriva. In questa
prima tra le creazioni artistiche dell'umano intelletto, il Dio o
l'eroe si conquista la sposa, sottraendola al suo guardiano, che la
tiene occulta. La giovine sposa, allieva delle fate, cresce nelle
tenebre; il giovine sposo, altro allievo delle fate, esce anch'esso
dalle acque tenebrose[355]. Il giovine sposo, sottrae alle tenebre la
giovine principessa, ossia la rapisce ai draghi, ai demonii; e in
altre parole più brevi e intelligibili, il sole sposa l'aurora, la
figlia della notte. Questo è il più frequente motivo mitico ed epico.
Ed a questo motivo io riferisco la cerimonia del rapimento che occorre
talvolta nell'uso nuziale indo-europeo. Gli scrittori romani, notando
l'uso, vollero spiegarlo come una reminiscenza dell'antico ratto delle
Sabine; e trovarono a' dì nostri, molti critici, che ripeterono
senz'altro quelle stesse origini dell'uso. Ma chi consideri come il
ratto delle Sabine sia un avvenimento del mito, e non della storia, e
come Romolo sia l'eroe dell'epopea latina, e però stia fuori degli
avvenimenti terrestri[356] e chi consideri ancora come, presso altri
popoli, i quali non ricordano nella loro storia alcun ratto di Sabine
lo stesso uso si conserva, non vorrà confermare un pregiudizio che
nacque in tempo in cui il cielo mitologico era chiuso alla critica
quanto e più forse dell'astronomico.
Il principe degli sposi, lo sposo visibile d'ogni giorno, lo sposo
celeste, lo sposo alle nozze del quale con Sùryà è dedicato un intiero
inno vedico, i cui versetti servirono poi nell'antichità indiana di
formole per il cerimoniale delle nozze, il sole, insomma, servì di
modello agli sposi. Egli sposa l'aurora e la rapisce dal potere
sinistro de' genii della notte: l'aurora versa la rugiada; la sposa
rapita deve necessariamente piangere. Ma il sole rasciuga la rugiada;
lo sposo non piange, ma rasciuga il pianto della sposa. L'uso ed il
fenomeno celeste, a vicenda, si dichiarano.
Vediamo ora come quest'uso siasi mantenuto. Dionigi d'Alicarnasso lo
chiama _greco ed antico_[357], ed è noto come a Sparta la cerimonia
nuziale fosse un vero rapimento che lo sposo faceva d'accordo coi
parenti. Nel rito romano, ai tempi di Catullo[358] il marito fingeva
di rapire dalle braccia della madre la sposa. La stessa finzione si
rinnova nell'uso nuziale sardo; e a Casalvieri, nell'Arpinate, la
forma del rapimento è questa:
«Lo sposo accompagnato dai parenti trova chiusa la casa della sposa;
nè, per picchiar ch'ei faccia, alcuno lo sente; onde, tutto smanioso,
ne domanderà i vicini che rispondono di non saperne nulla. Allora egli
si aggira per quei dintorni ed, in un fosso, troverà una scala a
piuoli rotta in qualche parte; egli, racconciatala, con questa sale
per una finestra nella casa della sposa. Dopo molto cercare trova la
sposa nascosta in qualche cantuccio, e con essa egli discende ad
aprire la porta della casa tutto festante ed allegro. Allora il padre
e la madre della sposa gli dicono: «_Or che l'hai ritrovata l'hai
meritata_», ed il padre di lui presenta innanzi la porta della casa ai
genitori della sposa una coscia di pecora, dicendo: «_ecco la carne
morta e dateci la viva_[359].» Dopo di ciò, la sposa viene benedetta e
consegnata allo sposo, che la mena verso la sua dimora.
La stessa cerimonia del rapimento è nell'uso Turanico. Per l'Ungheria,
me lo fa supporre la consuetudine che vi si mantiene del
_serraglio_[360]; per i Turcomanni, il Boqueville attesta come, dopo
una viva lotta simulata fra gli amici dello sposo e i parenti della
sposa, questa, resistente, viene portata via, di fuga sopra un
tappeto; per i Finni è ancora il _Kalevala_ che ci istruisce. Lo sposo
finnico come l'indiano e lo slavo viene o manda a pigliar la sposa con
un carro tirato da cavalli. La sposa piange a lungo e non sa
decidersi; la madre le rimprovera quell'abbandono; un fanciullo la
consola; le comari la consigliano intorno ai doveri; alfine lo sposo
mena via la sposa ed i ragazzi cantano: «_Un uccello nero è venuto dal
fondo della foresta fino a noi, e ci ha rapito una bell'oca._»