Il matrimonio per libera elezione.
Chiamo l'attenzione del lettore sopra un fatto singolare; il maggior
rispetto alla donna si nota nelle caste militari. Mentre la figlia del
bràhmano, o sacerdote, o legislatore, vien destinata dal padre alle
nozze, la figlia del cavaliero è lasciata libera nella scelta dello
sposo. L'uomo deve meritare la donna e non la donna l'uomo. Le corti
d'amore, i tornei, le giostre del nostro così detto medio evo, ove
premio del valore era la mano d'una donna, sono più antiche del medio
evo, che le ereditava da più remoti secoli di vita guerriera insieme e
patriarcale.
Nell'India, la maniera onde si stringevano matrimonii fra principi e
baroni, o cavalieri, o guerrieri che addimandar si vogliano, era detta
_svayamvara_, ossia la scelta da sè, l'elezione spontanea.
Acvalàyana[129], scrittore indiano, ci descrive otto modi di nozze,
fra i quali mi paiono meritar nota i seguenti: 1.º quello per cui il
giovine fa dono di un paio di bovi e quindi sposa la ragazza, detto
matrimonio dei _r'ishi_, (che ricorda il matrimonio bràhmanico e degli
antichi Germani[130]); 2.º quello per cui il giovane sposa la ragazza,
dopo che i giovani si sono fra loro piaciuti, anche senza il consenso
dei parenti, detto matrimonio alla maniera de' ganharvi[131] o
_svayamvara_, e in uso presso i guerrieri. Di questa seconda forma di
matrimonio abbiamo nella letteratura indiana parecchi esempi illustri;
così la ninfa Çakuntalà sposa il re Dushyanta, la principessa
Damayantì il re Nala, Sità il principe Ràma, Dràupadì il guerriero
Arg'una, Devayànì il re Yayàtì, il quale ultimo tuttavia ricusa[132],
perchè stima, da quel pio re e devoto ai sacerdoti ch'egli è, che il
padre solo abbia diritto di disporre della propria figlia. Nel
_Mahàbhàrata_, vien detto che il matrimonio, per via di _svayamvara_,
ossia in cui la fanciulla si elegge lo sposo che più le piace, è _caro
ai poeti_[133].
Di fatto, i poeti hanno nella descrizione di tali scelte nuziali
occasione di sfoggiare tutta la loro arte. Le assemblee di principi,
nelle quali la giovine principessa si elegge lo sposo, le prove che i
pretendenti hanno a dare del loro valore, l'incoronamento dell'eletto
per parte della fanciulla[134], sono un campo ove l'immaginazione del
poeta può accendersi e animare al nostro sguardo pitture vivissime.
Poichè raro è che uno _svayamvara_ non sia accompagnato da una gara di
valore fra i contendenti. La sposa si ha da conquistare. Indra con la
forza conquista Sità, nel _Rigveda_, Ràma suo successore, nel
_Ràmàyana_, la conquista per mezzo della prova di un arco
meraviglioso, cui nessuno riusciva a trattare; Bellerofonte, per varii
cimenti superati, conquista la figlia del re Proeto. Alla sposa de'
poeti e de' racconti popolari piace lo straordinario; perciò lo sposo
deve mostrarsi mandato dal destino, o predestinato con qualche
miracolo; chè, secondo il proverbio, gli sposi Dio li fa e poi li
accoppia[135]. E di grandi miracoli sono autori gli sposi delle
leggende care al popolo; tale, per esempio, il Sigifredo e il Sigurd
dell'epopea germanica e scandinava. I contendenti scommettono
l'impossibile[136], e alcuno si trova pur sempre che deve vincere.
In una novellina greca[137], ove tre fratelli vincono tutti, il re non
sapendo decidere chi di loro meglio valga, per levare di mezzo ogni
invidia, sposa esso stesso la fanciulla disputata.
Nel _Pan' c' anada_ (odierno Pengiab), i Greci d'Alessandro avevano
notata una tribù, presso la quale i giovani e le ragazze si eleggevano
da sè stessi in matrimonio. La tribù doveva al certo essere guerriera,
come ce lo confermano gli odierni bellicosi principi e briganti
Rag'puti, i quali, malgrado il vicinato degli Inglesi, assai gelosi
delle loro antiche tradizioni, non hanno dismesso il poetico uso
dello _svayamvara_. Il signor Chiefalà, nella sua _Descrizione della
città di Benares_[138], scrive: «Quando una principessa di Ragaa
(tribù reale) era in età di maritarsi e le si dava il permesso di
scegliersi lo sposo, allora veniva condotta in un giardino ove si
trovavano radunati molti giovani della sua tribù, fra' quali lo sposo
a suo piacere essa indicava. L'uso della cerimonia per manifestare il
loro assenso era il seguente. Tenea essa una ghirlanda di fiori, la
passava al collo di colui che volea per isposo, il giovane la riceveva
ed in segno di acconsentimento la teneva al collo senza restituirla, e
con ciò l'accordo era fatto, e si sposavano. Questa usanza esiste
ancora al giorno d'oggi e si pratica presso i Marattes, e dovunque
hanno essi dominio proprio.» Nel così detto nostro medio evo, lo
_svayamvara_ doveva essere pure in onore presso certe tribù slave e
presso i Tedeschi e gli Scandinavi. Io lo argomento, per le prime, da
un bel canto popolare russo, che ricevo da Tarszok, evidentemente
antico, il quale dice:
Io sedeva nel castello,
Io infilava le perle
Sopra il rosso velluto.
