Allegrezze perchè si fa la sposa.
In Germania, la vigilia delle nozze, i ragazzi rompono tutte le
vecchie stoviglie della casa, levando grida di gioia. A Gallarate e
Turbigo, in Lombardia, il più ardito vicino entra di soppiatto nella
stanza ove la compagnia nuziale festeggia, e getta in mezzo ad essa
una scodella di terra, che naturalmente va in pezzi; dalla strada
allora i ragazzi fanno strepitosamente evviva alla sposa. Nel Fanese,
la suocera presenta alla sposa una pentola piena di cenere e di
cattive erbe; la sposa la butta in terra; e quanto più minuti pezzi se
ne fanno, più il matrimonio sarà felice e fecondo. In generale, per
tutta Italia, si ha per buon augurio che in giorno di nozze si rompa
qualche cosa. Ed è troppo evidente di quali guasti sia simbolo, una
tal cerimonia, perchè io abbia bisogno di interpretare il malizioso
proverbio Perugino: «_se si rompe qualche cosa è male per la sposa._»
Ai ragazzi che fanno festa agli sposi, soglionsi ancor gettare
confetti, ciambelle e noci, che ricordano le _nuces juglandes_ de'
Romani. Allora i ragazzi se ne vanno via contenti e le loro grida
risuonano soltanto di lunghi evviva. Ma guai se si tardi o si neghi ai
gridatori il dono; le grida si fanno insolenti; non si rompono più
cocci, ma vetri e tetti, e si fa ingiuria alla sposa, come se questa
nell'unirsi ad un uomo, abbia incontrato la massima tra le vergogne.
Già Astolfo re dei Longobardi poneva una multa per impedire in Italia
l'abuso di gettare immondizie sopra la sposa[347]. Gli _Statuti di
Firenze_ del 1415[348] proibiscono che si gettino sassi contro o sopra
la casa, dove le nozze si fanno; gli _Statuti di Città di
Castello_[349] vietano che si gettino pietre, o immondizie o si faccia
strepito alla casa di chi fa nozze; un decreto finalmente della
Repubblica Veneta del 1562[350] ha quanto segue: «_Nelle feste che si
faranno di nozze, come di compagnie, et di cadauna altra, siano del
tutto prohibiti li festoni sì a porte et fenestre come in ogni altro
loco, nè possano usarsi tamburi, trombe squarzade, et simili
instrumenti, nè meno alcuna sorte di codette, o altra artiglieria._»
Pure lo sparo di mortaletti, schioppi e pistole e il suono di campane
continua ad accompagnare la festa nuziale in molti luoghi d'Italia,
come pure in Germania; ma non in segno di spregio alla sposa, sì bene
di festa. I giocolieri o _troctingi_ medievali sono sostituiti dai
presenti _torottotela_ subalpini e buffoni marchigiani, e
montenegrini[351], i quali accompagnano il suono e il canto di
movimenti assai grotteschi; anzi, presso Novi Ligure, il buffo è lo
sposo medesimo, il quale precede la comitiva, spiccando salti
meravigliosamente bizzarri, fra gli evviva della folla. Il violino e
la viola sono poi gli ordinarii strumenti coi quali si rallegra ora la
marcia nuziale ne' contadi d'Italia, se bene dei tamburi accennati nel
decreto della repubblica veneta vi siano ancora vestigia tra noi[352].
Nella marcia romana e greca, le tede o fiaccole, simboliche del fuoco
domestico e del fuoco generatore acceso dalle madri, ornavano la pompa
nuziale. Nell'uso moderno, gli sposi non portano la candela fuori
della chiesa, gli Slavi, e i Tedeschi che ne fanno uso, avendo per
costume di donarli al prete, come gli Italiani del medio evo[353]. È
singolare tuttavia l'uso di Civita di Penne, ove, all'uscire degli
sposi dalla chiesa, si presenta un uomo con una grande paniera, adorna
di dolci e nocciuole infilate, sul capo, e in mezzo alla paniera un
grosso lume.
All'uso delle tede nuziali vuolsi evidentemente ascrivere l'origine
della burlesca espressione italiana _far lume_, che vuol dire
assistere a bocca asciutta al godimento degli sposi o innamorati.
Nell'India ancora, si porta una lampada accesa, mentre la sposa muove
alla dimora dello sposo, qualunque sia l'ora del giorno, non
volendosi, di certo, sopprimere al fuoco il suo simbolo, che in questo
caso, non è tanto d'illuminare quanto di augurare alla sposa vigilanza
e fecondità; così, nell'India vedica, gli sposi si facevano precedere
dal fuoco nuziale che non doveva estinguersi mai; e una formola
conservata dall'_Atharvaveda_[354], da recitarsi mentre la sposa
entrava in casa, le raccomanda il fuoco e l'acqua, come l'uso romano
voleva che la nuova sposa fosse accolta con acqua e fuoco. Quanto
all'origine della cerimonia, è possibile che sia mitica; l'aurora, la
prima delle spose, la sposa del sole, ci presenta anch'essa alle sue
nozze un fenomeno di fuoco ed acqua, ossia di luce e rugiada.