IX.

Nozze per ordine superiore.

Notai di sopra, come la casta guerriera abbia mostrato, più di ogni

altra, rispetto alla donna; ma alla casta guerriera corrispondeva pur

troppo, nel medio evo, un reggimento feudale; e nel reggimento

feudale, la sola padrona rimaneva donna; il resto, o maschio o femmina

che fosse, si considerava come cosa vile e venale. La libertà de'

matrimonii era fra gli infimi vassalli interdetta; e, mentre pur si

voleva si moltiplicassero perchè si moltiplicassero le braccia al

lavoro, ciò si voleva in quel modo e con quelle condizioni che

piacesse meglio al signore di imporre. Tra i Lettoni, per relazione

del signor Henriet, prima dell'ultimo decreto imperiale per la

emancipazione de' contadini, si raccoglievano in un determinato giorno

di festa dal padrone i giovani e le ragazze della terra in una

osteria; rinchiusi nell'osteria per un'ora, il fattore distribuiva

loro noci e pane pepato. Ricevuto il qual dono, proprio delle

nozze[156], i giovani e le ragazze si sceglievano e uscivano quindi,

a due a due, dall'osteria per farsi benedire.

Della proprietà sembra lecito il disporre a piacere; finchè pertanto

resta per legge o l'uso tollera che il lavoratore sia un annesso della

terra lavorata per il signore, quest'ultimo può trattare l'uomo e la

terra al modo medesimo. Non recano quindi meraviglia le sentenze delle

_Assisiæ Hierosolym_[157], che proibiscono il matrimonio di alcun

contadino, sia maschio o femmina, al di fuori della terra, senza che

il signore della terra in cui il contadino è passato ne restituisca

l'equivalente al proprietario.

Sopra i servi della gleba aveva dunque il signore feudale potestà

suprema per le nozze; egli le ordinava od impediva a sua posta; le

ritardava, interrompeva, aggravava senza che alcuna autorità venisse a

limitarne gli arbitrii. E potrebbe forse essere un resto infelice di

tali consuetudini l'uso che, scomparso quasi intieramente in Francia,

si mantiene ancora in Piemonte dove la contadina che si sposa porta al

suo padrone una specie di coccarda fatta con nastri, la quale chiamano

_livrea_. Cosiffatta _livrea_ viene pure distribuita fra le varie

persone che gli sposi intendono invitare alla festa nuziale, e

particolarmente al banchetto dove il padrone interviene, se egli lo

voglia, come di diritto[158].

Qualche riserbo maggiore si osservava nelle forme, quando la sposa non

era già una contadina, ma soltanto una vassalla sottoposta al gran

feudatario. Il feudatario le domandava quello che nel medio evo

chiamavano _maritagii servigium_. Egli mandava tre de' suoi baroni

alla donzella, con l'intimazione: _Signora, voi mi dovete il servigio

di maritarvi_[159]. Essa era costretta ad eleggerne uno. Permesse le

nozze, dovea quindi pagarsi con più maniere di balzelli al feudatario

il _nuptiaticum_ o diritto di nozze, il più esecrando de' quali che

aveva nome _marcheta_, dovrò più oltre illustrare[160]. All'incontro,

se il feudatario menava moglie, non pagava nessun tributo ad alcuno,

fuorchè al re, e imponeva a' suoi vassalli un tributo novello,

chiamato _auxilium_ od _aiuto_. Che al re si dovesse una specie di

tributo per nozze, lo argomento dal brano di una carta di Enrico III

re d'Inghilterra, ove si proibisce a' signori qualsiasi maritaggio

senza il consenso reale[161].

Nel Dekhan, il re ha facoltà d'imporre un maritaggio, quando un

pretendente rifiutato gli si presenta a cavallo di alcuni rami di

palma, lacero e insanguinato per le ferite, onde il proverbio

dekhanico: «per gli amanti disperati non vi è altra salvezza che il

cavallo fatto con rami di palma[162].».

Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore · 第 36 / 141 题