Non so di dove, arrivò uno splendido sparviere,
Egli agitò l'ala destra,
Egli toccò il piatto,
Il piatto d'argento,
E disperse le grosse perle
Fino all'ultima,
E la fanciulla incominciò a piangere,
Mentre le stava innanzi il padre.
«Non piangere, fanciulla mia,
Io inviterò per te i principi, i boiari;
Essi raccoglieranno le tue grosse perle,
Fino all'ultima.»
Quanto ai Tedeschi, sono un documento sufficiente, per dire dei più
noti, i _Nibelunghi_, come per gli Scandinavi, le _Edda_ e la _saga di
Ervora_, e per i Franchi, i _Reali di Francia_, dove il re Erminione
fa bandire un torneamento, al quale intervengono molti signori per
isposare Drusiana. È uno _svayamvara_ il matrimonio medievale della
principessa Teodolinda col re Autari suo ospite.
La leggenda greca del matrimonio di Elena disputata da trenta garzoni,
e la scelta fatta da Menelao, rilevano dal mondo eroico ellenico la
medesima usanza, che, secondo Ateneo[139], era pur viva tra i
Marsigliesi, presso i quali la fanciulla, in un convito, offriva la
tazza a quello de' giovani, che più le piaceva.
Ne' nostri usi popolari la fanciulla generalmente si elegge lo sposo;
quindi i parenti, se non hanno nulla in contrario, dispongono
l'affare.
Così è degno di osservarsi, come presso il _Ramayan.a_[140], Ràma e
Sità, quantunque sposati, per via di _svayamvara_, si uniscono col
pieno consenso dei loro genitori. Se non che le nostre fanciulle del
popolo, invece di troni nelle assemblee, si contentano di una povera
panca nelle stalle. Questa panca, che non manca neppure alle capanne
dei Russi e dei Finni[141], è destinata a ricevere i giovani
pretendenti. Nel contado di Bra, in Piemonte, i giovani vanno insieme
alla stalla, dove siede la dama de' loro pensieri; l'un dopo l'altro
si recano a corteggiarla, e quando alcuno indugia troppo, si scuotono
i gioghi delle bovine, per fargli intendere che è tempo di levarsi e
di lasciare il posto a chi vien dopo.
Nelle stalle del Canavese, le fanciulle da marito si siedono sopra la
lunga panca; i giovani, che, per lo più, dopo avere vittoriosamente
cantato la _Martina_, entrarono nella stalla, sono ricevuti alla
panca. Ed il ricevimento ha le sue formalità. Qualunque giovane che
sia seduto presso la _mariora_ o fanciulla da marito, se un altro
giovane arriva, deve cedergli il posto. Il mancare a questo riguardo è
cagione talvolta, nel Canavese, di spargimento di sangue. A Riva di
Chieri il giovane che visita la fanciulla da marito può sperar bene,
se egli viene invitato a ritornare.
A Pinerolo, la fanciulla, va ad accendere il fuoco, quando un damo le
deve piacere, ed insieme coi parenti si beve; il non fare, come la
chiamano, tale _onestà_, val quanto congedare il pretendente.
Nella valle di Andorno, la fanciulla lascia cadere a terra il fuso
perchè le sia raccolto dal giovane, al quale vuol dare speranze, cui
essa poi consola intieramente, quando gli mette in mano delle
nocciuole.
Nella campagna d'Alba, il giovine, entrando nella stalla, getta alla
fanciulla un fazzoletto; se la fanciulla lo ritiene, egli pure è
ricevuto; se invece glielo restituisce, deve tenersi per congedato.
Nell'Abruzzo Ultra I, il giovine porta la notte, all'uscio della
ragazza un ceppo di quercia, detto _tecchio_; se il ceppo è messo in
casa, il pretendente può entrarvi anch'esso; se invece, il ceppo è
lasciato ov'egli il lasciò, al giovine non resta altro partito, se non
quello di ripigliarsi, in modo che nessuno lo vegga, il ceppo, e
ritentare, se gli piace, la prova ad altri usci. Un uso simile
incontrò il prof. Ferraro a Serra San Bruno di Calabria: «l'amante usa
di notte mettere davanti alla casa della ragazza, da lui presa ad
amare, un ceppo vestito di nastri, fazzoletti, ecc., se il ceppo è
ritirato, la ragazza accetta l'amor suo; se no i parenti dicono: non
abbiamo figlie da marito, e allontanano il ceppo.»
Nel Montenegro, come apprendiamo dai signori Frilley e Wlahovic[142],
la domanda della sposa è fatta da alcuni delegati dello sposo o
_proszi_ (chieditori). Siedono a tavola, bevono tre volte; quindi il
capo dei chieditori offre da bere alla fanciulla. Se essa accetta, è
segno che i parenti consentono; allora il rappresentante dello sposo
dà quasi per caparra, come presso i Pugliesi, una mela, nella quale è
conficcata una moneta, che la fanciulla consegna al padre, al
fratello, o, insomma, al capo di casa.