Camilla a Riccardo.
«Vi credo, ho bisogno di credervi. Non parliamone più, sono una
sconsigliata; ho l'anima piena di dolcezza, e non so più che cosa
farneticare per amareggiarmi.
«Mio marito ci ha lasciato ieri, è ritornato costì ai suoi negozî.
L'avete veduto? Egli è proprio ristabilito in salute; anche da questo
lato i miei timori sono svaniti. Non voglio più pensare a nulla, tranne
che ad amarvi.
«Domenica sarà un bel giorno per me. Ci hanno invitate a recarci ad una
villa vicina alla nostra; vi si danzerà, vi si farà una di quelle feste
autunnali che sono la delizia delle nostre campagne. La zia Angelica ha
accettato l'invito per condurvi Bice; io mi sono schermita. Per poco il
mio rifiuto non ha mandato a monte ogni cosa. Non si voleva lasciarmi
sola. Figuratevi! Sono forse una bambina io? E poi la villa non è che
a pochi passi dalla nostra... — Ho detto questo ed altro. E l'ho vinta.
Bice e la zia Angelica andranno; io rimarrò.
«Quale piacere! sarò tutta sola, il fittaiuolo e la sua famiglia
andranno di buon'ora a Laveno per la messa, si fermeranno probabilmente
a santificare la festa alla bettola, e non ritorneranno che
sull'imbrunire. Sarò libera tutto il giorno; non rimarrà meco che la
figlia maggiore del fittaiuolo, una fanciulletta di quattordici anni,
per prepararmi il desinare.
«Non potete credere come questo pensiero mi renda felice; ho già
formato il mio disegno; mi leverò all'alba ed andrò a fare un
mazzolino; poi beverò una ciotola di latte fresco, poi me ne andrò al
padiglione, all'ombra, a rileggere le vostre ultime lettere... e poi...
«Direte che sono la gran pazzerella a intrattenervi di queste inezie.
Ditelo pure. A me scrivendovi pare di parlarvi, d'esservi vicina,
d'amarvi di più... Questo poi non è vero; amarvi di più, no, perchè non
è possibile.»