L'autorità del padre e del fratello nelle nozze.
La famiglia è una monarchia, dove il padre fa da re; se il padre
manca, il maggiore de' fratelli ne sostiene le veci.
I re sogliono considerare il regno come una loro proprietà; così il
capo di casa o _capoccia_, come lo chiamano in Toscana e nell'Umbria,
in molti codici umani, possiede moglie e figli, come chi dicesse,
greggi e campi. Il marito arriva a espropriare il padre o il fratello
maggiore, il capoccia, in somma, di quello ch'egli tiene per suo; e
diventa proprietario alla sua volta. L'inno vedico, alla fanciulla che
si sposa dice esplicitamente: _io ti sciolgo di qui_ (cioè dal padre),
_ma non di qui_ (cioè non dal marito); e queste parole possono
servire per i legisti di lucido commentario al disputato _mundio_.
Nell'India, come si può agevolmente scorgere dalle leggi di Manu,
l'autorità domestica è tutta presso il padre; ed, ove il padre manchi,
presso il fratello; sono essi che dispongono della figlia o sorella,
la quale non può in alcuna maniera da sè emanciparsi; è necessario che
il pretendente la domandi a' suoi proprietarii, e, in certo modo, la
compri[150].
Nel Diritto romano, l'autorità paterna non solo è monarchica, ma
dispotica, assoluta; il padre ha diritto di vendere il figlio, poichè
ha diritto di ucciderlo[151].
L'autorità materna non conta invece nulla, poichè le madri non
posseggono i figli; i figli possono quindi liberamente sposarsi senza
il consenso della madre, ma nol possono, ove il padre loro padrone nol
voglia[152].
Il Diritto longobardico e il comunale italiano si modellarono, per
questo articolo, intieramente sopra il Diritto romano; ma il primo
raddolcisce alquanto il decreto, facendo partecipe anche la madre
nella facoltà di vietare o permettere[153]; gli Statuti di Riva di
Trento[154] restringono il caso di colpa alle nozze volontarie d'una
fanciulla, senza il consenso paterno, o fraterno, od anche materno, se
il padre e il fratello manchino, con un uomo infame o di troppo bassa
condizione; gli Statuti di Lugo finalmente, che pure manifestano
carattere ferocissimo, permettono ai figli una scappatoia, notando
come il padre od il fratello o l'avo e quanti hanno, in somma, la
facoltà del divieto, debbano godere del pieno uso della ragione. Si
vede bene che la legge formidabile dovea contraddirsi e mostrarsi più
clemente nell'uso. L'uso era già più umano della legge presso gli
stessi legislatori; ed a me basta per rendermene persuaso questo bel
passo di Ennio, onde si scorge come la vittima non muovea sempre
silenziosa al supplizio e riusciva alcuna volta a commuovere il suo
sacrificatore: «O padre, io sono da te indegnamente offesa; poichè, se
tu giudicavi tristo Cresfonte, per qual motivo a lui mi destinavi in
moglie? se onesto, perchè mi obblighi contro mia voglia a lasciarlo,
quando egli mi vuole?»[155].