Gli sposi si provano.
Dopo essersi eletti, gli sposi si provano. Le prove più semplici si
usano nel Pesarese e in Terra d'Otranto. Nel Pesarese, il giovine
invita la fanciulla a varii lavori campestri o domestici, per
misurarne la forza e la destrezza, avvertendo, quando si batte il
grano, di mettersi petto a petto, innanzi ad essa; al che rifiutandosi
una delle parti, si avrebbe il rifiuto come un segno di corruccio. E
cosiffatti esperimenti, per lo più, si rinnovano.
Al Capo di Leuca, nel distretto di Gallipoli, è la sposa che prova la
robustezza dello sposo. Un giovane non merita d'impalmare alcuna
ragazza, finch'egli non abbia almeno portato lo stendardo (_cacciatu
lu stennardu_) nella processione, che si fa per la festa del santo del
luogo, e nell'aver fatto il _Battente_ «si tiene tanto, scrive il
signor De Simone[143], a queste prove che ho udito dire in un rifiuto
di matrimonio da parte della madre della sposa: _vole sse'nzura_
(l'uomo richiedente) _e nu ha cacciatu ancora lu stinnardu._» Nei
luoghi in cui fanno tuttavia le processioni dei _Battenti_, guardasi
al sangue che spruzza dai loro corpi flagellati; chi ha il più bel
sangue, è il giovane alla moda; se pure non avesse fatto almeno una
volta il _Battente_ sarebbe rifiutato, quando offrisse la mano sua a
qualche ragazza.
È ancora una specie di _svayamvara_ della donna, il quale mi richiama
ai vari casi riferiti nel _Libro dei Giudici_, di donne date come
premio al valore dell'uomo, e all'uso degli antichi Scandinavi, presso
i quali, verso il Natale, o propriamente, nel solstizio d'inverno, le
fanciulle indicavano ai loro amanti il fatto eroico, che essi dovevano
compiere per meritare la loro mano.
Nell'Arpinate, le fanciulle misurano l'amore dei fidanzati dal colore
del nastro, onde essi avvolgono, nella domenica delle Palme, il ramo
d'ulivo che portano loro dalla chiesa. Se il nastro è giallo, indica
trattare la fanciulla da pazza; se verde, che la si vuol tenere in
sola speranza; se rosso, guerra; se bianco, pace; se turchino,
amore[144].
Nell'Ascolano, per la festa di Sant'Emidio, gli sposi arrivano alla
piazza dell'Arringo in Ascoli. La sposa si mette in mezzo; suonatori
che strimpellano, mimi che fanno smorfie d'ogni maniera ridicole, si
mettono attorno alla sposa, per provocarne il riso. Guai se la sposa
ride! ella non sarà una buona massaia, nè una donna prudente; e lo
sposo perciò l'abbandona al suo destino.
Nella campagna di Perugia, ora lo sposo, ora la suocera provano la
sposa; le si presenta una _polpetta_; la sposa deve ingoiarla intiera
o _sana_, come dicono nell'Umbria; se, invece, ella stenta a mandarla
giù, se ne levano sinistri augurii.
A Riva di Chieri, in Piemonte, quando, nel primo giorno delle nozze,
si porta in tavola il tacchino, la sposa deve prontamente alzarsi; se
non lo fa, si porta uno scaldaletto sotto la sua sedia, dicendosi che
la sposa è fredda e bisogna riscaldarla.
A Pinerolo in Piemonte, a Pernate nel Novarese, e a Gallarate in
Lombardia, la suocera sbarra la porta con una scopa; se la sposa è
prudente, deve alzarla e portarla al posto suo; se invece vi passa
sopra, vorrà essere una cattiva massaia.
Nella montagna di Pistoja[145] e nel Campidanese in Sardegna si prova
l'amore del giovine, con lo scambiarle la ragazza. Ma, in Sardegna,
propriamente, lo scambio è fatto al padre del giovine, che va, per suo
desiderio ed in suo nome, a fare la chiesta della fanciulla. Il
messaggiero arriva, e, adoperando un linguaggio che ci trasporta ad
una età affatto patriarcale, dice: «Io vengo a cercare una giovenca
bianca e di una bellezza perfetta che voi possedete e che potrebbe
fare la gloria del mio gregge e la consolazione de' miei vecchi anni».
