Riccardo a Camilla.
«Vi ho obbedito; ho soffocato l'ardente desiderio del cuore; sono
quindici giorni che vostro marito è lontano e non fui che due volte in
casa vostra, e mi vi trattenni pochi minuti come un indifferente. Ora
non mi è più possibile; voi non sapete ciò che io soffro senza vedervi,
non sapete che lo spasimo misura le mie giornate, che cento larve irose
popolano la solitudine delle mie notti.
«Tutto nel mio cuore è mutato, io mi domando atterrito dov'è la forza
che mi ha sorretto finora, e mi meraviglio d'averla avuta, e interrogo
il destino che me la diede un istante per ritormela ad un tratto.
«Mi è cara la vostra pace; stimo prezioso più del mio il vostro onore,
ma è follia, credetelo, sfuggire oggi le occasioni che ricercheremo più
tardi.
«Noi possiamo vederci — noi lo dobbiamo.
«Se il vostro cuore sente come il mio, ne converrete voi pure.
«È un diritto ed un benefizio quello che vi domando. Io soffro;
senza vedervi, senza abbracciarvi, senza udire dal vostro labbro
l'affermazione del vostro amore, senza sentirmi avvolto nel fascino dei
vostri occhi, io soffro pene maggiori di quelle dell'inferno, perchè mi
avete dato il paradiso.»