Gli ospiti comprendono, ma dissimulano e rispondono con linguaggio
altrettanto figurato; e alfine, mostrando di consentire, presentano
l'una dopo l'altra le donne della casa, all'infuori dell'aspettata e
soggiungendo sempre: «_è questa che desiderate?_» Sul diniego del
forestiere, simulando di averla lungamente cercata, ritornano,
all'ultimo, con la fanciulla richiesta, la quale si lascia trascinare
come per forza. Il forestiere allora si alza, batte le mani e grida:
«_è quanto io desidero_»[146].
Anche nell'India, secondo il _Kàuçikasùtra_, sul punto di partire
viene scambiata la sposa allo sposo; nell'Annoverese, si mettono le
donne in giro intorno alla sposa; si porta via il lume e lo sposo deve
afferrare la sposa; se afferra invece un'altra, sinistro augurio; ed
egli stesso è oggetto di ridicolo. Ho già notato come il nostro giuoco
della _moscacieca_ debba riferirsi ad una tale usanza.
In Isvezia, nella Slesia superiore polacca, presso Saarlouis, e nella
campagna di Pistoja, invece della sposa, conducono prima al giovine la
più vecchia donna della casa, la quale viene così esposta alla
berlina.
In altre forme ancora si provano gli sposi nell'India e in Germania.
Negli usi del popolo tedesco, il fidanzato, per accertarsi che la
fanciulla con cui egli ha parlato sarà moglie pulita e massaia, fa
portare del cacio e lo affetta, offrendone alla fidanzata; se questa
mangia il cacio senza nettarlo, lo sposo è minacciato che la fanciulla
non gli farà, qual moglie, buona compagnia[147].
Secondo Açvalàyana, una delle prime cose che si ha da cercare nelle
nozze indiane, è la onestà della famiglia; la figlia dev'essere data
ad un uomo prudente, la donna dev'essere saggia, bella, costumata e
fornita di _buoni segni_ (_lakshanya_, _indizii_). L'amante perciò
mette insieme otto acervi di terra levata da luoghi diversi, e parla a
ciascuno di essi così: «L'ordine è la prima cosa, nell'ordine sta la
verità; dove questa fanciulla è nata, là essa vada». (Ossia mostri con
questa prova augurale, di qual casato essa sia e qual parentado essa
meriti). «_La verità si faccia palese,_» quindi rivolto alla
fanciulla, le dice: «_piglia uno di questi_».
Se la sposa eleggeva la zolla d'un terreno che si fecondasse due volte
l'anno, era prova che alla sua prole non sarebbe mai venuto meno il
cibo; se la zolla del terreno levato da una stalla, prenunziava
ricchezza di bestiame; se la polvere di zolla levata dal circolo ove
si celebrava il sacrificio, era segno di molta devozione; se la zolla
estratta da un lago che si disseccasse, rivelava prudenza e cortesia
in ogni cosa e con tutti; se la zolla formata da un terreno ove si
giuocasse, minacciava passione al giuoco; se la zolla di un trivio, si
tradiva impudica; se la zolla di landa, si manifestava infeconda; se
la zolla di sepolcro, avrebbe ucciso il proprio marito. Altri augurii
analoghi a questo, fatto con gli otto acervi, possono ancora
riscontrarsi ne' _sùtra_.
A Tarnassari, sopra la costa del Coromandel, secondo la relazione del
nostro viaggiatore Ludovico Barthema[148], vigeva, nel secolo
decimosesto, quest'uso: «Sarà un giovine che parlerà con una donna
d'amore e le vorrà dar ad intendere che con tutto il cuore le vuol
bene e che non è cosa al mondo che per lei non facesse, e stando in
questo ragionamento piglierà una pezza ben bagnata nell'olio e
appiccagli dentro il fuoco e se lo pone sopra il braccio a carne nuda
e mentre che quella brucia egli sta a parlare quietamente con quella
donna e senza una minima perturbazione non si curando che s'abbruci il
braccio, per dimostrar a colei che gli vuol bene e che per lei è
apparecchiato a fare ogni gran cosa.»
A Pernate, nel Novarese, la prova a rovescio; è lo sposo che, per
assicurarsi se la sposa lo ama, le dà un pizzicotto.
Ma la più comune, pur troppo, delle prove, e più conforme agli usi
moderni, è quella che si ricorda in un canto popolare Albanese, alla
quale sola, mentre forse tutte le altre scompariranno, si può
assicurare l'immortalità:
Tu, se mi vuoi per moglie,
Mantieni costante la fede,
Quattro, cinque, sei anni,
Non per domani, doman l'altro o sta sera,
Su, va all'estero,
Va, lavora in Oriente!
E con il lavoro raccogli denaro,
E poi vedrai che io vengo[149].